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giovedì 14 aprile 2011

LE MEMORIE DI FAUSTO SIDOLI: "IL FATTO M'INTRIGA"

[PARTE 22] L'ufficiale di rotta procede alla tracciatura, viene passata l'indicazione al timoniere e via per la nuova destinazione...

E' l'alba, scendiamo a 40 metri e si naviga. Il tempo di arrivo a Bengasi è previsto dopo un giorno ed una notte di navigazione. Sto facendo il mio turno in camera di manovra, quando attraverso l'interfono il capo elettricista mi interpella da poppa e mi chiede la mia presenza. Passo il portellone tra camera di manovra e locali motori, percorro lo stretto corridoio nel locale motori ed attraverso il portellone di poppa entro nel locale poppiero.
Il Capo elettricista mi segnala con il dito un mucchietto di stracci sul pavimento in una zona appartata. Con lo sguardo chiedo spiegazioni e mi dice: <Che ne facciamo?>. A mia volta chiedo: , e lui: dell'arabo!>.
Infatti, me ne ero completamente dimenticato: da quando era stato imbarcato si era raggomitolato su se stesso e più non si era mosso, salvo leggeri movimenti…erano serviti ad asciugare un rivolo di liquido di cui sul pagliolo era ancora visibile la traccia. Anch'io non so che dire, e rispondo: < Ci penserò >.

Andando verso la camera di manovra mi viene in mente che a bordo abbiamo un marinaio elettricista, il cui cognome è Lombardo, ma che è napoletano di nascita e di residenza, ed il cui soprannome è "sfacimme". I compagni della camera di lancio di prora così lo chiamano perché è restio a compiere i lavori di routine, ma pronto a svolgere lavori straordinari che richiedano inventiva.
Raggiunta la camera di manovra all'interfono ordino: Lombardi in camera di manovra>.
Dopo poco si presenta e gli dico: < Vai a poppa, vi è l'arabo che abbiamo imbarcato e che non è ancora sistemato, guarda come metterlo a posto >.
, e se ne và.
Dopo una mezz’oretta ripassa in camera di manovra e mi dice:
< Sig. Sidoli, a poppa tutto è a posto.

Rispondo: < Sta bene >.

Ed ognuno riprende il proprio posto. Dopo poco tempo noto che un marinaio di prora si presenta per andare a poppa. Gli chiedo perché si sposta, mi risponde che va al gabinetto perché quello di prora è occupato.
Al ritorno passa tutto soddisfatto.
Dopo poco tempo un altro marinaio di prora, si presenta e la mia domanda é:
< Dove vai > ?
< Vado al gabinetto di poppa perché il gabinetto di prora non funziona >.
Pochi minuti e ripassa col viso sorridente.

La stessa storia si ripete per un terzo marinaio. All'ennesimo passaggio mi chiedo come mai il gabinetto di prora è sempre occupato. Il fatto m’intriga. Anch'io ho necessità fisiologichee mi dirigo a poppa per il gabinetto. Entrato nel locale poppiero mi avvicino alla porticina del gabinetto. Ma non riesco neanche ad allungare la mano per aprire la maniglia, che la mano dell'arabo ritto li vicino mi precede spalancandola. Dopo l'uso si devono effettuare le manovre per inviare fuori bordo ciò che si è depositato, ed anche in questo caso la mano dell'arabo mi precede ed effettua al mio posto tutte le manovre necessarie. Ora mi si schiariscono le idee sul perché il gabinetto di prora era sempre occupato. Comunque anche in questo caso "sfacimme" aveva risolto il problema: aveva rimesso in piedi una persona!Per il resto del viaggio, fino a Bendasi, l’arabo svolse in continuazione la sua nuova mansione.

Alla sera si sale in superficie per il punto nave, si prevede di entrare in Bengasi la mattina successiva prima dell'alba. Ma il punto nave dà risultati diversi dei calcoli sulla posizione del battello effettuati in funzione della velocità presunta. Abbiamo percorso metà cammino di quello previsto. Si rifanno i calcoli, ma purtroppo la nostra velocità è la metà di quella che avremmo dovuto percorrere in funzione del numero dei giri dei motori. Ci ricordiamo che la danza nel catino di Bardia ci aveva portato varie volte a pestare sul fondo roccioso, non possiamo che aver danneggiato le pale delle eliche, così che a parità di giri dei motori la nostra velocità è la metà, ma il consumo di nafta è lo stesso. Per giungere a Bengasi impiegheremo tempo doppio. Per il mio riposo, avendo la cuccetta impegnata dal ferito, mi stendo in terra di fianco ad essa e sento che il ferito si lamenta. Ormai lui e gli altri feriti sono a bordo da due notti ed un giorno e non ci siamo ancora occupati di loro. A bordo non vi è il medico, ma abbiamo cassette di pronto soccorso.

Mi rimbocco le maniche e con la cassetta e l'aiuto di un marinaio volonteroso mi metto a guardare le varie ferite, a disinfettarle e come son capace, anche a bendarle. Spesso nel caso dei miei numerosi incidenti da ragazzo, provvedevo a disinfettarmi ed a bendarmi da solo, così ho messo in pratica l'esperienza effettuata su di me. Non li avrei riconosciuti, come persone, perché io vedevo solamente le loro ferite, ma mentre io li trattavo al meglio possibile loro osservavano il mio viso e scrutavano la mia espressione. Effettuato anche questo servizio vi era la speranza di poterli poi sbarcare a Bengasi per migliori cure. E finalmente all'alba siamo in vista del porto di Bengasi.

A cura di Ezio Maifrè

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