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mercoledì 20 ottobre 2010

RICORDI DI CICI BONAZZI: LE BILIE

Il ricordo di Cici Bonazzi riguardo al gioco più famoso ai tempi dei nostri nonni: le biglie.


Cinquant'anni fa, quando Tirano era ancora circondato da fertili e prosperose campagne, il tempo sembrava eterno. Nulla o ben poco si trasformava, la vita scorreva sempre uguale e senza mutamenti di rilievo così com'era stata da tempo immemorabile per i nostri nonni e bisnonni. Si viveva nel periodo della cosiddetta civiltà contadina legata al continuo lavoro della terra, al "gèrlu", al "campàcc", alle stalle e per noi ragazzi, in quei rari momenti liberi, alla civiltà della... "Cìca".

L'asfalto, il cemento, i piccoli cubetti di porfido rosso non avevano ancora invaso tutte le strade cittadine; vi era ancora l'acciottolato e sopratutto quella terra battuta dove si poteva scavare, con il tacco chiodato dello scarpone, la "zòca", oppure tracciare un circuito per il gioco delle bilie. Il terreno offriva le sue asperità naturali, i piccoli avvallamenti, i "tröcc" dove si potevano comodamente nascondere "i cìchi", "i azzàli", "i cristàli", "i verüs'ci", "i védri" e, se era acconsentito, anche "al sbròdul", quella bilia di grosse proporzioni raramente ammessa nel gioco serio dei campioni.

Quando si entrava in possesso di una monetina di rame si correva dal Fiorentini, la cartoleria appena all'inizio del Viale Italia che allora si chiamava Vittorio Emanuele III, per comperare un "pügn de cìchi" fatte tutte di terracotta e dello stesso monotono colore rossiccio. "I cìchi" si potevano barattare con i più bravi per ottenere un "azzàla", la sfera dei cuscinetti meccanici, oppure, se non si riusciva vincerla al gioco, quel difficilissimo bene da trovare in natura e non venduto da nessuna parte: la "Védra". Materialmente la "védra" era la pallina di vetro verdastro che assicurava la chiusura ermetica delle bottiglie di gasosa. Allora la bevanda rinfrescante gasata era un lusso di pochi e si comperava appunto contenuta in queste grosse bottiglie di vetro. Avevano un tappo a macchinetta con guarnizione di gomma e per ottenerle si doveva versare una forte cauzione al fornitore per garantirne così il suo ritorno.

Il più prestigioso gioco con le bilie era sicuramente quello della "zòca" dove i campioni potevano far valere tutta la loro abilità tattica e tecnica del "pollice d'oro". L'atmosfera dove si svolgeva il gioco aveva qualcosa di sacro e accomunava giocatori e spettatori che dovevano, sia gli uni che gli altri, osservare rigorosamente delle precise regole di gioco conosciute da tutti.

I luoghi dove ci si poteva trovare per le nostre sfide erano innumerevoli: alla "santèla de San Giüsèf", in piazzetta Salis, piazza Parravicini, attorno al "büi vècc", a Santa Maria, nel piazzale delle scuole elementari, di fronte alla scuola Trombini, lungo il viale oppure in una delle innumerevoli corti della vecchia Tirano. Ogni luogo era adatto purchè non fosse troppo mosso e fossero presenti sassolini affioranti pochi centimetri dalla terra battuta, "i tröcc", nascondigli necessari nella fase di avvicinamento alla "zòca".

Si rischiava nel gioco tutto il proprio capitale; tutto dipendeva se si fossero incontrati eccezionali "pollici d'oro" o qualche sconosciuto campione di una contrada vicina, oppure fosse stata una giornata di quelle sfortunate. Il mignolo teso e leggermente piegato, secondo la natura del terreno e dello stile del giocatore, dava stabilità alla mano mentre l'ultima falange del pollice, trattenuta forzatamente contro l'indice, scattava come una molla e scagliava la "cìca" appoggiata sull'unghia per colpire, si sperava, la "védra" o "l'azzàla" dell'avversario per aggiudicarsi il punto. A gioco terminato si tiravano le somme contando diligentemente tutto quello che si aveva vinto oppure quello che era rimasto nelle tasche.
Ora, dopo tanti anni, ammetto che le mie rimanevano desolatamente sempre... vuote.

Cici Bonazz
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