Questo paesaggio così ben descritto lo ricordo quando ero ragazzo, ma
cito le parole di Clementi che fa una diagnosi di quel territorio talmente precisa da farmi ammutolire per il dispiacere: “… e allora vengono alla mente tanti pensieri. Innanzitutto un senso di rispetto quasi religioso per tutti coloro che qui hanno lavorato, sudato, sperato in un raccolto felice; che hanno potato, legato i tralci, accarezzato i grappoli d'uva orgogliosi delle loro capacità di contadini. Mi sembra di essere in una sorta di cimitero, cimitero non di salme, ma cimitero delle grandi fatiche. Spostare tutte quelle pietre (alcune di gran peso), carreggiare terra, piantare pali, tendere i fili di ferro…e tutto senza il sussidio delle macchine d'oggi, dei trattori, delle teleferiche a motore…. ”.
Parole vere, che pesano come macigni per chi ama il territorio. Parole che ci fanno chiedere per quale motivo, noi che abbiamo ereditato le fatiche dei nostri vecchi, le abbiamo accantonate come se non ci appartenessero più.
Molte volte ho sentito dire dai giovani “la téra l’è bàsa , lauràla l’è fadìga; se tà la laurét ‘l ciòo ‘l và ‘n capèla, sa guadégna pü negùt, mèi laurà sùta padrùn che la pàga l’è sigüra “. Ultimamente ho letto il dolore negli occhi di un anziano che mi diceva: “ Sòo scià uramài vècc e malàa” , quest’anno non riuscirò più a coltivare la mia vigna, ho chiesto a molti di coltivarla ma nessuno la vuole, “adés gòo scià de taià fò li vìt piantàdi cùn li fadìghi dal mè por véciu “.
Molte volte, per l’uomo d’oggi, il mondo gira intorno al suo asse lubrificato dai soldi e dagli affari;forse era così anche un tempo ma non in modo così esasperato. Oggi chi lavora esige sempre il guadagno immediato sennò diversamente si pensa che è fatica sprecata ed è meglio cambiare mestiere. Nel caso specifico dell’agricoltura si cambia zona e tipo di produzione.
Basta guardare il Campone, la china di Cologna e di Sernio per verificare questa teoria. Quando ero ragazzo erano pochi i meleti, ora sono una distesa imponente; segno evidente che quel tipo di produzione porta ancora guadagno, ma se il guadagno cessa, i meleti avranno la stessa sorte dei vigneti incolti.
Ecco come si formano i “cimiteri della grandi fatiche!” . E’ il mancato o lo scarso guadagno, sovente sono le politiche agricole sbagliate che creano le tombe.
Attenzione però! I terrazzamenti delle vigne, dei castagneti, dei campi con la loro terra portata su a gerla sono ancora corpi vivi e in movimento.
Abbandonati per anni possono essere fonti di gravi danni per gli inevitabili smottamenti.
Le piante e le erbe infestanti sfondano i muretti a secco, la terra non coltivata e impregnata d’acqua spinge con la sua massa contro i muri a secco; lentamente essi si deformano e franano.
Occorre sempre ricordare che la montagna è viva, perciò serve una costante manutenzione del territorio. I terrazzamenti abbandonati non sono stati creati dalla natura, ma dalla fatica dell’uomo e la natura cerca sempre un suo equilibrio.
Concluderò con una riflessione del dottor Clementi certamente dettata dal rispetto quasi religioso delle fatiche dei nostri padri “ ... perché non trasformare questo percorso in un vero e proprio "Parco di archeologia contadina”, espansione esterna, all’aperto, del Museo etnografico, allo stesso modo di come in pianura vecchi insediamenti manifatturieri ormai obsoleti si trasformano in siti di archeologia industriale ?... ” Forse è un modo valido per ricordare e intervenire su quelle zone.
Io sono del parere che occorre intervenire subito sulle aree abbandonate specialmente in un territorio così delicato e soggetto a smottamenti come il nostro. Soprattutto occorre, con grande determinazione, percorrere tutte le vie possibili al fine di ripristinare al meglio le decadenti vigne e i terrazzamenti dei campi e delle selve in condizioni precarie. Occorre rafforzare gli incentivi al punto tale da far nascere interesse per le coltivazioni del passato come la vite, le castagne, la segale, il grano saraceno e i frutti di bosco e nello stesso tempo promuovere una gastronomia fondata sull’uso dei prodotti genuini locali. E ’il solo modo per dimostrare riconoscenza alle sacre fatiche dei nostri avi e con la cura del territorio si incrementerà anche il turismo.
Ezio Maifrè
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