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giovedì 17 febbraio 2011

LE MEMORIE DI FAUSTO SIDOLI: "RIPOSO TRA BATTUTE DI CACCIA E… AMICHE"

[PARTE QUATTORDICESIMA] Ero a Bormio da ragazzetto quattordicenne e nel mese di settembre apertasi la caccia, i genitori di mio cugino, che cacciatori erano, decidono di fare una battuta alle marmotte. Allora il parco nazionale dello Stelvio non era ancora costituito, se ne parlava ma era di la da venire...

... Il luogo per la caccia venne individuato nel piano delle marmotte sul monte Tresero, che con la sua stupenda punta triangolare sovrasta S.Caterina di Valfurva. Anche in quel caso la partenza venne stabilita in ore antelucane.Dato che la partenza avveniva ancora a notte fonda, vengo inviato a letto alle sette di sera. La tensione è tale che assolutamente non prendo sonno e così quando è l’ora di alzarsi non ho dormito ma mi ero solamente appisolato. Con il potente Ansaldo (una grossa macchina di 2500 di cilindrata) si parte da Bormio per la Valfurva. La strada era ancora sterrata e in una nuvola di polvere si arriva a S.Caterina.

Lasciata la macchina mi consegnano un fucile da caccia, credo di calibro ridotto, e quindi adatto alla mia giovane età ed alla mia inesperta attività di cacciatore. Camminiamo per alcune ore e verso l'albeggiare siamo sul piano delle marmotte. Mi insegnano a costruire un mucchietto di sassi dietro il quale appostarmi per non essere visto dalle marmotte che usciranno dalla loro tane per alimentarsi dell'erba fresca. Faccio come mi è stato detto e dietro un bel muricciolo mi apposto con la canna del fucile che sporge tra i sassi e attendo.

Ma non per molto. Proprio davanti al mio muretto vedo presentarsi la testa diuna marmottona, ma è una testa veramente grossa, e ne segue il corpo che si erge di fronte a me e che mi guarda con aria tra il serio ed il corrucciato, poi allunga la zampa, io sono pietrificato, non oso muovermi, con lo zampone afferra il mio fucilino lo gira verso di me e ...pum...pum....pum... fucilate a tutto spiano. Mi sveglio di soprassalto gli altri hanno catturato le loro prede ed ioho fatto un brutto sogno.

Così richiamata alla memoria questa esperienza me ne sto bene attento. Le grida si avvicinano e tra il fruscio della brezza, sento un lontano ansimare, come di un treno a vapore in lontananza che si sta avvicinando. Ora intendo anche il trotto di un animale che avanza correndo e che non può essere piccolo dato il rumore degli zoccoli sul terreno. Imbraccio il fucile, e dalla traccia prevista dalla persona esperta, vedo avanzare al piccolo trotto un bel cinghiale.
Sono in perfetto silenzio, ho tutto il tempo di puntare il fucile e mirare dove mi è stato indicato: alla spalla. Quando l'animale è ad una decina di metri, tiro il grilletto ed il cinghialotto dopo pochi passi percorsi di slancio si rovescia per terra. Il colpo è giunto a segno nel punto mirato.

Arriva tutta la brigata dei battitori, si prepara un grosso ramo a sui si lega la preda e rientriamo a Gùspini. La carne viene preparata per la cena a cui sono invitati il sindaco, il parroco il medico ecc., ossia la autorità del posto, mentre la pelle ben salata ed impacchettata mi viene consegnata. Diverrà, portata a Tirano una borsetta e scarpe per mia sorella Annamaria.

Ma prima di cena sono al centro di un'altro fatto: due sottocapi si presentano e mi chiedono se possono darmi il trionfo della fontana. Dall'arrivo in Gùspini i marinai avevano preso l'abitudine di festeggiare avvenimenti fuori dell'ordinario gettando il responsabile di questi avvenimenti nella fontana del centro del paese. Mi pare che la prima volta sia successo quando un gruppetto di marinai in piazza discutevano su fatti a loro accaduti e che uno di loro raccontasse di un episodio o di una avventura eccezionale per cui i compagni, ritenendola troppo grossa lo abbiano, scherzando, spintonato fino a gettarlo nell'acqua della fontana per rinfrescargli le idee. Da quel primo caso, ad ogni avvenimento imprevisto e giudicato di rilievo, il marinaio di turno veniva bagnato nella fontana. Poteva essere per il sorriso di una ragazza, per una corsa veloce, per una buona prestazione canora. Il gruppo decideva chi doveva avere l'onore della fontana. Mi venne dedicato questo onore per l'uccisione del cinghiale e cosi portato a spalla finii anch'io nella fontana. Ne uscii veramente bagnato dalla testa ai piedi tra gli applausi dei marinai e dei pochi occasionali curiosi presenti in piazza.

Terminata la nostra settimana di ossigenazione rientriamo alla base. A Cagliari il battello era pronto per un'altra missione, la mia prima nel Mediterraneo, che fu breve: nel canale di Sardegna per ostacolare il passaggio di un convoglio di rifornimento per Malta. Facemmo parte di una sbarramento costituito da un gruppo di sommergibili dislocati in vari quadratini.
Alcuni avvistarono il convoglio, noi ne sentimmo le notizie attraverso i segnali radio, ma nella nostra zona nulla avvenne. Il solito fonogramma ci ordina di rientrare, non a Cagliari ma a Napoli.

In questo periodo le giornate sono sempre molto lunghe e le ore di immersione vanno dalle 17 alle 18. Il rientro a Napoli avviene abbastanza facilmente e ci ormeggiamo alla banchina sommergibili vicino alla casermetta dove saremo alloggiati. Ad ogni spostamento di base la sovrintendenza provvede a far pervenire i nostri effetti personali nella nuova destinazione, così in casermetta troviamo i nostri effetti lasciati a Bordeaux e passati da Cagliari. Ci si può cambiare. Per la libera uscita ci è consentito di uscire in abiti civili. Tra gli altri servizi mi capita ilservizio di guardia all'ingresso del porticciolo sommergibili, servizio di guardia che devo effettuare in tenuta ordinaria con sciarpa e sciabola. Il servizio che mi compete è dalle ore 7 alle ore 14. Poi ho libera uscita.

Assieme ad un collega, dato che è domenica, decidiamo di andare al cinema e poi andremo in una buona pizzeria, per una buona pizza. Se non erro il nome della pizzeria era '"Il Barile d'Oro" a quei tempi rinomata per la buone pizze che venivano confezionate. Al cinema ci mettiamo in una fila dove davanti a noi vi erano due giovani donne. Spesso sentivamo i lori commenti sullo spettacolo ed è stato naturale effettuare anche noi alcune battute al riguardo, ed alcune in forma di domanda e di commento a ciò che loro dicevano. Tra una battuta e l'altra il discorso si è avviato, ed essendoci due posti liberi, uno a destra ed uno a sinistra delle due amiche, scavalcata la fila delle poltrone ci troviamo al loro fianco. L'invito a cena viene accettato e partiamo allegramente.

Sono due commesse di un buon negozio, ben vestite, non di Napoli, ma delle vicinanze ma che abitano a Napoli per il loro lavoro. Ognuna abita in un piccolo locale dove trascorre la sua vita. Sono invitato a casa e durante la serata approfondiamo la nostra conoscenza: ormai sono le ore piccole e si spegne la luce. Dopo pochi minuti il respiro di chi mi sta vicino si regolarizza in un ritmo profondo, il sonno è già arrivato, mentre per me sento un certo formicolionelle gambe e nella schiena che non mi consente di dormire. Accendo la luce e tolto il lenzuolo scopro alcuni animaletti neri che alla vista della luce corrono a nascondersi sotto qualche piega. Chi mi sta vicino dorme tranquillamente anche se alcuni animaletti neri scappano dal suo corpo. Sono cimici. Rispenta la luce, il resto della notte lo passo su di una sedia.

Il mattino sono ancora di guardia e pertanto mi devo allontanare presto per raggiungere la casermetta. Alle 6 saluto dicendo che probabilmente sarei partito e una volta rientrato in casermetta inizia la guardia. Ma ormai erano più di 24 ore che non facevo un sonno ristoratore e così questo periodo fu il mio più lungo e faticoso che passai di guardia. Dormivo in piedi, e non vedevo l'ora di poter smontare per una buona doccia ed una dormita ristoratrice.
Purtroppo, per un gruppetto di cimici, svanì una conoscenza che sarebbe certamente continuata nel periodo di mia permanenza a Napoli.

A cura di Ezio Maifrè

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