Questo faticoso lavoro agricolo rappresenta uno dei punti culminanti della stagione agraria in quanto dal primo sfalcio si ottiene una grande quantità di fieno rispetto agli altri due o tre tagli effettuati durante la stagione estiva: è calcolato infatti che con la prima fienagione si ricava la metà dell’intero raccolto annuale di fieno.
Durante questo periodo, dunque, presso i prati della zona ,gli ultimi agricoltori rimasti stanno tagliando il primo fieno e questa operazione oggi è supportata dalla presenza massiccia di mezzi agricoli che di fatto fanno il lavoro che una volta faceva l’uomo a mano, mezzi agricoli e tecniche moderne che però di fatto non sostituiscono l’esperienza del contadino.
Le tradizioni però non sono da dimenticare, anzi, nel limite del possibile, è necessario ricordarle ed in questo caso riproponiamo il rito della fienagione come veniva fatto un tempo.
Dopo aver fatto il taglio dei prati di fondovalle e portato nel fienile il fieno essiccato, nell’ultima decina di giorni di giugno i contadini del tiranese salivano verso le località Canali e Piscina per tagliare il fieno sugli irti prati.
Il giorno prima il contadino compiva un rituale storico ovvero quello di martelà al ranz: l’operazione richiedeva grande accuratezza e abilità manuale ed era spesso riservata ai più anziani i quali davano maggior garanzie di corretta esecuzione; in primo luogo si piantava nel terreno l’ancügen in ferro e poi si appoggiava la lama sull’estremità superiore dell’incudine che aveva una superficie rettangolare leggermente convessa. La lama, appoggiata sull’incudine nella parte della linea di taglio, al fil del ranz, veniva battuta con un martello detto martèl del ranz; in questo modo si assottigliava ulteriormente l’estremità della falce rendendola più tagliente. Un errore nel susseguirsi ritmico della battitura poteva creare delle deformazionisfuladüri che davano vita ad un imperfetto lavoro della lama ed il tutto si tramutava in un aumento della fatica da parte del contadino.
La mattina successiva, verso le 3.30-4.00, il contadino, accompagnato da alcuni falciatorisegadùu paga a giurnàda, raggiungeva l’alpe e così, prima del sorgere del sole, si cominciava a falciare dopo che la lama era stata connessa al scilùn (manico della falce). L’operazione, che durava per moltissime ore, richiedeva una buona vigoria, un’elevata resistenza fisica e una grande conoscenza della tecnica; vedeva partire sul prato uno dopo l’altro i falciatori: prima partivano i più veloci ed esperti e poi gli altri che tenevano un ritmo minore, gli àff che, data l’età e le fatiche di una vita, erano lenti e tagliavano ciò che rimaneva ai bordi del prato, ovvero facevano le cosiddette remùnduli.
Tuttavia, quest’operazione richiedeva pazienza e buona precisione poiché ai lati del prato ci potevano essere sassi o rametti di vario genere che se presi con la lama potevano danneggiare il filo della falce.
Per molte ore l’unica sosta che i falciatori si concedevano era per affilare la falce: mulà al ranz. per questa operazione si usava una pietra abrasiva con uno spessore agli estremi di circa 2 cm e lunga circa 20 detta la preda che quando non era utilizzata veniva posta nel suo contenitore, al cudèe, costruito con un corno di bue svuotato oppure, in tempi più recenti, realizzato in plastica.
Il cudèe era pieno d’acqua: in tal modo la preda immersa era più efficace durante l’affilatura; all’estremità superiore del contenitore vi era un gancio che permetteva di attaccare il cudèestesso alla cintura del falciatore definita la curégia.
Di mattina, verso le otto, arrivavano dal fondovalle la moglie del contadino con tutta la prole e qualche parente; prima di salire, infatti, si era sicuramente occupata del bestiame nella stalla ed aveva preparato il necessario per far da mangiare a tutti quegli uomini che ora di mezzogiorno saranno stati sia stanchi che affamati.
L’arrivo dalla moglie del contadino segnava il momento per una piccola pausa dove mangiare qualcosa, bere latte o addirittura vino per poi ricominciare con ritrovato vigore.
Una volta riposte in baita tutte le cose portate da casa, i nuovi arrivati si recavano frettolosamente nei prati e forche alla mano iniziavano a tra fo al fèe che gli uomini avevano già tagliato e disposto in strisce parallele dette canavài.
Dopo pranzo si tornava di nuovo nei prati per riprendere il lavoro: i falciatori tagliavano, alcune donne e bambini spargevano l’erba ed un secondo gruppo si occupava di radunare il fieno tagliato alla mattina in piccoli mucchietti (fa sü mutelìn cun ‘l rastèl) che sarebbero poi stati nuovamente sparsi la mattina seguente.
A metà pomeriggio i falciatori facevano ancora pausa e la buona moglie del contadino portava loro an ciapèl de caduca o de rusumada che ridava nuovo vigore a braccia e gambe per poter lavorare fino a sera.
La sera, stanchi morti, i falciatori arrivati in cima a quegli irti prati si sedevano e guardavano il frutto dell’estenuante lavoro fatto; la soddisfazione si mischiava alla stanchezza e mentre il contadino guardava il cielo dicendo sperùm che ‘l Signùur el làghi an po’ de bèl téemp ci si incamminava di nuovo a valle.
Il giorno successivo il contadino e la sua famiglia sarebbero ritornati in alpe per poter far essiccare il fieno e la sera con la “prìala del viciürin”avrebbero portato presso il fienile quel primo carico di fieno e di fatica.
La tradizione e il lavoro dei segadùu ormai sono andati persi per sempre; laddove si falcia ancora in montagna si opera con la falciatrice, ma anche questo nuovo modo di tagliare implica fatica e conoscenza dei terreni impervi.
Oggi molti prati, un tempo preziosa fonte di fieno per le famiglie contadine, sono stati divorati dal bosco che ha fatto la sua rapida comparsa; rimane comunque bello vedere gente che verso la fine di giugno sale alle Canali o in Piscina per portare avanti questo faticoso lavoro e tiene con cura ciò che gli è stato lasciato dai padri e dai nonni che in passato avevano lavorato duro per strappare la cultura del prato ai boschi perenni.
I contadini che falciano nelle località appena citate compiono lo stesso lavoro due volte all’anno: dopo la metà giugno falciano il fèee mas’c’e appena dopo ferragosto tagliano la digör; in località come Trivigno, dove l’altitudine è maggiore, invece si falcia una sola volta.
Concludiamo con un proverbio dialettale contadino che interessa la maturazione dell’erba prima del taglio: féè mas’c’ gherd e digör marüda i fa la vaca peciüda.
Ivan Bormolini
Nessun commento:
Posta un commento