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venerdì 12 luglio 2013

MODI DI DIRE: "Ta dòo 'na pecienàda"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "Ta dòo 'na pecienàda"
"phot0geek" flickr.com (cc)
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone. 
Anno 1955. Tutta colpa della bella Milena della borgata del Ragno. La ragazza s’era presa una cotta per Arturo, un bel ragazzo di via S. Maria in Tirano. Arturo ricambiava quell’amore.
Da tempi immemorabili tra i ragazzi tiranesi e quelli di Villa di Tirano volavano sassi come farfalle quando c’è sgarro su questioni di ragazze. Se non volavano sassi, nel migliore dei modi, volavano pugni e sberle. Era tradizione che , per prestigio di contrada , le belle ragazze dovevano essere difese a denti stretti dagli assalti dei ganzi venuti da fuori. La cosa era a mala pena sopportata quando il ragazzo che aveva conquistato la ragazza assumeva un atteggiamento di sottomissione e non aveva l’aria baldanzosa del ganzo. La ragazza doveva essere rispettata, punto e basta! Se la bistrattavi, la trattavi male, o disgraziatamente la frequentavi per molto tempo e poi la lasciavi, i ragazzi di contrada ti davano ‘na pecenàda , ti pettinavano a suon di sberle. La lezione te la ricordavi, perché ti rimaneva il segno sul corpo ed era poi molto difficile transitare in quei luoghi anche dopo due generazioni.
Arturo questo lo sapeva. Aveva frequentato Milena sotto gli occhi di tutti. Aveva sopportato agli inizi alcune angherie da quelli della contrada del Ragno gelosi delle proprie belle donne. Una sera mentre aspettava sottocasa Milena per portarla al Cinema Italia in Tirano fu scosso, travolto e buttato per terra da uno sciacquone d’urina di mulo, versato dal terzo piano della casa di fronte. Si inzuppò da capo ai piedi. Un‘altra sera gli tagliarono di netto i copertoni della bicicletta appoggiata al muro sotto la casa di Milena.
La storia con Milena era andata avanti per ben tre anni. Milena era stata conquistata a caro prezzo da Arturo. Loro avevano appurato, con scherzi e sgarri, la perseveranza di questo amore. Ma l’amore si sa che è cieco o fa dei brutti scherzi. Cupido tira le frecce a tradimento e dove vuole. Arturo si innamorò di una ragazza di Tirano e abbandonò Milena . La ragazza ebbe un immenso dispiacere e pianse per giorni e giorni. I contradaioli di Milena sopportarono l’increscioso fatto per tre mesi con la speranza che Arturo tornasse sui suoi passi, ma non fu così. Giunsero le feste di Natale e sebbene Arturo girasse al largo dalla contrada del Ragno incontrò in un bar Pietro, cugino di Milena. Pietro guardò in cagnesco Arturo, poi gli si avvicinò con fare minaccioso e gli disse: hai i capelli un poco scompigliati, prima o poi ta dòo ‘na pecenàda.
E fu così. Alcuni giorni dopo l’aspettò sempre in quel bar. Gli chiese di uscire un momento. Aveva bisogno di parlargli. Gli chiese quali intenzioni avesse con Milena. Arturo disse “ Amor che va, amor che viene, vivi la vita come ti conviene ”. S’udì un frastuono, s’udirono dei colpi sordi e grida di lamento. La gente del bar uscì . Vide Arturo per terra sanguinante, il suo viso era una maschera di sangue e con un labbro spaccato. Gli chiesero cosa fosse successo. Arturo disse : “ i ma pecenàa bèl e bée “,ma chi ama deve pur soffrire. Arturo, il bel ragazzo di Tirano, dopo quella pecenàda, fatta di sberle e pugni , capì che con gli affetti non si può scherzare. Il ricordo lo tenne tutta la vita. Quando si guardava allo specchio vedeva sempre il due incisivi rotti da quella gran pecenàda avuta dal cugino di Milena.
Ezio Maifrè

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