Il Dr. Kruger gestisce una clinica sperduta nelle innevate montagne belghe. Il suo desiderio è poter curare le manie suicide dei suoi pazienti e, in caso di fallimento, potergli concedere una morte dignitosa e serena. La clinica è segreta, rintracciabile solo attraverso internet, ma è sovvenzionata dal governo, che vuole togliersi il gravoso peso economico dei suicidi; è conosciuta, ma odiata dagli abitanti del villaggio vicino.
Alla villetta del suicidio arrivano strani personaggi: un famoso comico con un cancro incurabile, una bella ragazza con manie autolesioniste, un ricco erede lussemburghese, un commesso viaggiatore che cela pericolosi segreti, un vecchio cabarettista berlinese che ha perso la voce e un uomo che ha perso tutto nel gioco d’azzardo, compresa la moglie. Dopo essersi consultati col Dr. Kruger sulle motivazioni che li spingono a farla finita, ciascuno di loro ha diritto a esprimere un’ultima richiesta.
Ma nelle isolate montagne dove il dottore ha inteso realizzare il suo sogno del suicidio perfetto, è ancora la Morte a decidere quando colpire. Dai decessi «dolci e felici» somministrati dal Dr. Kruger si passa all'estrema violenza degli omicidi della parte finale dove il regista, Olias Barco, ha voluto rappresentare, attraverso una riflessione davvero significativa, quali veri orrori si celino dietro gli attimi che precedono la morte: quei personaggi, vittime di un narcisismo sempre più tipico della società occidentale, che vedevano la fine della propria vita in maniera futile e superficiale (come una necessaria conclusione della depressione, reale o presunta, in cui erano caduti) si troveranno costretti a terminare la propria esistenza in modi tragici e spaventosi, molto distanti da quelli che avevano sempre sognato.
Tratteggiando personaggi al limite del’orinario, Barco intrattiene lo spettatore in novanta minuti di sincere risate, costruendo dialoghi surreali supportati da un cast di prima scelta. Il film è irriverente, politicamente scorretto, sconvolgente e questo grande mix gli ha garantito uno strepitoso successo. La pellicola ha, infatti, vinto il premio Marco Aurelio D’Oro all’ultimo festival di Roma. Girato in sole tre settimane con un budget ridottissimo e una troupe composta da solo cinque persone, Barco è riuscito a creare un capolavoro in bianco e nero. Il film non è la solita apologia dell’eutanasia, ma un’opera cinica, estrema e sconvolgente che riesce a trattare con grande sensibilità, accompagnata da un umorismo nero e surreale, un tema particolarmente delicato come quello della morte assistita.
Camilla Pitino
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