La capitale della Norvegia, Oslo, è una città tranquilla, disposta in fondo a un pittoresco fiordo. La vita vi si svolge ordinata ed in particolare il traffico, anche nelle vie del centro, appare fluido, privo d’ogni punta di frenesia e di tumulto... (Di Franco Clementi)
In un giorno di Giugno del 1991 sto percorrendo col camper una delle strade principali, la Drammensveien, dietro il Palazzo Reale, commentando con mia moglie la facilità della guida, quando ecco, vengo smentito dalla presenza dietro una curva di un grande assembramento di persone che ostacola il cammino.
Ad una guardia che s’ingegna a smistare il traffico chiedo: “Che cosa c’è ? Un incidente ?”. Quello mi sorride scotendo la testa : “Oh no! Sta per arrivare Mister Gorbaciov a ricevere il premio Nobel per la pace ...”. Poi mi aiuta a passare oltre ed intanto osservo il Nobel Istitut, modesta palazzina davanti alla quale è il busto dello scopritore della dinamite e (per rimorso) fondatore dell’omonimo premio.
Andiamo a parcheggiare davanti al grande parco Frogner e dopo un paio d’ore, a piedi, ritorniamo verso il centro. Notiamo un nuovo assembramento, stavolta nella via che viene dal porto; ci fermiamo e chiediamo di che cosa si tratti ora: “Mister Gorbaciov sta lasciando il Parlamento e passerà di qui per recarsi in visita ufficiale dal Re.
E, difatti, di lì a poco ecco arrivare il reggitore dell’Unione Sovietica, il potente capo del Cremlino, l’uomo di cui un semplice sternuto può mettere in agitazione le Borse d’ogni mercato e i Comandi Supremi di ogni esercito.
Lo precede un esile gruppo di poliziotti in motocicletta. Dico a mia moglie: “Che felice paese è questo, dove un Capo di Stato ha bisogno di una scorta che il più sconosciuto pretore siciliano giudicherebbe scandalosamente insufficiente!”.
La grande macchina nera passa davanti a noi; Gorbaciov è sul nostro lato e accenna con la mano a dei saluti. Riconosco la “voglia” rossastra che ha sulla fronte (una “cacca di piccione” secondo i suoi avversari ) mentre la moglie Raissa, affacciata sul lato opposto, ci appare solo come un’ombra indistinta.
Riesco persino a scattare una fotografia: e intanto penso che lì, a due metri da me, per un istante, è passata la valigetta con i comandi che potrebbero far esplodere bombe atomiche in tutto il mondo.
Michail Gorbaciov aveva vinto l’anno precedente il Nobel per la pace per la sincera opera di riforma nella sua patria e per la ferma volontà di mettere un freno alla corsa agli armamenti nel mondo. I premi, com’è noto, sono consegnati in autunno in Svezia, con l’eccezione di quello per la pace che viene conferito ad Oslo.
Gorbaciov tuttavia non era potuto andare in Scandinavia al tempo dovuto, per via di qualche torbido che agitava le acque al Cremlino. Per questo la cerimonia era stata differita di sei mesi a tempi più tranquilli.
Ma era destino che quella di Oslo fosse l’ultima occasione per lo statista sovietico di passare una giornata di festa.
Di lì a poco, le lievi scosse sismiche dell’autunno precedente si sarebbero trasformate in quel vero e proprio terremoto politico che sfasciò l’unione Sovietica ed il suo sistema di governo e di impero.
Gorbaciov, che aveva intuito la crisi, cercandovi di mettervi rimedio con aperture liberali, ne fu travolto.
Ho intravisto Gorbaciov anni dopo, durante un ciclo di conferenze che lo ha portato anche in Valtellina; ne ho avuto l’impressione patetica del potente decaduto che non ha saputo o potuto cavalcare la Storia, costretto per tirare avanti ad esibirsi (lui abituato ai vertici mondiali) in conferenze in periferiche province alpine: “Che s’ha da fa’, pe’ campà!” .
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