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venerdì 1 ottobre 2010

ATTREZZI DA LAVORO: LA BRENTA

La brenta è un recipiente che serve a trasportare il vino o il mosto e l'uva fermentata nel momento della torchiatura. Oltre che alle operazioni periodiche di travaso del vino... (Di Giac)

ATTREZZI DA LAVORO: LA BRENTA

Ha una forma ovale, un po' appiattita: come la gerla è munita di cinghie, stròpi; la si porta a spalla ed è fatta di doghe con un bordo piuttosto consistente nella parte superiore. Questo recipiente è diffuso con lo stesso nome in tutte le regioni del Nord Italia.

Talvolta la brenta viene definita bigoncia, ma in realtà i due attrezzi sono piuttosto diversi, anche nell'uso, poiché la bigoncia viene usata anche per raccogliere l'uva vendemmiata, mentre la brenta è impiegata prevalentemente, come già è stato detto, per il trasposrto di vino e di mosto.

Contiene 50 litri di vino se riempita fino a un certo punto segnato con una "broca", un chiodo particolare. Prima dell'introduzione del sistema metrico decimale, nel 1861, la brenta era anche una misura di capacità.

Portare la brenta piena di vino non è un esercizio così facile come si può pensare. I nonni dicevano che si doveva camminare sculettando, " s'ha da menà 'l cul", altriminti ci si versava il vino addosso. In effetti il vino è un liquido e come tale si muove nella brenta se il passo del portatore è brusco o troppo rigido.

Ovviamente la brenta è un attrezzo che rappresenta la fatica: Antonio Tiraboschi nel suo Dizionario Bergamasco del 1873 riporta una frase scherzosa, in Italiano dialettale, che si sentiva ripetere dai più anziani, ancora fino a una cinquantina di anni fa: "chi troppo studia matto diventa, chi poco studia porta la brenta". Una frase che rappresenta una "scheggia" di una cultura regionale che fino alla metà dell'Ottocento si diffondeva anche in provincia, oltre che nelle città più importanti, attraverso gli almanacchi regionali, i cantastorie, il teatro e gli uomini di cultura o i circoli culturali che si interessavano alle tradizioni popolari.

L'uso della brenta è piuttosto sporadico nella realtà di oggi. la brenta di legno di castagno o di latta è scomparsa ormai per lasciare il posto a quella di plastica che è più leggera, ma è meno bella da vedere. Questo nuovo recipiente in pratica sostituisce la gerla durante la vendemmia. Si usa molto di meno però nelle piccole cantine dei privati.

Giac

martedì 28 settembre 2010

ATTREZZI DA LAVORO: LA FUM

Più che attrezzo la fune è definita un "organo" nei dizionari: in realtà si tratta semplicemente di una corda robusta, usata nella maggior parte dei casi in agricoltura per legare sopratutto il carico dei carri... (Di Giac)

Per la verità in Valtellina, Valcamonica e Trentino la fum o anche fun ha delle caratteristiche molto locali nel senso che viene fabbricata con pelle bovina intrecciata; l'artigiano che la confeziona si chiama "funadru" o "funadro".

Una fune può essere di varia lunghezza: le più lunghe sono tra i 15 e i 20 metri. Ad un'estremità è fissata la spola, un dispositivo di legno con un buco nel mezzo, nel quale si infila il capo opposto della fune. Sulla spola è sistemato, legato ad essa, anche il "ral", un cilindro di legno che serve a fissare la fune. Al capo opposto la fune finisce con un striscia di cuoio che serve a rendere più facili le ultime operazioni di legatura.

Fino agli anni '70 del secolo scorso la fune veniva usata per la legatura dei carri di fieno o carri che trasportavano altri materiali. Di solito la legatura del carro di fieno coinvolgeva due o tre persone: una sopra il carro già caricato sistemava due funi dalla parte anteriore del carro fino a quella posteriore parallelamente a più o meno un metro di distanza l'una dall'altra, in modo che le spole si trovassero sul retro del carro. Una fune predisposta doppia veniva infilata nella scanalatura della spola e bloccata dal "ral" che però permetteva alla fune, una volta tirata "di peso" da una persona, di scivolare e comprimere il fieno. La legatura si concludeva con la "fasciatura" del caro sui due lati laterali. All'estremità di una fune si faceva il cappio, "cabbià" e si infilava l'altra fune e quel che rimaneva si tirava forte all'indietro per completare la legatura laterale. Quest'ultima operazione si concludeva facendo un nodo che doveva impedire alle due funi di allentarsi durante il viaggio verso il fienile col carico di fieno.

Certamente la descrizione è un po' sommaria; dovrebbe comunque permettere al lettore di farsi un'idea generale di come si svolgevano le operazioni finali dopo la caricatura del caro. Una curiosità: erano considerati bravi "funadri" quelli di Incudine, un paese a pochi chilometri a Est di Edolo. Da notare che una famiglia tiranese, i CAMADINI, hanno come soprannome "funadro" e sono originari proprio di Incudine.

Peraltro, nel resto della Lombardia, coloro che fabbricano funi e corde erano molto spesso chiamati "cordé" o "cordér. Non è da escludere che la fabbricazione di corde con pelli di animali sia una tra le più antiche. L'uso della canapa o di altri prodotti naturali potrebbe essere più recenti. Attualmente la fabbricazione delle corde prevede l'uso di materiali sinteteci prodotti industrialmente.

domenica 29 agosto 2010

GLI ATTREZZI DELL'AGRICOLTURA: IL RASTRELLO

Detto in dialetto "restèl" o "rastèl" il rastrello era uno degli attrezzi agricoli usati durante la fienagione per raccogliere il fieno già essicato, nel momento del caricamento sul carro o il trattore... (Di Giac)

Oppure anche per "voltare" il fieno non ancora completamente essicato. Quando si caricava il fieno sul carro, al momento della legatura con le funi, si "rastelava" il fieno posticcio sui fianchi del carro o del rimorchio del trattore per evitare di perderlo durante il percorso che portava al fienile.

Questo attrezzo raramente si fabbricava in casa, si comprava di solito a primavera nei mercati o nelle fiere oppure nei negozi di ferramenta o attrezzatura agricola. Nel secolo scorso due ditte artigiane si dividevano il mercato nella nostra zona: erano la Foppoli di Mazzo di Valtellina e la Perlotti di Edolo.
Quest'ultima ha cessato l'attività all'inizio degli anni '90. I Foppoli invece fanno ancora qualcosa, ma ormai l'attività principale della loro industria artigianale è rivolta a altri settori della lavorazione del legno.

Nella fabbricazione dei rastrelli si usavano diversi tipi di legno: i "denti" o rebbi erano in corniolo, "curnal" o qualche volta in maggiociondolo, "éghen"; il lungo manico era di nocciolo selvatico, "còler". Da notare che il legno del corniolo è durissimo e difficilmente si spezza.

Nella fabbricazione del rastrello, naturalmente "entravano" anche le piccole astuzie che solo l'artigiano conosceva: costituivano il risultato dell'esperienza accumulata in molti anni di lavoro.
Indubbiamente oggi il rastrello di legno è ampiamente rimpiazzato, nei lavori di fienagione, dal ranghinatore o da grandi rastrelli metallici che semplificano il lavoro dei contadini.

Un detto per concludere:"Quando el Masciucc el porta el capèl, làga la fòlsc e ciàpa el restèl"