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mercoledì 6 maggio 2015

LA VALORIZZAZIONE DEL CASTELLO DI DOMOFOLE

Mentre si attende, entro poche settimane, l’apertura dell’isola sull’Adda, a Traona, che la Comunità Montana di Morbegno ha reso raggiungibile e transitabile, si sta completando il progetto di valorizzazione e di promozione del castello di Domofole, a Mello. Già di proprietà dell’ente, l’antico castello si trova su un poggio dal quale si gode una vista mozzafiato sul fondovalle fino al lago di Como, e, negli anni, è stato oggetto di una serie di interventi di restauro conservativo e di scavi archeologici finanziati con i fondi della Legge Valtellina. Con il successivo passaggio dell’acquisto della settecentesca chiesa di S. Elisabetta dalla Parrocchia, appena deliberato dalla Giunta esecutiva, l’intera area sarà di proprietà della Comunità Montana che potrà gestirla, dotarla di servizi e valorizzarla attraverso l’organizzazione di iniziative aperte al pubblico.
«Si tratta di un bene storico-artistico al quale teniamo molto - spiega il presidente Christian Borromini -, una testimonianza del passato che intendiamo valorizzare e promuovere. In particolare vogliamo far conoscere il castello ai residenti e ai turisti innanzitutto illuminandolo, in modo che si veda dal fondovalle, e poi organizzando degli eventi che possano richiamare un folto pubblico. Spesso nemmeno i valtellinesi conoscono il patrimonio artistico e architettonico: il nostro vuole essere un invito a scoprire l’area di Domofole».
Il castello, una fortificazione di cui si fa menzione già nell’XI secolo, di proprietà della famiglia Vicedomini, sorge a 540 metri di quota, nella frazione Consiglio, a Mello. La leggenda narra che vi soggiornò la regina Teodolinda, per certo si sa che ospitò alti funzionari del Vescovo di Como, del quale i proprietari erano feudatari. Nell’area vi sono due chiese: il rudere di quella intitolata a Maria Maddalena e quella dedicata a S. Elisabetta, ancora integra. In attesa di completare la procedura di acquisto della chiesa, l’ente comprensoriale ha sottoscritto una convenzione con il Comune di Mello per la manutenzione dell’intera area, di circa cinquemila metri quadrati, attraverso lo sfalcio dell’erba, il taglio di arbusti e rovi e la potatura, oltre alla cura dei sentieri, allo scopo di garantire l’accesso al castello in completa sicurezza. Tra i progetti di valorizzazione figurano l’installazione di pannelli informativi e l’allestimento di un’area di sosta per i visitatori.
«La fruizione non può prescindere da una regolare manutenzione dell’intera area del castello, oltre che dei sentieri per raggiungerla - spiega Giovanni De Pedrina, consigliere delegato alla Sentieristica -. La zona è particolarmente bella dal punto di vista paesaggistico e il complesso fortificato rappresenta un bene storico d’interesse, perciò stiamo operando per migliorarne la fruizione. È la meta ideale per una passeggiata domenicale, ma rappresenta anche un ambito di ricerca per le scuole. L’obiettivo che ci siamo posti con questo intervento è di allargare la conoscenza del castello e della sua storia».

sabato 25 aprile 2015

IL VALTELLINESE MATTEO VALSECCHI PRESENTA IL SUO NUOVO DOCUMENTARIO

Si chiama Matteo Valsecchi, 25 anni nato a Sondrio, diplomato nel 2012 in regia cinematografica, il ragazzo che ha prodotto quest'anno un documentario Yema e Neka (2015) selezionato nella sezione Orizzonti vicini del 63° Trento Film Festival e nel Concorso Extr'A del 25° Festival del Cinema Africano (Milano). Entrambi i festival si svolgeranno a inizio maggio.
"I protagonisti del documentario - racconta Matteo - sono due atleti, ma il documentario che ho voluto fare è molto lontano da un documentario sportivo. È un documentario su due adolescenti etiopi con un passato in orfanotrofio, che si trovano a vivere in un paesino di montagna del Trentino.
È la storia del loro riscatto, dalla sofferenza al successo, dall’Etiopia ai campionati del mondo. Il racconto del loro rapporto con il padre adottivo, della loro straordinaria famiglia di 14 persone".
Un paesino di montagna, in Trentino, ripopolato da nove ragazzi etiopi.
Adottati tutti dalla stessa coppia che ospita anche tre adulti problematici.
Due dei ragazzi, Yema e Neka, corrono. Vincono. Battono record.
Sono figli dell'altopiano africano: leggeri, veloci, resistenti.
Luisa però decide di andare via. Resta Roberto a capo della tribù.
E i due continuano a correre, tutti i giorni dell’anno, anche se c'è la neve.

"TRADITA" DI JEAN SASSON: "UN RACCONTO TOCCANTE NELLA SUA TRAGICITA'"

A partire dal 1968, anno della presa di potere del partito Baath ed inizio della scalata al vertice di Saddam Hussein (dopo il tentativo fallito del 1963), in Iraq più nessuno è al sicuro. Non si fanno distinzioni di sorta sull'età o sul sesso, sulle condizioni sociali o sul gruppo religioso di appartenenza, sull'estrazione sociale nè tanto meno sull'adesione o no al nuovo potere instauratosi nel Paese; i rastrellamenti e le costrizioni nei carceri di massima sicurezza, le torture e le privazioni per estorcere false confessioni a persone senza colpa alcuna sono all'ordine del giorno.
Persino coloro che sono aguzzini oggi potrebbero ritrovarsi vittime domani senza un plausibile motivo. La convivenza sullo stesso territorio tra sunniti, sciiti e cristiani, già molto precaria ed instabile (in tutto il territorio arabo del resto) dai tempi dell'impero ottomano ed in seguito, dopo la prima guerra mondiale sotto il dominio inglese, diviene sempre più motivo di tensioni con l'instaurazione del nuovo governo (sunnita) di Saddam. Se i Turchi nei secoli erano riusciti, nel bene e nel male (soprattutto con la forza) a tenere a bada quella situazione di convivenza forzata, con la caduta dell'impero e l'avvento degli europei (inglesi e francesi nel 1917) l'intero mondo arabo si convince di poter finalmente fondare nazioni libere e di iniziare una nuova era di garanzia dei diritti civili e di esistenza pacifica e florida.
Ma ben presto in tanti si rendono conto di essere caduti dalla padella alla brace, essendo i "nuovi padroni" interessati unicamente alle enormi risorse di quei territori e dimostrando di volerne essere i legittimi proprietari e sfruttatori. Anche per queste motivazioni in Iraq l'avvento al potere del nuovo partito Baath ed in sostanza della cricca di Saddam, all'inizio, viene accolta con "pacato entusiasmo", ma ben presto la situazione è destinata ad evolversi in maniera tragica.
Già dal 1969 molti intellettuali decidono di riparare nelle nazioni vicine (soprattutto in Giordania) e chi non può farlo vive in una situazione quotidianamente precaria. Mayada Al Askari, la protagonista di questa storia, è una giovane donna appartenente ad una famiglia agiata e banestante della borghesia Irachena che vive a Baghdad. Il nonno paterno ha combattuto accanto a Lawrence d'Arabia ed al principe Faysal contro i turchi e quello materno si è battuto per una vita intera per l'unità di tutto il mondo Arabo ed è tenuto in grande considerazione in tutti i paesi del Medio Oriente ed anche da Saddam in persona. La madre ha lavorato presso il ministero dell'istruzione ed è anch'essa stimata nelle alte sfere del nuovo governo, in parte anche per il cognome che porta.
La famiglia di Mayada decide all'inizio di rimanere nel paese, di non fuggire, fiduciosa anche delle importanti conoscienze e credendo veramente in un positivo cambiamento della situazione. Lei inizialmente scrive articoli per un giornale locale, è molto coraggiosa nel descrivere anche determinati atteggiamenti non proprio condivisibili del nuovo governo, ma nonostante questo si guadagna una certa stima persino da parte dello stesso Saddam, che la invita varie volte al palazzo presidenziale per discuere dei suoi scritti. Successivamente, usufruendo di beni di famiglia apre una sua tipografia, assume del personale ed avvia un'attività propria cercando di mantenersi sempre dentro le regole imposte da un regime che va via via facendosi sempre più ferreo ed intransigente.
E' il 1999 quando viene prelevata dal suo ufficio con accuse pretestuose e viene trasferita nel carcere di massima sicurezza femminile di Baladiyat. E' qui, nella cella 52, che conosce ed instaura un rapporto di stretta amicizia e solidarietà con altre 16 donne imprigionate come lei. Le donne ombra della cella 52, così le definisce l'autrice, persone strappate alla propria vita, ai propri parenti ed affetti (Mayada ha 2 figli piccoli), ai rispettivi lavori spesso senza motivazione alcuna.
Il racconto della coesistenza forzata di queste donne in uno spazio comune e limitato, le loro storie personali raccontate sottovoce per paura che le guardie potessero ascoltare, le continue torture subite, le violenze sessuali da parte di guardie e polizia, le speranze che tutto finisca presto, che sia solo un'errore, fanno di questo libro un documento veramente toccante nella sua tragicità. La scrittrice è una giornalista americana molto addentro le vicende del mondo Arabo che ha trascorso ben dieci anni della sua vita in Arabia Saudita e che conosce personalmente Mayada Al Askari durante un suo viaggio di lavoro in Iraq (la donna le fa da interprete per conto del ministero dell'informazione).
Dopo la liberazione dell'irakena dal carcere (grazie anche alle conoscenze di famiglia), le due donne si ritrovano in Giordania dove Mayada nel frattempo si è trasferita con la famiglia e decidono di mettere nero su bianco la tragica esperienza personale sua e di tante altre vittime innocenti, parecchie delle quali non sono riuscite a sopravvivere alle atrocità e alle privazioni imposte dal regime. Un racconto toccante che mette a nudo il senso di fragilità e di impotenza in cui ci si viene a trovare in determinate situazioni, ma anche la grande forza di volontà di reazione e di solidarietà che può trasmettere il sentirsi accomunate in un'ingiustizia.
Tradita, di Jean Sasson, Sperling & Kupfer, pagg.316, €8,92.
Mauro Rossi '59
Tirano

P.S. Della stessa autrice anche: Sulle strade del Kurdistan, Dietro il velo, Schiave.

venerdì 17 aprile 2015

GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D'AUTORE

Per il secondo anno consecutivo le biblioteche dell’alta Valtellina hanno predisposto una serie di eventi per celebrare con i propri utenti la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, indetta dall’Unesco per giovedì 23 aprile.
In orario di apertura le biblioteche di Bormio e Valdidentro ospiteranno la Festa dei libri e dei fiori: regalando un fiore alla biblioteca, gli utenti riceveranno in cambio un libro. La biblioteca di Bormio sarà aperta dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 18.30; la biblioteca di Valdidentro dalle 14.30 alle 18.30. Apertura straordinaria, invece, per la biblioteca di Valdisotto che non osserverà la giornata di chiusura ma aprirà le porte agli utenti dalle ore 14.30 alle ore 18.30.
L’iniziativa Un fiore per un libro prende spunto da una nota tradizione catalana che ha luogo proprio il 23 aprile, festa di San Giorgio: in tale occasione gli uomini regalano alle donne una rosa e il gentil sesso ricambia o anticipa il dono con un libro. Tale evento, adattato alla nostra realtà e alle biblioteche di pubblica lettura, non solo intende evocare la poesia racchiusa nei libri e coinvolgere attivamente i propri utenti; in realtà rappresenta anche un’occasione per sottolineare l’importanza del libro nella nostra vita e per ribadire come la promozione della lettura sia un obiettivo concreto per la crescita e lo sviluppo della democrazia e della comunità.
Altri due sono gli eventi organizzati in questa giornata, interamente dedicata al libro: la biblioteca di Valdisotto, alle ore 14.30, ospiterà Storie grandi e piccine, un momento di lettura ad alta voce dedicato ai bambini dai sei ai dieci anni; la biblioteca di Bormio accoglierà invece, alle ore 21.00, la presentazione del libro Un cappuccino, grazie per voce dell’autrice Rita Leone. Al termine della presentazione seguirà un momento di degustazione, curato dai volontari e dagli amici della biblioteca: questa conclusione rappresenterà un dolce raccordo tra le ricette contenute nel libro protagonista della serata e la cultura, che può diventare piacevole occasione di incontro e di confronto.

lunedì 6 aprile 2015

MAURO CATTALINI VINCE IL PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE "GIACOMO ROSINI"

L’autore di Villa di Tirano Mauro Cattalini ha vinto il premio letterario internazionale Giacomo Rosini, organizzato dall’associazione culturale Ars Venandi e la cui premiazione si è svolta sabato scorso nell’ambito della Fiera nazionale di caccia, pesca e ambiente di Riva del Garda.
"Melania", racconto tratto dal libro appena uscito di Cattalini, "Alba di neve", è arrivato al primo posto insieme a quello di Ivan Bettina Piazza. Alla premiazione, seguita dalla lettura teatrale dei testi vincitori e da una cena di gala, erano presenti i vertici trentini e nazionali della Federcaccia e dell’Uncza, i massimi esperti di fauna alpina, oltre al presidente di giuria, successore in quel ruolo del grande Mario Rigoni Stern (da cui il premio era stato inventato), l’artista Claudio Menapace.
"Storie di caccia, di vita, di uomini e donne di montagna, concorso internazionale aperto alle lingue dell’arco alpino", questo il tema. Diceva proprio Stern: "Oggi scrivere di caccia, dell’equilibrio naturale che si deve avere nell’esercizio di questa attività antica quanto l’uomo, in un tempo dove tanti si proclamano naturalisti, animalisti, anticaccia, è come andare contro corrente in un fiume impetuoso. Ma noi siamo fidenti nelle nostre buone ragioni e da quanto apprendiamo nei costanti rapporti con l’ambiente alpino".
Pensiero che il valtellinese Cattalini condivide in pieno: "Sono contento del risultato ottenuto anche in quanto rappresentante della Valtellina nel concorso. Spero con questo mio testo ad aver in minima parte contribuito a portare avanti i concetti espressi dal grande Stern ed a diffondere un po’ di più e in modo positivo la cultura della caccia e dell’ambiente".

giovedì 26 marzo 2015

I MISTERI DI PUTIN

Non ho mai nutrito nessuna stima nè ho mai provato fiducia alcuna in questa persona e se devo essere sincero con il passare degli anni la sua politica dispotica e ricattatoria mi ha sempre più convinto che rappresenti un vero e proprio pericolo per la democrazia, per il suo popolo e non solo; ma questa è solo una mia opinione personale.
Quel che è certo è che da quando lui, Vladimir Putin, ha assunto il comando della Nuova Russia nel 1999, dopo avere di fatto esautorato un Boris Eltsin ormai alla frutta, instaurando un vero e proprio stato di polizia, essere suoi antagonisti, ovvero dissentire dal suo punto di vista sia in campo politico come in quello economico, militare o di ordine pubblico, è diventata una missione molto pericolosa. Con un Parlamento quasi totalmente nelle sue mani ed un'opposizione di fatto disgregata e frammentata, chi osi avvicinarsi troppo al fuoco prima o poi si brucia. Non si contano ormai più le persone scomparse senza lasciare traccia o imprigionate senza reali motivazioni da polizia o FSB (ex KGB, che negli ultimi anni ha riaquistato il suo grande "prestigio" dei tempi migliori) quando non addirittura eliminate fisicamente o messe in condizioni di non nuocere, di fronte a quella che molti commentatori definiscono "parziale indulgenza da parte dell'Occidente nei confronti della repressione del dissenso", ma che io definirei piuttosto totale indifferenza quando non addirittura subdola deferenza per mera convenienza politica od economica.
La giornalista e reporter di Novaja Gazeta, Anna Politkowskaja, scriveva nel suo libro La Russia di Putin: "(...) non ci aiuterà certo l'Occidente, che poco si cura della politica di Putin e che invece mostra di gradire la wodka, il caviale, il gas, il petrolio, gli orsi ed un certo tipo di persone". Proprio lei fu una delle tante vittime del "nuovo corso" nella politica del paese, assassinata con cinque colpi di pistola in chiaro stile esecuzione nel centro di Mosca nell'ottobre del 2oo6. Un delitto ancora oggi, dopo una serie di processi farsa, senza mandanti accertati, non il primo e nemmeno l'ultimo. Basta leggere i suoi libri ed i suoi coraggiosi reportages dalle zone di guerra della Cecenia per rendersi conto delle atrocità e prevaricazioni fini a sé stesse commesse dall'esercito Russo verso quelle popolazioni inermi: oscenità che non hanno nulla da invidiare a quelle dei nazisti nei lager.
La categoria dei giornalisti e dei sostenitori dei diritti civili è senza dubbio la più perseguitata nella Nuova Russia se si calcola che dal 2000 ad oggi più di 200 persone tra di loro siano sparite nel nulla o eliminate o messe in grado di non dare fastidio. Solo 2 anni prima di lei, nel luglio del 2oo4, stessa sorte era toccata a Paul Klebnikov, giornalista di Forbes Russia, che nei suoi articoli e in un libro evidenziava i loschi intrecci tra politica, Stato, business e gruppi criminali assortiti. Anche in questo caso, come in quello della sua collega, si è parlato di killer caucasici (ceceni), ma ancora nessun mandante per ora.
Ma non è andata certo meglio agli avversari politici del nuovo Zar. Risale solo a poche settimane fa l'assassinio del leader dell'opposizione Boris Nemtsov in un'agguato nei pressi del Kremlino lungo una strada che è tra le più sorvegliate del mondo. Le sue uniche colpe (oltre quella di essere avversario del Capo), sono quelle di aver criticato molto severamente l'intervento Russo in Ucraina (causa oltretutto di una grave crisi interna per via delle sanzioni Internazionali) e di aver messo in evidenza gli enormi sprechi di denaro e le ruberie nell'organizzazione delle olimpiadi invernali di Sochi. "Uno degli scandali più mostruosi nella storia della Russia moderna", così li aveva definiti pochi giorni prima di morire, incolpando oligarchi e società vicine a Putin di aver rubato milioni e milioni di dollari. Anche in questo caso si è rimaterializzata la pista Cecena, che chissà come mai ricompare puntuale come un mantra in queste circostanze, ma che probabilmente è solo un facile pretesto per non scavare troppo in profondità. Ed anche in questo caso nessun mandante accertato, almeno per ora.
Non è andata di sicuro meglio nemmeno ad Alexandre Litvinenko, ex uomo di punta del KGB sezione antiterrorismo, assassinato a Londra dove era riuscito a fuggire con l'aiuto dei servizi inglesi. Un vero e proprio complotto in stile guerra fredda quello organizzato nei suoi confronti, avvelenato nel novembre 2006 con un tè a base di Polonio 210, una sostanza radioattiva che non può certo essere trattata a livello amatoriale. Solo pochi giorni prima aveva dichiarato in una conferenza che una giornalista come la Politkowskaja non poteva certo essere toccata senza l'assenso del "vertice". Sosteneva anche che molti attentati avvenuti a Mosca negli anni 1999- 2000 che avevano causato parecchie vittime civili, altro non fossero che opera dei Servizi Segreti in accordo col Potere per incolpare la Cecenia ed avere così un pretesto per l'invasione del Paese caucasico.
Stessa fine quantomeno misteriosa è toccata ad un altro "oppositore" di Putin. Boris Berezovsky, oligarca miliardario nella Nuova Russia, era entrato in disaccordo con lo Zar dopo averne sostenuto la nomina alla presidenza. Espatriato in Inghilterra fu trovato morto impiccato in casa sua, ma nessun giudice riuscì a stabilire se si trattasse di omicidio o suicidio. Costretto ad emigrare in Svizzera anche Mikhail Chodorkowskij, in quei tempi a capo della società petrolifera Yukos Oil e uno degli uomini più ricchi di Russia. Come racconta anche la Politkowskaja, fu sottoposto ad una serie incredibile di angherie e fu tenuto in carcere di massima sicurezza per più di 9 anni per il solo fatto di voler essere un'imprenditore democratico e fuori dai giri sporchi. A conoscienza di parecchi "giochi loschi" del Potere centrale ai più alti livelli, rappresenta a tutt'oggi un pericolo vagante per il Cremlino, che lo ritiene in grado di descrivere con precisione "la corruzione e il nichilismo del petrol-stato in stile KGB che Putin ha messo in piedi dalla sua ascesa al potere".
L'ex campione di scacchi Garry Kasparov, attivista per i diritti civili, è un'altro "nemico" del nuovo Stato e che ha deciso di andarsene per "evitare il peggio", come ha dichiarato. "In Russia la democrazia è stata uccisa come chi ha tentato di proteggerla", ha ripetuto più volte schierandosi contro la "tirannia" di Putin. Queste sono solo alcune (le più note) tra le innumerevoli vittime di un sistema strutturato a immagine e somiglianza del suo leader, un'uomo già capo del KGB, con un ego smisurato ed altrettanto smisurate mire espansionistiche e sete di potere, anti-europeista per eccellenza che simpatizza (ricambiato) e foraggia vari pseudo-movimenti anche xenofobi sparsi per tutta Europa; ha potere decisionale in ogni settore e nessun rispetto per i diritti civili in generale e del suo popolo in particolare.
"La menzogna globale orchestrata dai funzionari di Stato in favore di una giusta immagine della Russia di Putin sta degenerando in una tragedia tale che affonderebbe una portaerei, per quanto solida potesse sembrare da fuori"; questo scriveva la giornalista Politkowskaja, annunciando nel contempo ulteriori "novità scottanti" riguado al conflitto nel Caucaso meridionale ed in Cecenia in particolare. Questo solo poche settimane prima di morire.
Rossi Mauro 59
Tirano

martedì 17 marzo 2015

"LA TERRA DI NESSUNO", PRIMO ROMANZO DEL VALTELLINESE DOLZADELLI

Gabriele Dolzadelli, giovane autore di Chiavenna di 26 anni, ha recentemente pubblicato un romanzo dal titolo “La terra di nessuno”, primo volume di una saga intitolata “Jolly Roger”.
Ambientato nel 1670, narra le vicende di un giovane irlandese di nome Sid, che intraprende un lungo viaggio verso il Mar dei Caraibi alla ricerca del fratello Alexander. Il viaggo lo porterà fino all'isola di Puerto Dorado, piccolo fazzoletto di terra conteso dalle principali potenze europee dell'epoca (Francia, Inghilterra ed Olanda) che ben 9 anni prima si erano alleate per spodestare gli spagnoli dalla colonia.
Sid scoprirà presto come Puerto Dorado nasconde un misterioso segreto e che la scomparsa di Alex ne è strettamente collegata. Intrighi, complotti e sotterfugi farciranno le giornate caraibiche dei protagonisti, mentre una nave pirata ancorata all'orizzonte attende con pazienza la propria occasione.
Per ulteriori informazioni sull'autore e sull'opera clicca qui.

mercoledì 4 marzo 2015

AL MUSEO DI BORMIO LA I GUERRA MONDIALE RACCONTATA TRA MUSICA E CANTI POPOLARI

Sabato 28 febbraio il Museo civico di Bormio ha ospitato il primo di una serie di appuntamenti dedicati al centenario della Prima Guerra Mondiale.
Lo spettacolo musicale, Storia di Decimo, ha fatto sì che il salone d’onore del museo fosse pervaso dalle note del pianoforte di Matteo Bertolina e della chitarra di Valentina Gianoli, nonché dalle parole cantate da Valentina. Come moderni aedi i due musicisti hanno raccolto i canti popolari della Prima Guerra Mondiale e ricostruito, attraverso essi, un percorso di emozioni, di parole e di silenzi.
Per il pubblico presente in sala il viaggio ha preso avvio con una cartolina lasciata prima dello spettacolo su ogni seduta: Il breve testo riportato (Trincea di raggi, maledizioni, quanti fratelli son morti lassù! Finirà dunque ‘sta flagellazione? Di questa guerra non se ne parli più. Scrivetemi, saluti cari) recava la firma di Decimo, nonno di un bimbo a cui era solito raccontare storie e vicende vissute.
La preferita dal piccolo era quella della Grande Guerra perché quando affrontava questo tema il nonno non parlava, ma ne ripercorreva le tristi vicende attraverso le melodie nate in quel periodo bellicoso. I canti di nonno Decimo, proposti dai due giovani musicisti, hanno consentito di entrare in una nuova dimensione, quella della guerra vissuta dal popolo, scandita dalla fame, dal freddo, dalla nostalgia e dalla morte.
La conclusione della serata ha sottolineato come nessuno si possa chiamar fuori di fronte a questi drammi. Matteo e Valentina hanno invitato i presenti a cantare le popolari strofe di Monte Canino: parole e voci hanno scosso le corde più intime, facendo riflettere il pubblico sul non senso della Guerra Bianca e di tutte le guerre.

sabato 28 febbraio 2015

IN LIBRERIA "LA STENOGRAFA" DI VIVIEN SPITZ

Non fu solamente il terribile ZYKLON B usato nelle camere a gas, così come non furono solamente i lavori forzati e le epidemie, la costante scarsità di cibo e di acqua o le disumane condizioni igieniche alle quali venivano costretti, le cause della "liquidazione"di milioni di prigionieri nei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Ebrei, zingari, malati di mente, gay e lesbiche, Slavi e Russi, invalidi e prostitute, preti che non si piegavano all'ideologia del Reich, tutti "esseri subumani, inutili bocche da sfamare", come venivano considerate dai Tedeschi. Contribuirono a quella carneficina, ed in maniera assai rilevante, anche gli innumerevoli esperimenti medici e di genetica, vere e proprie torture cui venivano sottoposti molti prigionieri in nome di una assurda ed irrealizzabile ricerca della Razza Suprema. Atrocità che solo menti abbiette e depravate poterono concepire. Esperimenti condotti nei lager da esimi scienziati e medici in netto dispregio del Giuramento di Ippocrate e di tutti i Trattati Internazionali sui diritti umani in materia di sperimentazione scientifica, vigenti anche in Germania sino al 1933, l'anno della presa di potere di Hitler.
Ma soprattutto in dispregio della vita umana. A partire dall'autunno del '45 e per la durata di 4 anni si svolse a Norimberga il famoso processo ai criminali di guerra nazisti davanti a una corte di giudici e procuratori degli Stati Uniti. Per la verità furono dodici i procedimenti che, oltre a quello più noto ai gerarchi, videro davanti alla sbarra anche i medici per l'appunto, e poi membri dello stato maggiore di esercito e aeronautica, giudici ed esponenti dei vari ministeri.
Nel 1945 l'autrice ha 22 anni ed ha appena iniziato il suo lavoro di stenografa presso vari tribunali negli Stati Uniti quando decide ed ottiene il permesso di trasferirsi in Germania per poter lavorare ai processi. Sarà un'esperienza unica, pure se sotto molti aspetti difficile, dolorosa e anche pericolosa, degna di grande coraggio e forza di volontà. Un'esperienza che le cambierà la vita.
Non è facile vivere in una città completamente distrutta dalle bombe senza corrente elettrica e acqua potabile, con le strade ancora piene di cadaveri e nella quale gli Alleati presenti, civili o militari che siano, sono minacciati costantemante dalle bande di nostalgici ancora attive e nascoste nei sotterranei e nelle cantine sempre pronti alla rappresaglia. In questo libro si racconta del processo ai medici ed agli scienziati che scelsero di collaborare con i Nazisti, chi per ideale, chi per convenienza economica e chi per paura o per puro sadismo, ma sempre consapevoli delle tragedie che andavano provocando. Una testimonianza veramente notevole e ricca di documenti e deposizioni trascritte di vittime ed aguzzini, riportate con grande passione, precisione e lucidità.
Già nel 1940 Hitler ed il suo fedele capo delle SS e ministro dell'interno del Reich Himmler (suicidatosi prima del processo), assieme ai vertici dei dipartimenti dell'esercito e della Luftwaffe (aeronautica militare), iniziarono la messa a punto di un piano che consentisse di trovare dei rimedi per i militari feriti in combattimento, o comunque venutisi a trovare in situazioni "estreme" (permanenza in acqua di mare gelata o al freddo, in mancanza di ossigeno o in preda a epidemie, fratture o perdita di sangue). Le cavie non mancavano, e da Dacau ad Auschwitz a Buchenwald centinaia di migliaia di persone innocenti subirono sofferenze indicibli nei "laboratori" gestiti da medici delle migliori famiglie tedesche e delle più prestigiose università statali.
Immersioni in vasche di acqua e ghiaccio per svariate ore per calcolare tempi di resistenza, permanenza nudi a temperature sotto lo zero per studiare le reazioni di cuore e cervello, simulazioni di ambienti ad altissima pressione o di vuoto totale, asportazione di ossa, muscoli o tessuti per eventuali reimpianti su soldati o piloti, sterilizzazioni o addirittura castrazioni, tutto nel nome della Patria e della Razza e nella maggior parte dei casi senza alcuna forma di anestesia. I tristemente noti esperimenti di genetica del dottor Mengele (che riuscì a fuggire in Sud America prima del processo) e del suo staff sulle coppie di gemelli, la contaminazione con virus del tifo, le trasfusioni con sangue infetto di malaria, gli esperimenti con gas Mostarda o con sulfamidici, sono solo alcune delle atrocità perpetrate su persone che "non valeva la pena mantenere in vita", secondo l'ideologia per cui la malattia era presente nel corpo dello Stato a causa di "un'invasione di esseri di sangue inferiore che ne avrebbe diminuito la purezza.
Inutile ricordare che in nessun caso si ottennero risultati scientificamente "utili" per gli scopi che si perseguivano, ma la perdita di vite umane fu senza dubbio molto elevata. Le testimonianze dei carnefici in nessun caso rivelano segni di pentimento o di rimorso e ravvedimento, anzi il più delle volte si dichiararono veramente convinti di aver agito a fin di bene e nel giusto.
Al suo rientro in patria dopo quasi 2 anni, l'autrice è un'altra persona, l'esperienza ha lasciato il segno e benché più di una volta durante le udienze avesse pensato di rinunciare, ora la sua vita ha uno scopo ben preciso: mai più devono verificarsi simili tragedie. Pur continuando nel suo lavoro nei tribunali americani, nel corso degli anni inizia ad indire convegni sull'Olocausto in varie università, dà vita a fondazioni, partecipa a congressi in varie parti del mondo. Conosce Elie Wiesel e la fondazione di Steeven Spielberg, il presidente Carter e vari personaggi famosi impegnati come lei nel contrastare il negazionismo ancora purtroppo molto presente in alcuni settori della società non solo in Europa, ma anche nel suo paese.
E poi scrive questo libro, pagine da leggere per riflettere, per imparare e per non dimenticare. Primo Levi, uno dei pochi italiani sopravvissuti al lager di Auschwitz, raccontò come la sensazione più atroce stesse nel fatto che prima di essere privato della vita ti sentivi completamente depredato dell'anima, riducendoti come un'involucro vuoto senza più sentimenti nè gioie nè dolori. Si, è importante conosciere per non dimenticare.
Rossi Mauro 59
Tirano

domenica 22 febbraio 2015

AMBIENTATO IN APRICA PARTE DEL NUOVO LIBRO DI FERRARIO, "L'ANTIQUARIO DI BRERA"

“L’antiquario di Brera”, il nuovo romanzo di Ippolito Edmondo Ferrario è un’appassionante tour della città meneghina, guidati da un antieroico protagonista in un noir avvincente e misterioso che getta una luce diversa su una vicenda realmente accaduta, lo sconcertante caso di Vincenzo Verzeni, l’uomo che Cesare Lombroso definì un “sadico sessuale, vampiro, divoratore di carne umana” uno dei più sanguinari serial killer italiani, che per anni seminò morte e terrore nelle campagne del suo paese natale, dove morì in circostanze misteriose il 31 dicembre del 1918.
Neri Pisani Dossi, classe 1954, illustre antiquario milanese con un burrascoso passato da sanbabilino, si ritrova a fare i conti con la terrificante eredità lasciata dal Verzeni: un oggetto che ha attraversato quasi un secolo di storia, per il quale in molti sono disposti ad uccidere.
Xenofobo, iracondo e con forte inclinazione per le pratiche sadomasochiste, Neri però è anche capace di grandi ed inaspettati slanci di umanità.
Ippolito Edmondo Ferrario confida: “Tutta la vicenda - trama a parte - ha riferimenti precisi nella realtà. A cominciare dalla bottega del protagonista, che è quella di Aliprandi Antichità di via Madonnina al 9, passando per tutti i personaggi del quartiere in cui vivo, Brera, (Antonio Cipriano del Bar Gelateria Toldo, Massimiliano Biagiotti del Caffè del Carmine, l'oste Gualtiero Panciroli del ristorante Rovello 18 e molti altri) che si sono prestati con gentilezza ed entusiasmo ad entrare a far parte di questo libro, calzando i panni dei miei personaggi. Parte del romanzo è poi ambientata nella località turistica di Aprica, in provincia di Sondrio, dove anche qui mi sono permesso di utilizzare personaggi reali che il lettore potrà facilmente riconoscere”.

venerdì 20 febbraio 2015

GIOVANE DI CHIURO VINCE L'XI CONCORSO INTERNAZIONALE "CASTELLO DI DUINO"

Una giovane autrice italiana, Michela Pusterla di Chiuro, con la poesia “Ballata slava della guerra e della pace”, ha vinto la medaglia della Presidenza della Repubblica all’11/a edizione del Concorso Internazionale di Poesia e Teatro “Castello di Duino”, patrocinato dall’Unesco.
Il concorso, riservato ai poeti fino ai 30 anni di età, con una graduatoria speciale per i giovanissimi, una sezione riservata alle scuole e una sezione teatrale, ha coinvolto 11.000 giovani e, sul tema del viaggio, 900 partecipanti da 90 Paesi.
Va a un’autrice slovena invece il primo premio del concorso, 500 euro vinti da Klara Katarina Rupert con “Pismo domov, izpod dežnika” (Lettera ai familiari da sotto l’ombrello). E’ brasiliano il secondo classificato, Antonio Pedro Faro, con “Passante” vince 500 euro; ex aequo il terzo posto, con la rumena Victoria Tudor, con la poesia “Noaptea e inca departe” (La notte non è ancora venuta) e la polacca Agnieszka Zadlo Jadczak, con “Adryatik” (Adriatico), aggiudicandosi 250 euro ciascuna. I giovani autori dal 17 al 22 marzo parteciperanno a Trieste agli incontri in calendario per la “Festa della letteratura e della poesia”, con la cerimonia di premiazione del concorso, al Castello di Duino.
Michela Pusterla ha vissuto fino a 19 anni a Castionetto, in Valtellina. Attualmente risiede a Bologna, dove si è laureata in Lettere Moderne e sta proseguendo gli studi in quel campo. E' allieva del Collegio Superiore e rappresentante degli studenti. Durante la laurea triennale ha studiato per un periodo in Galles e per un periodo a Parigi, all'École Normale Supérieure. L'anno prossimo si trasferirà per un anno di studio in California. Si interessa soprattutto di oralità, dell'arte di cantare storie e delle sue declinazioni nel mondo di oggi. Ha scritto un libro di racconti, di prossima pubblicazione, corredato con i disegni di Beatrice Nicolini. E' attivista di Amnesty International e le tematiche che le stanno più a cuore sono i diritti e le storie dei migranti e i diritti e le storie degli esseri umani in generale.
“La poesia “Ballata slava della guerra e della pace” - racconta - è stata scritta al ritorno da un viaggio in Bosnia che ho fatto qualche mese fa con l'associazione "Tenda per la pace e i diritti" di Staranzano. Siamo stati a Pocitelj, Mostar, Sarajevo, Potocari, Srebrenica, Tuzla. La poesia è una "recollection in tranquillity" di certe immagini di quel viaggio, uno dei più belli che abbia mai fatto. E' in forma di ballata tradizionale, stando alla metrica e allo schema di rime, che però ho poi usato più liberamente. Amo le ballate e ho scritte tre finora: la Ballata dei Migranti, che verrà pubblicata nell'antologia bolognese di poesia "Sotto il cielo di Lampedusa", la Ballata delle Sorelle in Partenza e questa”. “Quando mi è stato comunicato che avevo vinto – prosegue - Napolitano aveva appena rassegnato le dimissioni e quindi la mia medaglia era un po' vacante. Non ho ancora capito bene di cosa si tratti: davvero si può ricevere una medaglia per una poesia? Ma è bellissimo”.
A giudicare questi poeti, valutandone le poesie nella loro lingua madre, è stata una giuria internazionale composta da critici letterari, poeti e docenti universitari di letterature comparate: Cristina Benussi, Marji Čuk, Arben Dedja, Antonio Della Rocca, Pietro U. Dini, Julius Franzot, Franco Gatti, Irini Karavalaki, Tomaso Kemeny, Giancarlo Micheli, Isabella Panfido, Sandro Pecchiari, Ana Cecilia Prenz, Lili Radoeva Destradi, Marina Bartolucci Sedmak, Iza Strselecka e Anna Zoppellari.

venerdì 30 gennaio 2015

REGOLE PIU' SEVERE PER LA REALIZZAZIONE DEI LUOGHI DI CULTO

Via libera con i voti favorevoli dei gruppi di maggioranza (contrari PD, Patto Civico e Movimento 5Stelle) al provvedimento che modifica la legge regionale urbanistica n°12 in relazione alla pianificazione dei luoghi di culto religiosi.
Rispetto al testo approvato in Commissione Territorio, in seguito a tre distinti emendamenti presentati dal relatore Anelli e dall’Assessore Viviana Beccalossi, è stata reintrodotta “la facoltà per i Comuni di indire referendum nel rispetto delle previsioni statutarie e dell’ordinamento statale”; le nuove realizzazioni di culto dovranno avere congruità non solo architettonica ma anche dimensionale con le caratteristiche del paesaggio lombardo così come individuate nei Piani Territoriali Regionali; per consentire ai Comuni la corretta applicazione delle disposizioni di questa legge, viene istituita e nominata con provvedimento di Giunta regionale una Consulta regionale per il rilascio di parere preventivo e obbligatorio.
Infine viene precisato che le nuove disposizioni approvate per la realizzazione di edifici di culto si applicano non solo agli Enti delle altre confessioni religiose che hanno stipulato un’intesa con lo Stato, ma anche a quelle confessioni religiose che abbiano presenza diffusa, organizzata e consistente a livello territoriale e un significativo insediamento nell’ambito del Comune interessato e i cui statuti esprimono chiaramente “il carattere religioso delle loro finalità istituzionali nel rispetto dei principi e dei valori della Costituzione”.
Altri requisiti richiesti sono l’installazione esterna di telecamere direttamente collegate con la Questura, la presenza di strade di collegamento e opere di urbanizzazione primaria adeguate, la presenza di aree destinate a parcheggio in misura almeno doppia rispetto alla superficie del pavimento dell’edificio di culto, distanze adeguate tra i diversi luoghi di culto e l’obbligo preventivo per i Comuni di procedere alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS).
In aula il consigliere regionale del M5S Eugenio Casalino, ha spiegato: “Nonostante i profili di incostituzionalità siano stati ammorbiditi all’ultimo minuto dalla maggioranza, quanto approvato dal consiglio regionale è un capolavoro di paranoia legislativa. Oltre che inutile, è un pasticcio urbanistico e legislativo che burocratizza all’inverosimile l’apertura di tutti i nuovi luoghi di culto invadendo competenze statali, ledendo liberta' costituzionali e ledendo l'autonomia dei Comuni che gia' avevano tutti gli strumenti urbanistici per discutere con la propria cittadinanza progetti di nuove attrezzature religiose.
Con questa legge la maggioranza criminalizza tutti i 420 mila musulmani che lavorano e risiedono regolarmente in Lombardia vendendo il mito che impedire nuove moschee significa avere piu' sicurezza. Come se impedire la costruzione di moschee regolari potesse fermare i terroristi. In Lombardia ci sono 700 centri di preghiera irregolari che la Lega vorrebbe costretti alle catacombe come i primi cristiani secoli fa. La sbornia propagandistica della Lega, contagiando tutta la maggioranza, produce mostri come questo provvedimento”.

martedì 20 gennaio 2015

UN'ARTISTA DI LIVIGNO VINCE IL FESTIVAL RUSSO DI SCULTURE DI NEVEe

C’è un pizzico di Livigno nelle opere che sono state realizzate durante il festival di sculture di neve e ghiaccio di Perm, in Russia, a cui hanno partecipato artisti provenienti dalla Russia e dal resto del mondo (Europa, Cina, Argentina, Lettonia, Malesia, Thailandia). Vania Cusini, artista locale già autrice del Livin’Ice Park di Livigno sia in versione invernale che estiva e ideatrice della rassegna di sculture di legno Wood’n Art, è stata convocata per rappresentare l’Italia alla 20esima edizione della Russian Cup of Snow and Ice Zimniy Vernissage, che ha avuto come tema “La mia Piccola Patria”.
Vania ha vinto il primo premio con una scultura di neve dal titolo “Storie italiane” in cui l’Italia è rappresentata da pagine innevate che simboleggiano la cultura, la storia, l’arte, la scienza, il latino, la saggezza e un pizzico di Livigno.
“Conoscevo già questo importante evento e nel 2013 mi è venuto il desiderio di partecipare e soprattutto confrontarmi con altri artisti provenienti da tutto il mondo - ha detto Vania Cusini - La mia ‘piccola patria’ è il posto in cui vivo: Livigno. Un paese con un passato fatto di sviluppo commerciale, turistico, culturale. Livigno è una piccola patria fatta di gente viva, attiva, che lavora molto, che dà valore alla famiglia e alla comunità. La mia piccola patria è la mia famiglia, i miei bambini, la creatività che si respira a casa mia. Livigno è anche il paese dove nascono i sogni, ma si fermano o rimangono nascosti tra le sue montagne. Tante storie, tanti segreti raccolti in tanti libri: alcuni letti, vissuti, sfogliati, altri lasciati lì a chi forse ha il desiderio di conoscere o di mettersi in gioco. Libri che stanno in equilibrio o lo cercano”.
Il tema della scultura di Vania Cusini è quello del libro e delle storie che in esso rivivono. Si tratta di libri accatastati, alcuni aperti, altri chiusi. Milioni di parole, lettere, punti, virgole contenuti nei libri, sogni, desideri che si rincorrono all'interno. Sono romanzi, poesie, studi e ipotesi, dove la forza plastica della scultura dialoga con il contenuto, creando un gioco di luci e ombre tipiche dei segreti, del mistero e delle storie di una narrazione. Vania Cusini ha realizzato la sua opera con Lidia Viganò.

venerdì 16 gennaio 2015

SONDALO, IN SCADENZA IL BANDO DI CONCORSO DI POESIA DIALETTALE

Il 31 gennaio 2015 scade il bando della IV edizione del Concorso di poesia dialettale per la Provincia di Sondrio, Valposchiavo e Val Bregaglia, indetto dal Comune di Sondalo con il patrocinio della Provincia di Sondrio e Comunità Montana AV e la collaborazione del Centro Studi Storici Alta Valtellina e associazione Amici della Musica di Sondalo.
Per tutti gli interessati che vogliono partecipare al bando, rimangono ancora 15 giorni di tempo per presentare i proprio elaborati, secondo le modalità riportate nel bando.
"La scelta di continuare nella felice esperienza, - ha detto Luca Della valle, Assessore alla Cultura di Sondalo - è supportata anche dai numeri e dalla qualità delle poesie pervenute nelle prime tre edizioni. Nell’ultima si è raggiunta la quota di ben 49 partecipanti. Il dialetto - ha concluso - ancora una volta si è dimostrato un idioma flessibile e plasmabile, capace di rendere tutte le situazioni dell’animo umano, dal riso al pianto, dalle situazioni tragicomiche al più commovente intimismo".
Per maggiori informazioni è possibile scaricare il bando completo sulla pagine internet del Comune di Sondalo: www.comune.sondalo.it.

giovedì 8 gennaio 2015

GABINÀT, TRADIZIONE DELL’EPIFANIA IN ALTA VALTELLINA

La tradizione del gabinàt sembra derivare dalla Baviera dove alla vigilia di Natale, Capodanno e l’Epifania i ragazzi più poveri cantavano motivi sacri davanti alle abitazioni dei più abbienti per ricevere regali.
La sua origine sembra confermata dalla stessa etimologia del termine (dal tedesco Gaben Nacht, notte dei doni) ed è un’esclamazione che si lancia dai vespri della vigilia sino a quelli del giorno dell’Epifania, a quanti si ha occasione di incontrare per la via o nelle case, cercando sempre di non lasciarsi prevenire.
In Alta Valle, il giorno dell’Epifania è tradizione. Questa usanza, almeno un tempo, coinvolgeva interi paesi e vedeva tutti gli abitanti in competizione tra loro: era una vera e propria sfida vinta da chi precedeva l’altro nell’esclamare gabinàt!
Chi perdeva doveva quindi pagar pegno al vincitore, in genere con qualche dolce o una manciata di frutta secca. Un tempo vincere il gabinàt poteva significare anche guadagnare bottini importanti. Il gabinàt diveniva quindi anche oggetto di scommesse tra i giovani (méter su il gabinàt) che stabilivano in anticipo quale avrebbe dovuto essere il premio in gioco.
Per vincerlo si adottavano quindi le più ingegnose strategie: appostamenti, travestimenti, finte malattie... L’inizio della competizione variava da paese a paese: A Santa Caterina, per esempio, ha inizio allo scoccare della mezzanotte, mentre a Tirano dalle ore 15.00. Essenziale doveva comunque essere l’effetto sorpresa, indispensabile per conseguire la vittoria. Pertanto, ai tempi in cui la diffidenza verso il mondo non faceva ancora chiudere le porte a chiave, non si esitava ad entrare di soppiatto nelle case.
Proprio per non far torto ai bambini, a Valfurva, per esempio, in ogni casa venivano preparati dei piccoli doni costituiti da fazzoletti da naso (panét del nas) contenenti caramelle o frutta secca da consegnar loro qualora avessero fatto intrusione con la fatidica esclamazione. In Valfurva i bambini dovevano vincere il gabinàt ai propri padrini di battesimo. Il debito doveva comunque essere pagato entro il 17 gennaio, festa di S. Antonio Abate e inizio del Carnevale. Vi era tuttavia anche chi non rispettava le regole e alla parola gabinàt si sottraeva al doveroso pagamento replicando “tira la coa al gat!” (tira la coda al gatto).
Il gabinàt è una tradizione fortemente radicata in Alta Valle, ancora oggi! Soprattutto i più piccoli, percorrono le vie dei nostri paesi cercando di vincere il gabinàt a parenti, amici e ai negozianti della zona.

venerdì 12 dicembre 2014

PRESENTATO IL CALENDARIO 2015 DELLA POLIZIA DI STATO

E’ stato presentato ieri presso la Scuola Superiore di Polizia il calendario 2015 della Polizia di Stato realizzato con gli scatti del tre volte premio Oscar Vittorio Storaro.
Si tratta di un calendario che rompe la tradizione dei calendari della Polizia, raccogliendo dodici scatti d’autore con cui il maestro ha deciso di rappresentare il tema delle abilità che il poliziotto quotidianamente mette al servizio del cittadino.
Attraverso uno stile artistico classico e a lui congeniale, Storaro gioca con le trasparenze per mostrare il dettaglio, il particolare e il tutto, in un’unica immagine. Come un regista, dissolve le immagini e le sovrappone, usa la luce puntiforme per tagliare le ombre come una lama e disegnare sagome di donne e uomini della Polizia di Stato in ambientazioni fisiche e spirituali, reali e oniriche.
Il Capo della Polizia, prefetto Alessandro Pansa, per l’occasione ha dichiarato: “L’idea alla base di questo Calendario 2015 è che la Polizia di Stato – attraverso il lavoro delle sue donne e dei suoi uomini – esprime una gamma di qualità e di abilità che vanno ben al di là della sia pure indispensabile azione di prevenzione e perseguimento dei reati.
Oggi la Polizia di Stato possiede il know-how di un’azienda in grado di affrontare tutte le più complesse e sofisticate sfide della modernità, ma non dimentica la pratica delle più importanti virtù umane e civili. Questo è il mix interpretato da Storaro”.
La vendita del calendario ha permesso di ricavare 110.000 euro che verranno devoluti al progetto Unicef “Nutrizione per i bambini vittime dell’emergenza umanitaria nella Repubblica Centro Africana”. Salgono a 1.998.000 euro i ricavati delle vendite dei calendari della Polizia e devoluti ai progetti Unicef nel corso degli ultimi anni.

martedì 9 dicembre 2014

CIRCOLO DELLA PIPA VALTELLINA, GEMELLAGGIO CON L'IRLANDA

Importante riconoscimento per un pub privato di Villa di Tirano, l'Ulysses, che ha ottenuto il gemellaggio ufficiale con l'O'Donoghue's, lo storico pub di Dublino creato nel 1934 che ha tenuto a battesimo la formazione e la crescita musicale dei mitici Dubliners.
L'Ulysses, banco bar interamente realizzato in legno di larice antico dall'artista artigiano Mauro Cattalini su idea di Marco Quaroni Pinchetti, richiama lo stile classico e Irish in tutto e dopo la sua inaugurazione nel 2013 è subito divenuto sede della nuova associazione Circolo della Pipa Valtellina.
Questo gemellaggio - i pub storici in Irlanda non concedono tale privilegio a tutti i richiedenti - è testimoniato da un documento ufficiale sottoscritto da entrambi i pub e dalla foto della stretta di mano fra i rappresentanti dei due locali, scattata in ottobre nella capitale irlandese.
La settimana scorsa all'Ulysses il Circolo della Pipa Valtellina al completo ha festeggiato il riconoscimento affiggendo il documento ufficiale e proponendo una selezione di filmati musicali girati proprio all'interno dell'O'Donoghue's pub nel corso del ‘900, con protagonisti i Dubliners. La cena successiva è stata a base di spezzatino di daino alla Guinness.
Tanti sono gli appuntamenti che il Circolo della Pipa ha in cantiere all'Ulysses nei prossimi mesi, come tanti sono quelli già proposti nel corso di questi quasi due anni di vita. Si va dai concerti dal vivo, alle serate tematiche (quella di San Patrizio, patrono d'Irlanda, su tutte) fino al cineforum, alla presentazione di libri e alle letture teatrali.
Uno spicchio di bellezza in più che certamente potrà diventare un punto di riferimento culturale per l'intera Valtellina. Attenzione: l'Ulysses non è, al momento, un locale pubblico. Ma per poter partecipare alle serate basta associarsi al Circolo della Pipa Valtellina e fare apposita richiesta ai fondatori. Il Circolo della Pipa è su Facebook.

venerdì 5 dicembre 2014

LO SPAZIO ADOLESCENTI COMPIE 10 ANNI

Lo Spazio Adolescenti, il luogo di ascolto aperto nel 2004 a Sondrio e successivamente negli altri consultori di Bormio, Chiavenna, Tirano e Morbegno compie 10 anni.
Come tutti i servizi rivolti ai ragazzi dai 14 fino al compimento dei 21 anni, è gratuito. E’ uno spazio a libero accesso, aperto in orari dedicati, dove un operatore accoglie le domande degli adolescenti che sentono il bisogno di approfondire e chiarire aspetti riguardanti la loro crescita. Laddove necessario le richieste vengono indirizzate  ad altre figure professionali del Consultorio.
L’apertura di questi spazi risponde alla modalità di approccio ai servizi degli adolescenti che spesso non utilizzano il canale formale dell’accesso su prenotazione, ma usano presentarsi su un bisogno contingente.  In Consultorio i ragazzi possono poi avere, su appuntamento, consulenze psicosociali (problematiche riguardanti la relazione con sé e l’altro), e prestazioni sanitarie (contraccezione, corretti stili di vita, prevenzione e cura).
Il Consultorio è diventato nel tempo un servizio di riferimento per gli adolescenti anche attraverso i progetti di educazione affettiva e sessuale che vengono annualmente proposti nelle scuole medie e superiori . Insegnanti e ragazzi a volte richiedono anche il nostro intervento per le assemblee di istituto che diventano per noi l’occasione di costruire un percorso con i giovani su tematiche per loro particolarmente significative.
Ad aprile di quest’anno abbiamo aperto anche un Sito e una pagina facebook per offrire ascolto, promuovere scambio e confronto, dare risposte sui temi peculiari dell’età con un mezzo comunicativo più vicino agli adolescenti.
Le offerte sono diversificate, ma tutte sono accomunate dalla stessa finalità: promozione del benessere che per noi significa offrire, nella relazione di aiuto, informazioni scientificamente corrette, ascolto, sostegno e cura. Vogliamo accompagnare gli adolescenti a fare scelte pensate e consapevoli facendo loro scoprire le risorse che già posseggono.
Oltre agli interventi diretti sui ragazzi il CF offre spazi di consulenza personalizzata e/o in gruppo ai genitori.
Spazio Adolescenti

giovedì 27 novembre 2014

IL LIONS CLUB BORMIO COMPIE 43 ANNI

Era il 26 luglio del 1971 quando per volontà di un gruppo di persone desiderose di mettersi al servizio degli altri nacque il Lions Club Bormio.
Quest’anno il Club compie dunque i suoi primi 43 anni e ha voluto celebrare l’evento con la Charter Night che si è tenuta all’enoteca ristorante Guanella di Bormio.
Un appuntamento che ha dato l’opportunità di ricordare i principali Service che vedono quest’anno impegnato il Lions Club Bormio: i contributi alla Caritas per emergenze legate alle nuove povertà, alla scuola “Tionge” di Lusaca nello Zambia, per il concerto inaugurale “Master Class”.
Il Service di zona sull’”Abuso sui minori”, i contributi a favore della Lions Clubs International Foundation, dei cani guida, del libro parlato Lions, degli scambi giovanili, oltre agli altri Service che saranno decisi nel corso dell’anno.
Un momento importante nella vita associativa del Club che oggi annovera 31 soci, di cui 28 effettivi, 1 onorario, 1 vitalizio e 1 aggregato. Durante la Charter Night si è anche ricordato l’impegno del Club nell’organizzazione dei Campionati Nazionali di Sci Lions che si terranno nel 2016 a Bormio.
Presenti ala serata alcune delle maggiori cariche Lionistiche: i past president Letizia Ongaro e Norberto Gualteroni e il presidente di zona Ruggero Belluzzo.

UNA SERATA SUL TEMA DELLO SPRECO ALIMENTARE

In occasione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), la fattoria creativa Lunalpina, Oikos e l'EcoSchool di Triangia, con il patrocinio del Comune di Sondrio, organizzano la serata “Mi rifiuto”, sul tema dello spreco alimentare.
Giovedì 27 novembre alle ore 21.00, presso il Cinema Excelsior di Sondrio, verrà presentato il progetto Eco Saùr della Ecoschool - scuola primaria di Triangia -, a cui seguirà la proiezione dal documentario “Food” di M. Rusca (2012), un film realizzato da 23 registi provenienti da altrettanti paesi e che si sono riuniti in questo progetto con un unico obiettivo: combattere lo spreco mondiale di cibo.
Arricchiranno la serata interventi di ecotheatre per lo sviluppo di una coscienza ecologica collettiva e assaggi di ricette antispreco dalla Cucina Consapevole di Lunalpina.
L'evento nasce per sensibilizzazione sul tema degli sprechi e del loro risvolto economico, ambientale e sociale: «Il tema di questa edizione sarà la lotta allo spreco alimentare.Lo spreco alimentare è forse la forma eticamente più inaccettabile della produzione di rifiuti, perché innesca un consumo di risorse inutile e, a fronte della carenza di cibo di cui soffrono ampie aree del mondo, evidenzia un risvolto sociale ed economico fortemente ingiusto e drammatico. Il tema di quest'anno dunque ci fa riflettere sulla necessità di tutelare le risorse naturali, ma anche sull'obbligo di costruire una società giusta e civile; apre quindi una breccia nell'ambito delle povertà nel mondo e nell'incoscienza con cui il nostro insensato sistema di benessere, se basato sugli sprechi e sull'incontrollata produzione di rifiuti, sia economicamente e moralmente insostenibile.
L'obiettivo di serate come queste dunque, serve a mostrare non solo gli effetti devastanti della superficialità nell'utilizzo delle risorse alimentari, ma anche a mostrare che ciascuno può fare la sua parte, con piccoli gesti semplici e concreti. Ringrazio Lunalpina e l'Ecoschool di Triangia e chi con loro contribuisce a organizzare l'evento, davvero curioso e diverso dal solito, a cui invito a partecipare numerosi» dichiara Pierluigi Morelli, assessore all'Ambiente del Comune di Sondrio.