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mercoledì 10 aprile 2013

IN RICORDO DI GIUSEPPINA “PINA” BOMBARDIERI

GIUSEPPINA “PINA”
BOMBARDIERI
9-4-1988 - 9-4-2013

Ti ricorda con
rimpianto e tenerezza infinita.
Tua sorella.

Tirano, 9 aprile 2013
IN RICORDO DI GIUSEPPINA “PINA” BOMBARDIERI

lunedì 8 ottobre 2012

RICORDANDO ANTONIETTA

Queste belle parole di Giovanni Marchesi, raccontano una storia di vita, una vita passata per un lungo tempo, ben 42 anni, nella Casa di Riposo città di Tirano... (Di Ivan Bormolini)
Quando ho letto il necrologio di Antonietta ho pensato alla grande testimonianza che essa ha lasciato in quegli anni di permanenza presso la struttura tiranese. L’ “Uchela”,me la ricordo bene, erano gli anni della gioventù, quando tra le varie attività in oratorio, ci era stato proposto di fare un po’ di volontariato tra gli ospiti della Casa di Riposo. Una breve ma intensa esperienza, ascoltare le storie di vita di quei nonnini ti arricchiva dentro. Alla fine di ogni incontro si poteva scrivere un diario, fatto di piccole e grandi, belle e drammatiche testimonianze della vita trascorsa in quella Tirano o in quelle frazioni di un tempo passato. Antonietta era li, la incontravi in ogni angolo della Casa di Riposo, allora l’ultimo lotto, non era ancora stato costruito, e nei giardini che davano sulla via Bertacchi, all’ombra di quelle piante anche lei raccontava, ma nella sua semplicità, era sempre indaffarata in qualche attività. Molto spesso in questi ultimi tempi ci siamo trovati a raccontare storie di vita di alcuni illustri personaggi tiranesi che recentemente ci hanno lasciati, è giusto, doveroso, che anche dalle pagine del nostro giornale, si dia molto volentieri spazio, anche a quest’umile donna, non vado oltre, credo che ogni parola scritta da Giovanni Marchesi, sia più esaustiva di quant’altro io possa aggiungere”
Ivan Bormolini
Venerdì 24 agosto 2012 è mancata nella casa di Riposo di Tirano dove viveva da 42 anni Antonietta Dormia classe 1925. Con Antonietta, da molti conosciuta come l’ “Uchela” (dal “scutum” di sua mamma che proveniva da Sernio) è venuta meno l’ultima testimone di quello che è stato in Tirano “il Ricovero”. Fondato nel lontano 1896 con lo scopo di “far cessare l’accattonaggio nel territorio comunale” ha accolto per anni persone che da sole non sarebbero state in grado di badare a se stesse, ma che inserite in questa Istituzione mettendo in comune quel poco che erano in grado di fare con la direzione delle Suore e le liberalità di benefattori potevano vivere dignitosamente rispetto a quanto gli avrebbe toccato vivere rimanendo a casa loro.
Il ricordo di alcune di queste figure pare facilitato anche dalla vicinanza dell’asilo con il Ricovero per cui molti ricordano fin da bambini le emblematiche figure dei “Mutini”, il Giacomino e il Moretta che si intendevano e litigavano a gesti, che potavano la siepe dell’Asilo oppure della “Minighina di curai”.  Antonietta entrata nell’allora Ricovero di Mendicità nell’ottobre del 1970 è stata l’ultima a vivere quel tipo di esperienza che è durata ancora una ventina d’anni.
Poi queste strutture, verso gli anni ’90, hanno subito una profonda trasformazione strutturale, ma soprattutto gestionale per adeguarsi ai nuovi bisogni e alle nuove normative che di pari passo sono state emanate. Antonietta ha vissuto questa trasformazione, dal Ricovero di mendicità alla Casa di Riposo all’attuale Residenza Sanitaria Assistenziale. Quando entrò nel 1970, per parecchi anni si rendeva utile come poteva nel preparare la sala da pranzo e nel riassettarla insieme alla sua compagna - antagonista Maria Ratina già da alcuni anni scomparsa.
Antonietta aveva avuto un’infanzia e una giovinezza poco felice e, probabilmente in questo luogo, cominciò a fare esperienza “di famiglia” con l’affetto delle Suore con le quali aveva vissuto dei quali ricordava i nomi: Sr. Assunta, Sr Cesarina, Sr Santina, Sr Letizia. La trasformazione dell’organizzazione della casa e l’introduzione della figura degli animatori coincisero con il progressivo ritiro di Antonietta da attività che spettavano al personale, anche se fin che le condizioni fisiche glielo permisero era innato in lei il desiderio di fare qualcosa: dar una mano a scopare la sala da pranzo, Lavare gli stampini per fare le statue di gesso.
Iniziò così a far vita più da pensionata, partecipando sempre a tutte le attività di animazione proposte. La ricordiamo felice nel primo soggiorno presso le scuole di Baruffini nell’estate 1990 e che seguirono per alcuni anni e nei suoi primi bagni al mare sempre nell’estate 1990. Fino a che le condizioni fisiche glielo permisero era sempre pronta a salire sul pulmino per gite con qualunque meta.
Poi gli ultimi anni sulla carrozzina; si era affezionata a un bambolotto che aveva chiamato “Giuliano”: lo teneva stretto a sé, nel suo profondo forse le dava quell’affetto materno che a lei era mancato.
Questa è stata la vita di Antonietta, nulla di straordinario: una vita in parte difficile, ma semplice al tempo stesso, una vita che fa riflettere su cosa sia e cosa conti nella VITA.
Giovanni Marchesi 
[Dal numero di ottobre de "Il tiranese senza confini"]

lunedì 27 giugno 2011

LA VALTELLINA E' OCCUPATA DAI GRIGIONI

27 giugno 1512

Dal XIV secolo la Valtellina fece parte del Ducato di Milano. I vicini Svizzeri la occuparono nel 1512 e con il Giuramento di Teglio (27 giugno 1512), il territorio fu annesso ufficialmente ai domini grigioni e diviso in tre terzieri retti dal Capitano di Valle che risiedeva a Sondrio e da due podestà.

Fonte: www.archivi.beniculturali.it

lunedì 6 giugno 2011

TIRANO VIENE ANNESSA SPONTANEAMENTE AL REGNO D'ITALIA

6 giugno 1859


"... Una risonanza ben maggiore ebbe invece la vittoria franco-piemontese alla Battaglia di Magenta che spinse i consiglieri comunali di Tirano, il 6 giugno 1859, a votare un documento con il quale l'area del tiranese veniva annessa spontaneamente al nuovo stato italiano, patto suggellato pochi giorni dopo dal trionfale ingresso di Giuseppe Garibaldi, già vincitore nella Battaglia di Varese".

[Fonte: wikipedia.org]

martedì 19 aprile 2011

TIRANO: 500° ANNIVERSARIO DI UN CELEBRE MIRACOLO

Il 20 aprile 2011 si celebra il 500° anniversario di un celebre miracolo della Madonna di Tirano: la resurrezione di un bambino.

Così fu registrato il miracolo:

Jesus Mariae Filius. 1511, die Festi Resurrectionis, 20 Aprilis. Sia noto et manifesto como uno fiolo del Mariolo nomato Romedio de anni tri, chazete in una roza de aqua, et restò ne l’aqua tanto che morite, et infra una hora fu ritrovato dala dolente sua matre, al rastelo de dicta roza, et cum grandi cridi lo metete sulo prato. Et azonto il patre et vedendo lo fiolo morto, andò in la giesia et cum grande devotione fe voto in zenogione , domandando gratia ala gloriosa Vergine Maria che la se dignasse de donarge il suo fiolo vivo. Et incontanente il puto morto revisse, et de questo ne pò testifichare molte persone. (Da “Il libro dei Miracoli della Madonna di Tirano” –Saveria Masa -2004 )

Il 20 aprile del 1511, giorno di Pasqua , nel “libro dei miracoli “ della Madonna di Tirano viene registrato il miracolo forse più celebre: quello che narra la sventura successa al figliolo di tre anni di Mario Homodeo, l’uomo buono a cui apparve la beata Vergine Maria il 29 settembre del 1504.
Ecco il fatto: il bambino trovandosi nei pressi di una roggia d’acqua, cadde e annegò. La madre lo trovò morto presso una griglia, lo trasse dall’acqua e lo distese in un prato piangendo disperata. Accorse subito sul luogo il padre Mario; vide il bambino senza un alito di vita, lo prese in braccio e corse in chiesa e lo depose sull’altare della Madonna a lui apparsa. Con grandissima devozione chiese la grazia che suo figlio si riavesse. Poco dopo il bambino si risvegliò. Testimoniarono l’evento miracoloso moltissime persone presenti.

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Racconto liberamente tratto dal fatto realmente accaduto. 20 aprile 1511.
Mario Homodeo e Lisabetta sua moglie stanno andando dal mugnaio della Folliva per ritirare della farina; hanno con loro il figlioletto Romedio.

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Romedio ha quasi tre anni, è vivace e saltella come le rane della Fossola.
Quel giorno un tiepido sole fa brillare le cime innevate delle montagne della Caronella. Alcuni vecchi sono seduti a lato del ponte della Folliva, poco prima del casotto del dazio, guardano curiosi i pellegrini che passano e si divertono ad indagare da dove giungono osservando le loro guise. Sghignazzano e dicono: gli uomini bresciani portano palandrane da sembrare briganti, larghi cappelli e braghe alla zuava con scarpe fatte di cuoio e di pezza, fra di loro vi sono quelli con il collo gonfio e occhi da grandi bevitori, le loro donne sono piene di fagotti carichi di vivande e di fiaschi di vino. Salutano tutti, è gente alla buona e di grande fede. La gente di Como e di Milano la si capisce dal loro portamento altero,non guardano i bifolchi, tirano diritto sino alla cappella della Apparizione, si inginocchiano, pregano in silenzio, fanno l’offerta e se ne vanno. La gente dell’alta valle la si conosce senza fallo. Quegli uomini portano cappelli a punta e piumati, palandrane nere, grossi calzettoni bianchi e calzari di legno, hanno i baffi a manubrio, sono rissosi, pretendono grazie in proporzione alle loro offerte. Le loro donne hanno sembianze orientali, portano vestiti di vario colore e sono sempre cariche di grandi gerla più dei loro muli. Ubbidiscono i loro uomini in ogni loro volere e lavorano più di loro.
Si narra che questi uomini, la sera prima di coricarsi, si facciano cantare la ninna nanna dalle loro donne, poi dolcemente vogliono essere spogliati e baciati sulla fronte come dei bambini prima di dormire. E’ gente di grande fede e difende le sue donne più dei suoi muli.
I pellegrini di Villa e di Bianzone si conoscono poiché hanno le gambe storte e non vogliono pagare il dazio al ponte della Folliva, se si arrabbiano raccolgono pietre e le tirano alla ventura sul povero disgraziato. Sono noti per le loro belle donne che tengono però serrate in casa.
Così malignano i vecchi della Ràsega seduti presso il ponte della Folliva al passare dei pellegrini.

Lisabetta e il piccolo Romedio camminano lentamente sotto il sole primaverile a lato del torrente Poschiavino, presso un torrentello che staccandosi da una traversa si incanala sino a giungere alla grande ruota del mulino della Folliva.
L’acqua corre vorticosa, il disgelo delle nevi è già cominciato.
S’ode la grande ruota del mulino girare lentamente, con un suono monotono di scrosciare d’acque. Romedio cammina da poco, ma è vivace come una cavalletta; tutto osserva e tutto vuole conoscere. Arrivano nel cortile del mulino, Mario entra nel rumoroso stanzone dove gira la macina e cerca il mugnaio. Chiede della sua farina, il mugnaio indica a gesti il sacco appoggiato a lato del muro; Mario se lo carica sulle spalle e si avvia verso casa. Lisabetta, si attarda mostrando nel cortile al figlioletto le galline, le oche e i conigli.

Il cortile del mulino è spazioso, invaso da carri e da attrezzi da lavoro per i campi; a lato del cortile si ode il rumore sempre uguale della grande ruota in legno mossa dall’acqua che fa girare la macina nel grande stanzone.
Lisabetta mostra al bimbo un coniglietto che si avvicina saltellando e poi si allontana sotto un carro, presso la roggia, Romedio lo insegue e scompare dalla vista della madre.
Il coniglietto poco dopo ricompare, ma Romedio non c’è. Lisabetta lo cerca invano, poi disperata raggiunge il mugnaio nel grande stanzone della macina.
Insieme corrono nel cortile in cerca del bambino, ma non lo trovano.
Tragico silenzio; s’ode la grande ruota del mulino fermarsi lentamente e ancora più lentamente spegnersi lo scrosciare dell’acqua sulla ruota; il mugnaio intuisce e insieme corrono alla ruota. Mai si è udito grida così angosciate in quella parte di valle.

Trovano Romedio che giace, presso la grande griglia, immerso nell’acqua gelida. La madre si getta nel canale e toglie il bambino dall’acqua e lo depone sul prato; i suoi occhi sono di ghiaccio, non respira più. E’ morto. Qualcuno cerca Mario e lo informa della disgrazia; disperato raggiunge Lisabetta. E’ ormai passata un’ora da quando Lisabetta ha tratto Romedio dall’acqua. La gente piange, nessuno sa più cosa fare, poi Lisabetta e Mario alzando gli occhi al cielo corrono verso la Folliva con Romedio in braccio.

Sul grande spiazzo della chiesa in costruzione, gli operai vedendo la gente correre, intendono che è successo una disgrazia: il lavoro si ferma.
Mario e a Lisabetta corrono presso la cappella della Apparizione; entrano e depongono il figlioletto Romedio morto annegato nelle gelide acque del canale .
Mario grida:“ Vergine Madre, mi hai detto che bene avrei avuto ; questo è bene ?
Mio figlio è morto ; è forse bene questo ? Pietà, ti chiedo pietà !! Per il bene che mi hai promesso, fallo vivere ancora! Abbi pietà! Se lo farai resuscitare, nostro figlio sarà tuo per sempre; ti servirà per tutta la sua vita in questa tempio che hai voluto. Abbi pietà!”

Tutto intorno è silenzio. S’ode solo lo scrosciare delle acque omicide del torrente Poschiavino. Alcuni pregano, altri tra mille pensieri si guardano intorno e aspettano il miracolo. Romedio è immobile steso sopra l’altare, le sue braccia pendono a lato. Mario e Lisabetta in ginocchio pregano. Ecco! D’un tratto una manina gelata di Romedio si muove, un leggero sbuffo d’acqua esce dalla bocca! E’ vivo! Mario con lo sguardo attonito si guarda intorno , poi prende Romedio tra le braccia, si toglie la casacca, lo avvolge e lo mostra alla gente radunata sullo spiazzo della chiesa. I testimoni sono più di cento, s’ode prima un brusio di grande meraviglia, poi una grande gioia invade la gente. Tutti lo vogliono toccare, ma Lisabetta prende il figlioletto tra le braccia e corre a casa.

Il miracolo è avvenuto, Romedio è stato resuscitato dalla Vergine. Mario rivolgendosi al popolo dice: Nel momento della supplica ho fatto una promessa alla Vergine, Romedio si farà sacerdote e dedicherà la sua vita in questo luogo Santo. La Vergine lo ha resuscitato e consacrato per il resto della sua vita al suo servizio. E così fu. Romedio si fece sacerdote al servizio del Santuario per tutta la sua vita.

(Dal libro “ Ai tempi di Mario Homodeo, di Ezio Maifrè
)