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sabato 5 maggio 2012

L'ULTIMO CAPITOLO: LA MORTE

ULTIMA PARTE - Da tempo l’ombra oscura della morte aveva segnato gli animi di “quelli della Selva”, pareva quasi che una tristezza con cui convivere avesse segnato i loro volti; fu il turno della “ Mutina” , seguita non so come e non so per quale segno strano del destino dalla morte del figlio, il Primo, il sacrista della parrocchiale di San Pietro Martire… (Di Ivan Bormolini)
... Madre e figlio a darsi un’ addio a distanza di pochi mesi.
Per i mei avi fu un colpo duro: abitavano porta a porta, insieme avevano condiviso una vita di lavoro e di ricordi.
Per me fu la presa di coscienza che qualcosa si stava inclinando in quel mondo fatto di cose semplici; i miei avi, iniziavano a parlare di morte, nominando per la prima volta quella oscura parola. E' vero, mi si potrà contestare, che ci si doveva pensare, farci l’abitudine, ma in cuor mio, ho sempre cercato di allontanare quell’evento.

LAMPEGGIANTI BLU SULLA STRADA PER BARUFFINI (ANDATA E RITORNO VERSO IL MORELLI)
15 AGOSTO 2001: vi sembrerà strano, vi ho parlato nelle righe introduttive di un incantesimo di vita che è andato spezzandosi; effettivamente, quelle feste di ferragosto, quelle semplici adunate famigliari della domenica, avevano da poco cessato di far breccia negli animi di “Quelli della Selva”; la vecchia, pur vissuta con serenità, aveva sminuito quella sorta di collante che teneva unite tante famiglie, forse appunto la morte fu un deterrente.
Vennero a mancare quei forestieri estivi, uno per uno: il Domenico, il Luigi…
Morirono in poco tempo altri componenti di quel gruppo unito davanti a un “ciapel” di vino e ad un mazzo di carte; mancavano le voci per intonare canti d’altri tempi; mancava la vita e la vitalità: e tutti ce ne accorgemmo!!!
Fatto sta che quel 15 agosto 2001, la fiamma viva di quella piastra, piena di carne, verdure e quant’altro non si accese. Erano rimasti in pochi, avrebbero vissuto una festa di ricordi, per cui, la tradizione in quell’anno finì.
Da qualche tempo il mio avo non stava bene, era spesso sdraiato sul divanetto del salottino, poche le sue uscite verso quel sentiero degli orti, rarissime le sue visite alla vigna; tutto o quasi era in mano ai figli e all’ava che per nulla demordeva anche se preoccupata per quell’uomo un tempo pieno di vita e che ora faticava a fare le cose più semplici.
La vecchiaia e la malattia, un mix che proprio quel giorno di ferragosto lo portarono ad un inevitabile quanto duro tracollo. Lo avevo visto il giorno prima, poco o nulla lasciava presagire ad un ricovero d’urgenza; ce la faceva ancora a raccontare e raccontarsi, era seduto su quella panchina in terrazza e colloquiava con chi passava.
In quella giornata di ferragosto ero alle Canali ospite degli zii di mia moglie, una giornata di festa, insomma il tradizionale ferragosto in montagna; da quella casa si vedeva perfettamente Baruffini e più volte durante quella giornata ho pensato a quelle feste delle contrada.
La sera, davanti al falò, non so perché il mio sguardo è ancora andato a cercare Baruffini, dalla strada che da Tirano porta nella soliva frazione. I lampeggianti blu di un’ambulanza mi colpirono, li seguii durante la salita; arrivata alle prime case di Baruffini,non vidi più quel mezzo di soccorso: controllai con attenzione che non andasse verso le contrade superiori, ma niente, uno strano senso di inquietudine, una sensazione che quell’ambulanza andasse in via Selva mi colpì.
Passava il tempo, momenti lunghi, circa mezz’ora, e poi la discesa veloce: da quel monte si gode di una vista stupenda che mi ha permesso di vedere quei lampeggianti correre verso il Morelli.
Nessuno in quella sera mi informò che su quell’ambulanza c’era il mio avo, solo la mattina dopo mia mamma mi chiamò per dirmi che quell’omino, era in rianimazione.
Si riprese ancora, ma era necessario che rimanesse in ospedale, giorno dopo giorno comunque si vedeva, si percepiva, che non avrebbe più fatto ritorno in quella sua casa della Selva.
Passarono lunghi giorni e lunghe notti, l’avo, sempre assistito dai famigliari, aveva pochissime forze; flebile era la voce di quel cantore, pochi i sorrisi sotto i baffetti.
La notte del 27 settembre c’era mio padre in ospedale, i segnali che quella vita si stava spegnendo erano evidenti da qualche giorno. Giaceva sul letto, mio padre sulla poltrona: d’un tratto alzò debolmente la mano e salutò per l’ultima volta.
Il mio primo pensiero corse all’ava, una telefonata mi fece percepire nuovamente la forza di quella donna; era lei, quella che aveva passato una vita con l’avo che rincuorava figli e nipoti.
Nel giorno e nelle ore che ci separavano dal funerale non la vidi versare una lacrima, ma sapevo che dentro di se la sofferenza era grande, immane, eppure non mostrava debolezza alcuna.
Lasciò per l’ultima volta la sua casa di via Selva, l’avo, un sabato mattina piovoso; tanta la gente che volle essere presente nella parrocchiale, un funerale concelebrato, don Tullio e don Giacomo Santelli.
Nessuno se lo aspettava, ma quel buon prete, che con gli avi e quelli della Selva aveva passato momenti felici e momenti difficili, volle esserci a dare l’ultimo saluto al cantore.
L’ultimo viaggio verso il cimitero, un turbine di pensieri, quante volte l’avo aveva percorso quella strada con la gerla in spalla, quante volte aveva preso parte alla processione della Madonna del Carmine, a quanti funerali aveva cantato quell’intenso Eterno riposo. Ora tutto era finito, la bara sotto pochi metri di terra e il pianto intenso dell’ava: in quel momento crollò l’umile donnina della Selva sotto il peso dei ricordi e dei vivi sentimenti.
MA LA VITA CONTINUAVA
Dopo la morte dell’avo la vita di sempre riprese; tanti i ricordi legati a quell’umile uomo, ma non ci si doveva perdere d’animo anche se su quella sedia in cucina o in quella panchina in piazzetta mancava una figura in più.
L’ava era l’impulso vitale, non si scoraggiò e riprese la sua vita contadina di sempre: campi, orti, e vigne, non si fermava mai nonostante la sua età; godeva di una salute di ferro.
Vani i tentativi da parte di tutti noi di dirle che non era necessario seminare tutte quelle patate o coltivare orti impervi; lei voleva che fosse così e ribadiva che la verdura non si doveva andare a comprare, ma si doveva godere quella di casa.
Passarono gli anni e le stagioni, arrivò la pronipote, la prima pronipote. La festeggiò con il suo incondizionato affetto, i suoi occhi brillavano di vita tanto che nulla avrebbe lasciato presagire che alla fine di quel mese di marzo del 2005 in una sera come tante, il suo grande cuore avrebbe cessato di battere.
Una sera come tante dicevo, e una giornata quella del 29 marzo uguale a tutte le altre, la primavera vedeva impegnata l’ava nei campi; non cercava l’aiuto di nessuno se non per i lavori più pesanti: diceva che per lei era un passatempo badare agli orti, alle galline e ai conigli.
In quel giorno andò negli orti a seminare, ma al suo ritorno disse alle amiche della contrada di sentirsi un po’ stanca e che comunque dopo cena quel terzetto o quartetto di vedove si sarebbe ritrovato nella cucina dell’ava per una partita a carte o per parlare un po’ del più e del meno.
Dopo cena, ci riferì la Rina, quella luce della cucina si spense presto, le amiche pensarono che l’ava si fosse coricata anzitempo, visto anche quella stanchezza che lamentava.
Certo che nulla lasciava presagire a nessuno che quello stato fosse l’anticamera della morte.
E’ probabile che quella stanchezza strana la indusse a coricarsi e che quel malessere aumentò all’improvviso; infatti, sul tavolo, c’era il mazzo di carte pronto per la partita, ma l’ava spense la luce e si recò in camera. Cadde a terra sul ciglio del letto: quel cuore generoso sempre propenso ad aiutare gli altri, e che ha sempre battuto forte per tutta la grande famiglia smise di battere.
Oggi mi rimane il ricordo vivo di quella donna che non esitava mai nel dimostrare un affetto forte e sincero; ricordo e faccio tesoro di ciò che in vita mi ha insegnato con semplicità e non c’è giorno che non pensi agli avi.
Ivan Bormolini

sabato 14 aprile 2012

L’EVACUAZIONE A BARUFFINI E ALCUNI RITI STAGIONALI

E’ di nuovo tempo di ricordi che il tempo non vuole e non deve cancellare... (Di Ivan Bormolini)

L’EVACUAZIONE Durante la terribile estate dell’87, quando la furia delle acque e le altre calamità portarono morte e distruzione ci trovammo tutti o quasi, a Baruffini, in quella casa piccola ma ospitale.

Non si persero d’animo gli avi e organizzarono tutto per farci stare il più comodo possibile; erano preoccupati per quello che stava succedendo alla nostra terra, ma erano contenti perché potevamo stare per un po’ tutti insieme.
Ricordo che l’avo approfittò di quella manovalanza per fare vari lavori, tagliare e immagazzinare la legna, bagnare le vigne, insomma fare anche un po’ di operazioni straordinarie che se eseguite da solo gli avrebbero richiesto tempo e maggior fatica.

Le donne erano prese nelle faccende di casa.
Naturalmente l’ava stava sempre o quasi ai fornelli, guai a intromettersi in quello che culinariamente decideva!!! Preparava persino delle laute merende.
Insomma si pensava a tornare a casa, ma si stava bene anche li anche se lo sguardo di tutti indugiava verso Tirano, una città deserta e un fiume che l’attraversava; si sperava che da quelle storiche arginature austriache non uscisse più quell’acqua fangosa, si guardava con timore a quella data in cui l’operazione della tracimazione controllata avrebbe avuto inizio.
Tutto ebbe un esito positivo, ma la sera che tornammo a Tirano c’erano degli occhi tristi, quelli degli avi.

LE GRANDI MANOVRE Ho semplicemente battezzato così quelle operazioni agricole che richiedevano il contributo lavorativo di tutti, oppure la giornata della macellazione del maiale.

L’avo con puntuale decisione stabiliva le date e le modalità della vendemmia o delle operazioni di macellazione e la domenica sera precedente alle grandi manovre comunicava a tutti i tempi e le modalità che intendeva seguire.
Generalmente, durante la settimana preparava tutto il necessario per la vendemmia, tini, brente, ceste e affilate forbici per tutti.

L’appuntamento era per la vigna delle “Maronere” per il sabato alle 13.30; arrivavamo tutti e si iniziava a vendemmiare; l’avo nel frattempo aveva già colto l’uva migliore e riposta in cassette di legno: ne avrebbe ricavato un prezioso Sforzato.
Si continuava fino a sera e poi si faceva ritorno a Baruffini per un’altra faticosa operazione: quella di mettere grappoli e mosto nelle botti.

Alla fine della giornata si era stanchi anche perché la vigna delle “Maronere” era sotto la strada e per raggiungere i tini sul trattore bisognava salire per scalette in sasso con pesanti brente sulle spalle.

La mattina dopo era domenica, credo sia stata l’unica domenica dell’anno in cui gli avi non andavano a Messa; la vigna da vendemmiare era quelle delle “ Case Bianche”, circa a metà della strada che porta a Baruffini. Tutta l’uva vendemmiata in quella soliva vigna era destinata alla vendita presso la Cantina Triacca di Villa di Tirano.

L’avo controllava e invitava a selezionare bene i grappoli di quella vigna: voleva presentare, agli occhi dei suoi vecchi datori di lavoro, un prodotto che rispettasse al meglio le caratteristiche che avrebbero portato a mettere in bottiglia un buon vino.
Ricordo che in annate particolarmente difficili, dove la grandine aveva fatto la sua comparsa, continuava a ripetere di lavorare piano e bene, togliere dai grappoli gli acini non buoni: controllava il lavoro di tutti. Alla fine, a tini pieni, scendeva verso la cantina con uno dei figli alla guida (lui non aveva la patente), seguiva le operazioni di misurazione dei gradi e della pesatura e se il grado era di sua soddisfazione lo si vedeva subito al rientro a casa in quella domenica sera che ormai volgeva verso l’imbrunire.

Eravamo tutti stanchi morti, su e giù da quei terrazzamenti vitati, una cartolina di benvenuto per la nostra valle, ma anche una terra difficile da coltivare; eppure la soddisfazione negli occhi degli avi non mancava mai.
Non so come, quando e in che momento di quelle giornate, la buona ava trovava il tempo per preparare una cena coi fiocchi: non mancava nulla, ma era perentorio il fatto che se si era lavorato per gli avi, bisognava rimanere a mangiare con loro.

Belle quelle giornate, l’unione della famiglia, il ripetersi della vendemmia, una tradizione secolare, faticosa, eppure un rito i grande importanza nella vita contadina degli avi che vedevano nella vigna e nell’uva una preziosa risorsa sin dai tempi remoti.

LA TORCHIATURA Anche la torchiatura, da cui sarebbe uscito quel prezioso nettare rosso, frutto della sapienza nella coltivazione della vite ed emblema della nostra umile, ma ricca terra, era un’operazione che richiedeva l’aiuto dei figli.
Accordatosi con il gestore del torchio che cambiava, mi pare, di anno in anno, venivano prelevati mosto e vinacce dalle botti, versati nelle brente e poi su per quella scala di pietra grezza che immetteva in via Selva.

Dura la fatica nei volti, ma sereno l’animo dell’avo che ancora una volta vedeva compiersi una delle tante faccende contadine, uno dei tanti riti che lo vedeva fiero di imbottigliare il suo vino, schietto, genuino e forse una nitida immagine di quel suo essere semplicemente contadino innamorato perdutamente della sua frazione e di quei cicli stagionali che da sempre la vita contadina scandiva come i rintocchi di una campana che mai negli anni passati sembrava stonare, ma che oggi rimane un ricordo non sfuocato bensì degno di essere rievocato.

Mentre il torchio faceva il suo lento lavoro e pian piano scorreva quel vinello, l’avo, l’addetto al torchio e i figli, stavano lì appoggiati al muro di quel magazzino di via Selva: parlavano del più e del meno, raccontavano vecchi aneddoti sull’uso e sulle fatiche di quei vecchi torchi a corda già allora scomparsi da anni.

Si faceva intenso il profumo del vino, l’essenza del lavoro di una stagione stava dando i suoi frutti… Scorreva il vino tra le stecche di quel torchio!
Alla fine, brenta dopo brenta, si riportava il vino nelle botti: l’avo ne avrebbe avuto cura durante la stagione conservandolo in modo impeccabile.

Rimane nei miei ricordi un fatto bello da raccontare, quello del “ciapel del vin”, un contenitore di legno. L’avo ai pasti beveva il suo vino dal “ciapel” , ma quando aveva visite non esitava dal riproporre a tutti quel vecchio contenitore in legno.
Mi perdo ancora nei ricordi, forse perché questi non passano mai, ed è giusto così… Nelle domeniche, a Baruffini, giungevano nella casa degli avi alcuni amici, conoscenti di vecchia data; ecco allora che l’avo non esitava a versare quel suo vino nel ciapel, si usava farselo passare di palato in palato, quasi come un rituale. Tutti godevano di quel nettare e tutti rimanevano entusiasti, perché in quel vino era racchiusa una tradizione, una storia che, seppur minimizzata, ci riporta alle grandezze eccelse del nostro vino valtellinese.

PATATE E OSSA Più che un lavoro, quello di “fare il maiale” era considerato un altro rito; protagonista della cura del maiale era l’avo, da quando questo veniva acquistato, sino alla sua macellazione, quell’omino preparava il cibo per il suo sostentamento: “la culubbia”.

A tempi ben stabiliti durante la settimana, si recava in un “bait” poco sotto la casa di via Selva. Quel luogo, che doveva essere un vecchio primordiale “bagno”, aveva le pareti annerite dal fumo; in mezzo a quel piccolo spazio era appesa una catena dove era attaccato il “ culderat o culdera”, un grosso recipiente in rame, poco distante una catasta di legna.
Una volta riempito quel recipiente di verdure, patate, rape e altro, qualche mela e castagne, l’avo accendeva il fuoco, uno zolfanello, un mazzo di “vidisciun”, un pezzo di carta di giornale e il gioco era fatto, una volta che il fuoco diventava vivo aggiungeva la legna.

Stava in quell’angusto locale fino a cottura terminata; grazie ad un tubo appoggiato su una piccola finestrella era riuscito ad incanalare il fumo, ma alla fine aveva comunque gli occhi lucidi, un po’ di fumo del fuoco e un po’ di fumo di quelle sigarette che si faceva da solo e che in quell’occasione erano la sua compagnia.
Ogni domenica ci aggiornava sullo stato di salute del maiale: ci teneva, e ribadiva sempre, anno dopo anno, che da quel maiale avremmo mangiato le salsicce migliori.

Anno dopo anno si ripeteva quella tradizione, tutti i figli, il macellaio e l’avo. Ognuno si adoperava nelle varie operazioni che avrebbero portato ad ottenere gli insaccati e quant’altro.
All’ora di pranzo di quel giorno, ci si ritrovava in quella cucina per mangiare patate e ossa: c’era un grande pentolone sulla piastra di quella stufa economica, pieno di ossa con attaccato qualche lembo di carne e poi le patate come accompagnamento a quel piatto povero della tradizione contadina.

La sera, quando i lavori erano conclusi, era la volta della polenta, salsicce e salsicce di sangue; di solito questo avveniva di sabato e la domenica sera non mancava mai, in quella famosa cena della domenica, il cotechino con le patate...

Ivan Bormolini

Venerdì prossimo l’ultima puntata

sabato 7 aprile 2012

IL CALENDARIO DEGLI AVI, IL COMUNICATO E LA POESIA DEL MACININO DEL CAFFE’

Avevo deciso di smettere con l’intervista pubblicata venerdì scorso, il discordo inerente a “ Quelli della Selva”, non perché non ci fossero altri capitoli di vita da raccontare ma perché credevo che queste storie, si piacessero, ma poi con l’andar del tempo, potessero divenire poco interessanti... (Di Ivan Bormolini)

Ma rieccomi qui davanti alla tastiera; ho dovuto ricredermi, grazie alla segnalazione di parecchi lettori che mi hanno dimostrato attraverso varie forme di messaggio che questi miei semplici scritti sono piaciuti: qualcuno ha parlato di commozione invitandomi ancora a raccontare quelle vicende che credo siano state comuni a molte famiglie contadine di quella Tirano e frazioni.
Nel ringraziare di cuore i lettori, dico che è per me un piacere ricominciare a parlare di quel piccolo mondo che mi è rimasto nel cuore, un tratto della mia vita carico di sentimenti, di emozioni e nello stesso tempo di semplicità, quella semplicità di vita che forse abbiamo dimenticato, ma che dovremmo riprendere.

IL CALENDARIO DEGLI AVI: Parto da qui, da un semplice calendario come quelli che ogni anno gli istituti bancari distribuiscono; appena avuto uno di quei calendari, chiamato dai mei avi taccuino, l’ava, penna alla mano, segnava tutte le date dei compleanni della numerosa famiglia.
Appena pubblicato e messo in vendita l’Almanacco Agricolo Valtellinese, annotava i periodi propizi per la semina, l’avo evidenziava il periodo per il taglio della legna e per altre operazioni quali per esempio la data più consona per la macellazione del maiale ed altro ancora. Segni zodiacali, luna calante o crescente erano gli elementi fondamentali per tutto il lavoro e la giusta resa dell’annata agricola: non rispettare questi parametri avrebbe compromesso molte cose in quel faticoso lavoro contadino.

Eccolo il calendario, appeso la muro, imbiancato di giallo tenue, vicino alla porta d’entrata, ogni mattina lo si consultava; al ritorno della giornata tra orti e campi si segnava ogni cosa, data e ora della semina e dei raccolti, la data di acquisto del maiale, i giorni in cui si bagnavano le vigne e gli antiparassitari utilizzati ad ogni intervento, la data del pagamento dell’uva e tanto altro: un piccolo registro che la mia ava faceva finta di guardare ogni domenica sera. Se nella settimana vi era il nome di qualcuno che festeggiava il compleanno ricordava l’invito a cena nel giorno stabilito, ma quelle date le aveva ben impresse nella mente e nel cuore.

Ma quel calendario, mese dopo mese anno, dopo anno segnava, diceva la mia cara ava, il tempo che passava sempre più inesorabile, un tempo che nella loro vecchiaia sembrava scorresse sempre più veloce verso “quel che il destino e il buon Dio decideranno per noi”, rammentavano quei due della Selva, senza timore e senza paura verso quella parola che difficilmente pronunciavano ma che lasciavano intendere semplicemente come un fatto naturale della vita.

IL COMUNICATO: durante la settimana, per tenersi informati, i miei avi erano soliti sentire il radiogiornale Rai delle 13.00, il telegiornale della sera, sempre il Tg 1, e la domenica il Tg delle 13.00; la sera infatti la televisione era bandita, dall’inizio della cena in poi bisognava parlare, si voleva e si doveva stare insieme.
L’avo appena finito di mangiare si alzava dal suo posto vicino alla stufa economica e accendeva quella vecchia radio, diceva che era l’ora del comunicato. In guerra
l comunicato era un’altra cosa, ma lui ha sempre chiamato così anche quel momento di informazione.

Calava il silenzio, la sigla del giornale radio e poi via alle notizie: ascoltava a volte contento, ma spesso dubbioso, si grattava la pelata al sentire certi fatti, difficile esprimesse dei commenti se non a volte un’amara constatazione: “Povera Italia”, e l’ava sempre con fare preoccupato, come ho già detto in uno di questi scritti, affermava che il mondo stava diventando falso.

Vedevano, soprattutto guardando il Tg della sera, immagini che per loro erano sintomo di un’epoca che si stava per concludere e per dare il via ad una nuova, ma era proprio quel trionfo del benessere che a loro non piaceva e già anni fa, forse come profeti di vita dalle semplici parole, affermavano che presto si sarebbe tornati un po’ indietro.
Beh! Se guardiamo ad oggi forse quei due avi, che ne avevano viste tante, che avevano vissuto la miseria, senza essere nè economisti nè troppo acculturati, ci avevano visto lungo… Forse semplicemente ascoltando quel comunicato!

IL VECCHIO MACININO DEL CAFFE’ - Alla morte dei miei avi avevo chiesto se potevo conservare un vecchio macinino del caffè in legno che loro due usavano ogni giorno; il perché di quella mia richiesta fatta ai miei famigliari è semplice come semplice è stato quell’affetto incondizionato che fin da piccolissimo il mio avo ripeteva con un gesto pieno di amore verso di me proprio utilizzando il macinino del caffè.

Finiti pranzi o cene, il caffè era una tradizione irrinunciabile: la mattina, per colazione, gli avi bevevano quello del “pignatt”, una miscela che proprio non ho mai sopportato… Mi pare si chiamasse Miscela Leone, scatola gialla con un leone sulla parte principale della confezione.

Ma torniamo a quel macinino: sin da piccolissimo ricordo che le operazioni di grattugiare il formaggio di grana con una grattugia manuale in legno e quelle di macinare il caffè erano mansioni che competevano esclusivamente al mio avo.
Badate bene, non grattava mai grana o non macinava caffè se non per le giuste dosi da utilizzare per il pasto; diceva che il grana grattugiato e messo in frigo ed il caffè macinato lasciato nel contenitore del macinino perdevano l’essenza del gusto e quindi ripeteva queste operazioni tutte le volte.

Mi perdo nei meandri dei ricordi ma non rammento più quante volte sono salito seduto sulle ginocchia dell’avo mentre macinava il caffè; ricordo che mi guidava la mano sulla manovella del macinino: rideva sotto i baffetti perché non riuscivo bene a girarla e allora mi aiutava e mi diceva che quando sarei cresciuto avrei dovuto fare io quel semplice lavoro perché le forze dell’avo sarebbero venute meno ed allora io, il suo primo nipote, avrei dovuto aiutarlo… E per alcuni anni, dopo la cena della domenica, il caffè lo macinai io, mentre mi sentivo osservato dallo sguardo fiero di quel cantore seduto sulla sua sedia con le gambe accavallate. Ero il suo primo nipote, lo ripeteva fiero a tutti in ogni occasione.

Non immaginavo nemmeno lontanamente che l’ultima volta che ho macinato il caffè con quel vecchio macinino l’ho fatto solo per me e per la mia ava: quel vecchio omino dai modi semplici ci aveva da poco lasciati, ci guardammo negli occhi io e l’ava, non ci furono parole, la sua mano sulla mia spalla forse parlò di più di mille discorsi fatti di ricordi.
Conservo gelosamente un piccolo ricordo legato ad un grande e incondizionato affetto.

Ivan Bormolini

Continua…

sabato 31 marzo 2012

BARUFFINI: UNA VECCHIA INTERVISTA RITROVATA

Tempo fa mi trovavo a guardare tra i libri e le riviste che i miei avi custodivano nella loro casa di via Selva nella bella Baruffini, quando mi è capitata tra le mani l’edizione N° 23 dell’aprile dell’87 dei Quaderni Valtellinesi... (Di Ivan Bormolini)

Guardando il sommario ho notato un titolo davvero interessante: “L’epopea di Barfìi - Il piccolo universo delle contrade di Baruffini”.
Subito la curiosità mi ha portato a leggere quell’articolo scritto da Dario Benetti e tra quelle pagine c’era un’intervista proprio ai miei cari avi e a Giuseppe Della Franca. Rileggere quelle parole è stato per me un tuffo nella memoria, nei racconti degli avi che mi raccontavano proprio quella Baruffini del passato e come gli abitanti fossero aggrappati con forza a quello che avevano, ovvero campi, un po’di bestiame, la vigna ed il contrabbando per poter vivere.

"Quali erano le risorse fondamentali qui a Baruffini?" - Domandò Benetti al “Giuanìi Gavelàsc”e all’ “Annìi Cadadìula”; ecco la risposta:
A Baruffini tutti avevano la vigna. La vigna aveva valore come la segale. L’uva buona la vendevano per pagare le tasse, l’uva seconda la bevevano…Ogni famiglia faceva il suo vino. Solo la torchiatura era un’attività comunitaria.
La proprietà dei terreni era della gente del paese ma c’era un livello per cui si doveva dare ogni anno una certa quantità del prodotto a certe famiglie di Tirano…
Nel paese tutti erano contadini, l’unica alternativa era il contrabbando con la Svizzera.
Con Tirano non siamo mai andati d’accordo... Quelli di Baruffini erano più semplici e si davano meno arie”.

la brudulesa

La brudulesa

"Era sviluppato l’allevamento?" - continuò l'intervistatore.
Tutte le famiglie avevano anche bestiame: la gente non emigrava e aveva quindi la possibilità di dedicarsi completamente ai campi e alle bestie.
I bambini e i vecchi andavano sui maggenghi e gli altri stavano a curare i campi. Adesso non c’è più né alpeggio né niente, non c’è più l’entità, i giovani vanno a lavorare via.
Ogni famiglia non aveva però più di tre vacche, molte anche una sola. Adesso in tutto il paese saranno rimaste venti bestie.
A Barifìi adesso siamo signori, chi si lamenta fa peccato mortale... Un giorno è capitato qui un turista americano e prima di andare via ha detto: “La vera Italia l’ho trovata a Baruffini”.
Ha detto così perché le città sono uguali dappertutto ma qua ha trovato la cordialità e l’allegria che non c’è in altri posti
.

Tornando alla terra i miei avi dissero:
“I campi adesso sono stai abbandonati ma la vigna è ancora curata.La terra dava la possibilità di vivere e basta. E fatiche una sopra l’altra.Non si poteva mettete via niente:nel caso in cui uno per necessità era costretto,per esempio per comprare una campo,doveva per forza andare via a lavorare per due o tre anni.Non c’erano comodità:neanche l’aratro si faceva tutto a zappa.
Per riuscire a vivere un tempo mangiavamo tutte le castagne,mettevamo campi fino a milleduecento metri,mettevamo giù la segale,patate,fagioli……Avevamo tanti pezzetti di terra.La gente aveva magari fame ma si scherzava e si era più cordiali di adesso,la gente si aiutava.
Durante il fascismo hanno bruciato le case:nei giorni seguenti si vedeva una catena di persone che si aiutavano a ricostruire”
.

una vita insieme

Una vita passata assieme

Qui finisce il colloquio tra Dario Benetti e i miei avi, due persone schiette, sincere e legate alla nostra numerosa famiglia; in quelle parole mi è parso di risentire distintamente la voce e le risposte del mio avo e della mia ava che rimasero per tutta la vita saldamente ancorate alle tradizioni e alla quotidianità della frazione. Ma poco dopo, leggendo l’articolo ho rincontrato un’altra persona che ho conosciuto personalmente e con la quale ho parlato più volte quando ero bambino, ovvero Giuseppe Della Franca. Il buon Giuseppe era sempre accompagnato dalla sua moglie ed il mio ricordo si concentra soprattutto quando questi coniugi, appena tornati dall’Australia, fecero visita alla nostra famiglia.

Si trattò di un incontro commovente, volti che si guardavano, occhi lucidi e tanta, veramente tanta voglia di ritrovarsi; ricordo come se fosse adesso il loro arrivo e quell’abbraccio, lungo carico di un sentimento forte, carico di amicizia, un’amicizia che gli anni e la lontananza non aveva scalfito ma rafforzato.
Quattro persone, destini diversi, storie di vita differenti eppure un unico amore: quella Baruffini che ancor oggi conserva tra le sue belle contrade tante storie profonde di vita vissuta intensamente.

In quella domenica sera i racconti dei coniugi Della Franca divennero via via sempre più interessanti: domande, risposte da una parte e dall’altra e alla fine ci si poteva rendere conto che dopo quella serata sarebbe stato possibile scrivere un piccolo libro fatto di capitoli intrisi di sentimenti e fatiche dove si raccontava la storia di chi aveva avuto il coraggio di partire e di chi aveva fatto la scelta di restare in quella frazione.

Ecco la storia di Giuseppe raccontata a Benetti:
“Sono stato in Australia 32 anni. Adesso c’è un po’ di crisi anche là. Sono partito alla fine del '48, avevo 34 anni, non c’era niente da fare qui.
Sono andato con una nave da settemila tonnellate e ho trascorso in mare 29 giorni. Mio nonno era andato in Australia nel 1864 e aveva trovato il deserto. Per noi invece la situazione era già migliore: gli emigranti avevano già organizzato numerose “Farm”. Vicino a Perth, a 20 chilometri, c’è un villaggio composto da molti emigranti di Baruffini dove si parla ancora il dialetto. Tutti hanno trovato lavoro. L’Australia esportava tanto: carne, frumento, frutta, lana... e l’Europa aveva fame. Adesso c’è il 7% di disoccupazione anche lì.
Gli italiani si sono sempre distinti per la voglia di lavorare: l’85% ha la casa, mentre gli australiani che ce l’ hanno sono solo il 20%. I primi emigranti non hanno trovato le nostre comodità: dovevano lavorare nella foresta come boscaioli in capanne provvisorie. Ce ne sono di quelli che sono là da tre generazioni...

Cari lettori, cari amici, sono giunto (forse, è possibile che Ivan possa scrivere ancora un paio di puntate, Ndr) alla fine di questa storia, ho sviato un po’ dal normale percorso delle due rubriche “Tirano terra di storia” e “Le nostre vie”, ma ho pensato che queste vicende famigliari e i vivi ricordi di quelli della Selva fatti di frammenti di vita, di emozioni e di tradizioni meritasse di essere pubblicata di seguito, senza interruzioni.

Credo, pur citando i miei sentimenti, che non ci si sia allontanati dal filo conduttore delle rubriche: ho parlato di tradizioni, di vita contadina, e di fede; in fondo ho rievocato quello spaccato di vita di un tempo, un tempo nemmeno troppo lontano ma per molti aspetti completamente differente dalla nostra quotidianità.

Penso poi che, tra foto e descrizioni, il lettore abbia potuto conoscere la via Selva, una semplice e bella contrada, uno degli ormai pochi esempi di quella Tirano e Baruffini dove ancor oggi si riesce a percepire un po’ di quell’essenza tipica del mondo bucolico.

Ivan Bormolini

  • FONTE: Quaderni Valtellinesi n° 23 aprile 87.

venerdì 23 marzo 2012

"LA SELVA": UNA CONTRADA UNITA

Verso le ultime pagine del diario dei ricordi... Oggi il silenzio di quelle abitazioni pare quasi parlare e raccontarci gli echi lontani della semplicità di quella gente umile e buona. (Di Ivan Bormolini)

FORESTIERI Durante l’estate la frazione di Baruffini si popolava di persone che da anni giungevano tra le contrade per godere dell’aria buona; tra di loro c’era Luigi, era della zona del comasco e verso la metà di giugno arrivava con la moglie per passare l’estate nella soliva frazione.

Era conosciuto da tutti quell’omino semplice e di poche parole, mi sembra abitasse in una casa vicino alla chiesa, passava le giornate estive con la moglie e durante le ferie d’agosto arrivava il figlio, la nuora ed i nipoti.
Aveva un’adorazione per Baruffini e non passava giorno che non arrivasse in via Selva intrattenendosi con i contradaioli.

La mia ava e il mio avo definivano quei villeggianti, senza toni polemici ma bonariamente, “furesc”; non sono mai riuscito a comprendere come quelle persone fossero sempre state catalizzate dalla contrada Selva pur abitando in altre vie; evidentemente “quelli della Selva” per i loro modi di fare piacevano a tutti.

Non voglio dimenticarmi di due persone speciali: Gina e Domenico, marito e moglie che giungevano dalla zona di Bergamo, erano divenuti ormai due di famiglia e stavano delle ore a parlare con gli avi.
Domenico mi pare che prima della pensione fosse un’autista degli autobus a Bergamo, mentre Gina era casalinga. Domenico era fratello della famosa Suor Assunta, una suora che lavorò a Baruffini tra la scuola e l’asilo ma non si dimenticò di dare una mano a quella gente bisognosa; quella suora fece molto per la frazione tanto da essere ricordata quasi al pari di Suor Oresta, un’istituzione religiosa ma una grande suora vicina alle necessità della gente di Baruffini in momenti dove la miseria la faceva da padrona.

La morte di Domenico fu un duro colpo per i miei avi; la Gina fece ancora ritorno per qualche breve periodo a Baruffini, ma si capiva la sua umana solitudine, si percepiva il suo dramma, il suo essere rimasta sola. Non so più quale sia stato il destino di quella donnina, ma so che dopo la morte di Domenico anche i miei avi cominciarono a parlare del distacco dalla vita terrena; non ho mai sopportato quei discorsi, mi allontanavo per non sentire quelle parole anche se in cuor mio sapevo che un giorno tutto si sarebbe avverato e quell’incantesimo si sarebbe spezzato.

Pochi i ricordi che ho legati alla famiglia Magni, anch’essi “ forestieri”, padre, madre e figlia che abitavano in una casa in contrada Dossello; della loro figlia, Milly, ricordo la forte amicizia che si era instaurata con la mia zia, ma nulla di più.

FERRAGOSTO IN TERRAZZA Non so come sia nata la tradizione della festa di ferragosto nella grande terrazza in fondo alla via Selva; posso provare a credere, magari con pochi dubbi, che la giornata fosse un’idea partorita dalla mia ava.
Io, con mio padre, mia madre e mio fratello, prendevamo parte a quella che pareva un’adunata, un anno sì e uno no, un ferragosto a Baruffini e uno alle Canali nella casa del nonno Geni.

L’organizzazione del ferragosto a Baruffini partiva con discreto anticipo: oltre alla nostra famiglia, c’erano Gina e Domenico, Luigi e la sua truppa, alcuni abitanti della Selva il fratello della mia ava e la moglie... e poi altri ancora.

Dicevo della macchina organizzativa, il giovedì prima di ferragosto l’ava con altre donne scendeva al mercato con la macchina del figlio di Luigi; si faceva la spesa, soprattutto carne da mettere sulla piastra.
Non si lesinava con il peso delle costine e con il numero delle salsicce: ricordo che il “baule” di quell’auto era strapieno.

Il giorno prima del ferragosto gli uomini preparavano i tavoli e le sedie, l’avo portava la legna per quella grandissima piastra e scendeva in cantina a riempire i bottiglioni di vino.
Le donne erano prese nella preparazione dei piatti e posate, andavano negli orti e tornavano con ceste piene di verdure e qualche pianta aromatica: pomodori, insalata, rosmarino, salvia e basilico; c’era ogni ben di Dio.

La mattina di ferragosto l’appuntamento per tutti era di buon ora, gli uomini ad arrostire enormi quantità di carne e le donne intente nel preparar tavola e condire verdure varie; noi più piccoli eravamo soliti giocare nel comprensorio: la scala di fronte alla terrazza era luogo ideale per condurci nei meandri della contrada per giocare a nascondino.

Tutto, salvo qualche eccezione, era interrotto dalla S. Messa. Al ritorno dalla funzione era ormai pronto: gli uomini avevano gli occhi lucidi per il fumo ed il calore che emanava la piastra, e le donne erano intente negli ultimi preparativi.
Poi tutti a tavola, la festa aveva inizio e continuava fino a tarda sera; ricordo che si univano pranzo, merenda e cena; il tutto era intervallato da canti, partite alle carte e chiacchere o racconti di vita.

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RACCONTI DI VITA Un ultimo capitolo di questa carrellata lo voglio dedicare ai “racconti di vita”; già, perché tutti quegli avi avevano sempre da raccontare qualcosa della loro esistenza tribolata dove pare che solo la vecchiaia abbia saputo restituire un po’ di pace e serenità.
L’avo, il contadino e cantore, parlava poco e malvolentieri dei sette anni al fronte, solo di raro citava momenti di quella guerra che lo vide lontano da Baruffini, la sua Baruffini.

In quei racconti parlava di morte nelle trincee, di fame e di freddo, la paura si leggeva ancora nei suoi occhi che ogni tanto si bagnavano di gocce fatte di tristi e drammatici ricordi.
Se nei Tg si parlava delle guerre nel mondo cambiava canale e diceva che lui ne aveva visto e sentito abbastanza…Una reazione comprensibile.
Sul capitolo guerra concludeva sempre, con un elogio agli Americani, a quei soldati che portarono la salvezza.

Per il resto parlava della sua vita contadina, delle sue vigne, delle fatiche di una vita; era raro vederlo a Tirano, scendeva solo per ritirare la pensione. Sempre in quel giorno del mese e a quell’ora, poteva piovere o nevicare che lui scendeva, ovviamente a piedi, per ritirare la pensione e diceva che lui al Governo non l’avrebbe lasciata.

L’ava, quando parlava di ricordi, cominciava sempre o quasi, dalla morte di suo padre; quell’uomo cessò la sua esistenza terrena quando l’ava era ancora piccola.
Un duro colpo la mancanza di un uomo, il capofamiglia, quando le bocche da sfamare erano tante e la miseria sembrava prendere sempre il sopravvento.
Eppure, ce l’avevano fatta: sacrifici, lavoro sin dalla giovane età; era andata a fare la “serva” in una famiglia comasca, e poi la terribile parentesi della guerra, il contrabbando e la nuova famiglia, la sua famiglia.

Tanti i sacrifici: non si poteva non lavorare, e quindi bisognava coltivare i campi. Quando i figli non andavano dalle suore li metteva nella gerla e andava nei campi.
Raccontava, raccontavano: non sarebbe sufficiente un libro per riassumere quella vita fatta di povertà prima e di “cauto” benessere dopo.
Peccato che la malattia o la vecchiaia e poi la morte abbiano preso il sopravvento. Quelli della Selva se ne sono andati tutti in punta di piedi, ma gli echi delle loro parole e dei loro insegnamenti, quelli non se ne andranno!!! E la piazzetta della Selva è ancora li a ricordarceli.

Ivan Bormolini

sabato 17 marzo 2012

ALTRE STORIE DI "QUELLI DELLA SELVA"

Andiamo avanti a raccontare, a riaprire le pagine ingiallite di quel diario mai scritto... (di Ivan Bormolini)

LA TRADIZIONE DELLA DOMENICA: potevano essere belle assolate domeniche estive, oppure lunghe nevose domeniche invernali, ma gli avi volevano si rispettasse la regola della cena della domenica; in cuor loro desideravano che tutta quella che era divenuta negli anni una numerosa famiglia si riunisse attorno al tavolo della casina di via Selva, forse piccola per contenere figli, nuore, generi e nipoti, non importava; pur stingendosi un po’, ci si stava tutti e tutti dicevano la loro mentre l’ava cucinava per quella truppa… Eravamo in tanti.
Ma l’ava non permetteva a nessuno di avvicinarsi ai fornelli, al massimo chiedeva una mano per preparare la tavola ma nulla di più; se si domandava se avesse bisogno di lavare piatti e pentole, rispondeva con voce ferma: “Io ho tempo tutta la sera voi andate a riposare, domani dovete lavorare". Come se lei non lavorasse!!!

Se poi durante la settimana qualcuno festeggiava il compleanno, organizzava per tutta la famiglia del festeggiato la cena.
Era per lei una sorta di offesa se non ci recava a cena; preparava tutto con cura, dall’antipasto al dolce, confezionava il regalo e lo metteva sul tavolino del salottino e poi tanti auguri di cuore.

LA DOMENICA IN ESTATE: generalmente in estate andavo a Baruffini di buon mattino: negli ultimi anni salivo in bicicletta. Appena arrivavo nella piazzetta vedevo l’avo seduto sulla quella vecchia panchina di legno ritinta di verde.
Stava lì, le gambe accavallate e faceva le sue sigarette con cartina e tabacco: il profumo di quel tabacco non lo scorderò mai per l’aroma intenso che emanava senza neppure accendere la sigaretta.

Appena mi vedeva mi salutava e faceva sapere all’ava che ero arrivato in bicicletta; quella semplice donna usciva dalla porta di casa e mi vedeva sudato: immediato era l’accorato appello a non bere l’acqua della fontana e subito correva a prendere asciugamani per togliere il sudore. Entravo in casa, chiudeva tutto per non farmi prendere corrente d’aria e, intanto che mi lavavo, si premurava di prepararmi una nuova colazione; diceva che avevo perso le energie e dovevo recuperarle. Era buona di cuore la mia ava.

Quelle due figure così semplici si preparavano poi per la Messa: l’avo metteva l’abito della festa; lui saliva sull’altare, era il cantore della chiesa parrocchiale di San Pietro Martire a Baruffini.
L’ava si pettinava, metteva uno dei suoi vestiti, senza forse badare troppo alla moda, ed in testa il velo nero; si scendeva dalla via e subito si entrava in chiesa. Io stavo con l’ava, le donne ed altri bambini o ragazzini, mentre gli uomini sedevano dalla parte opposta; sembrava quasi che i posti a sedere fossero sempre rispettati da tutti, tutti sempre al solito posto come se esistesse una sorta di rispettosa numerazione.

Mancava poco all’inizio della celebrazione, il Primo, storico sacrista di Baruffini, accendeva le candele sull’altare e controllava che tutto fosse a posto; appena batteva la campana, l’avo intonava inni Sacri, la sua voce era potente e ti penetrava l’anima.

Ricordo che alcuni, alla fine della Messa, celebrata prima da don Giacomo Santelli e poi da don Tullio Viviani, chiedevano a quel cantore definito dalla “gran canna” di cantare così anche al loro funerale.
Lì per lì rimanevo un po’ scosso da quella richiesta, mi chiedevo il perché quegli avi e quelle ave si premurassero di pensare al loro funerale, mi sembravano ancora giovani e pieni di forza… Eppure ripensandoci, nel giro di pochi anni, mio avo cantò in tanti riti funebri, non perché c’era la richiesta verbale in vita, ma per onorare un’ultima volta l’amicizia che aveva legato l’esistenza terrena di quelle umili persone.
Cantava loro un Eterno Riposo ripensando alla vita di chi in quel giorno tornava alla casa del Padre; in cuor suo si commuoveva ma non lo lasciava trasparire nel canto: quello doveva essere perfetto, frutto della passione verso quest’arte ma anche scaturito da una cristianità profonda.

Ma torniamo alla domenica. finita la Messa, l’ava non sprecava tempo e si metteva a cucinare per noi tre; l’avo preparava la tavola e metteva al centro il “ ciapel del vii”: penso di non averlo mai visto bere vino se non dal suo “ciapel”; io andavo con la brocca alla fontana a prendere l’acqua e tutto era pronto.

Appena finito di mangiare ricordo che l’avo leggeva “ La Famiglia Cristiana” e commentava, spesso con amarezza, le notizie del Tg delle 13.00; si chiedeva perplesso come stesse cambiando il mondo e l’ava asseriva che “questo mondo moderno era un mondo falso”.

Sono passati anni, da quei commenti o da quelle espressioni, ma se rifletto oggi, mi dico che in parte quei due vecchi forse tutti i torti non li avevano.
In quelle estati calde era un piacere stare in via Selva: si era sempre cullati da una leggera brezza, e poi vederli riuniti “quelli della Selva” in quella piazzetta era bello.

Verso le 14.30, arrivavano il “Tric” e la sua moglie detta la “Paciula”; usciva di casa, dopo un sonnellino, anche il Primo accompagnato dalla vecchia madre “ la Mutina”.
Dalla porta di fronte alla casa degli avi uscivano la “Rina Prividina” e ‘l Pieru Gal”, dalle contrade vicine arrivavano Ignazio “Gnazi” con la moglie e di tanto in tanto il Forcari.
L’ava metteva un tavolino nella piazzetta, qualche sedia, il “mezz del vii” e l’insostituibile mazzo di carte.

Eccoli lì “quelli della Selva”, partivano con una briscola, poi una scopa e un giro a scala 40, litigavano pure per mosse sbagliate o partite perse, volavano parole poco fini, ma nessuno maI si offendeva e per stemperare un attimo di tensione l’avo intonava un vecchio canto e tutti lo seguivano, si sentivano fino in piazza quelle cantate in compagnia.

Durante il pomeriggio arrivavano anche tutti gli altri componenti delle varie famiglie: la piazzetta diveniva un luogo di ritrovo per tutti, grandi e piccoli, tutti a raccontare e raccontarsi.
L’ava spesso abbandonava anzitempo quel tavolo verde: cucinare per quattordici richiedeva tempo; ed eccola la mia ava detta “ l’Anii Cadadiula” ai fornelli, preparava per tutti primi e secondi come una cuoca professionista; generalmente era tutta roba fatta in casa, tagliatelle, ravioli, costine, polli e conigli.

Quando faceva i pizzoccheri, rimarcando sempre che la vera ricetta dei pizzoccheri era di Baruffini, credeva che non fossero abbastanza per saziarci, aveva la fobia che un piatto unico non fosse sufficientemente abbondante, ma credetemi non lesinava nel condimento di quella tipicità valtellinese.
Provvedeva allora, con ordine perentorio, a mandare l’avo in cantina, una ricca dispensa, da quel luogo proveniva ogni ben di Dio, frutto della macellazione del maiale, e poi fette di formaggio che superavano abbondantemente il kilogrammo: ecco servito il rinforzino dopo i pizzoccheri. Vano ogni tentativo di rifiuto da parte nostra di non mangiare, almeno una fetta di salume o formaggio era d’obbligo altrimenti quella donnina si offendeva, diceva che non voleva mandarci a casa “schisc”, ma dopo quell’abbondanza di pizzoccheri di posto in pancia ne rimaneva ben poco, forse solo per un caffè.

LA DOMENICA IN INVERNO: al giungere della brutta stagiones si saliva a Baruffini verso le sedici, ma quella compagnia era sempre radunata in casa e si compivano gli stessi riti estivi.
Di tanto in tanto mi facevo portare da mio papà a Baruffini subito dopo mangiato, passavo il tempo nella piazza, qualche tiro al pallone e nulla di più; nelle fredde domeniche ci si trovava nel piazzale delle scuole ( piazza Dottor Felice Onesti ) perché il sole ci riscaldasse un po’. Era piena di ragazzi in quegli anni la frazione, qualche parola in compagnia, qualche scherzo, ma con l’orecchio sempre attento alla radio che qualcuno portava per ascoltare la radiocronaca delle partite; dai campi giungevano notizie di goal ed allora tra opposte tifoserie ci si azzuffava verbalmente sulla fede alla propria squadra: juventini, milanisti, interisti, erano queste le tre tifoserie, contente nel festeggiare la vittoria allo scadere del secondo tempo, oppure con le orecchie basse ascoltando gli sfottò degli avversari, in caso di pareggio andava meglio, tutti a casa senza troppi commenti…

Era magari colpa dell’arbitro che aveva annullato un goal, non concesso un rigore e quant’altro; poteva essere una vittoria netta si diceva come commento lieve ad un pareggio magari sul campo di casa, un pareggio che pesava perché cambiava la testa della classifica.

Ritornato alla casa dell’ava vi ritrovavo tutta la gande famiglia; era sempre una festa: tutti parlavano, o meglio le donne chiaccheravano, perché gli uomini erano incollati alla tv nel salottino, trepidanti con schedina del Totocalcio alla mano, attendevano la sigla dello storico “90° minuto” e la lettura di risultati finali e classifiche da parte del mitico Paolo Valenti.

Mitica, parlando ancora di calcio, fu la finale dei Mondiali dell’ 82; in quella serata di prima estate, l’ava, pur non capendo niente di calcio, dopo cena aveva allestito nel salottino tutto il necessario perché tutti potessimo assistere alla partita: ci voleva insieme anche in quella storica occasione.
Ricordo che per festeggiare la vittoria dell’Italia, a risultato oramai definitivo mise sul fuoco un grosso pentolone, nessuno se ne accorse, ma vedendoci contenti, fece quelli che lei chiamava due semplici o veloci spaghettini al pomodoro e basilico, poi sul peso reale e sulle porzioni è inutile star qui a sindacare, penso abbiate capito com’era l’ava.

Usciti dal salottino tutto era pronto, al nostro rifiuto, non si perse d’animo. Ci disse, lo ricordo come se fosse ieri sera, che anche Il Presidente della Repubblica Pertini e l’allenatore Bearzot avrebbero festeggiato con una lauta cena e che due spaghettini tricolore erano degni di una così bella vittoria per la nostra bella e brava Italia.
Come dirle di no, non si poteva nemmeno lontanamente pensarlo!!! L’avo, anch’esso poco sportivo, aprì una di quelle bottigliette di prezioso Sforzato che produceva e teneva come l’oro, che dire… E che festa sia stata!

Oggi, pensando a quegli spaghettini del numero 3 del pastificio Agnesi, comprati al Consorzio Agrario di via Lavizzari, credo che l’ava avesse escogitato l’ennesimo modo per vederci tutti insieme in un momento storico di felicità nazionale.
Un tricolore fatto dal verde del profumato basilico degli orti, al bianco degli spaghetti, sino al rosso del pomodoro, per festeggiare col cuore, il suo senso di appartenenza ad una Nazione, la sua Italia, a quell’Italia del dopo guerra che era rinata in mezzo a tante difficoltà, e lei con l’avo “ ‘l Giuvanìii Gavelasc”, un combattente al fronte, ne aveva visto tante e aveva visto la ripresa, o forse la rivincita dopo l’ennesimo periodo difficile, drammatico, per nulla da dimenticare.

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I VESPRI DELLA DOMENICA: tra l’autunno, l’inverno e la primavera, durante le domeniche, poteva cascare il mondo che al suono della campana della parrocchiale di Baruffini, io dovevo essere a casa con l’ava.
Rimetteva quel velo e poi ci si recava in chiesa per la funzione dei Vespri, un momento intenso, il Signore sull’altare, e le preghiere.

Generalmente erano tutte donne e bambini a recitare quelle orazioni; si leggeva negli occhi di quelle donne, tutte col velo nero, quel senso profondo di religiosità, di fede verso Nostro Signore, c’era raccoglimento tra le trame di quel velo, c’era preghiera sentita che scorreva con i Rosari tra le mani, mani rovinate da una vita di lavoro.
Alla fine della funzione, molto spesso i loro ricordi erano riferiti a don Gino Menghi, storico parroco di quella frazione, era quell’umile sacerdote, un’istituzione non solo religiosa, ma anche un concreto aiuto per gli abitanti della frazione che nel corso degli anni visse a stretto contatto con la miseria tipica della vita contadina di un tempo.
Credo, anzi ne sono certo, che don Gino sia stato interprete per Baruffini non solo della cura delle, anime ma dei bisogni concreti della gente, sono convinto che tra la gente di ogni contrada non manchi una foto o un ricordo legato a lui.

Continua…

Ivan Bormolini

sabato 10 marzo 2012

E’ TEMPO DI RICORDI: ERANO LORO "QUELLI DELLA SELVA"

Domenica 26 febbraio, una data come tante altre eppure un occasione per tornare a Baruffini, in quella contrada Selva, un tuffo nel passato, nel sempre vivo ricordo di coloro che furono le anime di quel piccolo paradiso della frazione soliva. Tirano terra di storia è anche questo... (Di Ivan Bormolini)

Tirano terra di storia è anche questo, la voglia di far rivivere anche solo per il tempo di un clic vicende legate agli avi, a quei ritmi di vita laboriosi e nello stesso tempo semplici, a quella voglia di riunire le famiglie intorno ad uno stesso tavolo tutte le domeniche, ma anche l’emozione di ricordare quei protagonisti della vita di ieri che hanno custodito diari mai scritti, ma carichi di appunti di vita.

A volte dicono che il tempo aiuti a mitigare i ricordi tristi, vero o no che sia, le persone a noi care che non ci sono più rimangono sempre nella mente e nel cuore; a loro durante la giornata un pensiero sia pur di un istante lo si dedica sempre, ma il tornare in certi luoghi in cui hai vissuto belle esperienze di vita fa si che riaffiorino alla mente le voci, la vita quotidiana, i sapori, gli usi ed i costumi, le tradizioni ed i volti di coloro che erano legati ad altre generazioni molto diverse dalla nostra.

Tornare nella via Selva, anche solo per un breve momento me li ha fatti rivedere “quelli della Selva”, pochi passi fuori dalla case per immaginarmeli e per incontrarli nel cuore e nella mente... Pochi passi, tanti pensieri, un momento che però voglio raccontare.

La Rina: eccolo il motivo per cui sono tornato, dare un ultimo sentito saluto alla “Rina Prividina”; parto dalla sua morte, dalla scomparsa di una donna semplice, umile e buona di cuore, attaccata alla vita della sua famiglia e ultima custode di quei diari mai scritti “della Selva”.
La sua morte mi ha profondamente toccato, perché chi ha conosciuto la Rina non può avere altro che dei bei ricordi, la sua voce, il suo semplice modo di fare, l’affetto che sapeva dare erano doti per lei normali.

Le giornate alla Selva: sono passati anni, uno dopo l’altro i protagonisti della vita di tutti i giorni in contrada ci hanno lasciato.
Le loro giornate erano semplici, com’era semplice la loro vita, il ritmo dei giorni e del tempo era scandito dai lavori della campagna, la cura degli animali e poco altro.

Durante l’inverno si passava molto tempo in casa, si “ascoltava” il caldo della stufa economica della cucina, quella fiamma viva, quello scoppiettare e quel profumo di legna che ardeva dava un senso di intimità tra le mura delle case cullate dai flebili raggi del sole invernale.
Nelle belle giornate gli uomini andavano a potare la vigna: gesti sapienti i loro; partivano da lì per inaugurare la stagione, pensavano già ai grappoli rigogliosi e a quel buon vino di Baruffini, schietto, genuino come schietti e genuini erano gli avi.
Le donne, dopo aver sistemato le galline e conigli, qualche capra e poco altro, rassettavano le case e poi si mettevano a fare maglioni e calze di lana. Il tempo non si sprecava nemmeno in inverno.

Appena i primi timidi raggi del sole di primavera facevano la loro comparsa, tutti si muovevano verso i campi e gli orti; lungo il sentiero, era un brulicare di persone, talmente tante che le potevi vedere da Tirano; si riportava la terra, si concimava portando sulle spalle pesanti gerle di letame, si seminavano patate e ogni tipo di ortaggio tra cui quella famosa insalatina di Baruffini, unica per bontà.
Ma quell’insalatina tenera nella sua saporita e golosa essenza, era la metafora, la poesia, la storia di quella gente della Selva e di Baruffini, gente dal cuore grande... Dal cuore in mano.

Zappe, vanghe e gerle erano gli strumenti del faticoso lavoro su terreni impervi che per essere coltivati richiedevano anche tanta passione, ma soprattutto vigoria fisica, equilibrio e amore per la terra. La terra è oro dicevano.
Man mano le giornate si allungavano, dopo il ritorno dalla giornata nei campi, gli avi si fermavano a fare quattro chiacchere tra di loro, trovavano nella piazzetta della Selva, gerla in spalla e zappa a far da bastone di una vecchiaia che la stava facendo da padrona, quasi sino all’ora di cena; poi di nuovo la quiete al calar della sera. Sentito il telegiornale, si coricavano, riposavano nel silenzio della notte, per poi affrontare una nuova giornata di lavoro.

Se penso oggi a quelle fatiche, il mio pensiero in un turbine di emozioni, fatte di magone e di lacrime, torna di nuovo indietro, a quando dalla piazzetta della Selva scrutavo con occhi di bambino quei campi duri da coltivare sopra la via Cavada: erano giardini di profumi di verdure, di semplicità, di amore verso la terra, che ci ha dato buoni pasti.
Poi negli anni vi ho visto l’abbandono, ed il bosco prendere il sopravvento tra i campi disposti su quei muri a secco.

E’ il segno dei tempi che cambiano, dicevano gli avi, oggi il benessere, raccontavano, fa si che i nostri figli vadano altrove, scendano a Tirano, e quello che per noi e per loro fu fonte di faticoso sostentamento, lascia di nuovo il posto al naturale avanzamento della natura. Quello che secoli fa era il bosco, poi sapientemente bonificato, ora torna bosco.

Erano attaccati alla fatica della terra i nostri avi di Baruffini, la vedevano come fonte di vita; ma le cose, i ritmi della vita erano mutati e loro lo accettavano, per amore dei loro figli e delle loro famiglie, che in tempi moderni avevano scelto di percorrere strade diverse, diverse dal contrabbando, dall’emigrazione in paesi sconosciuti e lontani, diverse dall’eco mai dimenticato di quelle pallottole in guerra… Già perché i nostri avi la guerra l’avevano vissuta al fronte e di guerra non ne volevano più sentir parlare.

Ma torniamo alla vita della Selva, forse o per nulla differente da quella delle altre contrade di Baruffini. Dopo la primavera, l’estate ed ancora il lavoro nei campi, nelle vigne e negli orti divenuti mese dopo mese ricchi di verdure, si lavorava instancabili per godere dei frutti della terra, si andava a “ignagfa” la vigna, si curavano le poche piante di mele; tutti i giorni c’era da fare: uomini nelle vigne, nei campi e nei ripidi prati e donne che la pomeriggio portavano a pascolare capre e pecore nei prati e nelle selve sopra la Cavada.

Pomeriggi al pascolo: dopo aver mangiato, il mio avo si dava alla coltivazione della vigna, scendeva a piedi lungo la strada vecchia di Baruffini e raggiungeva la vigna dalla località detta “ Ca’ Bgianchi” a metà strada tra Tirano e Baruffini, un po’ più sotto alla strada che porta a Roncaiola; nello zainetto una bottiglietta di vino mischiato “all’acfa de dumega”, un po’ di pane e salame per una veloce merenda di mezzo pomeriggio.
Finiti i lavori in quella vigna cominciava lo stesso rituale nella vigna “de li Maruneri”; lì a metà pomeriggio si sedeva sul sasso fuori dal “ Bait ” sorseggiava un po’ di vino e col “ rampelin” tagliava un po’ di pane con magari una bella e saporita misciolta.
Per pochi istanti godeva della vista della Valchiosa, di Cologna e di Sernio, forse in cuor suo scrutava il pellegrinare, minore rispetto ad oggi, delle auto che percorrevano la Statale domandandosi nell’umiltà del suo cuore se quel tanto progresso avrebbe portato davvero al benessere della nostra gente.

Io intanto con la mia ava andavo nella stalla, si facevano uscire le capre e i capretti, ricordo di tanto in tanto c’era anche qualche pecora.
Si saliva per il ripido tratto che dalla via Selva porta ai prati sopra le case della Via Cavada, vicino alle selve; per stimolare i nostri animali nella salita bastava una manciata di sale che tenevo in tasca ed il gioco era fatto. Giunti in quei luoghi dove regnava un silenzio quasi surreale, sia lasciavano brulicare le pecore e le capre controllando sempre che i vispi capretti non si allontanassero troppo dalla zona.
Seguivo dunque quei simpatici animali, l’ava si sedeva e da una borsa toglieva aghi e filo e si metteva a far calze, solo ogni tanto il suo lavoro era interrotto dall’arrivo di qualche altra nonna con il suo seguito di animali, qualche chiacchera, ma nulla che potesse distogliere l’attenzione di quel certosino intrecciarsi di aghi e fili.

Io guardavo Tirano, vedevo Sernio, Cologna, con il cannocchiale scrutavo i monti Orobici, Canali, Piscina e Ronco, poi riguardavo Tirano che non era ancora cresciuta come oggi; nell’attuale zona industriale pochi erano i siti produttivi: la Cartiera, la Segheria Ninatti, la Ri.Ri. e la ditta Selva, non ancora contornata da case.
Una distesa di prati nulla di più, poche le case, qualche cantiere lasciava però pensare che la nuova Tirano, un po’ residenziale e un po’ industriale, sarebbe nata in quelle zone in pochi anni.

Al battere delle diciassette dal campanile della chiesa, si ritornava a casa, gli animali tornavano nella stalla, un'ultima occhiata a galline e conigli e poi era l’ora della cena. Ricordo che in estate si mangiava all’aperto sulla piazzetta, giornate semplici, ma indimenticabili.

I giovedì a Baruffini: in estate passavo qualche giorno in compagnia dei miei avi a Baruffini, un’immersione in un modo bucolico che oggi le nuove generazioni non hanno vissuto; li seguivo nei lavori nei campi e nelle vigne, ma per me la tradizione dei giovedì a Baruffini in via Selva era un rito consolidato, un’affettuosa consuetudine che la mia ava amava rispettare sin da quando ero piccolo.
Scendeva a piedi dalla frazione con passo lungo, era una vecchia contrabbandiera, e di buon ora, arrivava davanti alla mia casa, al suono del campanello scendevo di corsa, un abbraccio ed il suo solito sorriso pieno di affetto.

Si partiva per il mercato settimanale che allora si teneva tra le vie Marconi e Pio Rajna dietro l’attuale Centro Commerciale; verso le otto trenta la voce del Casiraghi si sentiva già riecheggiare e intenso era il profumo di pollo allo spiedo.
L’ava era rapidissima nel fare la spesa, tirava fuori dal borsellino la lista, tappe obbligate erano il venditore di formaggi, quello della carne ed di tanto in tanto si passava da quello che vendeva articoli di merceria in generale.

Il tempo era tiranno, bisognava fare in fretta, la “corriera delle 10.00” che partiva da piazza Cavour non aspettava; saliti a bordo e fatto il biglietto si partiva. Allora, in quegli anni, la corriera era piena di gente che come in un rito scendevano a Tirano in occasione del mercato del giovedì.
A bordo durante il breve viaggio, donne e uomini parlavano un po’ di tutto; accennavano già allora a qualche rincaro dei prezzi, oppure si raccontavano novità paesane sentite nel breve giro del giovedì a Tirano.

Alle 10.20 si arrivava nella piazza di Baruffini e subito si giungeva nella piccola ma accogliente casetta di via Selva, il pranzo di mezzogiorno era a mia richiesta, bastava chiedere e l’esperta cuoca qual’era la mia ava preparava.
Il tempo scorreva veloce, verso le undici e mezza arrivava l’avo dai campi o dai boschi trascinando la legna con una corda, subito si consumava un altro rito: prendeva le grosse chiavi della cantina e mi invitava ad andare in quello che per lui era un luogo quasi sacro, vi conservava oltre al vino i salumi, me li mostrava settimana dopo settimana, mi istruiva sulle delicate fasi di stagionatura e quando erano pronti staccava una fila di “misciolte” o un salametto che immancabilmente faceva la famosa goccia.
Delicati gli equilibri tra sapori e speziatura, dolce la pancetta, unico il gusto del prosciutto.

Dopo pranzo l’avo ripartiva per i lavori della campagna, mentre con l’ava si faceva una partita a carte e si parlava del più e del meno, ma su ogni argomento uscivano dalle sue labbra saggi consigli di vita.
Ci si intratteneva nella piazzetta, giocavo con altri ragazzini, al rintocco delle ore del campanile mi accorgevo che era ora di tornare a Tirano; portavo con me un piccolo bagaglio di consigli e raccomandazioni, ma ogni giovedì aveva una caratteristica diversa, mai tutto era uguale o monotono, settimana dopo settimana, i giovedì a Baruffini rimangono nei miei ricordi come delle belle giornate passate in compagnia di due belle persone e di tanti conoscenti.

Continua…

Ivan Bormolini

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sabato 25 febbraio 2012

CAMPANE MOLESTE: ANTICHISSIMA E' LA LORO PRESENZA

Antichissima è la loro presenza, da sempre hanno scandito i momenti, lieti e tristi della vita parrocchiale, un tempo furono utilizzate per chiamare l’adunanza dei capi famiglia e del consiglio comunale, servirono anche da allarme per molte cause o pericoli che vennero a determinarsi in quello che fu il borgo tiranese... (Di Ivan Bormolini)

Quest’uso comune tra parrocchia e amministrazione, per un certo periodo vide, almeno per ciò che riguarda il campanone, la divisione delle spese per gli interventi manutentivi sulla base dell’utilizzo, tuttavia, a fine 800, con la cessazione dell’usanza di convocazione del consiglio comunale con il suono delle campanone, il comune si limitò solo alla gestione dell’orologio.

Oggi il magnifico concerto delle campane di San Martino suona per varie funzioni religiose, ci sono però delle profonde diversità in quel suono a volte triste e a volte maestoso; a mio avviso la mutazione dei tempi ha fatto si che quello che in epoche passate era una voce importantissima e vissuta per la comunità tiranese, oggi sia un po’ dimenticato quasi inascoltato, come se i rumori e la frenesia delle epoche moderne avessero cancellato la dovuta attenzione che andrebbe riservata a quello storico suono, un concerto che racconta la storia civile e religiosa della città.
Saranno passati i secoli, gli anni, la città si è evoluta ma il percorrere la via XX Settembre e sentire quel suono è sempre emozionante.

Oggi, la mutazione dei tempi, ha segnato quella sorta di ammirazione e devozione popolare verso quel concerto campanario, in epoche passate il suono delle campane di San Martino, di cui si ha una prima storica menzione negli atti della visita Pastorale del Vescovo Filippo Archinti (1) nel 1614, fu motivo di aspre diatribe.

Nei primi decenni del XIX secolo, si vennero a creare attriti spesso anche acuti, il laicizzarsi della pubblica amministrazione e un dilagante anticlericalismo aveva generato un’insofferenza verso le persone di chiesa che dilagò persino nei confronti dei sacrestani e dei campanari, accusati di non attenersi alle direttive impartite in materia di regolamentazione del suono delle campane.

A partire dal 1811 e per anni a seguire vennero emanate dal Prefetto del Dipartimento dell’Adda delle circolari che recitavano ossessionanti divieti al suono delle campane dopo il tramontare del giorno e prima dell’apparire del mattino senza deroga alcuna nemmeno per la Messa di mezzanotte.
Non meno proibitive furono le norme introdotte dal governo del Regno Lombardo Veneto: qui addirittura si andava a vietare il suono delle campane in occasione dei temporali; il 27 settembre 1828 si giunse al Processo Verbale ufficiale ai campanari del comune di Tirano ai quali fu letta la circolare dell’I.R. Commissario Distrettuale con la diffida a scrupolosa osservanza della proibizione assoluta del suono delle campane in occasione dei temporali.
In caso di trasgressione vi era l’arresto immediato e la consegna all’I.R. Pretura per la conseguente procedura.

A questo punto è evidente che la questione era andata un po’ oltre; vien da pensare che i nostri campanari fossero poco rispettosi o poco inclini al volere delle leggi; si scopre infatti che già nel 1825, ed esattamente il 10 novembre, vi fu già un Processo verbale in cui si recitava che in caso di inosservanza del divieto i campanari venivano irremissibilmente arrestati e puniti.
Questa difficoltà di proibire il suono delle campane durante i temporali, fatto che se non rispettato avrebbe portato all’arresto, fa intendere come fosse radicata questa tradizione a Tirano; la gente, da secoli era convinta dell’efficacia del suono delle campane durante i temporali, con la grande fede dei nostri concittadini ed il suono delle campane si invocava la protezione Divina perché questa fosse da protezione contro il pericolo imminente.

A questo punto è possibile pensare che il suono delle campane veramente fosse un po’ esagerato, anche se è giusto ribadire che nelle epoche appena citate si andava delineando una sorta di sfaldamento delle tradizioni anche in merito al secolare suono delle stesse: da una parte il calo del consenso della popolazione nei confronti della chiesa e dall’altra il sospetto della polizia che temeva che il suono estemporaneo delle campane fungesse pure da segnale per cospiratori o fuori legge portò ad un calo di quel maestoso concerto di fatti erano armi per limitarne lo scampanio.

Interessante è poi citare lo scambio di note tra Comune, fabbriceria e parrocchia in merito alla regolamentazione del suono delle campane per i numerosi funerali; fu il prevosto Andres (2) che nel 1811 venne incontro al Comune disciplinando l’uso delle campane.

E’ evidente che il suono delle campane spesso poteva tradursi in un rintocco continuo che snaturava la bellezza unica del loro suono; questo veniva protratto nel tempo ad arbitrio dei sacrestani inducendo di nuovo i Deputati Amministratori ad intervenire con una lettera di richiamo indirizzata alla fabbriceria datata 8 dicembre 1841 che denunciava “ un abuso così contrario all’odierna progressiva civiltà” con “ il frastuono disordinato e prolungato delle campane nelle sacre funzioni e specialmente nei dì solenni”.

Ivan Bormolini

( 1 ) Filippo Archinti: Vescovo della Diocesi di Como dal 1595 al 1621, successore di Feliciano Niguarda
Visita Pastorale: Adest turris campanaria magna cum pluribus campanis ( c’è una grande torre campanaria con diverse campane )

( 2 ) Gian Antonio Andres: Parroco della chiesa di San Martino dal 1807 al 1833, successore di Gaetano Merizzi


FONTE: La chiesa di San Martino in Tirano
AUTORI: Gianluigi Garbellini e William Marconi

sabato 11 febbraio 2012

JACOPO DA VALSOLDA, IL MASTRO DEL CAMPANILE DI SAN MARTINO

La “turris campanaria magna”,come la definì il Vescovo Archinti, è il prestigioso campanile in stile romanico che completa la chiesa parrocchiale di S. Martino... (Di Ivan Bormolini)

La turris campanaria magna, come la definì il Vescovo Archinti, è il prestigioso campanile in stile romanico che completa la chiesa parrocchiale di S. Martino; è alto ben 42 metri e misura alla base m.5.50 per lato; lo spessore murario parte da m.1,60 e nel salire si assottiglia alleggerendosi, geometricamente; è scandito dalle otto specchiature con le relative aperture.

L’autorizzazione all’erezione fu concessa, con nota ufficiale datata 3 luglio 1475, da Pavia, dal duca di Milano Ludovico il Moro, il quale probabilmente, come era costume, inviò a Tirano anche l’ingegnere ducale per i necessari rilievi e per l’esame del progetto.

L’anno precedente, il 25 aprile 1474, il Comune, con la partecipazione degli uomini della comunità, aveva deliberato la costruzione del campanile affidando l’incarico di seguire la pratica e i lavori, con facoltà e procura di compiere qualsiasi atto a ciò necessario, a Prandino fu Amedeo de’Cattanei di Valleve e a Stefano fu Albertino de’ Marinoni di Foppolo, entrambi residenti in paese come figura nel documento rogato dal notaio Antonio de Canobio il 26 aprile 1479.

Espletate tutte le formalità di rito, l’incarico di erigere la torre campanaria fu affidato a mastro Jacopo da Valsolda, il quale, figlio di una terra che aveva l’arte della pietra nel sangue, giunse a Tirano con un’adeguata maestranza composta da lapicidi, muratori e garzoni.
Nella primavera del 1479 il Comune era debitore nei confronti del costruttore “de aliqua denarii quantitae” tanto che i due procuratori dovettero vendere due appezzamenti di proprietà del Comune ad un certo Maffeo di Soltoggio.

Non vi sono notizie certe sulla durata dei lavori o sulla quantità di materiali usati, sicuramente negli archivi parrocchiali ci saranno delucidazioni in merito, tuttavia è facile immaginare la fatica spesa delle maestranze e dello stesso Jacopo per la realizzazione avvenuta in tempi ben lontani dove non vi erano tecnologie in grado di facilitare l’opera dell’uomo.

In merito alla costruzione restano però senza riposta altri due quesiti riguardanti il nome del progettista e l’insolita ubicazione del campanile rispetto al corpo della chiesa.
Nel primo caso non è da escludere che l’opera sia stata progettata dallo stesso Jacopo da Valsolda, il quale, come era consuetudine ai tempi, si occupò anche della fase di progettazione; è immaginabile poi che l’ingegnere ducale inviato dal Moro abbia fornito i suggerimenti necessari ed abbia predisposto l’opera.

Sulla questione dell’insolita posizione della torre, è da escludere che tale affiancamento sia stato dovuto ad un asse della chiesa diverso rispetto a quello attuale: infatti, il corpo della stessa nella zona dove ora c’è l’altare e le due sacrestie sembra essere rimasto inalterato nei tempi. L’originale modo di edificare il campanile al resto della struttura può portare ad altre ipotesi: si può pensare ad un simile orientamento per far si che la torre fosse sempre stata adeguatamente illuminata dai raggi solari,oppure si potrebbe dire che tele decisione fosse stata presa per rendere il quadrante dell’orologio di più facile lettura.

Al di là di queste idee, sembra che l’ubicazione della torre possa avere questa posizione per una semplice mancanza di spazio alla sommità della navata sinistra, dove solitamente si realizzavano i campanili in perfetta armonia con l’orientamento della chiesa.
Un'ultima ipotesi può essere considerata di tipo urbanistico: si è voluto creare di proposito un perfetto inquadramento della torre tra i palazzi della via che scende da porta Bormina: non è forse una suggestiva cartolina quella che si vede in alto a via Visconti Venosta in cui si può ammirare il campanile nel suo slancio verso l’alto?

Infine citiamo alcune definizioni che i critici attribuirono al nostro campanile:
il critico d’Oltralpe Ernst Schmid, lo menzionò come “uno splendido grande excelsior” ritenendolo ineguagliabile per imponenza e magnificenza tra i campanili Sud delle Alpi; affermò, inoltre, che la struttura è una tra le nobili “tra i monumenti di un periodo eroico dell’arte muraria”.

Gli fece eco Gian Battista Gianoli, studioso di arte locale, che paragonò la torre campanaria, per l’incalzante sovrapporsi di aperture, ad un grande reliquiario innalzato al disopra dei tetti dell’antico borgo.

Leonardo Borghese, aggiunse con enfasi: “Stupendo campanile lombardo a bifore e trifore ,magnifico nelle proporzioni. Grave e aereo in perfetta misura”.

La descrizione del campanile fatta sull’opera “La chiesa di San Martino in Tirano” dal Professor Gialuigi Garbellini descrive in modo più approfondito e appassionato questo storico monumento:
“Si tratta indubbiamente di un monumento di grande pregio per la sua architettura, essenziale quasi severa, contraddistinta da costoloni in conci non intonacati e dalla cuspide piramidale in pietra che ne accentuano lo slancio verticale, secondo il tipico schema romanico che in questo caso si riveste di accentuata solennità e di singolare equilibrio tra le parti.

Il corpo della torre si articola infatti in modo armonico in otto ordini di aperture, separate da archetti ciechi vagamente goticheggianti, che da monofore nelle prime tre specchiature si trasformano in bifore per tre piani per terminare in due ordini di trifore, l’ultima delle quali più grande della sottostante, in un ritmico crescendo, fino al prevalere del vuoto pieno, con incalzare di ben calcolati spazi, ottenuti applicando la tipica tecnica costruttiva ad triangulum, che sembra qui presagire nella sua ansia di perfezione l’imminente Rinascimento.

La costruzione, che concluse il rifacimento della chiesa, coincise con il diffondersi nella valle dell’Adda dei primi sintomi della cultura umanistica, apportatrice di profonde innovazioni anche nel campo dell’arte muraria, del pieno fiorire delle quali Tirano possiede l’esempio più chiaro nel Santuario della Madonna, iniziato nella primavera del 1505.

L’impostazione generale resta dunque quella tradizionale del romanico, con materiale lapideo locale poco ricercato, conci appena sbozzati e semplice intonaco, privo d’ogni ornamento, se non la dentellinatura degli archetti pensili di differente fattura, ma il tutto accordato a grandiosità con una grazia e una compostezza tali da far distinguere nettamente il campanile della chiesa di San Martino da tutti gli altri dello stesso stile, predisponendolo ad insuperabile prototipo fino al cinquecento inoltrato”.

Si conclude con queste armoniche parole la storia del campanile di San Martino esempio di arte romanica ma anche simbolo di fede e storia della nostra Tirano.

Ivan Bormolini

FONTE: La chiesa di San Martino in Tirano
AUTORI: Gianluigi Garbellini- William Marconi

venerdì 27 gennaio 2012

1849: UNA CAZZERUOLA FATTA VOLARE DALLA FINESTRA E UN FUCILE NASCOSTO IN UNA GERLA DI FIENO

Quella che vi stiamo per raccontare è una delle tante storie avvenute nella nostra Tirano narrate in prima persona da Giovanni Visconti Venosta nella sua opera Ricordi di gioventù... (Di Ivan Bormolini)

La vicenda, o per meglio dire le vicende, descrivono a chiare lettere quanto siano stati tesi i rapporti tra i soldati croati a capo dell’esercito austriaco e la popolazione, e nello specifico, il nostro illustre concittadino fa riferimento alle vessazioni che la sua famiglia dovette subire dalla smisurata prepotenza di questi rudi uomini d’armi.

La dimora dei Visconti Venosta in quei periodi era stata in parte occupata proprio dai soldati croati e dal loro comandante; ovviamente i modi rozzi di quel gruppo di militari stridevano in modo evidente con gli usi ed i costumi dei Visconti Venosta. Presto, infatti, la grande casa venne trasformata in una caserma dove certo non si andava per il sottile e non si badava a ciò che di prezioso o culturalmente importante vi fosse nel palazzo.

Per Giovanni Visconti Venosta, per sua madre, così come per il resto della famiglia, lo spettacolo appariva ogni giorno più desolante e struggente tanto che gli stessi Visconti Venosta si saranno più volte chiesti: quale reazione opporre a quegli ufficiali e a quegli attendenti a cui la famiglia era, contro ogni sua volontà, obbligata a dare alloggio?
Apparentemente nessuna, ma un giorno la madre di Giovanni si trovò di fronte ad una scena talmente riprovevole per la sua persona e per la sua dimora, che non curante di eventuali sanzioni e con evidente stato di rabbia reagì. Ecco come si svolse la scena raccontata dallo stesso Giovanni Visconti Venosta:

"… Per entrare nel salotto dove mia madre stava di solito si attraversava un salone che conduceva, da un altro lato della casa, ad alcune stanze occupate dagli uffiziali cui eravamo obbligati forzatamente a dare l’alloggio.
Che cosa vede un giorno mia madre?
Gli attendenti degli uffiziali avevano piantato in mezzo al salone un fornello, servendosi dei colonnini e di parte del davanzale del balcone che avevano distrutto; poi con delle sedie spezzate avevano acceso il fuoco sotto una cazzeruola, da cui usciva un fumo nauseante.
Mia madre a quello spettacolo, uscì per un momento dalla sua calma consueta, e pigliata la cazzeruola pel manico la fece volar fuori dalla finestra; poi si richiuse nel suo gabinetto.
Per alcuni minuti si sentì rintuonare la casa di voci irate,e di sciabole ripercosse sullo scalone; poi tutto ritornò nel silenzio di prima.
Ma alcuni giorni dopo ci capitò dal comando militare di Sondrio una sentenza con la quale la famiglia Visconti Venosta, colpevole di contegno ingiurioso verso gli attendenti degli ufficiali alloggiati in casa, veniva punita con l’occupazione della casa, a tempo indeterminato, dando alloggio cioè un’intera compagnia ossia duecento soldati... ".

Oltre al danno materiale e sicuramente morale, dunque, anche la beffa ad ennesima riprova e dimostrazione della prepotenza degli austriaci, delle loro leggi e del loro esercito; sta di fatto che a poche ore dall’intimazione della Sentenza arrivò la compagnia occupando immediatamente i locali che più garbavano al capitano rilegando così gli scoraggiati proprietari all’uso di poche stanze.

Multe ai comuni per banali motivi ,condanne come quella inflitta alla famiglia dei Visconti Venosta, arresti e di tanto in tanto qualche fucilazione, erano in quei periodi dei fatti che si verificavano con una certa frequenza e facevano vivere la popolazione in uno stato di continua apprensione che aumentava quando, alle vessazioni dei comandanti del luogo, si aggiungevano quelle messe in atto dai comandanti delle province che come descrive il Visconti Venosta non andavano per le sottili incutendo terrore tra gli abitanti:

“... Ogni tanto capitava a Tirano, improvvisamente da Sondrio, qualche uffiziale superiore ,o qualche commissario di polizia, accompagnato da una scorta di soldati che venivano a far perquisizioni o a prender nuovi provvedimenti di sicurezza.
Non so come, poiché allora era un secreto, qualcuno del paese n’era spesso prevenuto alcune ore prima e, allora, i principali patrioti, a buon conto, pigliavano subito il largo: tra questo c’eran sempre il buon Parroco di Tirano Don Carlo Zaffrani (1) ,mio fratello Emilio ,mio zio Merizzi, i fratelli Salis, il dottor Andres, l’ingeniere Antonio Della Croce e Luigi Negri. Parecchie volte arrivavano simili avvisi durante la notte, e allora alla spicciolata si pigliava la montagna e si andava al di là del confine a Campocologno o a Brusio, ricoverandosi in qualche osteria... ”.

La casa dei Visconti Venosta, pur essendo adibita a caserma, non era certo immune da controlli sui beni della famiglia ed una perquisizione rischiò di compromettere seriamente la posizione di questi proprietari di fronte alla inflessibile giustizia austriaca.

“... Un giorno si corse un brutto pericolo. Mio zio Merizzi venne a dirci di buon mattino che nella notte erano arrivati da Sondrio un Maggiore e un Commissario che avevano fatto circondare di soldati il paese e che avevano principiata una severa perquisizione nelle case per scoprire se ci fossero armi”.

A quel punto la madre, sapendo che le armi erano state consegnate da un pezzo alle autorità, avvisò comunque il fattore dell’imminente perquisizione convinta di non aver nulla da temere, ma purtroppo il buon uomo alle sue dipendenze nascondeva un fucile perfettamente funzionante consegnatogli un anno prima da un volontario.

Fu per tutti un momento di grande ansietà. Mia madre fece chiamar subito un vecchio cantiniere di casa per fargli spezzar l’arme e nasconderne poi i pezzi. Ma il cantiniere vedendo mia madre tanto agitata disse: “Stia tranquilla quest’arme scomparirà, ma non la romperò, né la consegnerò; la metterò in salvo, ci penso io. Ogni protesta da parte nostra fu inutile, il cantiniere nascose il fucile in una gerla in mezzo al fieno; poi ,con la gerla sulle spalle attraversò il paese, passò in mezzo ai soldati ,e andò a sotterrarlo in una vigna.
Poco dopo avevamo la perquisizione in casa,e intanto se ne ritornava tranquillamente da una spedizione che avrebbe potuto costargli la vita.
Mia madre non mancò dimostrargli largamente la sua gratitudine per l’atto generoso”.

A cura di Ivan Bormolini

(1) Don Carlo Zaffrani: fu prevosto di Tirano dal 1844 al 1860,di lui nel suo libro “Tirano”il Varischetti disse: “Di origine Comasca e nutrito di buoni studi letterari,insegnò retorica al collegio Gallio di Como.Promosso alla parrocchia di Tirano nel 1844,vi profuse ammirevole zelo e seguì con simpatia tutti i movimenti patriottici e risorgimentali

Dello Zaffrani c’è una nota scritta da Giovanni Visconti Venosta che recita:

“Il prevosto di Tirano,don Carlo Zaffrani,un buon prete patriota,e ottimista anche più di noi e di mia madre,vedeva gli austriaci andarsene ad ogni più piccolo avvenimento;e intanto,pigliava il largo,a ogni buon conto,ogni volta che capitava in paese qualche Commissario straordinario di polizia, dacché aveva visto che si imprigionavano e si impiccavano anche i preti.”

FONTI: Ricordi di Gioventù di Giovanni Visconti Venosta
La chiesa di San Martino in Tirano di G.Garbellini e W.Marconi

venerdì 20 gennaio 2012

LA GHIGLIOTTINA E IL BOIA NEI PRESSI DEL SANTUARIO

“UN INQUIETANTE EPISODIO DI CRONACA NERA AGLI INIZI DELL’800” dalla grande penna di Monsignor Lino Varishetti... (A cura di Ivan Bormolini)

Le pagine dei libri di storia locale sono ricchi di eventi che ripercorrono le gesta eroiche di molti tiranesi che nei secoli si sono resi paladini di molteplici battaglie in nome della libertà o della cultura; spesso succede che da piccoli diarietti, a volte ignorati, si scoprono storie di eventi forse considerati meno importanti, ma che sicuramente meritano la nostra attenzione.

Così la pensava anche il parroco e cronista don Lino Varischetti che per anni si è dedicato alla stesura di pagine di storia locale ricercando anche negli archivi anche le più piccole notizie di cronaca spesso dimenticate in polverosi scaffali, proprio come pubblicato nell’ultimo volume che raccoglie numerosi racconti, articoli e scritti dal grande sacerdote e storico.

Da un volumetto scritto da un tal Giovan Orazio Lambertenghi di Stazzona studioso nel collegio Gallio di Como dal 1799 al 1805, il Varischetti ha trovato narrato, con dovizia di particolari, un episodio brutale di pura cronaca nera di cui riferiamo i fatti.

La mattina del 30 novembre 1806 un tal Paolo Betti di Poschiavo si incamminò verso la fiera di S. Andrea di Chiuro, quando vicino alla Madonna del Piano di Bianzone incontrò Antonio Agostinelli detto “Chisciolatta” di Bianzone, e siccome erano conoscenti si salutarono ed insieme proseguirono il viaggio.
Giunti alla valle di Boalzo, l’Agostinelli disse che teneva una botte di vino venale in Boalzo asserendo che doveva andare ad assaggiarlo, e il Betti acconsentì; discostandosi di molto dalla carreggiata e incamminandosi per la valle il bianzonasco si tenne qualche passo indietro dal Betti e d’un tratto cavò dal mantello una tagliente scure che vibrò a colpo sicuro contro il poschiavino; il colpo fu di una tal violenza che divise in due il capo del Betti il quale rovinò a terra in una pozza di sangue.

Nessuno vide l’atto con cui l’Agostinelli freddò il malcapitato ma ciò nonostante, in un momento giunsero sul posto alcune persone le quali osservarono impotenti il Betti esalare l’ultimo fiato ,ma gli occhi di quei testimoni videro anche il “Chisciolatta” poco distante che con fare furtivo sembrava in viaggio verso la meta di Chiuro.
Evidentemente l’atteggiamento dell’Agostinelli generò qualche sospetto agli increduli spettatori della brutale scena e la denunzia arrivò alle autorità della Pretura di Tirano che immediatamente spedirono delle guardie a prenderlo.

Si cominciarono poi i processi e presto l’omicida venne indotto a confessare, anche perché gli vennero trovati addosso l’orologio e i denari rubati al malcapitato Betti; fu così che venne giudicato colpevole di ladrocinio e omicidio dalla Commissione Militare di Milano.
La pena fu quella più esemplare, condannato a morte tramite la ghigliottina; molti è probabile che rimasero stupiti da una simile atroce condanna, ma quello che più lasciò col fiato sospeso la popolazione fu il luogo dove questo sinistro arnese venne piazzato ovvero la piazza della fiera nei pressi del Santuario di Madonna di Tirano.

Fu così che tra chiacchere e commenti popolani, il 30 giugno dell’anno 1807 l’Agostinelli all’età di 22 anni fu fatto morire nel prato della fiera alla Madonna di Tirano ed il reo confesso fu il primo che subì la pena di morte con questo modo orribile.
Ma chi fu l’esecutore di un così brutto gesto? Naturalmente il boia, che giunto appositamente da Milano, in questo luogo assai conosciuto, davanti ad un buon numero di persone eseguì il suo tetro mestiere mettendo in mostra le funzioni della ghigliottina.

In realtà il boia a quei tempi era considerato un funzionario, il quale, durante lo svolgimento della sua poco desiderata missione ,rimaneva a carico ,per vitto e stipendio, dei comuni ove avvenivano le esecuzioni capitali.
Sembra che per questa esecuzione il comune di Tirano e i comuni circostanti dovettero sostenere questo pesane onere.
Giustizia dunque fu fatta ,anche se oggi ovviamente si è lontani dal condividere questo modo condannare chi ha commesso anche i più gravi reati.

A cura di Ivan Bormolini


FONTE: “Un episodio di cronaca nera agli inizi del secolo scorso”
Tratto da Don Lino Varischetti “I pareri del vecchio curato e altri articoli
Dal 1959 al 1970”
Edizione Unitre Tirano

venerdì 16 dicembre 2011

LA MENSA DEI TIRANESI DI UN TEMPO

Un tempo, tra le cucine delle case contadine tiranesi si usava preparare piatti che in alcuni casi si sono tramandati fino ai giorni nostri mentre,per quanto concerne altre ricette,va detto che il passare del tempo ne ha cancellato l’esistenza così come non si sente più parlare di vecchi detti popolari legati al cibo che oramai sono rimasti sulle labbra solo dei nostri nonni... (Di Ivan Bormolini)

In questo piccolo viaggio cercheremo di ricostruire come mangiavano i nostri avi, parleremo della mensa di tutti i giorni, certamente più povera e preparata con alimenti semplici rispetto ai giorni nostri.

In primavera le donne usavano andare per i prati e per le selve a raccogliere le erbette tra i quali ricordiamo: i dènc’de can o pisalèc, il tarassaco ,i curnagìn, germogli teneri di Silene ai quali si possono aggiungere i parüch, che erano spinaci selvatici appena spuntati.
La scelta di introdurre erbaggi di vario tipo nel pranzo e nella cena era il più delle volte obbligata poiché in molti casi la miseria in cui vivevano molte famiglie contadine non consentiva di poter desinare con altri piatti più sostanziosi; questa scelta si sopportava con rassegnazione e si diceva: A mangià nùma èrba sa divénta vèrc.

Un piatto, molto spesso unico, che si preparava con una certa frequenza era la polenta, che a seconda del tipo di farina con cui veniva cucinata era catalogata in vari modi: pulénta gialda fatta con farina di granoturco, pulénta nègra, cucinata con farina di grano saraceno, pulènta mùgna nata da farine di grano saraceno e granturco mescolate assieme. A questi tipi di polenta se ne univano altre due tipi sicuramente più ricche di sostanza; in alcuni casi, infatti, si faceva pulénta taràgna dove al grano saraceno si univano burro e formaggio casereccio e quando la panna era disponibile nasceva un'altra prelibatezza ovvero la pulènta n’ fìùu.

Un tempo non si poteva sprecare niente, era peccato mortale buttare il cibo dicevano i vecchi; allora, se a pranzo si avanzava la polenta, questa veniva affettata e tra uno strato e l’altro vi si metteva del formaggio e burro e la sera si riscaldava, il tutto mangiando la pulènta sfetàda cotta nel forno in modo che questa facesse una leggera e golosa crosticina.

Oggi la polenta è ancora una portata ricorrente sulle nostre tavole, forse un po’ meno le minestre che un tempo erano immancabili all’ora di cena così come ci riferisce questo detto popolare: La minèstra l’è sémpru stàcia la biada de l’ùm.
Molto spesso la minestra era fatta con un brodo troppo lungo e dava l’impressione di un mare con pochi naufraghi alla deriva; solitamente è lecito credere che i bambini ,già poco propensi a mangiarla, si lamentassero ed allora ecco pronta la risposta della mamma: Màia sta minèstra u sòlta da la finèstra. Sempre pronto poteva essere anche il detto del padre che diceva: Màia,màia,che la minèstra la stupa tüc’i böc.

Quando era possibile la buona mamma tentava di “ispessire” la minestra con qualche stratagemma: ecco allora che si parlava dei minüdèi che non erano altro che briciole di pasta fresca fatte nevicare nella pentola. Sta di fatto che senza altri condimenti il potere nutritivo rimaneva scarso e l’aggiunta di rape certamente non contribuiva ad aumentare le calorie.
A tal proposito si diceva A màia dùma ràvi l’è dfìcil che ün al sala càvi, oppure dùma a ràvi sa divénta mìga sàvi. Di tanto in tanto, al posto della minestra, si faceva il pancotto, ma anche qui potevano nascere delle lamentele: Dùma pancòt, a murì se fa dubòt.

Di brodo di carne si parlava poco poiché questo brodo era riservato solo ai malati, quindi, quando si aveva un malato in casa, tutti lo sapevano perché per la contrada si diffondeva un profumo molto intenso che faceva venire l’acquolina in bocca ed allora i gli abitanti della contrada dicevano: Par an pit de brö, sa cuparès àa ‘l bö.

Ad una cena poco nutriente seguiva forse una notte con qualche languore ed al momento della colazione era sovente la presenza in tavola del scotamüs che consisteva in una tazza di latte bollente al quale si aggiungevano un pizzico di sale e polenta a cubetti.

Nelle giornate d’estate, quando i contadini erano in alpeggio, era di rigore preparare farianarsa o papa de munt: questo piatto si otteneva con farina gialla fritta nel burro con l’aggiunta di latte o acqua.
Sempre nel periodo estivo, quando gli uomini erano impegnati nella fienagione, soprattutto sui monti, erano note anche due bevande molto energetiche ovvero la cadùlca e la rusümada. La prima era preparata mescolando latte e vino mentre la seconda era ottenuta frullando un tuorlo d’uovo con zucchero e vino, cadùlca e rusümada,’ n ciapèl de vin, l’è ‘l debèef del cuntadìn.

Quando arrivava la stagione autunnale, alla caduta delle castagne, donne e bambini si recavano nelle selve per raccogliere quelle che erano definite la carne dei poveri; qui avveniva una prima cernita dettata dalla conformazione delle stesse castagne: i cazulòt erano le castagne vuote e raggrinzite; la castagna nera, piatta a forma di fico era detta figascèra, da non confondere con la tàpa anche questa piatta e scura.
Una grossa differenza intercorreva tra il pregiato marrone, marùn, e la nìbbia dalla buccia bianca che cadeva pur non essendo ancora matura. Tutte queste castagne, a seconda della loro qualità ,venivano impiegate per fare la preziosa farina di castagne oppure le ferüdi e gli ottimi braschèe.

Piuttosto ricorrenti sulle tavole erano quelli che oggi sono considerati i principi della cucina valtellinese ovvero i pizòcher; molto spesso si faceva anche la sfersàda, preparato a base di riso, pasta o pizzoccheri, sul quale si versava il burro o lo strutto bollenti i quali producevano un particolare sfrigolio.
I pizzoccheri comunque erano considerati un gran buon piatto se si paragonavano ad altri meno nutrienti e poveri di ingredienti di sostanza e quando si mangiavano, anche sotto forma di sfersàda, si diceva la pulènta la cuntènta, la minèstra la bruntùla, i pizòcher i cunsùla.

Di tanto in tanto si facevano anche i sciatìn, che prendevano il nome dai rospetti che vivevano nella allora numerose pozze sparse un po’ ovunque; questo a motivo della protuberanza o della gonfiezza che assumevano quando erano preparati con olio o strutto. Una tipica pietanza tiranese erano, allora come oggi, i chisciöi ovvero una specie di frittata preparata con farina di grano saraceno mista a farina bianca e formaggio di casera.

Salvo rare eccezioni in cui ci si poteva permettere la carne, generalmente a Natale, Pasqua e poche altre feste, era largo l’uso di patate, rape verze e fagioli conditi per così dire in tutti i modi per farli apparire sempre diversi, ma sostanzialmente sempre con ugual sostanza: Patàti e fasöi –dicevano gli avi – i è la càren dei puarèc’.

Alla fine del pasto c’era poi il caffè, ma anche questo ben lontano dal modo di preparazione dei giorni nostri; lo si preparava con il pentolino ‘l cafè fac’ giù ‘n del pignatìn, si aspettava che si depositassero le polveri sospese, ‘l setàs, e poi lo si versava nelle tazze.
Il fondo veniva utilizzato più volte con l’aggiunta di un surrogato chiamato zicòria. Per quanto concerne il caffè vero e proprio va detto che questo era considerato un medicinale e quindi veniva preparato solo quando in casa c’era un malato.

Un momento di grande festa nella vita contadina avveniva in inverno quando, a cavallo tra dicembre e gennaio, si macellava il maiale. Allora il macelàar era detto ‘l bechèe mentre quando si facevano le operazioni di macelleria si diceva fa sü ‘l ciun o fa becarìa.
Normalmente le donne si occupavano del cùlsc e preparavano ‘l cundimèent; il macellaio e gli uomini sezionavano le parti e tritavano le carni. Le carni tritate, con fatica, venivano messe nella marnèta e successivamente i bambin,i dopo la speziatura, la mischiavano. Poi si facevano salsicce cotechini e quant’altro di prelibato si potesse ricavare.
Generalmente, dopo aver concluso le operazioni, si faceva un piatto tipico tiranese oramai sconosciuto ovvero i gnòc de sanch, ossia un impasto di sangue di maiale e pane grattugiato, che, dopo essere stato cotti e scolati, venivano conditi con burro fuso e formaggio di casera prodotto dai contadini negli alpeggi durante l’estate.

Vi era poi posto per la verzàda cun li custìni de ciun, per i tastaröi e per una bella minestra di duméga cul piscin del ciun.
Nonostante questo momento di abbondanza si diceva però, spesso e malvolentieri: Diètra e brö lùunch i mèna l’um a l’òtru mùunt.

Ivan Bormolini

FONTE: DIZIONARIO TIRANESE DI MARIA GRAZIA FIORI