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sabato 10 marzo 2012

E’ TEMPO DI RICORDI: ERANO LORO "QUELLI DELLA SELVA"

Domenica 26 febbraio, una data come tante altre eppure un occasione per tornare a Baruffini, in quella contrada Selva, un tuffo nel passato, nel sempre vivo ricordo di coloro che furono le anime di quel piccolo paradiso della frazione soliva. Tirano terra di storia è anche questo... (Di Ivan Bormolini)

Tirano terra di storia è anche questo, la voglia di far rivivere anche solo per il tempo di un clic vicende legate agli avi, a quei ritmi di vita laboriosi e nello stesso tempo semplici, a quella voglia di riunire le famiglie intorno ad uno stesso tavolo tutte le domeniche, ma anche l’emozione di ricordare quei protagonisti della vita di ieri che hanno custodito diari mai scritti, ma carichi di appunti di vita.

A volte dicono che il tempo aiuti a mitigare i ricordi tristi, vero o no che sia, le persone a noi care che non ci sono più rimangono sempre nella mente e nel cuore; a loro durante la giornata un pensiero sia pur di un istante lo si dedica sempre, ma il tornare in certi luoghi in cui hai vissuto belle esperienze di vita fa si che riaffiorino alla mente le voci, la vita quotidiana, i sapori, gli usi ed i costumi, le tradizioni ed i volti di coloro che erano legati ad altre generazioni molto diverse dalla nostra.

Tornare nella via Selva, anche solo per un breve momento me li ha fatti rivedere “quelli della Selva”, pochi passi fuori dalla case per immaginarmeli e per incontrarli nel cuore e nella mente... Pochi passi, tanti pensieri, un momento che però voglio raccontare.

La Rina: eccolo il motivo per cui sono tornato, dare un ultimo sentito saluto alla “Rina Prividina”; parto dalla sua morte, dalla scomparsa di una donna semplice, umile e buona di cuore, attaccata alla vita della sua famiglia e ultima custode di quei diari mai scritti “della Selva”.
La sua morte mi ha profondamente toccato, perché chi ha conosciuto la Rina non può avere altro che dei bei ricordi, la sua voce, il suo semplice modo di fare, l’affetto che sapeva dare erano doti per lei normali.

Le giornate alla Selva: sono passati anni, uno dopo l’altro i protagonisti della vita di tutti i giorni in contrada ci hanno lasciato.
Le loro giornate erano semplici, com’era semplice la loro vita, il ritmo dei giorni e del tempo era scandito dai lavori della campagna, la cura degli animali e poco altro.

Durante l’inverno si passava molto tempo in casa, si “ascoltava” il caldo della stufa economica della cucina, quella fiamma viva, quello scoppiettare e quel profumo di legna che ardeva dava un senso di intimità tra le mura delle case cullate dai flebili raggi del sole invernale.
Nelle belle giornate gli uomini andavano a potare la vigna: gesti sapienti i loro; partivano da lì per inaugurare la stagione, pensavano già ai grappoli rigogliosi e a quel buon vino di Baruffini, schietto, genuino come schietti e genuini erano gli avi.
Le donne, dopo aver sistemato le galline e conigli, qualche capra e poco altro, rassettavano le case e poi si mettevano a fare maglioni e calze di lana. Il tempo non si sprecava nemmeno in inverno.

Appena i primi timidi raggi del sole di primavera facevano la loro comparsa, tutti si muovevano verso i campi e gli orti; lungo il sentiero, era un brulicare di persone, talmente tante che le potevi vedere da Tirano; si riportava la terra, si concimava portando sulle spalle pesanti gerle di letame, si seminavano patate e ogni tipo di ortaggio tra cui quella famosa insalatina di Baruffini, unica per bontà.
Ma quell’insalatina tenera nella sua saporita e golosa essenza, era la metafora, la poesia, la storia di quella gente della Selva e di Baruffini, gente dal cuore grande... Dal cuore in mano.

Zappe, vanghe e gerle erano gli strumenti del faticoso lavoro su terreni impervi che per essere coltivati richiedevano anche tanta passione, ma soprattutto vigoria fisica, equilibrio e amore per la terra. La terra è oro dicevano.
Man mano le giornate si allungavano, dopo il ritorno dalla giornata nei campi, gli avi si fermavano a fare quattro chiacchere tra di loro, trovavano nella piazzetta della Selva, gerla in spalla e zappa a far da bastone di una vecchiaia che la stava facendo da padrona, quasi sino all’ora di cena; poi di nuovo la quiete al calar della sera. Sentito il telegiornale, si coricavano, riposavano nel silenzio della notte, per poi affrontare una nuova giornata di lavoro.

Se penso oggi a quelle fatiche, il mio pensiero in un turbine di emozioni, fatte di magone e di lacrime, torna di nuovo indietro, a quando dalla piazzetta della Selva scrutavo con occhi di bambino quei campi duri da coltivare sopra la via Cavada: erano giardini di profumi di verdure, di semplicità, di amore verso la terra, che ci ha dato buoni pasti.
Poi negli anni vi ho visto l’abbandono, ed il bosco prendere il sopravvento tra i campi disposti su quei muri a secco.

E’ il segno dei tempi che cambiano, dicevano gli avi, oggi il benessere, raccontavano, fa si che i nostri figli vadano altrove, scendano a Tirano, e quello che per noi e per loro fu fonte di faticoso sostentamento, lascia di nuovo il posto al naturale avanzamento della natura. Quello che secoli fa era il bosco, poi sapientemente bonificato, ora torna bosco.

Erano attaccati alla fatica della terra i nostri avi di Baruffini, la vedevano come fonte di vita; ma le cose, i ritmi della vita erano mutati e loro lo accettavano, per amore dei loro figli e delle loro famiglie, che in tempi moderni avevano scelto di percorrere strade diverse, diverse dal contrabbando, dall’emigrazione in paesi sconosciuti e lontani, diverse dall’eco mai dimenticato di quelle pallottole in guerra… Già perché i nostri avi la guerra l’avevano vissuta al fronte e di guerra non ne volevano più sentir parlare.

Ma torniamo alla vita della Selva, forse o per nulla differente da quella delle altre contrade di Baruffini. Dopo la primavera, l’estate ed ancora il lavoro nei campi, nelle vigne e negli orti divenuti mese dopo mese ricchi di verdure, si lavorava instancabili per godere dei frutti della terra, si andava a “ignagfa” la vigna, si curavano le poche piante di mele; tutti i giorni c’era da fare: uomini nelle vigne, nei campi e nei ripidi prati e donne che la pomeriggio portavano a pascolare capre e pecore nei prati e nelle selve sopra la Cavada.

Pomeriggi al pascolo: dopo aver mangiato, il mio avo si dava alla coltivazione della vigna, scendeva a piedi lungo la strada vecchia di Baruffini e raggiungeva la vigna dalla località detta “ Ca’ Bgianchi” a metà strada tra Tirano e Baruffini, un po’ più sotto alla strada che porta a Roncaiola; nello zainetto una bottiglietta di vino mischiato “all’acfa de dumega”, un po’ di pane e salame per una veloce merenda di mezzo pomeriggio.
Finiti i lavori in quella vigna cominciava lo stesso rituale nella vigna “de li Maruneri”; lì a metà pomeriggio si sedeva sul sasso fuori dal “ Bait ” sorseggiava un po’ di vino e col “ rampelin” tagliava un po’ di pane con magari una bella e saporita misciolta.
Per pochi istanti godeva della vista della Valchiosa, di Cologna e di Sernio, forse in cuor suo scrutava il pellegrinare, minore rispetto ad oggi, delle auto che percorrevano la Statale domandandosi nell’umiltà del suo cuore se quel tanto progresso avrebbe portato davvero al benessere della nostra gente.

Io intanto con la mia ava andavo nella stalla, si facevano uscire le capre e i capretti, ricordo di tanto in tanto c’era anche qualche pecora.
Si saliva per il ripido tratto che dalla via Selva porta ai prati sopra le case della Via Cavada, vicino alle selve; per stimolare i nostri animali nella salita bastava una manciata di sale che tenevo in tasca ed il gioco era fatto. Giunti in quei luoghi dove regnava un silenzio quasi surreale, sia lasciavano brulicare le pecore e le capre controllando sempre che i vispi capretti non si allontanassero troppo dalla zona.
Seguivo dunque quei simpatici animali, l’ava si sedeva e da una borsa toglieva aghi e filo e si metteva a far calze, solo ogni tanto il suo lavoro era interrotto dall’arrivo di qualche altra nonna con il suo seguito di animali, qualche chiacchera, ma nulla che potesse distogliere l’attenzione di quel certosino intrecciarsi di aghi e fili.

Io guardavo Tirano, vedevo Sernio, Cologna, con il cannocchiale scrutavo i monti Orobici, Canali, Piscina e Ronco, poi riguardavo Tirano che non era ancora cresciuta come oggi; nell’attuale zona industriale pochi erano i siti produttivi: la Cartiera, la Segheria Ninatti, la Ri.Ri. e la ditta Selva, non ancora contornata da case.
Una distesa di prati nulla di più, poche le case, qualche cantiere lasciava però pensare che la nuova Tirano, un po’ residenziale e un po’ industriale, sarebbe nata in quelle zone in pochi anni.

Al battere delle diciassette dal campanile della chiesa, si ritornava a casa, gli animali tornavano nella stalla, un'ultima occhiata a galline e conigli e poi era l’ora della cena. Ricordo che in estate si mangiava all’aperto sulla piazzetta, giornate semplici, ma indimenticabili.

I giovedì a Baruffini: in estate passavo qualche giorno in compagnia dei miei avi a Baruffini, un’immersione in un modo bucolico che oggi le nuove generazioni non hanno vissuto; li seguivo nei lavori nei campi e nelle vigne, ma per me la tradizione dei giovedì a Baruffini in via Selva era un rito consolidato, un’affettuosa consuetudine che la mia ava amava rispettare sin da quando ero piccolo.
Scendeva a piedi dalla frazione con passo lungo, era una vecchia contrabbandiera, e di buon ora, arrivava davanti alla mia casa, al suono del campanello scendevo di corsa, un abbraccio ed il suo solito sorriso pieno di affetto.

Si partiva per il mercato settimanale che allora si teneva tra le vie Marconi e Pio Rajna dietro l’attuale Centro Commerciale; verso le otto trenta la voce del Casiraghi si sentiva già riecheggiare e intenso era il profumo di pollo allo spiedo.
L’ava era rapidissima nel fare la spesa, tirava fuori dal borsellino la lista, tappe obbligate erano il venditore di formaggi, quello della carne ed di tanto in tanto si passava da quello che vendeva articoli di merceria in generale.

Il tempo era tiranno, bisognava fare in fretta, la “corriera delle 10.00” che partiva da piazza Cavour non aspettava; saliti a bordo e fatto il biglietto si partiva. Allora, in quegli anni, la corriera era piena di gente che come in un rito scendevano a Tirano in occasione del mercato del giovedì.
A bordo durante il breve viaggio, donne e uomini parlavano un po’ di tutto; accennavano già allora a qualche rincaro dei prezzi, oppure si raccontavano novità paesane sentite nel breve giro del giovedì a Tirano.

Alle 10.20 si arrivava nella piazza di Baruffini e subito si giungeva nella piccola ma accogliente casetta di via Selva, il pranzo di mezzogiorno era a mia richiesta, bastava chiedere e l’esperta cuoca qual’era la mia ava preparava.
Il tempo scorreva veloce, verso le undici e mezza arrivava l’avo dai campi o dai boschi trascinando la legna con una corda, subito si consumava un altro rito: prendeva le grosse chiavi della cantina e mi invitava ad andare in quello che per lui era un luogo quasi sacro, vi conservava oltre al vino i salumi, me li mostrava settimana dopo settimana, mi istruiva sulle delicate fasi di stagionatura e quando erano pronti staccava una fila di “misciolte” o un salametto che immancabilmente faceva la famosa goccia.
Delicati gli equilibri tra sapori e speziatura, dolce la pancetta, unico il gusto del prosciutto.

Dopo pranzo l’avo ripartiva per i lavori della campagna, mentre con l’ava si faceva una partita a carte e si parlava del più e del meno, ma su ogni argomento uscivano dalle sue labbra saggi consigli di vita.
Ci si intratteneva nella piazzetta, giocavo con altri ragazzini, al rintocco delle ore del campanile mi accorgevo che era ora di tornare a Tirano; portavo con me un piccolo bagaglio di consigli e raccomandazioni, ma ogni giovedì aveva una caratteristica diversa, mai tutto era uguale o monotono, settimana dopo settimana, i giovedì a Baruffini rimangono nei miei ricordi come delle belle giornate passate in compagnia di due belle persone e di tanti conoscenti.

Continua…

Ivan Bormolini

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