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venerdì 9 agosto 2013

TRIVIGNO, LA CÙLUM E LA VALLE DEL SANTO

Chi giunge in Trivigno, magnifica alpe del tiranese , oltre ad ammirare l’ampia valletta e i dolci pendii scavati dalle grandi glaciazioni, non potrà fare a meno di volgere lo sguardo in alto e vedrà “ la Cùlum “ (il colmo di Trivigno) come lo chiamavano i nostri avi, ora noto sulle mappe come monte Padrio. (Di E. Maifrè)
Questa cima è facilmente raggiungibile da Trivigno  con una agevole camminata di circa un’ora.  La cima della montagna della “ Cùlum “  è ampia, dolce, tonda e con un leggero avvallamento  che invita a soffermarsi per un picnic  e  godersi una vista mozzafiato. Da lassù la vista spazia alla Val Poschiavo, alle cime del Bernina, a quelle di tutta la Valtellina , fino a spingersi a quelle del Lago di Como, al monte Rosa, all’Adamello, a quelli del Tonale che si allacciano con quelli dell’Ortles.

Quando ero bambino, un anziano contadino del luogo mi disse che in una giornata serena si poteva scorgere dalla “Cùlum”  , con un buon cannocchiale, il luccichio dorato della Madonnina del Duomo di Milano.
Appena sotto la “Cùlum“  non sfuggirà alla vista un ampio vallone. Esso si stacca dal fianco occidentale del monte sino a lambire più sotto un’ ampia zona di prati acquitrinosi ( carècc ).
Da questo vallone nasce un torrente che, alimentando la zona acquitrinosa, si getta a valle sulla sinistra orografica formando,  nel corso dei secoli, il “ Vallone del Santo “ le cui irruenti acque confluiscono nell’Ogliolo a Campopiano poco sotto il paese di Aprica.

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La valle del Santo è legata ad una antica leggenda “ la leggenda della Valle del Santo “  proposta da Antonio Stefanini  di cui riporto il testo che si trova nella bella raccolta "Leggende e tradizioni della Val di Corteno da Edolo all’Aprica " di Giacomo Bianchi (1905-1996) edito, nel 2005, dalla La Compagnia della Stampa a Roccafranca (BS) e riportato alla pagina web  www.montagna.org/mitieleggende?page=6  nella sezione curiosità, miti e leggende a pag.6.

Conoscendo Trivigno, questa leggenda mi ha incuriosito. Io credo che in tutte le leggende ci sia qualcosa di vero o, se non di vero, almeno una fantasiosa interpretazione dello stato d’animo degli uomini  e delle cose di come va il Mondo.
Mi ha incuriosito il fatto che uno “stazzonasco” ( abitante di Stazzona in Valtellina )  avesse fatto un patto con il diavolo pur di deviare la rovinosa acqua che scendeva dalla “ Culùm “ e che imboccando  la valle di Trivigno proseguiva sino a formare il fosso alluvionale e il furioso torrente Rivalone  che si getta   nell’Adda  poco più a valle di Stazzona.

Molto prima e anche nel 1846  la furia di questo torrente causò gravi danni all’abitato di Stazzona distruggendo molte abitazioni.  Non vado oltre per non togliere la “ suspense “ di questa bella leggenda. Tutto sommato dalla leggenda si intuisce che per difendere i propri beni, in certi casi, occorre l’aiuto del diavolo.
Riporto di seguito il testo della leggenda invitando i lettori ad una bella scampagnata in Trivigno. Giunti lassù, rilassatevi e godetevi la vista della “conca di cielo “ dal piazzale della chiesetta di S. Gaetano.  Poi proseguite sino ai piedi del vallone della “Cùlum”  con una comoda strada sino a raggiungere il ponticello. Quell’acqua che vi scorre sotto non raggiunge più il fiume Adda in Valtellina  come cita la leggenda, ma giunge a volte calma , a volte rovinosa  nel torrente Ogliolo, poco sotto Aprica, nella parte bresciana. Questa “ deviazione” fu fatta con l’aiuto del diavolo e delle braccia del  nerboruto “stazzonasco” che vendette la sua anima  a Balzebù pur di per salvare  Stazzona e S.Rocco dalla furia rovinosa dalle acque. 

Ezio Maifrè

La leggenda della” Valle del Santo”
La Valle del Santo (Alpi valtellinesi) è così chiamato per un burrascoso torrente che, incassato fra due alte ripe rocciose, precipita dalla vetta del Padrio nella valletta cortenese, descrivendo un caratteristico angolo retto alle Scale, confluendo nello Ogliolo a Campopiano (Camplà), ingrossato delle acque provenienti dall’Aprica (SO).
Intorno ad esso fiorì una leggenda interessante, che risale a tempi assai remoti e che vive ancora nella tradizione. Narra questa che, un tempo, il terribile torrente scendesse in Valtellina, attraverso la valletta di Trivigno, arrecando continui ed ingenti danni ai villaggi di S. Rocco e di Stazzona.
Le popolazioni di queste terre che si erano viste, più volte, le loro case seppellite da valanghe di massi e di acqua, esasperate, pensarono di deviare il corso d’acqua verso la Val di Corteno.
Ma come riuscire nel gigantesco intento? Sarebbe stata necessaria l’opera di qualche diavolo dell’inferno. Tuttavia Stazzonesi e Sanrocchesi non si disarmarono, decisero di trovarsi, uomini e donne, la sera dell’11 novembre, armati di picconi, badili, zappe e travi, proprio sotto la sorgente dell’indiavolato torrente.
Erano appena cadute le tenebre, rese più nere da una massa di nebbie, che giravano vorticose, intorno alla vetta del Padrio, quando, uno stazzonese, ben piantato e con una spanna di pelo sul petto quasi nudo, comparve, per primo, nel luogo stabilito e incominciò a scavare, canticchiando felice come una pasqua. Da un momento all’altro, sarebbero giunti anche gli altri e, lavorando di buona lena, tutti insieme, qualcosa, verso l’alba, sarebbe stato fatto.
Mentre l’omone lavorava accanitamente, bestemmiando ad ogni piccola difficoltà che gli si presentava, ad un tratto, si vide, a pochi passi di distanza, un giovanotto bianco e rosso in faccia, sorridente, rivestito di un abito fatto di papaveri. Dai suoi occhi si sprigionavano, di quando in quando, ondate di scintille. Fattosi riconoscere subito per il demonio, si offrì d’attuare la gigantesca impresa, a patto che lo stazzonese gli vendesse l’anima.
Costui, sebbene fosse coraggioso come un lupo, provò un brivido, che dalla punta dei capelli scese fino al mignolo dei piedi; ma si riebbe subito dallo spavento e, impugnato in atto minaccioso, il badile a difesa, incominciò a raccapezzarsi e a studiare la proposta.
Poiché dell’anima s’era sempre curato poco, e l’aveva maltrattata come un cane rabbioso, girato lo sguardo intorno per osservare se fosse presente lo spirito della sua santa mamma, dopo ancora un momento di indecisione, accettò la proposta, stendendo timidamente la mano.
Belzebù gliela strinse fortemente, sghignazzando e si mise all’impresa. Sprizzando scintille da tutte la parti del corpo, si mise a spiccare enormi salti, poi sfoderato, da non si sa dove, un tridente che, pian piano s’allungò a dismisura, incominciò ad agitarlo verso Corteno.
Quasi all’istante, lungo il versante si aprì il nuovo letto del torrente, lungo il quale, le acque si gettarono urlando come belve, minacciando di distruggere Galleno. La popolazione, svegliata dal fracasso insolito, che s’avvicinava sempre più, ricorse a S. Martino, protettore della Valletta. Uomini donne e bambini erano inginocchiati sulle soglie delle case, invocando e piangendo.
Il Santo non fu sordo alle preghiere dei suoi fedeli. Apparso in un oceano di luce a cavallo di un superbo destriero bianco, in groppa ad un eminente «dosso» ad occidente di Plèr, detto poi «Dosso del Santo», rischiarando a giorno il cielo e la terra, comandò al torrente di volgersi verso sera.
Al suo cenno, le acque deviarono nel luogo indicato, dove lentamente si aprirono, tra la roccia il nuovo letto, profondo e misterioso, ad angolo retto col vertice alle Scale e l’apertura verso mattina. Nelle Rocce del Dosso del Santo il popolo scorge ancora le impronte lasciate dai ferri del cavallo.
Le mamme si inginocchiano sopra di esse e le baciano e le fanno baciare ai loro piccoli, i quali, commossi dalla bella leggenda santa, d’estate coprono di garofani silvestri, colti saltellando sulle rocce, le impronte dei ferri del cavallo di San Martino, protettore della ridente valletta prealpina.
E là sul luogo dove l’uomo poco pio vendette l’anima a Belzebù, si scorge una voragine, che un tempo doveva essere immane. Ora è per tre quarti ripiena di sassi, ghiaia e terriccio. In essa sprofondarono il diavolo vestito di rosso, dalla cera bianca e rossa e l’uomo nerboruto di Stazzona, con un palmo di pelo sporgente dal petto, che si curava poco dell’anima.
Sprofondarono fra un boato terribile che pareva un tuono, ed un visibilio di scintille che a ventaglio salivano fino alle stelle, che, essendo state fugate nubi e nebbie, dalla luce del Santo, fiorivano tante, tantissime nel giardino del cielo.

mercoledì 26 giugno 2013

I CRÀP DEL CÒREN: MONTAGNA DI TRIVIGNO NEL TIRANESE

I cràp del Còren di Tirano: il Percorso per arrivarci e una leggenda legata al luogo scritta in dialetto tiranese. (Di Ezio Maifré)
Percorso per arrivarci: giunti all’alpe Piscina ( montagna di Trivigno nel tiranese ) scendete presso la vecchia caserma abbandonata. Un poco prima a destra, guardando l’antica caserma, nel bosco inizia un antico sentiero tra vecchi “ fòo “. Percorrete il comodo e antichissimo sentiero per circa 300 metri con scarponi, magari aiutati da un robusto bastone. Giungerete al primo “ cràp “ facilmente accessibile dove la veduta della valle della Ganda e della intera vallata è spettacolare. Non consiglio d’andare sul secondo “cràp” ( a destra in fotografia ) poiché può essere pericoloso e disturberete una bella poiana che normalmente si quieta nell’ombra nell’incavo roccioso appena sotto.
Se volete portatevi la leggenda che troverete qui sotto scritta in dialetto tiranese.
Sedetevi comodamente guardando la Valle. Quello che leggerete, magari con fatica, mi è stato raccontato da mia nonna “Virginia de Rùnch“ . Vi assicuro che qualcosa di vero esiste. Notate i due “curnìn de càbra“ proprio sulla sommità dei “cràp“ . Quelli sono il “testimonio” della antica leggenda e che la capra vegeta ancora nella roccia. Nelle notti di “fulmìn e trùn“, la sentirete ancora a “besulà de dulùr“.




LA LEGÉNDA DEL CRÀP DEL CÒREN E DEL PREVÀT DÈLA VAL DE LA GÀNDA
(località presso l’alpe Piscina nel tiranese )
Ilò a Piscìna apéna sùta la végia casérma del Fort déi Canài, par chi i la sa mìga, gh’è dùu crap facc a còren che i vàrda giù a piùmp la val dèla Gànda.
Chèi crap iè cùma dùu angégher che i spìa fo de gnèch par chèl che l’è sucedüü tancc agn fa; l’è ‘na legénda che adès va cünti sü.
De unòrum, pròpi ilò andùa ‘l sa ‘ncùntra l’Ada cun ‘l Pusc’ciavìn gh’éra ‘n laghèt cun an mèz ‘na isula pìscena piscéna facia anùma de bucc rudùnt de Ada, che i noss vècc i ciamàva Teràda.
Sùta la muntagna, ilò ‘ndùa adès ‘l gh’è sèlvi de àrbui ‘n funt àla val, ghéra ‘n bèl paesìn ciamàa Vulpéra.
L’éra ‘n paés furtunàa parchè de igliò s’pudéva ciapà la barca e andà sü par la Val, alùra l’éra gnamò vigni la ruina de Sèran, l’era tüt piàt e l’Ada la sa spantegàva come la vuleva lee per la piàna del noss bèl de Tiràn.
A Vulpéra ‘l gh’éra ‘na pòra végia dabéna ma puarìna, che la gh’éra giüstu ‘na càbra schìscia püsée dé lee.
Prìma de magià l’erba la càbra la mangiava e dòpu la mangiava la vègia ramabaguli perché la ga tiràva fo ‘l lacc par bèv lée e iscì i scampàva tücc dùu.
Chèi de Vulpéra i ciamàva ‘sta vègia, Ramabàguli parchè apéna la so càbra la picàva fò ‘na bàgula, lée la curéva a ramàla sü e i la metéva giù ‘n tèl scos par purtàla a ca e chèli bàguli iè po stàci la so cundàna;eh .. vulìi savè ‘l parchè?
Eh.. ghìi de savè che a chèi tèmp, i rüava sü par la Val ‘n bot ùgni tant, chèi Munsignùr tücc vestìi de rus e cun sü ‘l capèl gros cùma sa ‘l füss ‘na sedèla anversàda ‘n cràpa par fach li vìsiti ài por laùu, ai por cuntadìn.
Chèi dì de vìsita ièra dì brücc par i ciùn, par li galìni e i cunìc parchè chèi Reveréndi ancapelàa i rusegàva giù de brüt àa i òs , e i Munsignùr i vignìva iscì pesànt che i fàva fadìga a tiràs rée.
L’è sücess che ‘n bèl dì de vìsita, ‘l bun prévat de Vulpéra, l’à preparàa ‘n grant festegiamént ma par fürtùna ‘l sèra salvàa déli padéli , la càbra dèla pòra Ramabàguli.
Vèrs mesdì, quàtru marcantòni i sa inviàa ilò al port cun la purtantìna par specià ‘l Munsignùr che ‘l rüava ‘n bàrca de giù de igliò, ma quàndu ia vediüü ‘l Munsignùr iscì pesànt a sultà giù, ‘l Pédru che l’éra ‘n balòs, la pensàa sùbit de dumandàch se ‘l pudéva fa dùu viàcc, prìma purtà ‘l so corp e po la so ànima, ma ‘l Reveréndu ‘l ga gnàa respundüü.
Che càrga matèi!
Tüti li stràdi de Vulpéra iéra quarciàdi de pétali de rösi ‘n unùr del Munsignùr e chèi déla purtantìna iéra li süta gavèi che i vedéva gnàa la stràda parchè iéra sùta sfors;
‘l Pédru ‘l gh’éra fina scapàa ‘na gran scurègia par ‘l sfors quànda la ciapàa giù ‘na zòca e ‘l séra ‘mbarcàa.
‘L prévatt de Vulpéra l’éra fàcc sunà campàni, brùnzi de vàca e sunài de càbra ‘n so unur e l’éra ilò fo dèl purtùn déla gésa che i la speciàva.
La végia Ramabàguli la savèva che ‘l Munsignùr ‘l sarès pasàa de ilò e iscì ànca lée par fach unùr l’éra destendüü par chèl toch de stràda ‘n tapée de bàguli séchi de càbra che i parèva azalìni.
Quànda iè pasàa de igliò i quàtru marcantòni cun ‘l Munsignùr, ‘l Pedru l’è slitàa sùra li bàguli e iscì la purtantìna la sa ‘n pìt ‘nversàda e al Reveréndu ‘l ga crudàa giù ‘l capèl ‘n mèz a li bàguli .
Sacrilégiu!
Sacrilégiu, la usà.
Pòra vegiàta, de valùr la ghéra apéna i bàguli e lée ‘n unùr dèl visitadùu , la tracc fo ‘n stràda tüti chèli che l’éra ramàa scià ‘n tancc agn de fadìghi.
Nigùt de fa!
‘L Munsignùr, ‘l prevàt de Vulpéra e tüta l’òtra gént i la cundanàda a murì de fàm lée e la so càbra sùra l’isula de Teràda ‘n méz ‘l laghèt de Teràda.
Iscì dòpu quindés dì la végia l’è mòrta de fàm e la càbra la besulàva dì e e nòcc visìn àla morta, ma negùt, negügn pròpi negügn i la scultàva, negügn i gh’éra cumpasiùn e negügn i vuléva suterà la pòra Ramabaguli.
’Na nòcc che ‘l trunàva e ‘l sberlusciàva la gent de Vulpéra ià vist chèla càbra cùn i öcc rus de föch sultà l’Ada e ‘nviàs sü par la muntàgna ilò sùta i munt de Piscìna.
Ma ècu che dòpu ‘n pìt chèl tòch de muntàgna l’è franàda giù de culp e la suteràa tüt al paes de Vulpéra e la quarciàa àa l’isula de Teràda andùa ‘l gh’éra la végia Ramabaguli destendüda sùra i sas rudùnt.
Chèla càbra l’è restàda igliò a vardà giù la rüina e ‘ntant la besulàva cunténta, parò dopu ‘n pìt l’è morta ànca lée par i strapàz.
Se vòtri fìi dùu pas e rüìi sü igliò, vederìì adés anùma i so còren che iè vegnüü de sas e grancc cùma ‘na ca.
Eh ..chésta l’è la stòria di dùu Crap di Còren.
Viòtri che ghìi fidéch e ché ghìi nigùt sü la cuscénza , pruìì a girà giù de igliò par la Val déla Ganda quàndu ‘l sberlùscia e ‘l trùna e sentirìì amò besulà la càura e a sciupetà ‘n tèi sas i bròchi déi scarpùn del Prevet dèla Val dèla Ganda.
Ezio Maifrè 

sabato 8 giugno 2013

LA "TERZA CROCE" IN LOCALITÀ CANALI

Amare la natura è amare Dio. Chi ama la montagna può sentire nella brezza che muove le foglie delle betulle il respiro di Dio. Questo lo deve aver capito, fin da bambino Graziano De Campo classe 1940, nipote di Girolamo De Campo.
LA "TERZA CROCE" IN LOCALITÀ CANALI
Graziano De Campo con la cagnetta "Melissa"
Ma chi è costui che a molti appare un signore “ duro “ d’espressione e di viso, ma dal cuore  buono come il pane e grande conoscitore della montagna di Trivigno ?
E’ Graziano De Campo. Siamo amici da quando eravamo bambini . Ora, anziani ambedue,  ci siamo ritrovati nei luoghi dove  è maturato in noi l’amore per la montagna. Lui più grandicello di me, nel ‘53  all’Alpe Canali e a Ronco mi ha insegnato a costruire le ceste con le “scudèsci” . Cercavamo lassù i migliori alberi di nocciolo. Poi lui, con bravura e pazienza certosina dopo averli lavorati e selezionati uno ad uno,  con il suo coltellino , traeva sottili e lunghe strisce di legno per la costruzione dei cesti. Mi insegnava come fare “l’ossatura” del cesto piegando le stecche di nocciolo, ad inserire e intrecciare le “scudèsci” tra le coste del cesto e a tenderle. Alla fine nasceva un “ cavagnìn “ magnifico, delicato  e degno di custodire  le cose migliori per la casa. Durante questo lavoro, non poche volte, davamo una occhiata alle mucche al pascolo pulendo il bosco da ramaglie secche e da sterpaglie. Anche al giorno d’oggi se la mulattiera che parte da “ Li cadéni “ e giunge all’ Alpe Canali è ben percorribile , in parte è merito suo, poiché quando la percorre toglie le pietre, gli arbusti che intralciano il passaggio. L’altro ieri ci siamo ritrovati nella sua vecchia baita in montagna alle Canali  e, con l’umiltà degli uomini della montagna mi ha mostrato un suo lavoro degno di nota e che, a mio avviso, mostra la grande bontà e devozione che Graziano ha per  nostro Signore e la Madonna . Mi ha detto, presso la croce sottovoce “ Mia madre Caterina mi raccontava che i “ viciurìn “  ( gli addetti al trasposto di legname e fieno dai maggenghi a valle ) partivano da Tirano per andare in Trivigno. Caricavano sulle “ priale “  ( carri a due ruote , trascinate dal mulo ) il fieno  e il legname della nobile famiglia Lantieri , proprietaria di molti terreni lassù. Partivano da Tirano. Giunti alla Prima Croce non troppo accaldati si facevano il segno di Croce. Proseguivano con forza, poi a Ronco si fermavano dalla Virginia per bersi un calicino di vino o una gazzosa. Cento metri sopra, alla prima curva e nel bosco, v’è la Seconda Croce. Si facevano il segno di croce e proseguivano giungendo sul luogo dove ho costruito il Crocefisso e lì sostavano un poco, poi proseguivano per la località Piscina dove nell’antico ristoro del “ Gagìn “ si fermavano per bersi un altro calice di vino. Infine proseguivano alla volta di  Trivigno.”

Graziano ha voluto, in ricordo del racconto di sua madre e della sosta dei “ viciurìn “, costruire e dedicare a loro la  “ Terza Croce”  facendola “ vivere “ nel bosco. In aggiunta ha scolpito su legno una delicata immagine della Madonna  confidandomi che  è sempre stato aiutato, nella sua vita,  dalla Beata Vergine.
Ci siamo lasciati con la gioia nel cuore, poi ho volto un ultimo sguardo verso quel grande Crocefisso appeso al tronco di pino. Ho fatto il segno di croce e ho detto tra me: la ricorderò come   la” Terza Croce” delle Canali,  costruita da Graziano, nel luogo dove i “viciurìn”  facevano una “ pòsa” per prender fiato.

Ezio Maifrè 
La “terza croce” opera di Graziano De Campo 
La terza croce opera di Graziano De Campo

lunedì 6 febbraio 2012

UNA PERLA INVERNALE DEL TIRANESE A CHILOMETRI ZERO

State comodi innanzi al vostro computer. Non dovete far altro che cliccare il “file” delle fotografie e vi godrete uno spettacolo invernale nostrano, di casa vostra se siete tiranesi... (Di Méngu)

Se siete anziani o con le gambe che fanno “ ghìu-ghìu“ con il freddo siete scusati. Ma nessuna scusa potete portare voi che siete giovani. A maggior ragione, voi papà e mamme che avete marmocchi. Vi rammaricherete di non aver portato la vostra prole a vedere il Castelàsc mantellato di neve e la visione della città di Tirano innevata. Vi rammaricherete di non aver fatto slittare i vostri bambini sui prati della contrada Dosso, nelle selve “ àli cadéni “ e in quelle di Vulpera. Voi che fate sci di fondo vi rammaricherete di non aver percorso l’anello Castelàsc- Cadeni- Vulpera – Selve di “ Cà dei Gatèi “.

Certamente avrete fatto molti chilometri in auto, lontani da casa vostra, mentre avevate sotto naso, a chilometri zero piste innevate e panorami stupendi. Dopo aver aperto il file e visionato le fotografie vi verrà il desiderio di salire, seduta stante, al Castelàsc con i vostri bambini per ammirare la bella cittadina innevata e di collaudare la pista di bob che ho visto al Dosso e forse anche riscoprire le piste che vi ho accennato poc’anzi.

Dirvi altro non mi sento. Anzi no, mi sento di dirvi che conviene sfruttare le occasioni di casa nostra, come si faceva ai miei tempi giovanili e, vi assicuro, con poca spesa e grande divertimento.
A bun vedé li fòto e a gudè l’aria de cà nòsa!

Méngu

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giovedì 19 gennaio 2012

"LA STRADA DEL CAR" E IL SENTIERO DEL CONTRABBANDO

L’itinerario che propone Carlo Del Dot è uno dei più panoramici e storici del monte Masuccio. Il tempo per percorrere “l’anello” Baruffini-Piazzo-ex Caserma di Finanza- Sasso del Gallo-Linea Cadorna- Cancelletti – Baruffini è di circa quattro ore... (Di Ezio Maifrè)

LA STRADA DEL CAR E IL SENTIERO DEL CONTRABBANDO

Il percorso con i relativi sentieri è ormai molto conosciuto, Il mio interesse è in particolare per la storia di questi sentieri.
Chiedo a Carlo, cultore di storie e tradizioni di montagna di poter
raccontare, cammin facendo, ciò che si rammenta dei luoghi e dei sentieri.
Lasciamo l’auto appena sopra Baruffini, al bivio della strada Prà’ Campo- Piazzo. Imbocchiamo la strada di Piazzo, per poi risalire alla località Sasso del Gallo.

1 Incrocio -punto di partenza

Racconta: “ questa strada che porta il nome di “ strada del car” ( carro ) è utilizzabile anche per i trattori.
Rispetto al sentiero e alle mulattiere è più ampia e permette di passare con mezzi agricoli. La strada che porta a Prà Campo è detta di “ arroccamento “ , cioè è la strada che dal paese porta al punto massimo in altezza.
Le altre deviazioni di Prà Fontana, Prà Baruzzo e Zarè sono deviazioni laterali di servizio esclusivo a questi alpeggi.
Quattro o cinque anni fa venne l’idea di ripristinare un sentiero e dedicarne la memoria al periodo del contrabbando che, per Baruffini e Roncaiola, è stato di vitale importanza economica.
Questa idea è nata tra alcuni finanzieri e un noto personaggio di Baruffini. La preparazione del sentiero è ricaduta sul volontariato di pochi finanzieri, alcuni alpini, ma soprattutto del CAI che ne cura tuttora il mantenimento.
I cartelli indicatori sono stati donati dalla Comunità Montana di Tirano.
La Guardia di Finanza ha dato l’onore e il prestigio di poter mettere il nome e il suo stemma sui cartelli segnalatori”.
Percorriamo la comoda “strada del car”, superiamo l’incantevole borgo di Piazzo.

2 Strada del car.

3 Piazzo.

4 Carlo Del Dot

5 -case sulla strrada del car

Carlo racconta “ questa strada era necessaria ai tempi del fascismo, anteguerra e successivamente dopo la guerra, per poter andare nelle proprietà che i contadini avevano in territorio svizzero.
Per coloro che si recavano all’interno della Svizzera occorreva il passaporto, ma chi frequentava le zone di confine limitrofe, per esempio la zona della Valposchiavo, bastava la tessera di frontiera.
Per poter transitare con la tessera di frontiera sulla linea di confine occorreva utilizzare o le strade regolari come quella che passa da Piattamala, oppure una strada come questa del “ car ”.
Era una strada autorizzata perché si accedeva alla caserma Sasso del Gallo che fungeva di controllo di confine.
Il comune di Tirano, per i contadini che abitavano a Roncaiola e a Baruffini, sulla tessera di frontiera poneva la dicitura “ ed anche per il valico del Sasso del Gallo”.
La stessa cosa valeva per coloro che abitavano nella parte opposta della montagna che sovrasta Madonna di Tirano e che porta verso Novaglia e Lughina ed erano autorizzati al passaggio di Monte Scala.
Tutto ciò era necessario per poter accedere ai fondi e alla proprietà di questi contadini italiani che avevano delle proprietà in territorio svizzero documentate dagli atti catastali”.
All’inizio della “strada del car” troviamo una lapide che ricorda la morte di Irma Rinaldi

6 Lapide ricordo di Irma

alla quale è dedicato, con il finanziere Dario Cinus, giovane di 23 anni di Cagliari, il “sentiero del contrabbando- sentiero della memoria ”.
La “strada del car” è l’arteria principale che divide i sentieri che gravitano su Roncaiola e Baruffini e che divide nella parte bassa i sentieri su Roncaiola e nella parte alta quelli di Baruffini”.
Proseguiamo agevolmente e senza fatica nella comoda “ strada del car” che conduce alla ex caserma Sasso del Gallo. A circa metà strada troviamo una deviazione che porta, come obiettivo montano, a Schiazzera.
Questa deviazione era una mulattiera militare, poiché univa la caserma Sasso del Gallo con quella di Prà Campo, più oltre quella di Schiazzera e proseguire verso la val Grosina .
Tuttora questo percorso è parte integrante del grande sentiero Italia. .
In poco più di un’ ora giungiamo alla ex caserma Sasso del Gallo.
Carlo racconta: “un tempo questa caserma era una stazione fiorente che fungeva sia da tutela del territorio, sia per la lotta al contrabbando. La ex caserma Sasso del Gallo sorge su un punto strategico lungo la linea di confine italo-svizzera ed è stato operativa fino al 1987 ospitando cani anticontrabbando e numerose guardie di finanza.
Vediamo ancora scritto sopra la porta d’ingresso della ex caserma “ Nec Recisa Recedit “ “che significa “ neanche spezzata retrocede “, motto che fu dato alla “ Fiamme Gialle “ da Gabriele D’Annunzio, il poeta soldato.

7 ex caserma Sasso del Gallo .

8 - ex caserma Sasso del Gallo 9 interno ex caserma

Ora la ex caserma è stata abbandonata dalla guardia di finanza perché non più utilizzata e antieconomica per il corpo”.
Entriamo. Tutto è in rovina, calcinacci e vetri rotti abbondano nelle varie stanze.
Carlo approfitta della breve sosta per tagliare sterpaglie cresciute innanzi all’ingresso principale.
Breve sosta, poi proseguiamo oltre la ex caserma.
Siamo al cippo n° 5. Il panorama è stupendo, sembra d’essere su una fusoliera d’aereo.

10 .Cippo 5 al sassa del gallo

Carlo continua: “Questo è il cippo chiamato n° 5.
Da un lato c’è incisa la “I “ di Italia dall’ altra la “ S” di Svizzera. Il cippo è stato messo a dimora nel 1874. La linea di confine è dettata dalla linea incisa sulla testata del cippo. La linea non è rettilinea, ma piega a Sud in direzione di Stazzona e a Nord delinea il taglio del bosco che ci sovrasta.
Siamo in un territorio molto accidentato dove esistono fosse, buche e massi instabili. In questi ultimi anni la zona è stata chiusa al traffico veicolare e pedonale da parte del Comune di Tirano per evitare pericoli maggiori.”
Abbandonata la comoda “strada del car”, la mia curiosità mi spinge a superare il confine svizzero, per raggiungere la località Palù.

11 -Palù

E’ un gruppetto di case ben tenute, in territorio svizzero ma di proprietà baruffina e sono comodamente raggiungibili in auto da Viano. Fino a pochi anni orsono la strada del Car, che qui termina, era utile per il trasporto del fieno di questo maggenghi fino a Baruffini.
Imbocchiamo un comodo sentiero sino a raggiungere di nuovo il confine italiano.
Il sentiero “ tradizionale “ del contrabbando incontra al confine il maggengo Papi per poi proseguire per la località Balboè, Pozzat di Murat, linea Cadorna, Cancelletti, Malgina e infine Baruffini.
Carlo racconta: “ le “ bricolle “ da Brusio venivano trasportate a Viano e quindi a Palù con i normali mezzi di trasporto. Palù è in territorio svizzero, quindi i finanzieri italiani non potevano intervenire. Da Palù e dalle zone limitrofe gli
“ spalloni “ iniziavano il loro lavoro trasportando le “ bricolle “ in territorio italiano utilizzando il sentiero che stiamo percorrendo.
Questo sentiero ora è molto frequentato. Molti turisti svizzeri e tedeschi lo conoscono e lo utilizzano per le loro escursioni. Da Brusio raggiungono Viano con un comodo “ postale “ poi da Viano proseguono a piedi nella comoda strada sino a Palù per poi varcare il confine e imboccare il “ sentiero del contrabbando” sino a Baruffini o raggiungere Roncaiola con una deviazione a circa metà sentiero”.

12 gruppo di turisti svizzeri e Carlo Del Dot

Sui nostri passi incontriamo un gruppetto di escursionisti svizzeri provenienti da Viano. Raggiungeranno Roncaiola, per poi scendere a Tirano e con il trenino rosso del Bernina entrare di nuovo in Svizzera.
Il sentiero è molto ben tenuto. Carlo, ogni tanto estrae dalla saccoccia
il “ rampelìn “ e taglia i piccoli ramoscelli ad altezza d’uomo che possono dar fastidio nel passaggio. Io ne approfitto per guardarmi intorno nel bosco e in valle. Giungiamo alla linea Cadorna dove si vedono ancora le trincee a scopo difensivo scavate nel bosco durante la prima guerra mondiale. Il posto è stupendo e la valle appare sotto di noi nella sua superba bellezza.

13 Trincee linea Cadorna

14-Sentiero del Contrabbando 15- Panorama dal sentiero del contrabbando

Giungiamo alla località Cancelletti, Carlo racconta:
“ in questo luogo si incontravano le pattuglie della guardia di finanza provenienti da Tirano, quelle della caserma di Sasso del Gallo, come pure quelle di Prà Campo, si scambiavano i visti sui fogli di servizio. Se fai silenzio ti sembrerà di sentire ancora , su questo sentiero, il respiro di molti giovani finanzieri che si alternavano in lunghi turni di vigilanza, di giorno e di notte, tendendo l’orecchio, aguzzando la vista per scorgere qualche spallone che nel buio pesto transitava con la “ bricolla “. Sentirai anche il respiro in gola, l’affanno per la fatica dei contrabbandieri che con in spalla la “ bricolla” pensavano al sostentamento dei propri cari. Questi siti, sono stati teatro di storie di finanzieri e contrabbandieri in un rapporto di contrapposizioni, ma anche di rispetto reciproco, e sono luoghi ormai di storia del territorio”.

16- due turisati di S. Moritz

Sul sentieri, quasi all’arrivo a Baruffini, incontriamo altri due signori di San Moritz. Conoscono molto bene il nostro territorio e la nostra gastronomia e in particolare i “ pizzoccheri “ e il “ chisciöl “ che, sembra di aver capito, gusteranno alla rinomata trattoria di Roncaiola.
Giungiamo molto agevolmente sopra Baruffini dove abbiamo lasciato l’auto. Il nostro giro è durato circa quattro ore e, credetemi, personalmente ho vissuto momenti magici di ricordi e ho visto un superbo panorama della Valle. .

Ezio Maifrè

venerdì 18 novembre 2011

SENTIERI DEL MASSUCCIO: DA MADONNA A RONCAIOLA

Continua la rubrica dedicata alle perle della montagna. Ora Ezio Maifrè è impegnato a farci conoscere i sentieri del Monte Masuccio.

La mia guida è Carlo Del Dot, classe ’39, memoria storica dei sentieri del tiranese, gamba da stambecco e vista d’aquila.
Il personaggio è molto noto nel tiranese. E’ stato per trent’anni Presidente della sezione locale Club Alpino, grande conoscitore della zona e delle montagne di Valtellina, accompagnatore volontario di gruppi appassionati della montagna. Mette volentieri a disposizione la sua esperienza della montagna e attualmente lavora con il gruppo di volontari per la pulizia dei sentieri. Mi dice: “Anche quando vado in montagna da solo, nei sentieri, mi viene naturale sistemare un sasso fuori posto, tagliare un ramo che dà fastidio al passaggio” . Insomma, mi racconta che i contadini di un tempo passavano con le bestie nel sentiero, la bestia brucava l’erba tenendo pulito il passaggio e il contadino nel frattempo sistemava i sassi nel camminamento. Ecco, mi dice, perché i sentieri erano sempre tenuti bene.
Bastano queste parole per far capire l’amore di Carlo Del Dot per la montagna e per la natura.

Gli chiedo la cortesia di mostrarmi qualche itinerario interessante della montagna del Masuccio ed ecco che lui prontamente mi espone un ricco menù. Lo propongo come lui l’ha esposto tenendo in considerazione che i sentieri sono tutti ben segnalati.

  1. Da Madonna di Tirano, salita ai Ciocca, salita a Ronco, arrivo a Roncaiola.
  2. Da Ronco, salita a Nasen, arrivo a Roncaiola.
  3. Da Nasen, salita a Refreggio, arrivo a Roncaiola.
  4. Da Refreggio, salita a Sasso del Gallo, poi a Piazzo, discesa a Roncaiola.
  5. Da Sasso del Gallo, salita a Palù, poi a Viano, arrivo a S. Romerio.
  6. Da Sasso del Gallo, salita a Papi, poi a Zoca, discesa a Baruffini.
  7. Da Papi, a Pradentia, poi alle Zoche e arrivo a Prà Campo.

Visto il tempo incerto di oggi mi propone un itinerario non impegnativo e rilassante con un tempo massimo di circa 4 ore ed è il seguente (il primo dell'elenco): dalla chiesa di S. Rocco si sale alla contrada Ciocca, poi si imbocca un sentiero, si passa per Ronco e con un sentiero quasi pianeggiante e ben tenuto si giunge a Roncaiola. Breve sosta a Roncaiola per ammirare la stupenda vallata del tiranese, poi un caffè nella rinomata osteria e ritorno sul sentiero già fatto. A circa metà sentiero, salita a Nasen, quindi discesa a valle dalla strada carrozzabile passando per la contrada Ciocca giungendo di nuovo alla chiesa di S. Rocco a Madonna di Tirano.

Chiedo la cortesia a Carlo di poterci fermare nei luoghi da lui ritenuti interessanti per fare qualche foto e di narrarmi qualcosa di sua memoria dei luoghi. Con un cenno di capo mi dice di sì. Zaino in spalla e ci avviamo.

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Giungiamo ai Ciocca e qui racconta:
“I Ciocca è la prima contrada che si incontra nel salire verso il Sasso del Gallo ed è l’ultima località dove c’è ancora il vigneto. E’ abbandonato, ma resiste ancora. Qui ai Ciocca c’è anche un ulivo, pertanto il clima è buono perché il borgo si trova su un dosso e anche d’estate è bel soleggiato e ventilato. In questa località, quando non esisteva ancora la carrozzabile ma solo la mulattiera, abitava una signora. Era brava guaritrice specializzata per la cura della sciatica. Succedeva che dalla chiesa di S. Rocco per salire fino ai Ciocca lo sventurato che soffriva di sciatica dovesse per forza salire a piedi e arrivando ai Ciocca si era perciò riscaldato i muscoli e la guarigione era quasi avvenuta.
Tra le case della contrada Ciocca c’è una mulattiera che ha una pendenza talmente eccezionale che è forse tra le più ripide che si possa incontrare sino a
Sasso del Gallo “.

Saliamo un poco e incontriamo alcune case dove pascolano alcune caprette. Carlo racconta ” Siamo ancora nella zona dei Ciocca, qui abbiamo due piccole aziende agricole, le uniche.
Siamo di fronte alle rocce dove poggia il maggengo di Lughina, quelle rocce sono pericolose per la loro verticalità; all’interno delle rocce ci sono delle crepe che potrebbero minacciare geologicamente tutta la zona sottostante”.

Ci avviamo sul sentiero che porta a Ronco, a lato del sentiero c’è una canaletta in calcestruzzo per il contenimento del ruscelletto d’acqua che serviva per
l’irrigazione, ora non più usato. E’ un sentiero quasi pianeggiante e in alcuni punti è come un balcone sulla vallata e su Tirano. Questo sentiero è utilizzato tantissimo dai turisti Svizzeri e Tedeschi che scendendo dal Sasso del Gallo vanno a Roncaiola per gustare i Pizzoccheri e i chisciöi alla rinomata trattoria, poi scendono a Tirano, e ritornano in Svizzera con il trenino rosso del Bernina.
Percorrendo questo comodo sentiero si incontra Ronco, un agglomerato di quattro o cinque case tutte in disuso. Più in avanti s’incontra una vasca di raccolta dell’acqua per l’acquedotto di Madonna di Tirano.
Carlo racconta : “Questo sentiero arriva a Roncaiola, poi da Roncaiola prende il nome di “ Sentiero del Pane “ e raggiunge Baruffini.
Da un paio di anni a questa parte è studiato anche dai ragazzi della scuola “Pinchetti” di Tirano che infatti hanno apposto un cartello sul sentiero.
Nel tempo del contrabbando il sentiero era perfettamente pulito, dovuto all’intenso passaggio dei contrabbandieri.
Da questo sentiero si vedono bellissimi scorci di panorama di Tirano; si può vedere il trenino Rosso del Bernina che da Tirano raggiunge il confine svizzero.
I turisti svizzeri e tedeschi apprezzano molto questo panorama mozzafiato sulla vallata.

A circa metà sentiero si incontra l’imbocco del sentiero per Nasen, il cui tempo di salita per raggiungerlo è di circa mezzora.
Il pendio sottostante a Roncaiol , al giorno d’oggi, è in disuso, ma una volta era tutto coltivato, come si può vedere dai muretti di sostegno. Era coltivato a segale e in primavera era uno spettacolo veramente eccezionale. Quando spirava un poco di brezza si muoveva la segale e sembrava ondeggiare come le onde del mare”.

Arriviamo a Roncaiola; le case sono ben restaurate .
Carlo continua “Roncaiola è alla stessa altezza del borgo di Novaglia, che è di fronte, e all’incirca alla stessa quota di Baruffini, tant’è che un tempo addietro facevano delle scommesse sulla maggiore o minore quota in altezza della cima del campanile di Baruffini rispetto a quello di Roncaiola”.
A Roncaiola ci accoglie il gestore della trattoria che ci offre un ottimo caffè.

Torniamo sui nostri passi imboccando lo stesso sentiero già fatto sino a giungere al bivio del sentiero che porta a Nasen.
Carlo racconta “Nasen è formato da un gruppo di case, alcune restaurate, ma altre in parte abbandonate. Nasen è abbastanza vicino al confine svizzero.
Partendo da Piattamala la linea di confine corre su una direzione Nord/ Ovest , non sale diritta da Piattamala, come ad esempio da Piattamala a Lughina, ma corre in diagonale verso Viano.
A Piattamala c’è il cippo n. 1 e la linea di confine termina con il cippo n. 13 che si può vedere dal Campone, sulla linea della cresta che porta al Masuccio.
Il monte Masuccio è totalmente in territorio italiano, come pure i laghetti.
La croce di Baruffini è visibile da metà Campone ed è dove c’è il confine tra il Comune di Tirano e il Comune di Vervio. Dalla vetta del Masuccio si scende ai laghi di Schiazzera, da lì inizia il sentiero nella parte italiana molto bello. E’ il sentiero di Passo Portone, dalla bocchetta si entra in territorio Svizzero e si scende fino a S. Romerio .

Senza andare sui grandi percorsi della zona dello Stelvio che ricalcano la storia della prima guerra mondiale, anche qui da noi ci sono dei begli itinerari.
La zona alle spalle di Roncaiola, come anche nella zona dei laghi di Schiazzera, sono state interessate da interventi della prima guerra mondiale. Ci sono delle mulattiere che sono state create appositamente .
Ad esempio, appena sopra al Sasso del Gallo abbiamo un vallo creato artificialmente chiamato “linea Cadorna“.
Dalla località Papi, praticamente al confine con la Svizzera, sopra la Caserma Sasso del Gallo, un sentiero è chiamato “ Memoria del Contrabbando “ è qui che si attraversa la linea Cadorna.
Ogni tanto nei boschi vicino al confine troviamo qualche pezzo di reticolato con uno spessore di almeno quattro volte i reticolati moderni” .

Appena prima di giungere a Nasen si possono vedere i terrazzamenti che erano coltivati a segale.
Arriviamo a Nasen. Il nome di Nasen forse deriva a “ ‘n àsen “ perché in dialetto per indicare un asino si dice “ ‘n àsen “ . Quando uno dice: "dimmi un nome che inizia per “n“ " si dice dubito “ ‘n àsen “. Questa però è una supposizione.
Carlo continua “ Nasen è un maggengo di transizione poiché non è abitato tutto l’anno. Il luogo è abbastanza frequentato da turisti svizzeri e tedeschi che scendono dal Sasso del Gallo.
Sotto il Sasso del Gallo la zona è impervia e rimane impossibile il passaggio , salvo qualche piccolo “trecciolino” conosciuto dai contrabbandieri.
Il turista quindi sale con mezzo pubblico fino a Viano, poi scende a Sasso del Gallo, quindi passa da Nasen, e con il comodo sentiero giunge a Roncaiola e scende a Tirano.

A Nasen termina la strada che arriva da S. Rocco/Ciocca ed è possibile arrivare in automobile. Da Nasen un sentiero porta a Refreggio. Lassù c’è ancora la vecchia mulattiera che parte dal Sasso del Gallo. E’ stata costruita una strada al Sasso del Gallo, ma manca un collegamento da Nasen a Refreggio.
Il maggengo di Nasen è in fase di restauro e il fatto che arrivi la strada è molto positivo perché permette di portare sabbia e cemento per la ristrutturazione delle case”.

Scendiamo passando per la contrada dei Ciocca e infine raggiungiamo la chiesa di S. Rocco a Madonna di Tirano.
E’ un itinerario storico che val la pena di fare, costa poca fatica e ci sono riuscito io, sicuramente riusciranno tutti.

Ezio Maifrè

sabato 9 luglio 2011

LA STRADA DEI MONTI

A conclusione dei vari articoli riguardanti la “ presentazione “ delle bellezze della montagna di Trivigno, quali Ronco, Piscina, Forte Canali, S. Rocco, Trivigno , propongo un” escursus” fotografico dei monti di Prà Alèsi, Pum dei Fasölin, Munt del Peretu, Munt la Costa, Cabrèla, Costamoscia... (Di Ezio Maifrè)

L’alpe
L’alpe è quiete, riposo,
teatro del canto del grillo
e del cuculo,
dove sussurra di brezza,
che rinfranca i cuori.

A conclusione dei vari articoli riguardanti la “ presentazione “ delle bellezze della montagna di Trivigno, quali Ronco, Piscina, Forte Canali, S. Rocco, Trivigno , propongo un” escursus” fotografico dei monti di Prà Alèsi, Pum dei Fasölin, Munt del Peretu, Munt la Costa, Cabrèla, Costamoscia.

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Tra queste stupendi” munt “si trovano , come d’incanto, Santelle, Crocefissi, fontane in legno intarsiati da artisti locali e alcune case di antica fattura con ‘ bàit del làcc “ stupendi reperti storici del nostro mondo arcaico.

Ogni “ monte “ ha una sua cura particolare e vale la pena di scoprirlo.
Percorrendo le strade dei monti l’osservatore attento e “ curioso “ noterà la cura e l’amore che ogni valligiano porta per la propria “ baita “ sovente tenuta meglio della casa in Valle. Purtroppo spesso non notiamo la stessa cura per i boschi , per i prati non falciati, per i sentieri ostruiti dalla vegetazione, per i muri delle strade deteriorati dal tempo, per le numerose buche nelle strade, e “ dulcis in fundo “ per rifiuti abbandonati nei boschi e a lato strada.

Avviso  importante  posto sulla strada per Trivigno

L’appello che forse merita di rivolgere a tutti è il seguente: come i nostri padri hanno saputo costruire e mantenere in ordine questo immenso patrimonio, così anche noi abbiamo il dovere di curarlo e preservarlo , anzi di abbellirlo maggiormente. I “ munt “ sono portatori di pace e serenità per un vivere a misura d’uomo; sono anche grande richiamo per i turisti che vogliono dimenticare per un momento l’ansia dei tempi moderni.
Turismo di qualità è anche saper offrire simpatia, accoglienza, bellezza, eleganza, raffinatezza, donare serenità e presentare il nostro territorio “ cùn ‘l vestìi dèla fèsta “.

Ezio Maifrè

venerdì 3 giugno 2011

TRIVIGNO, CONCA SOSPESA NEL CIELO

Sì, Trivigno (1737 s.l.m) è una conca di cielo che stupisce per la sua bellezza. La sua luce, la sua luminosità, i suoi ampi spazi aperti invitano lo sguardo a posarsi sui declivi prativi e su un gruppo centrale di belle case... (Di Ezio Maifrè)

L’EXCURSUS FOTOGRAFICO SULLA MONTAGNA DI TRIVIGNO.
Su questo giornale on- line il direttore dott. Marco Travaglia ha dato spazio ad un mio excursus fotografico forse di modesto spessore e certamente incompleto della montagna di Trivigno . Lo scopo è quello di catturare l’attenzione dei giovani che a volte sembrano ignorare o conoscere poco i nostri alpeggi e anche quello di far vedere che “ l’erba verde “ è anche di casa nostra e degna di essere vista da tanti forestieri. Può darsi che, dopo aver letto gli articoli dedicati alla località di Ronco, Piscina, Canali, Forte Canali, S. Rocco e Trivigno, a qualcuno venga voglia di farsi una bella camminata e visitare i luoghi.
A mio parere dirò che ne val la pena. Per il momento ho trascurato alcune località “ minori “ quali Vulpéra, Cà de Camp, ‘l Pèrsech, ‘l Pùm, Castamoscia, Cabrèla ecc. ecc. con l’intenzione però di parlarne in seguito. Capita a molti di noi di percorrere migliaia di chilometri in viaggi avventurosi, ma poco conosciamo le bellezze della nostra valle, ed è un peccato. Peccato due volte. Primo: perché quando si conosce bene il proprio territorio si diventa premurosi , insistenti e attori per la sua salvaguardia. Secondo: la nostra Valle è il nostro “spazio -tempo” del vivere e morire; ogni giorno ci uniamo nella bellezza della sua natura, quando moriamo ci consegnano alla terra che ci accoglie.
Ma la montagna di Trivigno non è la sola bellezza naturale del Tiranese. Basta guardarsi intorno con serena tranquillità. Mi viene spontaneo fare un appello a coloro che conoscono “ i nòs munt “ ( i nostri alpeggi ) con lo scopo di volerceli proporre con immagini e con semplici e personali commenti. Grazie.
e.m.

Così il poeta dialettale tiranese Dante Tozzi canta Trivigno.

‘na distesa , tüta de pràa e de busch suspesa sü ‘n de ‘l ciel, verda ‘n de ‘l sul: ‘na gesa bianca, che manda la sua ùus frèsca ‘n de l’aria ‘n chèla püra pas. Bèl l’è Trivign cura i la spazza ‘l vent e li nebbi li curr cuma ‘n de ‘n mar ‘ndua tütt al spariss. Ma ‘n de ‘n mument pü bel al turna ‘l sul, el ciel, el verd.

"Una distesa, tutta di prati e di boschi sospesa nel cielo, verde nel sole, una chiesa bianca che manda la sua voce fresca nell’aria in quella pura pace. Bello è Trivigno, quando lo spazza il vento e le nebbie corrono come nel mare dove tutte sparisce. Ma in un momento più bello ritorna il sole, il cielo, il verde".

Sì, Trivigno ( 1737 s.l.m ) è una conca di cielo che stupisce per la sua bellezza. La sua luce, la sua luminosità, i suoi ampi spazi aperti invitano lo sguardo a posarsi sui declivi prativi e su un gruppo centrale di belle case. La graziosa chiesetta di S. Gaetano con il suo ampio piazzale affascina e distoglie solo per un momento la visione delle ampie distese boschive. Alla località La Crùs, la conca trascina lo sguardo, prima a valle in un affascinante interrogativo di casette che si scorgono a mala pena tra la macchie nella pineta, poi a monte dove troneggia la Cùlum che sembra voler dominare la sponda “del Gioèl “e “ dèli banchèli “.

Questo esteso e gradevole territorio è stato, sin da tempi remoti, zona d’alpe di Tirano, Villa di Tirano e Stazzona. Ma, se il poeta Dante Tozzi ha cantato le bellezze di Trivigno, ora bisogna lasciar parlare Sergio Tognolini, detto Ciufìn che di Trivigno conosce la natura. Questo “giovanotto“ di 79 anni mi fa da guida. Ha “’na gamba” da capriolo e una vista d’aquila.

Per prima cosa mi dice “ Tutte le strade portano in Trivigno. C’è quella che passa per Cabrèla, quella che arriva da S. Ròch , la mulattiera che arriva da Piscina, quella che arriva dall’Aprica e giunge a Trivigno basso, quella che arriva a Trivigno alto, quella che arriva da Guspèsa”.

Incominciamo il nostro giro. Mi porta a vedere la vecchia mulattiera che da Piscìna giunge sino alla chiesa di S. Gaetano. Sostiamo nel piazzale e da lì mi indica le case e mi racconta , filo per segno, la loro storia e i loro proprietari. Proseguiamo sino a raggiungere la Crùs . Meraviglia ! Si può ammirare la conca di Trivigno in ogni direzione. Mi indica la zona del Gioèl, poi racconta che cinquanta anni fa era tutta brulla, senza piante, ora è diventata una bella pineta. Merito o colpa dell’innalzamento della temperatura.

Mi spiega che la valle di Trivigno è vasta. La sua estensione la si può considerare con inizio già da Prà Piàn con le sue numerose case mimetizzate nella folta pineta, fino a giungere alla Culùm.

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A lato della Crùs imbocchiamo la strada “déli banchèli”. Non basterebbe un’ora per descrivere la bellezza di questo sito. La strada militare porta a due postazioni di cannoni del tempo della prima guerra mondiale. Sono visibili gli imbocchi delle gallerie, le trincee, la zona “ dèli cüsini “ dove i militari avevano la loro mensa. Raggiungiamo la “ còrna bianca “ . E’ un masso bianco, liscio e spettacolare. In piedi, su quel masso, sembra d’essere su una fusoliera d’aereo; la visione di Tirano e della val Poschiavo è da mozzafiato. A questo punto mi vengono in mente i versi del poeta Tozzi; mi rivolgo alla guida e dico “Sèrgiu, l’è propri ‘n gran bèl pòst “ ( Sergio, è proprio un gran bel posto ). Torniamo sui nostri passi e raggiungiamo di nuovo La Crùs.

Mi assale un pensiero. Ho un tuffo al cuore e dico all’amico Ciufìn: quanta bellezza, Trivigno sembra un sogno tutto per noi due. L’amico con tono malinconico mi dice: te le dìcia fò giüsta, Trevìn ‘l par ‘n sùgn tütt per nòtri dùu, pecàa che ‘l gh’è mìga ‘n giru gént cun ‘na iscì bèla giurnàda!!

(L’hai detta giusta , Trivigno sembra un sogno tutto per noi due , peccato che non ci sia in giro gente con una così bella giornata!!!)

Ha ragione, è domenica 22 maggio, la giornata è bella, il cielo è di corallo, il posto è meraviglioso, dovrebbe esserci un sacco di gente in giro. Mentalmente faccio un inventario delle persone incontrate: due ciclisti nella piazzetta innanzi alla chiesa di S. Gaetano, due signori anziani sulla strada che va àla Crùs, due fugaci macchine e una moto sulla strada. Alcune case le ho viste aperte, perlomeno le finestre erano aperte. Nulla più. L’amico continua: “ai mé témp l’era tütt ‘n sunà de brùnzi de vàchi, de ùs de raisìn e giuinòt, ‘l gh’éra vita, adès i giùan i rüà sü ‘l sàbat u àla dumenéga a fa scià la pulénta taràgna e po’ i scàpa ‘n giù debòt (ai miei tempi era tutto un risuonare di bronze di mucca, di voci di ragazzi e giovanotti, c’era vita, adesso i giovani giungono fin quassù al sabato o alla domenica per fare la polenta taragna e poi scendono subito a valle). Un poco di movimento lo si vede in luglio e agosto, ma non tutte le case anche in quel periodo sono aperte. Mi piacerebbe che Trivigno si animasse nel pieno rispetto della natura.

La gita è finita. Ciufìn mi invita nella sua casa di Trivigno. Sua moglie ha preparato tre magnifici chisciöi,tondi e rubicondi da non starci nel piatto; di contorno c’è cicoria, da bere una bottiglia di vino rosso Valtellina, per frutta le sue ciliege. Ci serve dicendo: ho preparato tre chisciöi, se sono troppi, fa niente. Quello che avanza lo porto a casa, perché noi lo mangiamo anche freddo. Illusa! Io e ‘l Ciufìn, i chisciöi , li abbiamo sbaffati tutti e tre, scolando anche la bottiglia. Merito della “conca sospesa nel cielo” che con la sua aria ci ha stuzzicato l’appetito e la voglia di ritornare, appena possibile, su questa Alpe da sogno.

Ezio Maifrè

sabato 28 maggio 2011

S. ROCCO, BORGO RIDENTE E PIENO DI SOLE

[GUARDA LE FOTO] La borgata di S. Rocco, (1093 metri s.l.m.), anticamente compresa nel territorio di Tirano (frazione del Monte) venne trasferita al comune di Villa di Tirano, come racconta la tradizione orale, nel 1864 per le difficoltà d’accesso del medico di Tirano... (Di Ezio Maifrè)

S. Rocco si può definire una delle porte privilegiate di accesso a Trivigno e svolgeva, in passato, una funzione di primaria importanza. La fiorente e laboriosa comunità di S. Rocco raggiunse il proprio massimo demografico attorno alla metà del XIX secolo, con una popolazione complessiva di circa cento abitanti; era una comunità che risiedeva in modo permanente e che produceva localmente foraggio per il bestiame. La sua produzione rendeva quasi autosufficiente il sostentamento della popolazione; il borgo era anche una tappa obbligata per la salita verso i pascoli alti quali alpeggio di Trivigno in cui pastori provenivano sia da S.Rocco che da Tirano.

Nel XX secolo la comunità di S. Rocco non fu più totalmente permanente, sebbene alcune famiglie vi abitassero per l’intero anno sino al ’60, ma fu certamente luogo utilizzato per la maggior parte dell’anno per il pascolo del bestiame e per la produzione di prodotti caseari. Ricordo gli ottimi formaggi, lo squisito burro, la farina di grano saraceno, le piccole e gustose pere e le more ai lati dei suoi sentieri pietrosi.

Sin dai tempi antichi S. Rocco è luogo di comunione alla domenica mattina per la S. Messa nella omonima chiesa. Il suono della campana richiama e accomuna i villeggianti e gli abitanti estivi degli alpeggi di Ronco, Canali, Piscina, Forte, e Marto.

L’esteso borgo con la chiesetta, il piccolo e assolato cimitero, i suoi ampi declivi con prati verdeggianti dove l’acqua non manca mai, conferisce una speciale tranquillità e serenità d’animo. Il sole a S. Rocco, nelle giornate estive, non sembra mai tramontare. Quando in valle l’ombra ha raggiunto ogni luogo, i raggi di sole sembrano indugiare nel lasciare la borgata di S. Rocco. D’inverno quando neve e ghiaccio regnano incontrastati nella montagna di Trivigno, la borgata appare avvolta da un microclima speciale che la fa accogliente e invitante rendendo la sua strada d’accesso tutta asfaltata quasi sempre transitabile. Inoltre è luogo di meditazione e di studi per storici di Valle. Insomma, chi non conosce S. Rocco, non può certamente dire di conoscere bene la montagna di Trivigno. Al posto delle parole lascio le immagini, invitando i lettori ad una scampagnata nella ridente e soleggiata S. Rocco che si può definire “porta del paradiso” di Trivigno.

e.m.

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venerdì 20 maggio 2011

IL FORTE SERTOLI DI CANALI E LA SUA ALPE

Vorrei volare, mi sussurra l’amico Luciano. Siamo davanti alle travi metalliche del ponte retrattile del Forte Sertoli di Canali. Il ponte sul profondo fossato che circonda il forte è privo di pavimentazione e un grande cancello in ferro vieta il passaggio... (Di Ezio Maifrè)

Al di là del fossato, il forte, con tutta la sua imponenza e fascino, sembra però aspettarci. Si, io e Luciano vorremmo avere le ali per poter superare il profondo fossato, varcare il grande portico centrale e visitare il forte. Come coloro che desiderano ardentemente una cosa e non la possono avere, giriamo intorno al fossato cercando qualche valico. Nulla. Il forte è stato progettato bene; si passa solo dal ponte . Non è possibile entrare, però c’è la possibilità di raccontare la sua storia, capire la sua struttura perché io quel forte lo conosco bene.

Il forte Sertoli, armato con quattro cannoni da 149 mm con gittata massima di quasi 14 chilometri, non sparò mai un colpo; costruito per combattere il nemico, lo attese nelle due grandi guerre inutilmente. Forse è per questo motivo che i tiranesi amano quel forte; esso appare nell’immaginario collettivo come un bue mansueto che non ha mai fatto male a nessuno. Il forte fu costruito tra il 1913 e il 1914 in funzione di una precisa strategia militare. Esso non mirava a colpire il nemico in prossimità del forte, ma a fronteggiarlo da lontano in modo tale che non potesse entrare nella conca di Tirano. Il suo scopo era quello di “ martellare “con artiglieria di grosso calibro le truppe nemiche impedendone l’ammassamento. Tra i suoi compiti vi era quello di distruggere i ponti, le strade, la ferrovia e tutto ciò che avrebbe consentito il transito e lo stazionamento del nemico e di proteggere la Valle da una eventuale invasione proveniente dall’Engadina.

Per essere adatto allo scopo il forte doveva essere costruito in una posizione strategica e ben mimetizzato, doveva essere dislocato in un’area dove i suoi tiri di cannone avrebbero spaziato da nord a sud e per questo era stata scelta la piana di Canali sulle pendici del monte Padrio. Allora si temeva una invasione austriaca da Nord attraverso il passo dello Stelvio, da Sud attraverso il passo del Tonale e dall’ Aprica, ma soprattutto dall’Engadina giungendo nella valle di Poschiavo. Il forte Canali poteva spaziare con i suoi tiri di cannone fino al Mortirolo, in valle fino a Grosio e Mazzo e in Val Schiazzera e, nel caso di una invasione austriaca o tedesca, dalla neutrale Svizzera; le sue cannonate in Valposchiavo potevano arrivare fin oltre Brusio e in Val Saiento. Nel caso in cui l’invasione fosse avvenuta dall’Aprica e dalla bassa valle il fuoco del forte poteva arrivare fino a Teglio.

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Il forte è stato protetto anche da un attacco di fanteria; per questo è stato dotato di un fossato difensivo largo otto metri e profondo cinque con un ponte retrattile. Insomma, era stato progettato un forte somigliante alle antiche fortezze del passato, anche se non avrebbe sicuramente retto per molto tempo ad un assedio a causa della mancanza di una seria autonomia di viveri, di acqua e di energia.

Il forte Sertoli che dal 1918 era stato presidiato dall’Artiglieria di Fortezza e in varie fasi dalla Territoriale è rimasto “armato“ fino al 1949, poi il Ministero della Difesa decise di affidarlo al Demanio Pubblico: ora, ai giorni nostri, appare in rovina. Tutte le strutture accessorie esistenti negli anni ’50 del secolo scorso sono state smantellate. Perfino le cupole corazzate dei cannoni sono state asportate senza accortezza distruggendo e diroccando il forte. Un vero scempio e un gran peccato, poiché altri forti come quelli di Montecchio Nord e del Venini hanno avuto migliore sorte. Ora però le cose stanno cambiando, il Comune di Tirano sensibile a questo tema, ha ottenuto dal Demanio la possibilità di disporre della struttura per strapparla al completo abbandono.

Il forte Sertoli, anche se può sembrare un rudere immerso nella fitta boscaglia, non è del tutto irrecuperabile. In un’ottica della valorizzazione della” montagna Trivigno “ e con dei costi non eccessivi si può salvarlo dal degrado; si può renderlo accessibile e visitabile in sicurezza poiché la possente struttura è ancora valida. Gli Alpini hanno fatto un ’encomiabile lavoro di pulizia , perché il forte era immerso in una fitta vegetazione e vi erano numerose insidie. Si è intuito che oltre a essere parte della nostra storia è anche parte di un territorio tra i più panoramici. Lo dimostra anche l’ubicazione di alcune belle case costruite in luoghi molto panoramici, tali da scorgere l’azzurro lago di Poschiavo e una vasta estensione del massiccio innevato del Bernina.

Proseguendo oltre, per circa un chilometro, si incontrano delle belle case in posizione molto panoramica sino a giungere alla Valle dei Morti. Lì nasce una acqua pura e particolarmente fredda, buonissima da bersi ma con estrema attenzione. I nostri avi, nelle loro leggende narrano che molti bevendone accaldati e sudati, abbiano perso la salute o addirittura la vita. Altri dicono che, giunti alla sorgente, affaticati e stanchi sia meglio bere vino che acqua poiché si corrono meno pericoli ; si legga La legénda de l'àqua dèla Val dèi Morcc e con il dio Bacco l’animo diventa allegro e la natura appare persino più bella.

Ezio Maifrè

Car Fort de Canài, de tüti li tö ròbi i tà privàa,
cùma S. Francèsch, ta sée restàa biùt ‘n del busch,
fìna i fèr ‘n dei mür de calcestrüz i ta rusegàa,
adès capìsi parchè ta vardèt fò cun öcc fùsch!

Ma adès i Alpìn che i ta vulüü gran bée
i ta spazzàa fo ‘l rüt e i ta cavezàa pulìtu,
i ta facc rée tancc e po tancc bèi mestée,
adès ta sée turnàa amò ‘n grant bèl sìtu!

Méngu

Per le notizie storiche e tecniche del Forte: http://www.fortificazioni.net/Sondrio/Sertoli-Canali.html

giovedì 28 aprile 2011

LOCALITA' DEL TIRANESE: L'ALPE CANALI

L’Alpe Canali vale più d’un viaggio intorno al Mondo: parola di Ida Casàta.

E’ vero; penso che pochi o forse nessuno come Ida possa amare la località Canali; a lei spetterebbe il titolo di “ regina “ dell’alpe.
Ecco un suo ricordo “Dòpu vinti dì che séri nasüda, la mè regiura che la tirava rée la vàca, ‘l mè pà cargàa cùma ‘n àsen , i mà metüü giù ‘n dé ‘na cavàgna e la mè surèla Marìsa la ma purtàa ai Canài.
Ilò ‘l gh’éra la cà dèli nòsi vacànsi e ‘ntant che ‘n pusàva ‘n fàva ‘l falècc, ‘n ramàva lègna , ‘n cürava ‘l fée e ‘l Mariu ‘l fàva ‘l pasturèl.
Quanti bèli estàa u pasàa ‘n muntàgna; amò adès ‘l regòrdi e ‘l vàl püsée de avè fàcc ‘n viàcc ‘nturàn al mund
“.
Anni ’50. Papà Gìn Casàt cun la so fémna  Anna e la pìscena  Ida. Anni ’50. Papà Gìn Casàt cun la so fémna Anna e la pìscena Ida.

Ida ha tracciato un bel quadretto famigliare della sua vita degli anni ’50; allora a “ munt sa müdàva “ con tutta la famiglia e anche i piccoli davano il loro contributo lavorativo. Ora, con il permesso della “ regina “ dirò qualcosa anch’io sull’alpe Canali.

Lasciata la “ perla “ di Ronco, chi ha usato la “motopeduzzi” ( le gambe) , dopo un centinaio di metri percorsi nella mulattiera, si può dissetare ad una fontana intagliata in un ceppo con creatività stupenda.


fontanella

La fontanella del viandante

Proseguendo, in circa dieci minuti si giunge ad un Crocefisso singolare. Il suo supporto è il tronco di un grande larice; la croce di Cristo sembra voler vivere nel grande tronco.

terza croce

La terza croce

A duecento metri ecco apparire l’ampio declivio di verdi prati dell’Alpe Canali. Il panorama d’un tempo è cambiato, le case ora sono diventate “signorili” e con ogni comodità. I prati sono ben tenuti, molte case hanno il giardino, alcune il “gazebo”, alcune persino i giochi per i bimbi. L’alpe è raggiungibile con una comoda strada asfaltata che dalla località Cologna, si stacca da quella per Trivigno a quota circa 800 metri di altitudine, poi prosegue quasi piana per Canali.
Ricordo quando la nonna Virginia mi ordinava d’andare a prendere il latte dal Gìn Casàt, papà di Ida, presso l’antica “baita” ancora esistente e che val la pena d’andare a vedere. Quella è forse la casa più vecchia dell’alpe e malgrado il suo stato di abbandono ha un fascino particolare. Costruita tra due massi enormi sembra essere posata nella conca delle mani del Signore; un esempio di povertà di vita dei nostri avi che, confrontata alle mille comodità d’oggi, tocca il cuore.

baita alpe canali tirano L’antica “ bàita” all’Alpe Canali

Lasciamo le parole per fare posto alle immagini del dolce declivio prativo
dell’alpe Canali disseminato di bianche e graziose casette.

Ezio Maifrè

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