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venerdì 14 febbraio 2014

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "estrùs"

E' un aggettivo che è usato in due contesti diversi . In entrambi i casi la parola italiana corrispondente può essere estroso, però con sfumature o significati un po' diversi. (Di Giac)
Nel primo caso il significato reale corrisponde a: estroso, bizzarro, imprevedibile. Oppure, con un significato positivo, ingegnoso. Questa parola rientra ancora in quelle che sono usate dai dialettofoni, senza esitazioni, forse perché non sono molto dissimili dalle parole italiane corrispondenti.
Estrùs è una parola necessaria per dare giudizi sulle persone: definirne il carattere oppure la oro creatività. Senza dubbio è un termine importante che ricorre con una certa frequenza. Ad esempio si sente dire: "L'è na persuna ca sa poeu miga fidàs... l'è trop estrusa". E' un persona della quale non ci si può fidare ... è troppo estrosa!
Peraltro la mia impressione è che i dialetti contemporanei, manchino un po' di aggettivi si sono impoveriti. Eppure anche i dialetti in pieno '800, quando erano largamente parlati, indubbiamente esistevano parole in numero adeguato, per esprimersi in modo articolato. Certamente il problema esiste. Estrùs con il significato di creativo, nel senso che sa usare bene "le mani", si potrebbe usare "manìi", ma anche "ingegnus". In effetti non è che i dialetti, anche dei paesi più piccoli siano cosi sprovvisti di vocabolario: Il fatto è che le parole, siano pur vecchie o non molto usate, vanno riscoperte.
Giac

giovedì 30 gennaio 2014

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "Al luff", IL LUPO

E' una lunga e complicata storia quella del lupo, uno degli animali più presenti nei boschi della provincia di Sondrio, per secoli. (Di Giac)
LE PAROLE DI UNA VOLTA: "Al luff", IL LUPO
"Spirit-Fire" flickr.com (cc)
Per tanto tempo il lupo è stato considerato una bestia pericolosa per l'uomo, ma soprattutto per le greggi di pecore. Il fatto è che il lupo cacciava in branchi, accerchiando la preda in modo da impedirle la fuga. Per tutto l'Ottocento l'animale è stato cacciato in modo spietato fino a provocarne l'estinzione. Ora però dopo tanti anni lo "spauracchio" riappare qua e là nei boschi.  A volte a qualcuno capita di incontrarlo faccia a faccia. Lui però se ne va, quatto quatto, dopo un'occhiata furtiva all'intruso... come se non avesse visto nulla. In realtà la pericolosità del lupo è relativa: l'uomo non è una sua preda, non fa parte della sua dieta...
Ora qualche considerazione essenziale: in Lombardia il lupo si chiamava "Luff" e la Lupa "Lua". Da non dimenticare che alla "u" italiana corrisponde la "u" lombarda nei nostri dialetti. Fino ai primi anni del Novecento, il disturbo alimentare che attualmente chiamiamo "bulimia", lo si chiamava "Male della Lupa", in dialetto, "Mal da la Lua. Un po' scherzosamente a bambini che continuavano a mangiare si diceva, anni fa... "ghe't al mal da la lua?" Il lupo era visto naturalmente come un animale feroce che faceva un solo boccone di tutto ciò che gli capitava a tiro. Un detto sottolinea: "l'invèran i l'ha mai mangiàda i luff", significa che l'inverno non si sa mai quando può finire veramente.
I dizionari sono pieni di modi di dire che riguardano il lupo. Per noi bambini, il lupo era uno spauracchio: "varda ca'l riva al luff e 'l ta mangia"; si diceva ai bambini capricciosi. Intanto l'animale negli ultimi dieci anni lo si può incontrare durante una tranquilla passeggiata in montagna. Certo non è così facile: i lupi non girano mai in pieno giorno, piuttosto passeggiano al mattino presto, all'imbrunire o anche di notte. Anni fa, ne è stato avvistato uno dalle parti di Bianzone, lungo la SS 38, da un automobilista. L'animale correva a gambe levate, forse abbagliato dalle luci dell'auto. Accadde nel mese di febbraio, in piena notte. Correva in direzione di Sondrio. Vista la macchina, il lupo si dileguò nei campi vicini alla statale.
Giac

giovedì 23 gennaio 2014

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "Galéta"

La Galèta è una delle parole che indica l'arachide. Si tratta di un frutto strano che viene a maturazione sotto terra, attaccato alle radici della pianta. (Di Giac)
Per di più l'arachide è una pianta di origine americana, come tale è conosciuta in Europa da non molti secoli. Il nome "Arachide" non è usatissimo in Italia, più familiarmente nel nostro paese si preferiscono parole come Noccioline americane, bagigi, spagnolette e altro ancora.
Una delle parole dei dialetti tiranesi è "Galèta", un nome che si riferisce al fatto che le arachidi sono racchiuse in una specie di guscio. Peraltro in origine il primo significato di Galèta era "bozzolo" una specie di involucro in cui il baco da seta si rinchiudeva dopo aver fatto il pieno di foglie di gelso. Dunque la parola in questione è stata prestata dalla sericoltura.
Peraltro due nomi mettono in evidenza invece l'origine "esotica" del frutto: spagnolette e noccioline americane. E' bene far notare che le arachidi fanno parte della frutta secca: noci, nocciole e mandorle. Al pari delle noci e delle nocciole, le arachidi son ricche i grassi vegetali, tanto che negli Stati Uniti si estrae dal frutto burro e anche olio. Ovviamente si tratta di un burro di origine vegetale. Due paesi, Stati Uniti e Gran Bretagna sono tra i maggiori consumatori di "Galèti". In Inglese la pianta e il frutto sono chiamati peanuts.
Per quanto riguarda il termine "galèta", che stava, sul finire dell'Ottocento, per cadere in disuso e messo da parte, è stato invece ripristinato grazie all'arrivo sul mercato di un frutto americano. Anche questo può accadere!
Giac

giovedì 16 gennaio 2014

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "Grumér", "Grumèl"

"Grumèl" è una parola del dialetto di Grosio. Queste due termini dialettali in origine, secoli fa, potevano essere un'unica parola, della quale non si conosce probabilmente il significato originale. (Di Giac)
Nelle parlate bergamasche Groeumér era una parte concava che si incastra nell'aratro vero e proprio, chiamato in Italiano "vomere". "Prognatismo" è il termine che in Italiano corrisponde aGrumér: il dizionario definisce questa malformazione facciale, "sporgenza in avanti della mandibola". Mentre il "Dizionario grosino" di Gabriele Antonioli dà un'altra definizione: "denti superiori sporgenti". In questo caso a Stazzona invece si usava una parola rara, "rusca-scelésc", intraducibile in Italiano.
Sono convinto che la forma del vomere, concava, ricordi quella del viso di chi è affetto di prognatismo. Le due parole valtellinesi hanno certamente la stessa origine, ma quella bergamasca non ne sono sicuro. Nella toponomastica si trova poi la parola Grumello: Grumello in Monte è un comune in provincia di Bergamo. Come si sa, Grumello è una località nei pressi di Sondrio, dove si produce un vino pregiato che porta lo stesso nome. La radice potrebbe essere la stessa nelle due parole dialettali usate nella nostra provincia: "grum" pronunciato forse con la "u lombarda".
Il Prognatismo era chiamato anche "mento asburgico" perché spesso era una caratteristica tipica dei sovrani o principi della Casa di Asburgo. Lo si nota anche in alcuni dipinti famosi. Ignoro quale possa essere la "presenza" nella nostra provincia della parola "Grumér". Ora potrebbe essere tardi per capirlo: molte vecchie parole sono ormai dimenticate.
Giac

giovedì 2 gennaio 2014

Toponomastica: LA LOCALITA' SAN FEDELE DI STAZZONA

San Fedele è una località della parrocchia di Stazzona di Villa di Tirano, poco sopra la chiesetta di San Bernardo. (Di Giac)
Nel Medioevo, San Fedele, in dialetto San Fedél, fu sede di un monastero sulla collina che sovrasta l'abitato di località San Bernardo. Verosimilmente, il monastero fu costruito attorno VII secolo nel momento in cui si è diffuso il culto di San Fedele nella diocesi comasca. Il monastero era ancora presente nel XIII secolo: tra le altre una testimonianza sarebbe la registrazioni di operazioni dei monaci del monastero stesso, riportate in Internet.
Poco si sa di questo San Fedele, un santo che ha operato come missionario della chiesa comasca e sarebbe stato martirizzato a Domaso. Pertanto, "Fedele" è ricordato a Como, in centro città, dalla Basilica a lui dedicata. Inoltre, San Fedele d'Intelvi è un paese abbastanza conosciuto delle montagne lariane, e infine, esisterebbe un oratorio di San Fedele, a Domaso, dove ha avuto luogo il martirio del Santo.
Oggi San Fedele di Stazzona è un posto tranquillo. Molte tracce del vecchio monastero sono state cancellate negli ultimi secoli. La località ha comunque una sua bellezza con suggestive vedute panoramiche. Verso sera in direzione Ovest si può osservare anche il tramonto del sole. Il monastero era comunque poco lontano dalla strada che portava al passo dell'Aprica, attraversando Stazzona. Perfino l'abitato di Tirano non è molto distante: più o meno tre chilometri.

giovedì 26 dicembre 2013

LE PAROLE DI UNA VOLTA: Augurare, "Angurà"

L'abitudine di oggi è di augurare Buon anno, Buon Natale, Buona Pasqua, Buon compleanno, e così via. La parola "augurare" è di origine latina così come il sostantivo derivato "auguri". (Di Giac)
In due altre lingue europee importanti come il francese e l'inglese si usano rispettivamente "souhaiter" e "to wish", parole che hanno poco a che fare con la parola italiana: rispettivamente "souhaiter", una parola germanica latinizzata, e in Inglese "wish", che dovrebbe corrispondere a "desiderare".
Nel mio dialetto è ora in uso una parola presa a prestito dall'italiano "augurà" e per auguri in pratica, la parola italiana, "auguri". Esisteva, mi ricordo, anche il verbo "angurà", con il "marchio" dell "u lombarda", ma ormai è dimenticata. Consultando alcuni dizionari dialettali del Nord Italia mi sono reso conto che il verbo augurare, nel dialetto veneziano, diventa "auguràr" già verso il 1850; però l'autore di questo dizionario, Giuseppe Boerio, suggerisce, come altro uso, "ingurèr". Camillo Brero nel suo vocabolario piemontese bilingue registra invece "auguré".
E' possibile dunque che in molti dialetti del Nord il verbo augurare sia derivato dall'Italiano, sia nell'uso più antico che in quello più recente. In ogni caso, sono convinto che l'idea di fare gli auguri sia qualcosa di piuttosto recente che viene da un cambiamento di mentalità e come conseguenza un'evoluzione dei rapporti personali: abitudini di vita nuove si affermano probabilmente, già a partire dalla seconda metà dell'Ottocento nel nord Italia. Nello stesso tempo comincia anche l'influenza dell'Italiano nei confronti dei dialetti regionali. Tanto che l'italianizzazione delle lingue locali è fenomeno è ormai molto evidente nei dialetti contemporanei.
Questo rende problematica la sopravvivenza degli stessi dialetti. L'evoluzione di una lingua molto spesso viene all'interno di una determinata regione, ma può essere provocato anche dall'esterno, ad esempio nel caso di un'invasione: quando i Longobardi invasero l'Italia, proclamando un loro regno, automaticamente cambiarono, evolvendosi, seppure lentamente, anche le lingue di origine latina che si parlavanono in molte parti d'Italia. Insomma si può ben dire che le parole di una lingua o di un dialetto portano il "marchio" della storia di una regione o di un paese in cui sono parlate. Il discorso sarebbe lungo, non lo posso fare, poiché con queste note, io mi limito a parlare solamente di qualche parola.
Giac

giovedì 19 dicembre 2013

Toponomastica: LA CONTRADA "GILERA"

Gilera è una piccola contrada del comune di Tirano. Ai piedi della montagna di Trivigno o se si preferisce delle montagne che sono un'appendice della Valchiosa o del gruppo del Mortirolo. (Di Giac)
E' sbagliato definire Stazzona, Cologna o Sernio paesi orobici. Sono piuttosto appendici della montagna della Valcamonica. Così come la montagna di Trivigno è indubbiamente la continuazione delle montagne della Valcamonica, che in quella zona ha come montane dominanti quelle del gruppo dell'Adamello.
A Gilera si vedono abitazioni tipiche degli ultimi tre secoli della nostra storia locale. Il nome mi sembra unico, non ha niente a che fare col nome delle moto Gilera che prendono il nome del fondatore dell'industria motociclistica: Giuseppe Gillera detto Gilera; in realtà questo pioniere dell'industria motociclistica si chiamava Gellera, un cognome tedesco forse, in origine Geller, ma anche questo non si può dire con certezza.
Gilera invece potrebbe derivare da un soprannome di qualche famiglia ora estinta. Un nome Gilio che è antico, al femminile Gilia. Dunque la variante femminile potrebbe essere alla base del toponimo Gilera? Siamo sempre nel campo delle ipotesi. Intanto sarebbe bene che qualcuno si facesse avanti e dire quello che sa, su una piccola contrada di Cologna che ha avuto quanto meno una sua vita comunitaria nel passato.
Le ipotesi servono per creare interesse attorno ai nostri paesi. Siamo noi in fondo che dobbiamo suscitare interesse per la nostra zona. Riflettere sul passato delle nostre comunità, ma anche progettare il loro futuro. Auguri di Buon Natale!
Giac

giovedì 5 dicembre 2013

PAROLE E RITI RELIGIOSI: "digiun" o "degiun"

Il digiuno è un rito religioso proprio delle tre religioni più importanti del mondo: il Cristianesimo, l'Islam e l'Ebraismo... (Di Giac)
Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica Romana il digiuno vuole rievocare i 40 giorni passati da Cristo a digiunare nel deserto. Si tiene di solito più che altro nel periodo di Quaresima, la "Quaresma" e in altre date mobili che possono variare da una provincia all'altra o da una diocesi all'altra.
Pertanto negli ultimi decenni il modo di digiunare è stato riconsiderato: quando ero ragazzo, in giorni come il Venerdì Santo, ci si asteneva dal mangiare carne, mentre la chiesa del Medioevo proibiva, oltre che la carne, anche la consumazione delle uova. Nel rito del digiuno, il comportamento dei singoli fedeli variava in relazione al tipo di pratica religiosa individuale: ad esempio ci si poteva astenere dal cibo fino a sera quando si cenava, si poteva evitare anche di bere, nel caso di una pratica religiosa più rigorosa. Deroghe erano però previste per le persone anziane o malate.
Nei dialetti lombardi si parla di "digiun" o "degiun", il verbo riferito a questa pratica religiosa è invece "digiunà". Mi sembra di ricordare che la vecchia parola nel dialetto del mio paese fosse "giugiunà", una parola che ormai è in disuso da molti anni.
In Lombardia era giorno di digiuno anche il 24 Dicembre, Vigilia di Natale. Un detto sentenziava: "chi digiuna miga la Vigilia de Natal i cugnuss gné 'l bée gné 'l mal". Qua e là ci poteva essere anche un giorno di digiuno il 14 Agosto, la vigilia della festa dell'Assunta o se ben ricordo, per la festa della Madonna della Cintura, ai primi di Settembre: nel mio dialetto "Zuntura". Peraltro, in passato, il rito del "Digiuno" si concentrava a primavera quando non c'era ancora produzione agricola e le scorte di farina e altri alimenti erano piuttosto ridotte in ogni casa. In campagna o in provincia non c'erano a quei tempi disponibilità di denaro sufficiente per gli acquisti sul mercato.
Negli ultimi decenni la Chiesa Cattolica ha rivisto l'idea di digiuno. Si parla piuttosto di giorni "di magro", in cui non si consuma carne, ma piuttosto verdure o altro. Semmai il digiuno vero proprio è fatto proprio dai praticanti più rigorosi o tradizionalisti. Insomma, il digiuno è stato per secoli un "rito" complesso e probabilmente, anche un po' discusso. Comunque le Chiese locali hanno sempre avuto, mi sembra di capire, una certa autonomia nel modo di metterlo in atto.
Giac

giovedì 28 novembre 2013

PAROLE DI ORIGINE TEDESCA: "sturà"

Tra le parole dialettali di origine germanica,in questo caso derivata dal Tedesco, esiste anche "sturà" che viene dal verbo tedesco "stoeren", che può essere scritto anche "o" con la dieresi. (Di Giac)
Tra l'altro, da un'altra parola tedesca, "schalte", deriva il termine dialettale "sciolta" che ho trovato finora nel dialetto di Villa e Stazzona, ma anche in quello di Tartano. La "sciolta" era la "squadra" di operai che dava il cambio nei turni dei cantieri quando si lavorava alla costruzione di ferrovie di centrali o altro.
"Sturà" esiste anche in Milanese, si scrive "storà". Nella prima metà dell'Ottocento, a Milano, significava "affaticare" riferito soprattutto agli animali, quando questi lavoravano parecchie ore. Nei dialetti valtellinesi degli anni '50 del secolo scorso, il significato è diverso: significa "scocciare", "seccare". In Tedesco, ancora oggi, dovrebbe significare "disturbare": per esempio, "disturbo?" si dice "stoere ich?".
Passando da un dialetto a un altro, da una lingua a un'altra, spesso una parola cambia di significato, con sfumature diverse. Nel caso specifico, l'uso dialettale della parola in questione implica un'imposizione che si fa a qualcuno di starsene buono. In Tedesco, invece, in sostanza, si chiede il permesso di fare qualcosa.
"Sturà", in dialetto, si coniuga come verbo irregolare perché nel presente indicativo la radice del verbo diventa "sto..." cioè "mi stori"... "ti ta storat"... Questa parola, in pratica, nel dialetto attuale è in disuso. Può essere sostituita da "stufà" oppure con un giro di parole. In realtà anche molti dialettofoni pensano in Italiano e parlano in dialetto.
In certi momenti chi usa le vecchie lingue locali si trova un po' in affanno: è normale; questo succede quando le lingue si parlano sempre meno. Quando si invecchia questo problema diventa sempre più evidente per vari motivi. Non c'è altro da fare: bisogna parlare dialetto. So che nella Svizzera fanno delle serate di conversazione per la gente che parla dialetto: la conversazione è in dialetto ovviamente. L'idea mi sembra buona chissà che anche da noi, una volta o l'altra lo si riesca a fare. A mio parere varrebbe la pena.
Giac

mercoledì 20 novembre 2013

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "La sciùfla o sciùfula"

E' una parola ormai in disuso, Sciufla, a Villa o Sciùfula nel dialetto di Grosio; però esiste ancora l'oggetto che porta questo nome: si tratta della paletta della spazzatura che si usa anche attualmente quando si fanno le pulizie della casa o di un appartamento... (Di Giac)
La vecchia Sciùfla poteva essere di grandezza varia di forma diversa, a volte di legno o di latta e altri materiali. Peraltro, negli anni '50 o '60 del secolo scorso, non esisteva nemmeno la raccolta dei rifiuti che spesso si abbandonavano fuori dal centro abitato.
Comunque la Sciùfla si usava ogni giorno quando si rassettava la casa. Questo termine dialettale sembra sia di origine tedesca. Probabilmente a Tirano o in Valtellina potrebbe venire dal Tedesco svizzero. In realtà parlare di parole derivate dal tedesco può essere a volte improprio poiché in effetti sarebbe meglio considerarle di origine germanica: derivate dal Tedesco, dai Dialetti Svizzeri o Austriaci, o dalle lingue germaniche antiche come il Longobardo o altre. Al pari dell'Italia la Germania ha avuto e ha tuttora diversi dialetti, che pur appartenendo alla stessa famiglia, hanno proprie caratteristiche.
Naturalmente la parola Sciùfla riflette un modo di vita differente da quello che noi viviamo oggi. La paletta di oggi è fatta di plastica ed è di produzione industriale. Nella prima metà del secolo scorso invece, questo oggetto era prodotto artigianalmente e perfino in modo rudimentale. L'uso che se ne faceva era simile a quello della paletta attuale. Da non dimenticare però che ora una casalinga può avere a disposizione anche l'aspirapolvere: quindi, in un certo senso, la paletta non è poi così necessaria.
Mi chiedo a volte se le parole tipo Sciùfla si possano usare ancora di questi tempi. Io sono convinto di sì poiché la gente sta diventando un po' più tollerante nei confronti dei dialetti locali. Il dialetto vecchio non si deve usare "a capocchia", ma con la persona giusta, al momento giusto: con chi è disponibile a parlarlo. Se qualcuno si mostra un po' seccato si può dire sorridendo: "ma... è un'abitudine a casa mia, di usare parole vecchie... in dialetto, ma noi parliamo bene italiano quando vogliamo.
La considerazione che si può fare, per concludere, è che il vecchio dialetto sta diventando sempre più povero e italianizzato, Vale la pena quando lo parliamo farlo alla vecchia maniera, così come facevano i nostri genitori o i nostri nonni, senza infarcirlo troppo con parole italiane o magari anche inglesi.Una lingua, pur vecchia che sia, non si deve maltrattare cambiando completamente la sua "natura". Importante piuttosto è capire come era.

giovedì 14 novembre 2013

Toponomastica: CANTALUPO

Cantalupo è un nome diffuso qua e là in Italia. Nella zona di Tirano è presente a Bianzone. un nome di questo tipo è senza dubbio di origine medioevale, ma a Bianzone potrebbe essere anche qualche secolo dopo, non è facile dire. (Di Giac)
Toponomastica: CANTALUPO
"Spirit-Fire" flickr.com (cc)
Se ben ricordo, una via Cantalupo si trova nella parte alta di Bianzone, in direzione di Bratta. E' possibile che diversamente da oggi, secoli fa, Cantalupo non fosse una zona abitata e nemmeno coltivata intensivamente, ma al momento non so dire con precisione. Pertanto è certo che a partire dall'inizio del secolo scorso la parte urbana di Bianzone si è allargata, un po' alla volta, in varie direzioni.
Questa toponimo è costruito sulla falsariga di Cantarana o anche Cantagallo: in origine al pari degli altri due, il nome Cantalupo può riflettere credenze lontane diffuse molti secoli fa quando agli animali si attribuivano qualità, difetti e abitudini umane. Peraltro il lupo era presente fino a un paio di secoli fa nella zona di Tirano.
Comunque Cantalupo come parola poteva nei secoli più recenti essere scherzosa, anche questo è possibile. E' giusto fare notare che i lupi però non cantano, ululano, un verso inconfondibile che emettono puntando le zampe anteriori, quasi stirandosi, alzando la testa e mettendo in mostra le loro fauci.
Per quanto riguarda i galli e le rane "cantare" invece ci può stare come parola dialettale. In teoria la forma dialettale di Cantalupo potrebbe essere "Cantaluff", almeno nel vecchio dialetto, piuttosto però nel dialetto moderno potrebbe prevalere perfino "Cantalup": le varianti dialettali oggi sono più numerose di quanto non si creda perché ormai i dialetti si parlano nella vita privata o tra amici.
Naturalmente il dialetto di oggi è in larga misura italianizzato. E' bene non dimenticare che diverse parole dei paesi del Tiranese possono essere antichissime e devono essere tutelate, studiate e soprattutto conservate: sono a tutti gli effetti un documento storico della vita passata delle nostre comunità paesane.
Giac

giovedì 7 novembre 2013

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "Al Vallée"

Vallée è un termine che può essere tradotto, un po' genericamente come "vallone"; ho qualche dubbio che questa traduzione italiana sia però la migliore. (Di Giac)
Il termine "Vallée" non si deve confondere con la Valena, un solco, che a volte può sembrare simile, ma la Valena non è quasi mai percorsa da acque, mentre il "vallée" si può riempire d'acqua in occasione di forti temporali estivi o delle giornate piovose autunnali.
Nel corso dei secoli i "vallée" hanno scavato dei letti profondi e nei pressi del fondo valle hanno trascinato molti detriti formando dei conoidi di deiezione. A Est di Stazzona ce ne sono tre: Al Vallée da l'Acqua Morta che è alimentato da una sorgente stagnante, un piccolissimo stagno, il cui nome è addirittura medioevale.
Solitamente nel vallone, scorre un piccolo rivolo d'acqua che non riesce ad arrivare al piano: solitamente si perde nei boschi che lo circondano. Non molto lontano, sempre in direzione Est, esiste al Vallée dal Doss da la Testa, un po' più lungo: questo "vallée" prende forma nei pressi di una località che si chiama Marascia, dove esisteva un casolare, ora diroccato, di proprietà degli Andreotta di Marto. Questo vallone prosegue in direzione dei vigneti della Miotta e raggiunge il fondovalle di Predasc, formando "al Doss da la Testa: un conoide di origine probabilmente preistorica, almeno in parte.
A un paio di chilometri si trova un terzo vallone detto al "vallée dal Cribbiu", un nome un po' strano a dire il vero. Comunque sia, noi di Stazzona lo chiamavamo così. Peraltro non si capisce bene che cosa un setaccio o "cribbiu", possa avere a che fare con un vallone. E' un "vallée" molto ripido e pericoloso, che attualmente si sta rimboschendo. Qui si prendevano funghi in abbondanza. Ci sono andato anch'io qualche volta a "caccia" di funghi, anni fa.
Nella zona di Tirano, torrenti, valloni o valene non portano nomi difficili da capire; se ci sono, si usano, però, poco, in particolare i valloni si chiamano semplicemente "vallée". Da ricordare che Valena è un nome di località, diffuso in Valtellina. Nella zona di Morbegno è anche un cognome ben presente. Come esempio ricordo la Valena che si trova a Trivigno nei pressi della casa dei Cabassi-Purscelée, proprio dove si trovano i boschi della Paghéra, in cui prevalgono gli abeti
Giac

giovedì 31 ottobre 2013

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "L'uga"

Mi limiterò con questo articolo a descrivere il grappolo dell'uva. elencandone le varie qualità, almeno in parte, perché attualmente nei vigneti si vede quasi esclusivamente, la "Ciavenàsca". (Di Giac)
LE PAROLE DI UNA VOLTA: "L'uga"
Di solito, in passato, i coltivatori parlavano di "Uga Grossa" riferendosi al frutto che dava un vino con meno gradazione alcolica: una sorta di uva da tavola e, di uga fina, invece, quando si trattava del frutto più adatto alla vinificazione, insomma quello che dava un prodotto dalla gradazione più alta.
Tra i nomi di qualità d'uva che ricordo distintamente ci sono: la Brugnoeula, al Clintu, la Pignoeula, la Russula, la S'ciàva, la Traunasca, al Zinfandèl e naturalmente la Ciavenasca. Descrivendo il grappolo, "la grata" si può cominciare col distinguere "i groeun" e al "broeu", il succo che contengono, da dove viene il vino. Al "Fulasc", la buccia: il termine "Fulasc" deriva dal verbo "fulà", schiacciare.
Il graspo è la parte interna del grappolo, in dialetto si chiama "Gratasciùn". Il grappolo è collegato al tralcio con il picciolo, al pìcul. Un grappolo molto pesante e rigoglioso si può chiamare "gratàscia", non è certamente un termine spregiativo; "al Gripul è, invece, un grappolo minuscolo con pochi chicchi. Non bisogna dimenticare che il frutto della vite ama le estati calde, ma non disdegna la pioggia quando piove, ad esempio in Aprile oppure qualche temporale in Luglio: naturalmente in aprile il frutto non si vede ancora, ma la pioggia è utile per l'albero, per il suo sviluppo.
Nella tarda primavera i contadini usano togliere dalle viti le parti del tralcio che non sono necessarie allo sviluppo del grappolo perché per maturare l'uva ha bisogno di vedere il sole. La grandine, "la Tempesta" è uno dei flagelli estivi che più danneggiano i grappoli in maturazione, specialmente se i chicchi di grandine sono di dimensioni notevoli. Nei chicchi d'uva restano i segni della "Tempestàda", poi appassiscono e seccano.
Il grappolo d'uva è un frutto che deve essere trattato con cura: si diceva: "S'ha miga da Ambalugnàl" , non bisogna sciuparlo. In effetti l'uva era uno dei frutti più preziosi, perché da essa si otteneva il vino, una dei prodotti della terra che garantiva dei guadagni consistenti in passato.
Nel concludere è bene dire che l'uva è un albero del tutto particolare, che ha bisogno di molte cure. Anche il frutto è così: ad esempio quando l'uva è bagnata, a causa della pioggia, bisogna lasciarla asciugare prima di vendemmiare. Non difficile, penso, capirne il motivo.

mercoledì 16 ottobre 2013

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "La castègna"

La castagna è stata per secoli un frutto prezioso del bosco. Quasi sempre il castagno formava addirittura un bosco a parte che nei dialetti locali chiamavamo "selva": in dialetto i castagni erano gli "àrbuj", una parola che significa semplicemente "albero". (Di Giac)

Gli alberi di castagno erano trattati con tutti i riguardi, piantati in grandi terrazzamenti, venivano potati annualmente per ripulirli soprattutto dei rami secchi. Talvolta il castagneto poteva anche essere irrigato se nei dintorni esistevano ruscelli. Di solito nel bosco riservato ai castagni non crescevano altri alberi e prima dell'arrivo dell'inverno si liberava la "selva" dal fogliame o "patusc" caduto dagli alberi raccogliendo naturalmente le castagne.
Ci sono diverse qualità di castagne che io non ho mai saputo distinguere: la mia famiglia aveva dei castagneti, ma negli ultimi cinquant'anni non abbiamo mai piantato alberi nuovi. Ci si limitava a raccogliere le castagne cadute dagli alberi esistenti in ogni castagneto.
Come si sa la castagna è avvolta da un involucro spinoso detto "arisc", che è verde quando il frutto comincia a svilupparsi, poi, quando il frutto è maturo, si apre e le castagne cadono a terra, "li cròda" con il caratteristico "tonfo", un po' smorzato dalla presenza del fogliame. Se la stagione è regolare i castagni dovrebbero fiorire a maggio, oppure entro i primi giorni di giugno. Se invece la fioritura e più tardiva, in autunno, la produzione delle castagne potrebbe essere inferiore in quantità o anche qualità.
La castagna è ben protetta dal "guss", guscio e all'interno da un pellicola pelosa detta "gèva"; tuttavia è meglio raccoglierla al più presto, entro qualche settimana. Un tempo si usava essiccare le castagne sui graticci. Ora si mangiano quasi subito cotte come caldarroste o castagne lesse, rispettivamente i "brasché" o li "ferudi". E' un frutto che ancora piace molte persone. A volte si mangiano anche una sola volta, tanto per gustarle.
Giac

giovedì 10 ottobre 2013

Toponomastica: LA CONTRADA "Baruffini"

Parlare del nome Baruffini non è facile, come non lo è parlare del paese. Baruffini è sempre stato un paese uno dei paesi po' isolati nella zona di Tirano: non era facile avere contatti con la sua gente... (Di Giac)
Toponomastica: LA CONTRADA "Baruffini"
Foto di Ivan Bormolini
Perfino il dialetto di questo paese aveva, benché non molto diverso dagli altri dialetti tiranesi, delle caratteristiche tutte sue. Per il resto Baruffini viveva in condizioni di grande povertà: grazie alla viticoltura e poco più.
A dire il vero gli abitanti del piccolo centro, avevano l'impressione di essere un po' abbandonati da Tirano, capoluogo del comune. Soprattutto verso la fine dell'Ottocento vi furono numerose polemiche per la mancanza della strada: in effetti poco più di una mulattiera collegava il paese a Tirano.
Quello che è interessante è cercare di capire quando il paese sia nato. Un certo numero di studiosi è convinto che Baruffini sarebbe sorto nel Basso Medioevo: il suo fondatore ne porterebbe addirittura il nome Baruffo o Baruffino, non ricordo esattamente. Sembra che l' origine di questo "pioniere" fosse bergamasca: un uomo che con molte probabilità arrivava dalle valli. Bisogna dire che l'impronta bergamasca si sente nel dialetto di questo piccolo centro. Già lo si trova nel suo nome dialettale "Barfì". Nei nomi maschili del dialetto "Barfì" è costante la caduta della "n" finale: "stradù", "masù", "pà" e altro; come nelle parlate bergamasche. Questo è il marchio più evidente dell'origine orobica della parlata di Baruffini. Per il resto molto resta ancora da fare e da capire.
Nel concludere faccio notare che un certo numero di cognomi derivati da Baruffo, esiste qua e là in Lombardia: Baruffi, Baruffini, Baruffaldi. Peraltro, conoscere meglio le sue origini, non è solo un problema di Baruffini, ma anche di altri paesi della zona di Tirano.
Giac

giovedì 3 ottobre 2013

LE PAROLE DI UNA VOLTA: LE PARENTELE

Dal punto di vista genealogico la parentela diretta viene considerata fino alla quinta generazione: partendo dalla persona considerata, risalendo ai suoi genitori, i nonni, i bisnonni e i trisnonni. (Di Giac)
Questo vale per le persone comuni: dal momento che la parentela è a strati, si prende in considerazione il primo strato. Qualche secolo fa si risaliva ancora più indietro, al nonno del trisnonno. Nei ceti nobiliari si andava ancora più lontano. In effetti le famiglie reali, ducali o principesche avevano i loro alberi genealogici. Se il ramo principale di un casato si estingueva, il titolo passava a chi ne aveva diritto, essendo il parente più prossimo.
Qualche volta indietro anche due secoli come accade per Carlo Alberto quando divenne Re di Sardegna, verso la età dell'Ottocento. In pratica si doveva trovare l'antenato comune ai due rami, quello estinto e quello del nuovo pretendente al Regno. Ci si può sposare anche tra parenti o cognato e cognata, ma la chiesa richiede una dispensa di grado diverso a seconda del tipo di parentela. Se la parentela non viene dichiarata ci può essere anche l'annullamento del matrimonio. Per il resto, ognuno di noi come primo strato dovrebbe avere una trentina di antenati diretti, ma quasi sempre il numero è più basso poiché un trisonno, come anche un bisnonno, lo possono essere due volte, se i loro discendenti sono imparentati.
Quando un uomo scapolo sposava una cognata, vedova di un fratello, ci potevano essere dei dubbi sulla paternità, se la data di nascita del bambino era troppo vicina a quella di decesso del marito della vedova. Fino all'inizio del secolo scorso era previsto il lutto per la morte del marito, ma se la donna era giovane, a volte si risposava dopo qualche mese e si formava una nuova famiglia,soprattutto per non essere dipendente dalla famiglia paterna.
Le parentele non di rado sono sofferte e motivo di litigio, "as taca bega", come si usa dire in dialetto. Questo capita quando gli interessi dei fratelli, o i loro caratteri sono troppo diversi. Nel nostro dialetto si parla di "interèss". E' così in tutti i ceti sociali, perfino i principi delle case reali litigano tra di loro, anche se attualmente è più facile trovare un accordo.
A proposito di parentele, qualche parola strana, ora in disuso, esiste nel nostro dialetto: besacuch, trisnonno, o anche bisàf, bisnonno. Invece, af, parola ormai poco usata, corrisponde a avo in Italiano, ma ha un uso diverso. Il nipote del nonno si chiama biàdach. Esistono anche i parenti in linea collaterale, o parenti indiretti: fratelli, sorelle, Zii cugini e cugine e così via. Il numero di queste parentele è variabile logicamente e anche i parenti acquisiti, in dialetto "parent diventàa": suocero, suocera, genero, nuora cugino, ecc. Una considerazione sulla parola "cuch": secondo alcuni deriverebbe dalla parola "cùculo". Si diceva anche nei nostri dialetti locali, "vécc come 'l cuch", per dire una persona decrepita oppure molto vecchia. Nell'immaginario popolare,Il cuculo è anche la personificazione della solitudine.
Giac

giovedì 26 settembre 2013

Toponomastica: LA CONTRADA "Sonvico"

Sonvico è quasi certamente una delle contrade più belle di Villa di Tirano. Soleggiata, al riparo dal traffico della Statale 38, una parte del paese di Villa che sembra tranquilla. (Di Giac)
Da qualche anno a Villa di Tirano è cominciato un'operazione, lenta, ma costante di ristrutturazione delle vecchie contrade. E' da sperare che le vecchie case disabitate di questo comune scompaiano per lasciare posto a case restaurate e abitate.
E' possibile che a Sonvico si possano provare "le pene dell'inferno", così sentenzia un vecchio "detto" villasco che recita: "Chi voeul provà li péni da l'anfèrann, al vaghi a Villa da stàa e a Tiràn d'anvèran". Tradotto in Italiano: chi vuole provare le pene dell'inferno vada a Villa d'estate e a Tirano d'inverno. Per la verità questo detto non è solo villasco, ma esiste anche in qualche altra regione: però si potrebbe anche supporre che "sia in circolazione" da non molti secoli.
Sonvico è sulla sponda destra del fiume Adda, quella a solatio; è naturale che l'afa nelle belle giornate estive si avverta maggiormente rispetto a Stazzona e Motta, i due paesi della sponda sinistra dell'Adda. Certo, questo può essere uno svantaggio rispetto alle due frazioni del Comune; indubbiamente però ci sono alcuni altri vantaggi di cui ho parlato sopra.
Nel concludere, ricordo che il nome Sonvico, deriva dal Latino "Summa Vico". Non è un nome di località solo valtellinese, ma è presente anche altrove in Lombardia o in Ticino. "Summa" significa "in cima al paese, "Su 'n summ", come si può dire nei nostri dialetti valligiani.
Giac

mercoledì 18 settembre 2013

TOPONOMASTICA: "La Puluga"

E' una località di mezza montagna che prende il nome da una famiglia Scaletti che fino agli anni '50 del secolo scorso ha posseduto diverse proprietà alla Puluga e vi abitava. (Giac)
Si trattava di vigneti, prati, campi e castagneti. Dunque è possibile che il nome derivi dal soprannome di questa famiglia che era appunto Puluga. Un gruppo di case che forma la contrada Puluga si trova a Ovest, un po'dopo rispetto al Crap da la Puluga. Un lungo dirupo che costeggia al Valée da la Maràscia. Invece a Nord la località in questione è delimitata dalla strada interpoderale della Puluga, a Est dai castagneti della Cà di Nuvaglia. A Sud dai terreni acquitrinosi della località Bula. A Ovest fa da confine anche la vecchia Cà da la Maràscia ormai in rovina.
La conformazione dei terreni delle Puluga è irregolare, fatta da terrazzamenti pianeggianti che si alternano ad appezzamenti a scarpata, a castagneti ripidi o ancora altri boschi in falso piano. Questa località è comunque ben servita con strade e sentieri. Per questo la vecchia mulattiera della Puluga è stata in parte smantellata o riconvertita a sentiero. Da questa contrada si raggiunge facilmente Marto e 'l Bula, o San Rocco, e quelli che erano un tempo i prati del "Galina" o i campi del Fumasìn. Inoltre dalla Puluga si può raggiungere agevolmente la frazione di san Bernardo a fondovalle.
Certamente prima del 1850 diversi terrazzamenti furono coltivati a prato o a cereali. Difficile ora dire quanti. Oltre alle case della contrada Puluga, sono presenti altre due case: la casa dei Novaglia, dove anche si abitava e quella dei Ganza, da tempo oramai in rovina, detta Cà Ruta, composta da stalla e fienile o spazio per il deposito di fogliame, patusc, per fare il letto alle mucche. Due bovine venivano lasciate lì nella stalla per fare letame, durante la bella stagione, e di giorno potevano pascolare nei prati o addirittura nei castagneti.
Attorno agli inizi del Novecento è stata costruita la strada che collega Stazzona alla Puluga. E' stata un'impresa non facile da realizzare: sembra che ci sia voluto parecchio tempo per mettere d'accordo i proprietari dei terreni; un parte di loro non permetteva il passaggio della nuova strada.
Da non dimenticare che fino agli anni '80 del secolo scorso, la Puluga è stata molto frequentata dai cercatori di funghi, con grande soddisfazione. Peraltro, ora, la passione per la ricerca di funghi sembra essere in calo, ma ancora esiste. In conclusione: il nome Puluga sembrerebbe essere piuttosto raro nel panorama dei toponimi locali o regionali. Solo una frazione di Sesto San Giovanni in Lombardia è stata chiamata "La Pelucca", dal cognome di una famiglia, i Pelucchi, che vi andava in vacanza. Credo comunque, che non sia possibile mettere a confronto i due nomi.
Giac

giovedì 12 settembre 2013

TOPONOMASTICA: "La contrada Piscina"

Piscinac, come si sa è un centro abitato durante la stagione estiva: si trova a Est di San Rocco. (Di Giac)
TOPONOMASTICA: "La contrada Piscina"
L'ex caserma di Piscina
Piscina è oggi un agglomerato urbano costituito da seconde case, abitato in prevalenza da tiranesi: è circondato da fitti boschi di conifere o altri alberi che sono le propaggini dei boschi di Trivigno più a Sud. L'altitudine di questa "zona" dovrebbe essere attorno ai 1000 metri.
Mi occupo in questa occasione dello studio del nome Piscina che, a mio parere, come per la località vicine: ad esempio, Piscée, nei pressi di Pian del Gembro, dovrebbe derivare dal nome della conifera "Pésc", abete rosso. A dire il vero, questo albero sembra ben presente nei dintorni di Piscina. Tra l'altro la località in questione è molto adatta alla crescita di questa pianta, essendo il suo clima più fresco di quello di San Rocco.
Tra i nomi che possono avere la stessa origine, oltre a Piscée, esiste un luogo chiamato Pesciò, in val d'Intelvi (Como), oppure Pescino in provincia di Milano e Pescèl un altro luogo del Bergamasco. Infine, Pescidolo nei dintorni di Bagolino (Brescia). Alla base di queste parole, è il latino medioevale "PICEUS", nome dell'abete. Queste notizie vengono dal libro: Toponomastica Lombarda, di Dante Olivieri, un testo ancora importante per lo studio dei nomi delle località regionali della Lombardia.
Ovviamente Piscina è un toponimo poco studiato, ma questa è una realtà consolidata poiché dei toponimi troppo locali ci si è sempre occupati molto poco. Per il resto, Piscina è molto più recente dei nomi di paese o di città importanti, per questo è più facile decifrarlo, con delle ipotesi credibili.

sabato 7 settembre 2013

LE PAROLE DI UNA VOLTA: La raccolta delle mele

Settembre è il mese dei raccolti. Nel corso del mese,si possono raccogliere vari tipi di frutta, ma anche le patate. E poi può ancora esserci anche l'ultima fienagione. (Di Giac)
Attualmente la raccolta delle mele è indiscutibilmente quella più importante di tutta l'annata agricola. Raccogliere le mele si dice "toeu giù i pomm". Ora le piante preferite dai coltivatori sono più piccole, rispetto al passato, tanto che questa "vendemmia" speciale è diventata più rapida.
Le parole del nostro dialetto più importanti, che riguardano la mela, sono: "Al pìcol", "la pèl", "al sgaùsc". rispettivamente: il picciolo, la buccia, il torsolo. Invece, se si sente dire che "i pomm ì è malàa" significa che il frutto raccolto non è stato curato o trattato a dovere. Le date dei trattamenti sono indicate da primavera in poi dalle Cooperative locali. Insomma la frutticoltura è in buona parte "guidata" per quanto riguarda i trattamenti.
Quindi chi parla dialetto si serve di una parola molto correnti per dire che la mela è infetta da parassiti fungini o altro. In verità si tratta di parole prese a prestito dall'Italiano, come ad esempio la ticchioladùra o la plàra, cioè ticchiolatura o plara.
Bisogna riconoscere che per le lingue locali creare parole nuove non è mai stato facile negli ultimi due secoli. Meno facile lo è ancora oggi, poiché le lingue dei nostri antenati sono quasi sul punto di essere cancellate. Tutto quello che possono fare, a mio parere, le persone volonterose e sensibili che hanno passione per il loro dialetto, è parlarlo, per quanto possibile: così come è stato loro insegnato, senza esagerare, nel fare concessioni alla modernità. Parlare dialetto della propria città o paese non è certamente un obbligo, ma rispettarlo, se ci si pensa bene, può essere un dovere.
Giac