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martedì 3 maggio 2011

STASERA CINEFORUM: "INCONTRERAI L’UOMO DEI TUOI SOGNI"

Mercoledì 4 maggio alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni" di Woody Allen... (Di Camilla Pitino)

Alfie ha deciso di lasciare la moglie Helena perché, spaventato dalla vecchiaia, ha deciso di ritornare indietro nel tempo e darsi alla vita mondana. Helena, distrutta dal dolore e colta da improvvisa solitudine, si affida alle chiacchiere di un’allegra ciarlatana, che la manipola a suo piacimento, con notevoli guadagni economici. Senza farsi troppi scrupoli e senza chiedere permessi, Helena si intrufola spesso e volentieri nella casa e nella vita della figlia Sally, una giovane critica d’arte che sogna di aprire una propria galleria e avere un figlio. Al suo fianco c’è lo sfaticato Roy, scrittore fallito con una laurea in medicina, in bilico tra depressione e narcisismo.

Il loro matrimonio è insipido e infelice e, mentre Sally crede che un figlio sia la soluzione alla loro infelicità, Roy insegue la sua nuova musa della finestra accanto, sfoderando le armi di un’esplicita seduzione. La storia è una specie di ‘slippery slope’ che, come un sasso che viene spinto da un pendio, continua a precipitare senza sosta, acquistando sempre più velocità. Non è dato sapere se questa catena di eventi continuerà senza sosta o se, arrivati ad un certo punto, comincerà la risalita, perché il finale del film è stato lasciato aperto. Quello che si può vedere è solo un pezzo della vita dei personaggi che, presi dal vortice del cambiamento, rivoluzionano le loro vite in un modo inaspettato.

Woody Allen porta sul grande schermo un’altra pellicola che si focalizza su storie d’amore fallite, matrimoni al limite dell’assurdo, magia occulta, ricerca di un senso. L’atmosfera è sempre calma e distesa, e una calda voce fuori campo accompagna la trama del film. C’è una specie di adolescenziale incoscienza che ammorba le menti dei personaggi evitando di renderli consapevoli delle loro scelte. È in questo contesto fiabesco e fittizio che i matrimoni vengono sciolti o legati, con una facilità sconcertante e molto ironica. L’unico personaggio con una parvenza di normalità è Sally, che lotta fino a quando le è possibile per salvare ciò in cui ha creduto e a cui è ancora legata. Ma la sua è una battaglia contro i mulini a vento, perché ormai tutti quanti sono come drogati dall’idea che ricominciare un nuovo amore, presi dal vento della passione, sia la svolta per una vita piena.

Se non ci si ferma ad una prima e superficiale lettura, si scopre che il film nasconde un grande cinismo nei confronti di generazioni corrotte, incapaci di crescere e accettare i fallimenti. Quello che tutti cercano è il successo, il sentirsi belli, attraenti, misteriosi, e non si rendono conto che stanno buttando via la propria vita per inseguire dei sogni leggeri e adolescenziali. Woody Allen, ancora una volta, ci mette di fronte alla domanda ‘che cos’è il vero amore?’. Tutti quanti i personaggi credono che i loro problemi si risolvano trovando l’uomo dei loro sogni, che l’amore sia la risposta ai loro problemi. Ma di quale amore si sta parlando? È amore quello di un vecchietto rampante che sposa una squillo e si impasticca di Viagra? È amore quello di uno scrittore fallito, che manda a monte le nozze della sua giovane musa, spacciandosi per l’intellettuale romantico che non è? Beh, se la risposta è negativa,forse il problemi di questi uomini e donne non è trovare l’uomo dei propri sogni, ma ritrovare se stessi.

Camilla Pitino

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martedì 26 aprile 2011

STASERA CINEFORUM: "LONDON RIVER"

Mercoledì 27 aprile alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "London river" di Rachid Bouchareb. (Di Camilla Pitino)

7 luglio 2005: a Londra esplodono quattro bombe sui mezzi pubblici, nell’ora di punta, causando 56 morti e 700 feriti. La notizia fa il giro del mondo in pochi minuti, tutti i telegiornali ne parlano.Anche la signora Sommers, che vive su una piccola isoletta nella Manica, sente la notizia, e subito la sua mente vola a Londra, dove la figlia Jane si trova a studiare. Le tragiche immagini dell’attentato arrivano anche agli occhi del signor Ousmane, un africano che vive in Francia e che ha un figlio a Londra, ma non vede più da quando aveva sei anni.

Nessuno dei due genitori riesce a contattare il proprio figlio per assicurarsi che stia bene, così tutti e due decidono di andare a Londra e cercarli di persona. Una volta arrivati nella capitale britannica, la signora Sommers e il signor Ousmane iniziano un percorso alla ricerca dei propri figli, scoprendo di non conoscere affatto che tipo di vita facevano, quali scelte, quali ideali. La ricerca disperata dei due genitori si incrocia, perché i due scoprono che i rispettivi figli vivevano insieme ed erano innamorati. Cercando di ricostruire la vita della figlia delle ultime settimane, la signora Sommers scopre che Jane frequentava lezioni di arabo e che, probabilmente, era diventata musulmana, come il figlio di Ousmane. Nonostante la diffidenza iniziale, soprattutto della signora Sommers nei confronti di Ousmane, i due cominciano a collaborare e a farsi forza l’un l’altro, sperando di ritrovare i figli ancora vivi.

Con il film “London River”, il regista Rachid Bouchareb vuole raccontare una storia di dialogo tra culture e religioni diverse. L’incontro della signora Sommers e del signor Ousmane riesce a superare pregiudizi e diffidenze di tipo culturale, aprendosi al dialogo e all’accettazione dell’altro in quanto essere umano, con gli stessi sentimenti e le stesse paure. Ciò che conta sono le persone, gli affetti, l’amore dei genitori per i figli, quello tra uomo e donna, che supera le differenze razziali, religiose, culturali e, soprattutto, supera i pregiudizi. Spesso è la paura del diverso e, in questo caso, anche del fanatismo, che impedisce l’incontro e il dialogo. Ma questa situazione viene superata quando, oltre la razza o il credo religioso, si riconosce la presenza di una persona, di un essere umano, che deve essere accettato in quanto tale.

Quello che fa Rachid in questo film è concentrarsi sulle persone e sull’avvicinamento graduale tra una donna bianca protestante e un uomo africano musulmano. Questi due sono diversi negli aspetti più esteriori (sesso, razza, religione), ma riescono a dialogare e capirsi perché ognuno riconosce nell’altro lo stesso dramma che sta vivendo. Il messaggio più significativo che il film trasmette è che l’integrazione non ha tempo e non ha età, ma nasce dall’incontro concreto tra le persone che devono vedersi, accettarsi e riconoscersi. Non si può pensare di fare integrazione solo a parole, ma bisogna innanzitutto riconoscere le differenze, le diffidenze e i pregiudizi che tutti ci portiamo dentro e poi cercare l’altro e accettarlo come persona, non come stereotipo di una cultura, razza o religione.

Camilla Pitino

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mercoledì 20 aprile 2011

STASERA CINEFORUM: "UN ALTRO MONDO"

Mercoledì 20 aprile alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "Un altro mondo" di Silvio Muccino. (Di Camilla Pitino)

STASERA CINEFORUM: "UN ALTRO MONDO"

Andrea è un giovane della ‘Roma bene’. Vive in un grande appartamento insieme alla sua ragazza, Livia, mantenuto dalla madre Cristina, donna gelida rinchiusa nel suo perbenismo. Trascorre una vita molto fittizia, fatta di feste, serate e persone che si conoscono solo per nome, ma che pretendono di essere chiamate ‘amici’. La sera del suo ventottesimo compleanno riceve una lettera dal padre, scomparso anni prima, che gli chiede di raggiungerlo in Kenya perché sta morendo. Andrea, contro il volere di tutti, prende il primo aereo e parte alla volta dell’Africa per rivedere il padre e trovare risposte a quell’inspiegabile abbandono. Purtroppo quando arriva all’ospedale di Nairobi il padre è già in coma e da lì a poche ore se ne andrà per sempre, lasciando ad Andrea una gravosa responsabilità: occuparsi del suo secondo figlio, il piccolo Charlie. Senza aver fatto nulla per meritarselo, Andrea si ritrova accollato un bambino di otto anni da accudire, educare, consolare. Per la prima volta nella sua vita ha delle vere responsabilità nei confronti di qualcuno, che non sia se stesso.

Il film di Silvio Muccino, regista e protagonista, racconta da vicino la vita e i problemi della sua generazione: giovani ricchi, viziati e sottovalutati dai genitori, spesso inquieti e alla ricerca di qualcosa di vero. Nonostante il padre sia stato completamente assente nella vita di Andrea, è grazie al suo gesto che il giovane ha l’occasione di prendere possesso della propria vita e decidere cosa farne. Quello che Andrea intraprende è un percorso duro, perché cambiare a ventotto anni vuol dire rischiare di rimanere soli, senza gli amici con cui ci si trovava tutti i giorni, senza la propria ragazza, senza l’appoggio della madre. Ma quello che Andrea ha trovato in Africa e in Charlie è più forte di tutto questo.

La trama del film è stata tratta dall’omonimo libro di Carla Vangelista. Ciò che più colpisce è il percorso lento ma radicale che Andrea intraprende. Da un totale rifiuto di cambiamento, passa al volere ed amare una vita diversa, una vita in cui ciò che conta sono le relazioni e l’esserci per qualcun altro. Il movente di questa scelta radicale è il piccolo Charlie che, con le sue paure e le sue fragilità, mette a nudo i personaggi e li costringe a crescere.

Nonostante si senta la mancanza di una regia più matura ed esperta, la pellicola gode di molta freschezza e agilità. È solo la seconda volta che il cinema vede Silvio Muccino con la camera da presa, ma il giovane regista non rinuncia a raccontare una storia toccante e sincera. Il lato meraviglioso del film è la semplicità e la verità di sentimenti che traspirano dai protagonisti. È un film che parla di futuro, di speranza e augura a tutta una generazione di scoprire quell’altro mondo che ci vive accanto, così vero e sensibile, che riesce a regalare un senso alla propria vita.

Camilla Pitino

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martedì 12 aprile 2011

STASERA CINEFORUM: "KILL ME PLEASE"

Mercoledì 13 aprile alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "Kill me please" di Olias Barco. (Di Camilla Pitino)

Il Dr. Kruger gestisce una clinica sperduta nelle innevate montagne belghe. Il suo desiderio è poter curare le manie suicide dei suoi pazienti e, in caso di fallimento, potergli concedere una morte dignitosa e serena. La clinica è segreta, rintracciabile solo attraverso internet, ma è sovvenzionata dal governo, che vuole togliersi il gravoso peso economico dei suicidi; è conosciuta, ma odiata dagli abitanti del villaggio vicino.

Alla villetta del suicidio arrivano strani personaggi: un famoso comico con un cancro incurabile, una bella ragazza con manie autolesioniste, un ricco erede lussemburghese, un commesso viaggiatore che cela pericolosi segreti, un vecchio cabarettista berlinese che ha perso la voce e un uomo che ha perso tutto nel gioco d’azzardo, compresa la moglie. Dopo essersi consultati col Dr. Kruger sulle motivazioni che li spingono a farla finita, ciascuno di loro ha diritto a esprimere un’ultima richiesta.

Ma nelle isolate montagne dove il dottore ha inteso realizzare il suo sogno del suicidio perfetto, è ancora la Morte a decidere quando colpire. Dai decessi «dolci e felici» somministrati dal Dr. Kruger si passa all'estrema violenza degli omicidi della parte finale dove il regista, Olias Barco, ha voluto rappresentare, attraverso una riflessione davvero significativa, quali veri orrori si celino dietro gli attimi che precedono la morte: quei personaggi, vittime di un narcisismo sempre più tipico della società occidentale, che vedevano la fine della propria vita in maniera futile e superficiale (come una necessaria conclusione della depressione, reale o presunta, in cui erano caduti) si troveranno costretti a terminare la propria esistenza in modi tragici e spaventosi, molto distanti da quelli che avevano sempre sognato.

Tratteggiando personaggi al limite del’orinario, Barco intrattiene lo spettatore in novanta minuti di sincere risate, costruendo dialoghi surreali supportati da un cast di prima scelta. Il film è irriverente, politicamente scorretto, sconvolgente e questo grande mix gli ha garantito uno strepitoso successo. La pellicola ha, infatti, vinto il premio Marco Aurelio D’Oro all’ultimo festival di Roma. Girato in sole tre settimane con un budget ridottissimo e una troupe composta da solo cinque persone, Barco è riuscito a creare un capolavoro in bianco e nero. Il film non è la solita apologia dell’eutanasia, ma un’opera cinica, estrema e sconvolgente che riesce a trattare con grande sensibilità, accompagnata da un umorismo nero e surreale, un tema particolarmente delicato come quello della morte assistita.

Camilla Pitino

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martedì 5 aprile 2011

STASERA CINEFORUM: "THE SOCIAL NETWORK"

Mercoledì 6 aprile alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "The social network". (Di Camilla Pitino)

Mark Zuckerberg è uno studente di informatica dell’università di Harvard. La notte in cui viene lasciato dalla sua ragazza crea “FaceMash”, un sito dove vengono messe a confronto le foto delle studentesse di Harvard e dove i ragazzi possono votare la più attraente. Il sito diventa talmente popolare da mandare in tilt i server dell’università. Mark deve rispondere dell’accaduto e viene multato per aver violato i sistemi di sicurezza.

Nel frattempo, però, il suo nome ha fatto il giro di tutto il campus universitario e Mark viene contattato dai gemelli Winklevoss e dal loro socio Narendra, giovani rampolli che fanno parte del club più esclusivo di Harvard, per realizzare un progetto chiamato “HarvardConnection”, che connette in rete tutti gli studenti dell’università. Dopo la conversazione avuta con i gemelli, Mark si rivolge al suo amico Eduardo Saverin, chiedendogli un finanziamento di mille dollari per il progetto “Thefacebook”, un progetto volto a connettere in rete tutti gli studenti di Harvard, offrendogli in cambio il 30% nella compagnia. Eduardo accetta e Mark comincia a programmare il sito, ignorando le continue chiamate dei gemelli e di Narendra.

Una volta pronto, il sito viene lanciato in rete e ottiene un immediato successo. Il sito è talmente popolare tra gli studenti di Harvard che Mark ed Eduardo decidono di ampliarlo ad altre università, cominciando da Yale, Columbia e Stanford. Non appena Narendra e i gemelli scoprono il sito, si sentono derubati della loro idea e decidono di fare causa a Zuckerberg. Intanto il sito “Thefacebook” diventa sempre più grosso e importante. Mark ed Eduardo riescono a incontrare Sean Parker, cofondatore di Napster, che si dimostra subito molto interessato al progetto e propone di modificare il nome del sito in “Facebook”.

Durante l’estate Eduardo sta a New York per cercare pubblicità che finanzino il sito, mentre Mark continua a lavorare a “Facebook”, affiancato da Sean, che gli assicura cospicui finanziamenti. Eduardo si sente escluso dal progetto, come se Sean lo stesse rimpiazzando. La situazione diventa drastica quando Eduardo scopre che la sua quota del 30% è stata ridotta allo 0,03% in seguito ad ulteriori finanziamenti da parte di terzi. Sentendosi ingannato decide, anche lui, di fare causa a Mark. Le due azioni legali finiscono con una transazione con le controparti: Mark risarcisce i gemelli Winklevoss e Narendra per 65 milioni di dollari, e Eduardo per una cifra indefinita.

Il film ripercorre la storia della nascita di Facebook, il più famoso social network del mondo, che è stato creato da Mark Zuckerberg nel 2004 e lo ha reso il miliardario più giovane della storia. Il regista David Fincher si focalizza soprattutto sulla personalità e il carattere di Mark più che sull’eccezionalità di quello che ha creato. Mark non ha una vita sociale normale, non riesce ad integrarsi con gli altri studenti: è un nerd. Mentre gli altri escono, vanno alle feste e si divertono lui è concentrato sul suo progetto. La cosa più sconcertante è che il creatore del più grande social network del mondo non abbia una vita sociale. Però, forse, è proprio questa difficoltà nel socializzare che lo spinge a cercare un modo alternativo di essere in contatto con gli altri studenti e con quello che succede nelle serate a cui non partecipa. Dietro tutto il suo lavoro ci sta la volontà di connettere con un legame d’amicizia, diverso da quello tradizionale, più persone possibile.

Creando Facebook, Mark Zuckerberg ha creato un nuovo mondo, che ha avuto così tanto successo perché risponde al bisogno delle persone di farsi riconoscere e di rimanere in contatto anche quando non si è materialmente insieme. La cosa che fa di Facebook, Facebook, è che non si stabilisce un contatto uno-a-uno, ma ogni persona-profilo è un punto a cui arrivano e da cui si diramano sempre più contatti. Ciò che ha fatto la fortuna di Facebook è l’illusione di essere connessi con il mondo intero.

Camilla Pitino

martedì 29 marzo 2011

STASERA CINEFORUM: "20 SIGARETTE"

[RECENSIONE & TRAILER] Mercoledì 30 marzo alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "20 sigarette" di Aureliano Amedei. (Di Camilla Pitino)

“Avevo 28 anni, anarchico, portatore sano di precariato cronico, studiavo per fare l’attore e sognavo di diventare regista di videoclip e documentari sociali” -Aureliano Amedei, protagonista del film “20 sigarette”. Il giovane romano passava i pomeriggi al centro sociale tra concerti e manifestazioni contro la guerra, fino al giorno in cui il regista Stefano Rolla gli propone di accompagnarlo in Iraq per girare un film. È l’occasione che aspettava da tempo: un viaggio per vedere dal vivo quel mondo di cui tanto si parlava, la possibilità di fare il vice-regista, insomma, un’avventura. Due giorni per preparare i bagagli, salutare gli amici e poi via, partire lontano verso l’oriente.

Purtroppo il viaggio non ha avuto la durata programmata: neanche il tempo di finire un pacchetto di sigarette e Aureliano è stato rimpatriato in Italia perché rimastovittima di un attentato a Nasiriyya, unico superstite della troup di Stefano Rolla. Una volta in Italia, viene ricoverato all’ospedale militare del Celio, dove viene assalito da giornalisti, politici, militari, diventando una sorta di eroe nazionale.

Il film, visto fuori dal suo contesto, sembra una storia astratta e poco avvincente sulla missione italiana in Iraq . Invece, sapere che la trama è la biografia del regista, che la strage di cui si parla è l’attentato del 13 novembre 2003 dove hanno perso la vita 28 persone, 19 italiani e 9 iracheni,mette tutto sotto una luce completamente diversa. Aureliano Amedei è l’unico civile sopravvissuto alla strage: è rimasto zoppo, soffre di attacchi di panico ed è sordo da un orecchio. Dopo questa drammatica esperienza decide di scrivere un libro per raccontare la sua storia e quello che ha visto e, da questo libro, nasce il film.

La sua denuncia è una denuncia alla guerra in quanto tale, poiché non esistono né vincitori né vinti, ma solo vite umane tragicamente spezzate. Aureliano abbandona i centri sociali e lo schierarsi da una parte piuttosto che da un’altra: nessuno deve morire, né militari né iracheni. Quello che il film cerca di dire è che non c’è una morte giusta, perché la morte di un soldato italiano non è meno grave di quella di un bambino iracheno.

Il film, inevitabilmente, solleva molte polemiche perché ha un punto di vista scomodo sul problema della missione italiana in Iraq. Non c’è più spazio per posizioni stereotipate, pregiudizi, retorica o propaganda. Amedei racconta la guerra nella sua crudità e drammaticità, così come l’ha vissuta. Il risultato è che rimane solo con pochi amici, tra cui la compagna Claudia, a combattere perché venga detta la verità sulla situazione irachena. È un film che fa interrogare sulla utilità degli aiuti militari spediti all’estero. Spesso si ragiona in termini di massimizzazione del bene, del tipo “meglio qualche vita spezzata, ma un Paese pacificato”, per giustificare gli interventi militari, ma è così vero? È giusto sacrificare delle vite umane innocenti per il “peacekeeping”? Il fatto è che è molto più semplice rispondere quando tutto questo si trova a kilometri e kilometri di distanza, mentre non è così ovvio quando la vita in pericolo è la tua o quella di chi ami.

Camilla Pitino

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martedì 22 marzo 2011

STASERA CINEFORUM: "HEREAFTER"

Mercoledì 23 marzo 2011, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "Hereafter" di Clint Eastwood. (Di Camilla Pitino)

Melanie, giornalista francese sopravvissuta allo Tsunami; Marcus, ragazzino con la madre eroinomane che perde il fratello gemello; George, giovane operaio sensitivo. Hereafter racconta tre storie parallele, che hanno in comune il mistero della morte. La domanda che tutti si pongono è: cosa c’è dopo la morte? I tre protagonisti del film, in modo diverso, sperimentano la morte: Melanie, dopo essere stata travolta dallo Tsunami e aver perso i sensi, è ritornata alla vita; Marcus con la separazione dal fratello; George, ogni volta che stringe la mano a qualcuno, entra in contatto con le persone a lui care che sono scomparse.

Il contatto con la morte, con il mondo dell’aldilà, impedisce ai tre protagonisti di avere una vita “normale”. Melanie ha bisogno di trovare una spiegazione a quello che ha vissuto, alle visioni che ha avuto. Deve sapere cosa succede dopo la morte, dove vanno a finire le persone che lasciano questo mondo. Marcus, invece, non riesce a darsi pace per la morte del fratello Jason e cerca in ogni modo di entrare in contatto con lui. Ha paura di non potercela fare, da solo, ad affrontare la vita. Prima, erano sempre insieme ed era Jason quello coraggioso, quello intraprendente. Infine, George, che non accetta il suo “dono” di poter vedere e comunicare con i morti. Vorrebbe solamente poter vivere la sua vita senza interferenze dall’aldilà, vorrebbe poter dormire sonni tranquilli, avere una relazione come tutte le persone normali. Ma sembra che il suo cosiddetto “dono” non gli permetta di fare nulla di tutto ciò.

Queste tre storie, questi tre personaggi hanno bisogno uno dell’altro per completarsi e per trovare le risposte che cercano. Partendo da diverse parti del mondo i protagonisti si incontrano inconsapevolmente a Londra, tutti e tre contemporaneamente, e qui avviene la svolta delle tre storie. È come se i tre personaggi si cercassero inconsciamente in tutto il film, sapendo quello che ognuno può dare all’altro. Quello che cercano e in cui, involontariamente credono, è l’hereafter, l’aldilà. Una volta coinvolti dall’esperienza pungente e misteriosa della morte non possono fare altro che continuare a cercare una risposta. Le loro esistenze sono rese inquiete dall’entrata inaspettata della morte nelle loro vite e tutto quello che chiedono è trovare una serenità sufficiente per poter andare avanti e vivere la propria di vita. Melanie deve liberarsi dall’esperienza che ha vissuto, Marcus dal fantasma del fratello e George dalle visioni dell’aldilà.

In queste tre storie si sente l’eco di una visione completamente atea che nega l’esistenza dell’aldilà e quella religiosa che crede nella resurrezione e nella vita eterna. Nessuna di queste due strade sembra soddisfare le domande e i dubbi dei tre protagonisti. Ciò che si prospetta è, invece, una visione della morte pseudo-scientifica, come se l’aldilà fosse una condizione di totale serenità, luce e assenza di gravità. Il regista, Client Eastwood, arriva a una tale conclusione basandosi sulle esperienze in prima persona dei suoi protagonisti. Non ci sono dogmi o verità occulte, ma l’accettazione che certi fenomeni “soprannaturali” non siano altro che il dialogo tra il mondo dei vivi e il mondo dell’hereafter.

Camilla Pitino

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martedì 15 marzo 2011

STASERA CINEFORUM: "IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI"

Mercoledì 16 marzo alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "Il segreto dei suoi occhi".

Benjamin Esposito è un ex pubblico ministero della procura di Buenos Aires. Raggiunta la pensione, non vede più nulla davanti a sé. Decide, così, di scrivere un romanzo, ripercorrendo le vicende di un vecchio caso di omicidio, che lo tormentano da 25 anni. Una giovane sposa era stata stuprata e uccisa. Benjamin aveva avuto in carico il caso, senza riuscire mai ad arrivare a qualcosa di concreto. Questa storia si era impadronita di lui: l’immagine di quel giovane cadavere, lo sguardo del marito, a pezzi, che voleva avere una risposta a quanto accaduto. Risolvere il caso non era solo una questione di giustizia, ma un dovere nei confronti del marito vedovo, che non riusciva a darsi pace. Benjamin era sconvolto dall’amore che quest’uomo provava per la giovane moglie, lo stesso amore che legava lui a Irene, la collega, e che non riusciva a dichiarare. Il “caso Morales” non è uno dei tanti casi che Benjamin ha dovuto affrontare nella sua carriera: è la sua stessa vita. La storia dell’omicidio si intreccia con la vita di Benjamin, della bella Irene, dell’amico Pablo. Sullo sfondo c’è l’Argentina degli anni ’70, la dittatura, la malavita. Con il pretesto del romanzo, Benjamin si tuffa nuovamente nel passato, cercando un senso e una fine alla tragica vicenda e alla sua vita.

Il film racconta di un’Argentina, l’Argentina del potere, corrotta e sleale, e parallelamente dell’umana ricerca di giustizia e vendetta. Di fronte alla morte di una giovane ragazza innocente nessuno riesce a dimenticare, nemmeno Benjamin. Nel suo viaggio nel tempo il protagonista argentino rivede innanzitutto se stesso, i suoi errori, i suoi sbagli. Ciò che rammarica di più è l’aver lasciato andare Irene, il suo unico grande amore. Forse è proprio questo il tema principale del film: la storia d’amore impossibile vissuta dei due pubblici ministeri.
È difficile collocare il film in un unico genere cinematografico: il regista Juan Josè Campanella passa da scene noir, al dramma sentimentale, fino alla denuncia politica. È questa la magia della pellicola, che si è aggiudicata l’oscar per il miglior film straniero del 2010. Il ritmo calzante, la storia avvincente, la bravura del protagonista Ricardo Darìn, ne fanno un film ad opera d’arte, senza contare la suggestione di colori e immagini di un’Argentina degli anni ’70. Alla fine Benjamin riesce a concludere il suo romanzo e così anche il regista Campanella, consegnando al pubblico una pellicola piena di emozione e suspense.

Camilla Pitino

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martedì 8 marzo 2011

"STASERA CINEFORUM": RECENSIONE DEL FILM "IN UN MONDO MIGLIORE"

[GUARDA IL TRAILER] Mercoledì 9 marzo 2011 alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "In un mondo migliore" di Susanne Bier. (Di Camilla Pitino)

Il titolo del nuovo film di Susanne Bier è “Haevnen”, che significa “vendetta”.Christian, dopo aver perso la madre, si trasferisce in Danimarca con il padre. Per l’ennesima volta deve ricominciare tutto da capo: scuola, compagni, amici. Qui incontra Elias, ragazzino sensibile e sorridente, cheogni giorno deve subire i soprusi dei ragazzi più grandi. I due dodicenni diventano amici, ma questa amicizia si rivelerà molto pericolosa. Questi ragazzini si trovano in un mondo, il nostro, regolato dalla violenza, dalle legge del più forte e, oltre alla violenza fisica, devono saper affrontare il lutto e la separazione dei genitori.

In questo mondo lasciato a se stesso, le uniche figure che si prendono cura dei propri figli sono i genitori. In particolare Anton, padre di Elias, medico in Africa, che durante i suoi rientri in Danimarca passa più tempo possibile con i figli, mettendo equilibrio e sicurezza nelle loro vite. Anton è un uomo di ideali, di principi, che non rinuncia a trasmettere alla nuova generazione. Insegna che la violenza è stupida e sterile e, se non la si ferma, è come una botte che rotola per un pendio e, man mano, acquista sempre più velocità, fino a diventare incontrollabile.

Il film offre bellissimi squarci di Danimarca, e mischia l’azzurro di questa terra del freddo con i toni chiari e caldi dell’Africa Nera. Due posti lontani sul mappamondo, ma egualmente sconvolti dalla violenza e atrocità del male. Anton è l’elemento che lega le due storie in modo coerente: affronta drammi diversi con la stessa calma e decisione, rimanendo saldo sui suoi principi.
Il risultato che la Bier porta sul grande schermo è una pellicola carica di emotività, di dramma, che rischia di esplodere da un momento all’altro. È un film che fa riflettere sull’importanza di educare, compito che non spetta solo ai genitori, ma anche alla scuola e ad ogni comune passante. A 12 anni non si è uomini, ma nemmeno bambini e, in certi casi, si ha dentro una rabbia talmente grande da scoppiare, come una bomba. Non si può lasciare la vita al caso, soprattutto quando si tratta della vita di due ragazzini di 12 anni. Bisogna avere la pazienza di sorvegliare, saper ascoltare, cercare di proteggere: bisogna esserci.

Il film di Susanne Bier non è solo un film di denuncia, ma anche di speranza. La regista conclude con un finale che mette fine alla spirale di violenza e fa sognare “un mondo migliore”. Più che un sogno, forse, vuol essere un augurio e un auspicio. Essere genitori è difficile, essere bravi genitori è quasi un’utopia, ma è un’utopia che bisogna cercare di realizzare, perché, spesso, si è gli unici a prendersi cura dei propri figli e cercare di farne degli uomini.

Camilla Pitino

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martedì 1 marzo 2011

"STASERA CINEFORUM": RECENSIONE DEL FILM "LA BELLEZZA DEL SOMARO"

Mercoledì 2 marzo 2011 alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "La bellezza del somaro". (Di Camilla Pitino)

«Quando eravamo figli noi i figli non contavano un cazzo, ora che siamo genitori non contano un cazzo i genitori…a ruota». A parlare è uno degli amici di Marcello, architetto cinquantenne, che, come tanti della sua generazione,non sa come comportarsi di fronte ai figli adolescenti. Marcello è un uomo di successo, al passo coi tempi, sposato con Marina, psicanalista disadattata, ma madre “eco-solidale”. E poi c’è Rosa, la figlia diciassettenne, brava in greco. Per il cinquantesimo compleanno di Marcello si trasferiscono tutti nella casa in campagna, insieme ad amici e relativi figli. Per l’occasione Rosa decide di invitare il suo nuovo fidanzato, Armando. Il suo arrivo nella casa di campagna scombina gli equilibri precari della famiglia, costringe a porsidomande esistenziali sul proprio ruolo di uomini, mariti, genitori.

Armando è un settantenne che, a differenza di tutti gli altri personaggi, non cerca di nascondere gli anni che porta, ma ha la tipica saggezza di chi conosce il mondo. La sua presenza non fa riflettere solo i genitori di Rosa, ma tutti gli amici presenti, una generazione spesso troppo frivola e superficiale per gli anni che ha. I figli adolescenti hanno ragione a pretendere dei genitori seri, maturi, saggi. Vogliono un punto di riferimento e di equilibrio, non “friends” con cui andare in palestra o farsi le canne.

“La bellezza del somaro” è una commedia, incentrata sul rapporto tra generazioni: genitori che cercano di essere “forever young”, adolescenti che vogliono essere adulti. In questa grande crisi generazionale è Armando il punto di riferimento, l’unico personaggio coerente con la propria età e il proprio ruolo. È grazie al suo intervento sulla scena che nasce lo spunto per ricomporre gli equilibri saltati. Il film sembra la trasposizione di una commedia teatrale: la scena si svolge tutta nella casa di campagna dei coniugi Sinibaldi, i personaggi sono delle maschere, ad eccezione del vecchio Armando. Ognuno deve ritrovare il proprio posto e anche un po’ se stesso: i genitori devono fare i genitori, i figli devono vivere la loro adolescenza.

Nonostante “la bellezza del somaro” sia una commedia che vuole essere piacevole, vuole far ridere, non si limita a temi superficiali e banali. La bravura del regista, e attore, Sergio Castellitto sta nel riuscire a trattare un tema importante in modo divertente. Il nodo della questione è il rapporto fra generazioni, il tabù in questione non è più la differenza di razza o l’omosessualità, ma l’età.
Il film racconta un pezzo d’Italia, l’Italia della borghesia romana e delle crisi di mezza età. È un film attuale che parte da una storia verosimile per mettere in discussione il ruolo di genitori e figli. I cinquantenni di oggi non sono più quelli di trent’anni fa: sono dinamici, sportivi, brillanti, giovani. Forse troppo. I giovani hanno bisogno di mentori, i vecchi di ascolto. Non c’è tempo per fingere di essere quello che, ormai da anni, non si è più. È il tempo in cui bisogna esserci come uomini e come padri, rivendicando un ruolo portante nella famiglia e nella società.

Camilla Pitino

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martedì 22 febbraio 2011

"STASERA CINEFORUM": RECENSIONE DEL FILM "POTICHE"

Mercoledì 23 febbraio 2011 alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano, verrà proiettato il film "Potiche" di F. Ozon. (Di Camilla Pitino)

"STASERA CINEFORUM": RECENSIONE DEL FILM "POTICHE"

Corsetta mattutina, colazione col marito, giardinaggio, visita dei figli, cena in grande stile. Questa è la routine di Suzanne, la bella e posata moglie di “patron” Pujol, dirigente di una fabbrica di ombrelli ereditata dal suocero. Questa è la loro vita da alto borghesi, nella loro grande villa con giardino, nelle agiatezze concesse dallo “status” sociale.

Ma qualcosa rompe irrimediabilmente questo equilibrio: sono gli anni Settanta, la rivendicazione dei diritti dei lavoratori e l’emancipazione femminile. I figli si ribellano ai genitori, le mogli ai mariti, le segretarie ai propri capi. Tutto viene sconvolto nella vita del povero Robert Pujol, che deve riconquistare il proprio potere come marito, amante e dirigente della fabbrica. Per la prima volta il suo potere viene oscurato dalla moglie Suzanne, spiritosa, aristocratica, pragmatica, che prende le redini della fabbrica durante la protesta degli operai. Suzanne non è più solamente una bella “potiche”, un vaso ornamentale, una sorridente mogliettina, ma è una donna di carattere, che riesce a dare un volto nuovo alla fabbrica e sa venire a patti con i lavoratori. Intorno a Suzanne, protagonista indiscussa del film, ruotano le vite dei due figli, Joëlle e Nadège, e la ricomparsa di un suo vecchio amore, Babin, il sindaco comunista.

La commedia è molto ironica e satirica. Tra tailleur colorati e capelli cotonati si destreggia una meravigliosa Catherine Deneuve, vitale, energica, che riesce a trascinare il consenso delle folle e del pubblico. Nonostante i suoi modi “bon-ton” e aristocratici è un personaggio moderno e aperto, che sa riscattarsi giocando tutte le sue carte. Divenuta consapevole delle proprie doti manageriali si lancia, senza paura, sulla scena politica, sociale, lasciando dietro di sé un marito ormai inerme e depresso. Insieme a Catherine, sulla scena, ritorna Gerard Depardieu, altro famosissimo, nei panni del romantico Babin. La trama del film è mirabilmente intrecciata da François Ozon, acclamato regista francese, che sa trattare temi importanti con ironia e simpatia. Il risultato è un film di classe ma leggero, assolutamente piacevole e che sfoggia un cast di attori invidiabile.

Il film è stato tratto dall’omonima “piéce teatrale” di Pierre Brillete, molto conosciuta in Francia. Ozon recupera questa commedia pensando alla condizione attuale delle donne francesi. Il suo obiettivo è modernizzare la “Potiche” teatrale, giocando tutto sull’ironia. Il film ha l’ambizione di provocare donne e uomini su un argomento sempre attuale: la parità di diritti tra i sessi. Dagli anni Settanta ad oggi la vita delle donne è cambiata in tema di diritti, di libertà, di condizione sociale: le donne lavorano, sono più indipendenti, si vedono riconosciute più diritti, almeno sulla carta. Nonostante questo, il pericolo di essere sfruttate, usate, molestate è sempre in agguato. Emancipazione non significa rivoluzione, ma significa rispetto, tutela, diritti. Non è dignitoso vivere una vita da “potiche”: le donne non possono accontentarsi di essere un semplice vaso ornamentale.

Camilla Pitino

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martedì 15 febbraio 2011

"STASERA CINEFORUM": RECENSIONE DEL FILM "DES HOMMES ET DES DIEUX"

Mercoledì 16 febbraio 2011 alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "Uomini di Dio" di Xavier Beauvois. (Di Camilla Pitino)

Io ho detto: «Voi siete dei,
siete tutti figli dell'Altissimo».
Eppure morirete come ogni uomo,
cadrete come tutti i potenti.
(Salmo 82)

«Des Hommes et des Dieux», letteralmente «Sugli uomini e sugli dei », è il titolo che Xavier Beauvois ha scelto per il suo film, ispirato dalle parole del salmo. Il regista francese racconta la vera storia del monastero di Tibhirine, attaccato dalla GIA (Gruppi Islamici Armati) il 26 marzo del 1996. I protagonisti del lungometraggio sono sette frati trappisti (l’ordine più radicale dei benedettini), che vivono sui monti dell’Atlante tra Marocco e Algeria. La vita della piccola comunità è scandita dalla regola dell’Ora et Labora: si alternano i tempi del lavoro con momenti di silenzio e preghiera. Questi uomini vivono fianco a fianco con la popolazione algerina, di religione musulmana, ma tra i due la convivenza è pacifica: i monaci vivono in maniera del tutto personale la loro fede, non tentano di catechizzare, ma si fanno poveri tra i poveri, fornendo cure mediche, assistenza e sostegno ai villaggi vicini.

Dal 1992 l’Algeria è sconvolta dalla guerra civile, i gruppi terroristici della jihad percorrono il Paese attaccando gli stranieri. I monaci maturano la consapevolezza che anche la loro piccola comunità è in pericolo.L’esercito si offre di proteggere il monastero, ma Frère Christian, l’abate di Tibhirine, d’accordo con i fratelli, rifiuta l’offerta. Questi monaci sanno di avere solamente due possibilità: andarsene o restare, rischiando la vita. Questa è la grande prova della loro vita, è l’interrogativo a cui cercano di dare risposta. Non ci sono atti di eroismo o ricerca del martirio. I setti monaci sono anzitutto uomini che affrontano con umiltà le loro insicurezze e le loro paure. È l’aspetto umano quello interessa di più il regista, che si focalizza sui mesi precedenti il sequestro dei frati. Nonostante la drammaticità del contesto e della storia, il film non si concede mai a scene di patos e violenza, ma rimane sempre su toni molto delicati e prudenti. In questo si vede la bravura del regista, nell’essere riuscito a raccontare una storia tragica rimanendo fedele allo stile di vita dei monaci.

Il film ha riscosso un grandissimo successo in Francia, che l’ha candidato agli oscar come miglior film straniero. Per il momento «Des Hommes et des Dieux» si è aggiudicato il Grand Prix speciale della Giuria al Festival di Cannes. La fortuna inaspettata del film è dovuta innanzitutto alla scelta della trama: una storia vera, poco conosciuta, intimamente legata ai difficili rapporti con l’Islam, raccontata in modo “laico”. È un film che piace a tutti perché non condanna e non prende posizione su un tema tanto difficile, ma apre a interrogativi e riflessioni, che siamo tutti in dovere di porci, in un periodo in cui l’incontro, la convivenza e l’integrazione tra le culture è un passaggio obbligato per il futuro italiano, europeo e mondiale.

Frère Christian ha lasciato un testamento, scritto nel 1993, quando la GIA cominciava a terrorizzare l’Algeria. Le sue parole sono rivolte ai posteri, a chi non ha conosciuto l’Islam per quello che è, ma solo dalla televisione e dai giornali. L’abate scrive:

"So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti. […]Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze".

Credo che non ci possa essere augurio migliore.

Camilla Pitino

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martedì 8 febbraio 2011

"STASERA CINEFORUM": RECENSIONE DEL FILM "PRECIOUS"

Mercoledì 9 febbraio 2011 alle ore 21.15, presso il Cinema Mignon di Tirano verrà proiettato il film "Precious" di L. Daniels. (Di Camilla Pitino)

Il film è ambientato nell’ Harlem, quartiere afro-americano di Manhattan, degli anni ‘80. La protagonista, Clareece “Precious” Jones, è una sedicenne nera, obesa e analfabeta. La storia parte con la sua espulsione dalla scuola media, in seguito al fatto che è incinta, per la seconda volta. Precious è disperata: la scuola era l’unico modo per sfuggire all’inferno che ogni giorno l’aspettava a casa. La ragazza vive in un vecchio appartamento con la madre, sottostando a maltrattamenti e violenze di ogni tipo. L’unico mezzo di sostentamento per le due è l’assegno sociale che viene devoluto per il sostentamento della prima figlia di Precious, una bambina di due anni, che vive con la nonna. Ma viene aperto un piccolo varco di speranza nella vita della giovane ragazza-madre: la preside della scuola ottiene per lei un posto in una scuola alternativa, per ragazze disagiate. Precious non si fa scappare l’occasione e va ad iscriversi alla “Each one teach one”. Qui incontra la signorina Rein, l’insegnante, e sarà proprio grazie a questo incontro che Precious riuscirà a cambiare la propria vita.

Precious, interpretata dalla debuttante Gabourey Sidibe, è il personaggio più anticonformista di tutto il film. Oltre i numerosi problemi che deve affrontare (le gravidanze, la degradante situazione familiare), Precious si ritrova anche a dover accettare e gestire il suo corpo. Nonostante tutto, ha dentro di sé una forza sconosciuta e misteriosa che le permette di fare scelte coraggiose e di puntare in alto. Questa forza nasce solo da se stessa e, forse, è quella forza che nasce come istinto di sopravvivenza: sapendo di non poter contare su nessuno, Precious ce la mette davvero tutta per imparare a leggere e scrivere, e per crescere i suoi bambini.

Il film, tratto dal romanzo “Push”, di Sapphire (1996), e diretto da Lee Daniels, è uscito nel 2009. L’anno successivo ha ricevuto sei candidature agli Oscar, vincendone due: uno per la migliore attrice non protagonista (Mo’Nique, madre di Precious), l’altro per la miglior sceneggiatura non originale. È un film importante, che tratta temi toccanti e, purtroppo, sempre attuali, come la violenza sessuale, il disagio sociale, l’alfabetizzazione, la malattia. Il film ha riscosso grandissimo successo, per l’impatto emotivo che riesce a suscitare e per il fascino che il personaggio di Precious sa riscuotere. Una parte della critica si è dimostrata poco entusiasta alla trama del lungometraggio, attribuendo valore al film solo per l’ottimo cast di attori.

Oggi l’Harlem ha un aspetto diverso, non è più considerato il quartiere più pericoloso di Manhattan, e questo solamente grazie all’impegno dei suoi abitanti, che ne hanno risollevato le sorti negli anni ’90. Non è fuori luogo vedere Precious come l’eroina di questo movimento, adolescente capace di rompere il ritmo di una vita mortificante, all’inseguimento dei suoi sogni. Film da vedere, perché sa raccontare una storia disperata con toni molto realistici, senza concedersi a sentimentalismi.

Camilla P.

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