L'archivio del portale di informazione e commercio INTORNO TIRANO (www.intornotirano.it)

Etichette

Visualizzazione post con etichetta Modi di dire dialettali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Modi di dire dialettali. Mostra tutti i post

venerdì 28 febbraio 2014

MODI DI DIRE: "‘L ma facc vegnì ‘l làcc ai ginöcc"

Chi di voi non ha mai avuto il latte alle ginocchia ? Di certo qualcuno dirà: è impossibile che dalle ginocchia venga il latte. Sbagliato! Provate ad ascoltare qualcuno che vi annoia a morte raccontandovi la serie interminabile di fisime sulle sue malattie, oppure la trama di un vecchio film , o del tradimento della ex moglie.
A me è capitato quest’oggi quando ho incontrato il mio amico Giandomenico separato da tre anni. ‘L ma facc vegnì ‘l làcc ai ginöcc ( mi ha fatto venire il latte alle ginocchia ). Che noia, che barba, che noia nel sentire raccontare sempre le stesse cosa. Mi avrà raccontato mille volte la storia del tradimento di sua moglie. L’aveva trovata in auto con un suo amico nel garage di casa. I due erano rimasti intrappolati con l’auto nel garage. Per rimanere tranquilli avevano chiuso con il telecomando la basculante elettrica. Nel frattempo si era scatenato un furioso temporale. Loro però erano tranquilli. Infatti i fulmini e le saette non possono colpire chi è in auto per la legge di Faraday, figurarsi poi in un garage.
Un colpo qua, un colpo là e i due colombi amoreggiavano tranquilli, tra tuoni e saette. Ma il diavolo, di solito, fa le pentole ma non il coperchio. Un fulmine cadde presso la cabina elettrica del fabbricato e interruppe la corrente elettrica nel circondario. I due rimasero intrappolati nel garage poiché la basculante del garage comandata elettricamente non si poté più aprire. Così Giandomenico tornando a casa dal lavoro aveva sentito rumoreggiare dietro la basculante in ferro del garage e li aveva scoperti.
Questa storia, raccontata con ira, ogni volta che incontravo l’amico mi dava un senso di noia, di fastidio, di stanchezza tale da fàm vegnì ‘l làcc ai ginöcc. Immaginate un mungitore di mucche con un secchio enorme che preme ritmicamente le mammelle della mucca spruzzando il latte con monotonia e pazienza infinita nel secchio fino a far arrivare l’alimento prezioso all’altezza delle ginocchia. Tale era il mio stato d’animo quando sentivo per l’ennesima volta quel racconto. Però quella sera l’amico Giandomenico alla sua disgraziata avventura aggiunse un particolare che non mi aveva mai raccontato.
Mi disse: “Li avevo sentiti battere da dietro la basculante come forsennati per uscire. Avevo sentito la voce di mia moglie, poi subito dopo quello del suo amico. Fesso non sono e poiché la corrente elettrica ancora non c’era e la basculante non si poteva aprire ho chiamato subito l’amico Guido ferraiolo. Giunse in un baleno con un piede di porco in mano, pronto a aprire l’anta. Lo fermai e allontanandomi qualche metro dal garage gli spiegai il fatto. Il ferraiolo capi mi diede due soluzioni che per lui erano ottimali. La prima era quella di aprire l’anta senza nulla proferire e lasciare liberi i due colombi come se nulla fosse successo. La seconda era più sottile e vendicativa. Aprire di circa cinque centimetri la basculante e chiedere all’uomo serrato all’interno di levarsi i pantaloni e le mutande facendole passare sotto l’apertura della bascula in ferro. Poi avrebbe aperto interamente la basculante per farli uscire.
La trattativa durò mezz’ora, ma ebbe esito positivo. Nel frattempo Giandomenico aveva avvertito quasi la metà dei condomini per assistere all’operazione d’apertura della basculante. Tra una corona di curiosi, dopo aver avuto il pantaloni e le mutande dell’uomo in “ cella “ , Guido apri interamente la basculante e i due uscirono tra le risate dei condomini. Lui usci nudo dalla cintola in giù e lei svergognata coprendosi il volto con le mani.
Con l’aggiunta di questo particolare, quel giorno non ebbi più la sensazione d’avere ‘l làcc ai ginöcc ( il latte alle ginocchia ), anzi mi misi a ridere di gusto. Giandomenico aveva avuto la sua vendetta.

Ezio Maifrè
(Fine della rubrica “ Modi di dire “ in dialetto tiranese )

venerdì 21 febbraio 2014

MODI DI DIRE: "Parla cùma te màiet"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "Parla cùma te màiet"
Antonio, sin da piccolo aveva sempre mangiato semplice e genuino. Tanto per intenderci , al mattino beveva una scodella di latte attingendo mezzo pane di segale. A mezzogiorno polenta, chisciöl, salsicce e i prodotti dei suo orto e della sua vigna. Alla sera, un minestrone con l’eventuale aggiunta del cibo che era avanzato a mezzodì. Così a rotazione per i giorni della settimana, nulla sprecando. Con quel cibo semplice e genuino era diventato un giovane intelligente ed era, per la sua bravura e semplicità, stato eletto ad una carica pubblica importate per il suo paese.
Quel cibo, povero e autoctono della sua Valle, gli aveva insegnato ad essere semplice, naturale con tutti, senza finzioni o condizionamenti. Quel cibo gli aveva inculcato, forse senza avvedersene, saper mangiare gustando i cibi con tranquillità e godere il profumo della sua terra. Gli aveva anche insegnato che il mangiar sano dona la parola sana, semplice, essenziale per farsi capire , dimenticando formalità molte volte fastidiose e da perditempo.
Insomma parlava come la natura insegna all’Uomo a mangiar semplice e, soprattutto il cibo semplice che dà la terra natia.
Un bel giorno però Antonio stupì tutti. Tenne una importante conferenza sul tema “ Carpe Diem del chisciöl” , in occasione d’una giornata dedicata al piatto tipico del paese. Furono invitate persone importanti da fuori provincia e alcuni rappresentati di regioni italiane e estere. Non v’era dubbio: il discorso doveva essere importante, significativo e parlato in italiano, tutto teso ad illustrare e divulgare la prestigiosa specialità gastronomica cucinata solo con materie autoctone. Il discorso doveva essere imperniato soprattutto per fare capire che il chisciöl travolge i sensi del buongustaio per la sua bontà, donando meravigliose sensazioni al palato e, a tutti gli organi del corpo. Per redigere il discorso che Antonio doveva leggere in pubblico ci pensò Bruno , un suo amico letterato e uomo di cultura, almeno così lui si autodefiniva . Aveva convinto a malavoglia Antonio a pronunciare quel discorso che in verità non condivideva. Lui avrebbe preferito dire due paroline di saluto e la bontà del chisciöl cucinato dalle chisciöliere presenti avrebbe fatto il resto.
Venne, il giorno, l’ora e il momento del convegno.
La sala era gremita e, all’esterno della sala, in un locale appartato e predisposto per l’assaggio dell’osannato chisciöl , alcune brave massaie chisciöliere erano pronte con fuochi, padelle e tutti gli ingredienti tradizionali per cucinare il chisciöl.
Dopo il discorso ufficiale per illustrare il piatto tipico della città , i partecipanti del convegno avrebbero gustato il chisciöl accompagnandolo con sorsate di vini di Valle.
Così iniziò il discorso Antonio : “ Signore e signori qui convenuti, con viva e vibrante soddisfazione oggi vi parlerò d’un cibo che vi coinvolgerà tutti gli organi dei vostri sensi. I vostri occhi coglieranno il colore e la sua forma, il vostro naso sentirà il suo profumo, il vostro palato il suo sapore. Il vostro cervello, in questo spazio tridimensionale di questa sala, memorizzerà un cibo che non dimenticherete tanto presto poiché i vostri neuroni riceveranno forti e chiari segnali della prelibatezza del chisciöl. I vostri neuroni non si limiteranno solo a ricevere i segnali dei dentriti e a trasportarli lungo l’assone del neurone, ma rielaboreranno le meravigliose sensazioni visive, chimiche nella vostra corteccia celebrale portandovi alla goduria. La vostra corteccia celebrale, impregnata di sinapsi, tante quante il numero di stelle della nostra Galassia, vi darà l’impulso nei gioiosi momenti della vostra vita, all’assaggio del chisciöl sino ad esserne sazi donandovi un delizioso , piacevole senso di benessere.”
Nella sala ci fu un silenzio di tomba per circa tre minuti, mentre Antonio si grattava il capo e l’amico Bruno se la svignava alla chetichella .
Poi s’udi il grido di Giuseppina, la massaia chisciöliera , che con le sue amiche, nel locale attiguo aveva preparato alcuni chisciöi belli, fumanti e croccanti. Al grido “ Tòni parla cùma te màiet. I schiscöi iè prunt, vegnì’ a mangia “ ( Antonio, parla come mangi, i chisciöi sono pronti , venite a mangiare “). Antonio riprese il microfono in mano e aggiunse: Signori, il chisciöl è servito: abbuffiamoci”. Ci fu un battimani caloroso, poi tutti si alzarono in piedi e in colonna assaggiarono il chisciöl dimenticando il difficile discorso scritto da Bruno, ma proferito da Antonio che normalmente parlava chiaro e genuino come mangiava.
Ezio Maifrè

venerdì 14 febbraio 2014

MODI DI DIRE: "L’è bràu de làpa, ma l’è scars de pàta"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "L’è bràu de làpa, ma l’è scars de pàta"
Fonte: wikipedia.org
Erano tutti diciottenni, belli forti e volonterosi, ma soprattutto si vantavano delle loro avventure e successi amorosi.
Sto parlando della festa dei coscritti svolta nei prima anni ’60 . Non citerò il nome del personaggio, ancor vivente. Lo chiamerò però Bruno. Questo mio amico lo ricorderò sempre come ün che l’è ’è bràu de làpa, ma l’è scars de pàta ( uno che è bravo a parlare, ma scarso in amore ).

Ai quei tempi la festa dei coscritti durava tre giorni per i più deboli di vescica e di stomaco e almeno quindici giorni per i più forti d’ogni “organo fisico”. Si girava con busta tricolore con medaglione in testa, con bandiera nazionale in spalla e con in mano pennello e barattolo di vernice al catrame scrivendo sui muri la storica a frase W il “ 4…, classe di ferro “. I più ganzi e mandrilli osavano scrivere guardinghi “ W la …. ” ( lascio spazio alla fantasia al lettore ).

Ricordo che qualcuno aveva imbrattato il naso della statua in marmo bianco della Maria Luisa in piazza Cavour e anche un muro presso il Municipio” inneggiando” un amministratore. In quei quindici giorni anche i carabinieri chiudevano pietosamente un occhio, d’altronde allora la caserma in piazza non poteva ospitare tutti quei birichini.

Alla sera, le stazioni della “via crucis” dei coscritti, erano le bettole della Tirano vecchia. Si beveva il nostro vino aspro. Si fumavano le Nazionali Esportazione e, dopo aver mangiato e ben bevuto, alcuni di questi coscritti partivano con la Giulietta 1300 GT per Brescia. Per Brescia ? Sì avete letto bene. Ma a far che cosa a Brescia ? La scusa era per mangiare polenta e uccelli, ma c’era sotto di ben’ altro…

Prima di partire, però avvisavano le mamme, che ben conoscevano il difettuccio di gioventù dei loro figlioli. Dicevano : “ Màma stà pacifica, ‘n và ilò a Brèsa a màià pulenta e üsèi “ ( mamma stai tranquilla andiamo a Brescia mangiare polenta e uccelli). I padri e i nonni sentivano e, con occhi da sognatori, guardavano il cielo dicendo sottovoce: làsei andà ( laciali andare ) la gioventù non torna più. Le mamme capivano e dicevano: “Non mangiatene troppa, state attenti che sia fresca, genuina. Non si sa mai!“. Un rombo di motore e via !

Quella fame ai coscritti non cessava mai, l’avevano nello stomaco, ma ancor più nel cervello. Quella sera partirono in cinque alle 22.00 dalla piazza Cavour di Tirano, dopo aver bevuto alcuni calici di rosso. Partirono con la Giulietta 1300 di Luciano che nel tempo libero dai campi e dalla vigna faceva il contrabbandiere. Luciano alla guida, con a fianco Bruno e sui sedili posteriori Marco, Giancarlo e Piero. Prima della partenza si erano dati una mano sul retro per vedere la presenza del portafogli e controllato se fosse anche ben carico di soldi. Una tappa in un bar di Edolo per un calicino e suonarono le 22.30. Poi un’altra tappa a Iseo per un altro calicino ed erano già suonate 23.00. Infine giunsero al Carmine di Brescia alle 24 e rotti con stridore di gomme. Fortuna che a quei tempo non c’era ancora la polizia che controllava il tasso alcolico di chi guidava.

Sarebbe bastato un fiammifero acceso presso la bocca di Luciano per incendiagli il fiato come una fiamma ossiacetilenica , tale era il tasso d’alcool nel suoi corpo. Peggio ancora sarebbe toccato ai trasportati che avevano ancora il fiasco del vino in mano mezzo vuoto. Una scintilla e sarebbero diventati quattro torce viventi.
Al Carmine, con uno sbattere energico di portiere, ognuno si disperse in cerca di “polenta e di uccelli”. Dissero schiacciandosi reciprocamente l’occhio: meglio se gli uccelli fossero passere.

Ore 2.00. Uno ad uno, alla spicciolata si ritrovarono presso la Giuletta 1300 GT, barcollanti e con la cinghia dei pantaloni molto lasca. Ognuno si aggiustò alla belle e meglio la camicia nei pantaloni e il tiro di cintura. S’avvidero che mancava Bruno. A questo punto occorre fare una precisazione. Bruno era considerato un ragazzo modello: casa, chiesa, chierichetto, oratorio, capoclasse e gran parlatore. Sapeva l’italiano vero e non “ l’italian del làres” ( l’italiano dei boscaioli ) perché figlio di maestri. Detto questo possiamo continuare il racconto. I coscritti aspettano mezz’ora, ma Bruno non arrivava. Suonarono le 3.10. Eccolo arrivare barcollante sorretto da una ragazzona. La bionda si avvicinò ai quattro che erano in macchina ad aspettare e disse: “pòta, l’è vòs amis stù tambèrlu? “ ( è vostro amico questo buono a nulla? ) “ Si” , risposero in coro, l’aspettavamo. La ragazzona seccata rispose “ pòta, ga darési dùu sciafùu. Ma beìi, mangiàa pulenta, ma de òsel u vedüü gnàa l’umbrìa“  (gli darei due schiaffoni : abbiamo bevuto, mangiato polenta, ma d’uccello non ho visto nemmeno l’ombra ).

Uno sbattere di portiere e via andare per Tirano; Luciano alla guida, mentre i quattro russarono sbronzi e sfiniti. Alle 5.00 giunsero in piazza Cavour in Tirano. Luciano con una strombettata svegliò gli amici che scesero dalla macchina sbadigliando e stiracchiandosi. Uno di loro vide che sulla targa della giulietta 1300 GT era attaccata con spago una grossa verza. Bruno stupito disse: “com’è successo ? Hai forse sbandato con la macchina e siamo finiti in un campo di verze? ” Luciano ridendo disse: “ Tambèrlu, de ‘n tambèrlu , te l’ha regalata la bella ragazzona di Brescia perché ti ricordassi che se nato sotto una verza” .

Passò una settimana e giunse il sabato. La gita si ripeté, ma senza Bruno che era ormai considerato dai suoi amici coscritti “ ün bràu de làpa, ma l’è scars de pàta”. Tale rimase la sua fama fino ai nostri giorni.

Ezio Maifrè

venerdì 7 febbraio 2014

MODI DI DIRE: "Van a pian che ‘n g’à prèsa"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.

Si era fatto tardi. Il volo per le Maldive dall’aeroporto della Malpensa partiva alle ore 11,40. Luciano e sua moglie Marisa, alle ore erano 7.00 , nella loro casa a Tirano, stavano ancora chiudendo le valigie.
Si era fatto maledettamente tardi, poiché da Tirano per giungere in auto all’aeroporto quando tutto va bene ci vogliono tre ore. Generalmente le compagnie dei voli internazionali chiedono di arrivare per il check-in due ore prima, e a conti fatti il ritardo era evidente. Occorreva affrettarsi. Per giunta quando Luciano si era recato in garage per prendere l’auto aveva trovato un ruota bucata. Rivolto gli occhi al cielo si era messo con calma a sostituirla. Non si era lasciato prendere dalla fretta, malgrado il ritardo che si era accumulato , poiché aveva rammentato un consiglio di suo padre che gli aveva detto: quando hai fretta, ricordati che devi fare le cosa con calma, poiché se devi rifare una cosa il tempo del tuo lavoro sarà doppio. Ricordati che i nostri vecchi nei loro lavori pericolosi in montagna dicevano: van a pian perché ‘n g’à prèsa! Luciano in un quarto d’ora sostituì la ruota dell’auto e poi salì in casa.
Marisa era sudata e nervosa. I vestiti che aveva preparato per la vacanza alle Maldive non entravano in valigia, anzi le due valigie sembravano voler scoppiare tali erano tese quando si volevano chiudere. “Calma Marisa, calma. Dimmi cosa devi mettere in valigia e poi lascia fare a me per la chiusura”. Marisa diede altri due vestitini a Luciano che li sistemò alla belle e meglio dentro le due valigie, poi vi salì sopra con il suo peso e finalmente, tese come corde di violino, le chiuse a chiave.
Il lavoro era stato fatto : erano le 7.30 in punto. Luciano chiese alla moglie dove avesse i biglietti e i passaporti. Marisa rispose affannata” I biglietti li ho nel cappotto, i passaporti sono nel comò in stanza, vado a prenderli subito. Tu intanto prendi le valigie, portale in macchina e aspettami”. Luciano rispose: “fai le cose con calma, non dimenticare nulla” poi , prese le valigie, si avviò. In quel momento ecco suonare il telefono di casa. Era la mamma di Marisa che voleva dare l’ultimo saluto alla figlia. Luciano pazientemente aveva acceso il motore dell’auto e la aspettava in strada. Marisa, dopo dieci minuti terminò il colloquio pieno di raccomandazioni della madre, spense le luci di casa, chiese la porta e in baleno fu in macchina.
Erano le 7.40 e si era accumulato ulteriore ritardo. Luciano, pur non essendo nemmeno lontano parente del famoso corridore d’auto Nuvolari e per fortuna trovando poco traffico giunse all’aeroporto della Malpenza alle 10,30. Parcheggiarono l’auto. Alle ore 10.54 iniziarono il check- in. Era fatta. Luciano consegnò le valigie e l’hostess chiese i biglietti di imbarco e i passaporti. Marisa consegnò i biglietti, poi frugò nelle tasche per prendere i passaporti. D’un botto si ricordò della telefonata di sua madre. Misericordia; i passaporti erano rimasti nel comò della sua stanza. Sbiancò, poi rivolto al suo marito disse: Luciano abbiamo dimenticato i passaporti a casa“. La hostess li guardò e poi fece loro un luminoso sorriso e disse “ signori, senza passaporti non si può partire, mi spiace. “Luciano ricambiando il sorriso alla bella ragazza disse “ Li cerchiamo in valigia e poi ritorniamo”. Poi volse una sguardo cupo a sua moglie e disse: ”Avevano ragione i nostri vecchi quando dicevano: van a pian a fa i mestée che ‘n g’à prèsa. I passaporti, con la tua solita fretta sono rimasti a Tirano”.
Luciano con calma risolse il problema. Fece in tempo ad avere i passaporti nel pomeriggio alla Malpensa per il volo per le Maldive delle 21,30 con scalo a Roma.
Imbarcati, Luciano mise nella borsetta dela moglie un bigliettino dove c’era scritto: amore, van a pian a fa i mestée quando ta gh’ée presa!!! Fu una vacanza bellissima. Dopo dieci giorni tornarono felici e abbronzati a Tirano.
Ezio Maifrè

venerdì 31 gennaio 2014

MODI DI DIRE: "L’è mèi stà cun ‘l prìm dàgn"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "L’è mèi stà cun ‘l prìm dàgn"
Google Maps
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Enrico l’aveva sposata a vent’anni. Rosina era una bella ragazza valtellinese, dolce affabile, allegra. Era una “grosina “ e , sebbene alcune donne “grosine”, in questi ultimi decenni hanno smarrito alcune caratteristiche che erano vanto e virtù del paese, Rosina le aveva mantenute. Forse è bene rammentare, per coloro che non conoscono la laboriosità, l’attaccamento alla famiglia e anche la bellezza della ragazze di Grosio, una leggenda. Prima però conviene citare un detto “ birichino “ che è passato, a torto o a ragione, dalla bocca di molti valligiani: a Grosio lavorano solo le donne “.
Ora si può raccontare la leggenda tramandata “ bocca a bocca” da generazioni e in verità confermata dai dolci lineamenti orientali di talune donne: si narra che le donne di Grosio sarebbero di origine orientale .
La cosa appare credibile e confermata anche dai costumi tradizionali femminili con la gonna di panno finemente pieghettata, il grembiule in seta, con maglie e corsetti finemente lavorati a filigrana d’oro, caratteristica quasi unica in Valle.
Si racconta che alcuni artigiani di Grosio emigrarono in cerca di fortuna a Venezia durante il XVII secolo. Furono così bravi, così raffinati nei loro lavori artigianali che ebbero come premio dai veneziani delle schiave armene. Durante la guerra dei trent’anni la Valtellina fu devastata da guerre, scorribande, pestilenze, carestie. Grosio fu tra i paesi più devastati. Gli emigrati grosini pensarono bene di far rifiorire il loro paese ritornando da Venezia con tutti i loro beni, che erano molti. Portarono con loro anche le loro “schiave armene”. In verità i grosini avevano trattato sempre bene le loro “ donne “, per questo esse avevano accettato ben volentieri di seguire i loro uomini.
Giunti a Grosio videro la condizione disastrata del loro paese e si misero subito al lavoro. Per prima cosa sposarono le loro “ schiave armene “che divennero le loro mogli con tutti diritti del caso a condizione che dovevano attendere a tutti i lavori di casa, alla cura e all’educazione dei figli e se, avanzavano del tempo, anche al lavoro dei campi, delle bestie, ecc. ecc. ecc. Tutto questo affinché gli uomini, sgravati da tutti gli impegni materiali, potessero dedicare tutte le loro energie intellettuali per filosofare e dedicarsi all’arte conviviale e della parola. Un impegno non da poco che mantennero per alcuni secoli e, sembra che alcuni tutt’ora assolvono al gravoso impegno. Grosio rifiorì.
La leggenda aveva colpito Enrico e lui affascinato dalle donne orientali era andato a Grosio in cerca di moglie. Sapeva anche di poter contare su donne forti, generose e graziose.
La cosa funzionò. Dopo quattro mesi di fidanzamento si sposarono. In sei anni ebbero tre figli; un maschio e due belle femmine dai lineamenti orientali. Rosina mantenne fede al “ patto segreto “ che nel giorno prima del matrimonio avevano fatto innanzi all’altare della antica chiesa di S. Giorgio. Ambedue dovevano mantenere le antiche tradizioni del paese. Rosina fu tutta casa e chiesa, mentre Enrico che di lavoro faceva il mediatore, era sempre occupato nel filosofare nei bar. La cosa andò avanti per quasi trent’anni.
Rosina, pur essendo una bella donna, con il gran lavoro sfiorì. Divenne rotondetta, grassoccia, poco attraente. Al contrario Enrico ormai sui cinquant’anni appariva un signore distinto e ben curato nella persona e nel parlare. Per farla breve, tra un filosofare e l’altro, conobbe Francesca, una donna di Tirano che troppo bella non era, ma era giovane. Era allegra, spensierata, desiderosa di viaggi, di avventure esotiche. Enrico cadde nella rete. Si innamorò di Francesca. Scappò di casa. Dopo un anno di follie con Francesca, Enrico si trovò senza un soldo, senza forze e malato, mentre sua moglie Rosina, pur nel dispiacere del tradimento di suo marito, da brava grosina tirava innanzi la sua famiglia guadagnandosi il rispetto e la stima della gente.
Un bel giorno Enrico bussò alla porta di Rosina, Innanzi alla moglie e ai figli chiese perdono per la “sbandata “ presa per Francesca. La buona donna lo perdonò per amore della famiglia e lo tenne in casa.
Alcuni giorni dopo, il Sindaco che sapeva tutto di tutti, incontrò Rosina e le disse: “sei una gran donna, sai perdonare chi sbaglia. Un’altra donna avrebbe contraccambiato l’errore di tuo marito con pari moneta”. Lei rispose: “ L’ho perdonato perché ha capito forte e chiaro che l’è mèi stà cun ‘l prìm dàgn (è meglio stare con il primo danno, ovvero con la propria moglie o con il proprio marito).
In verità questo l’ho sempre pensato e capito anch’io. Sopporterò lui come prìm dàgn ( primo danno ) , ma d’ora innanzi toccherà a lui badare alla famiglia e a tutte le faccende domestiche. Il buontempo non gli andrà più alla testa perché avrà altro da pensare. Riverisco signor Sindaco.” .
Ezio Maifrè

venerdì 24 gennaio 2014

MODI DI DIRE: "U vedüü cun i mèe öcc 'l diàul"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "U vedüü cun i mèe öcc 'l diàul"
Era una fredda sera d'inverno del 1902. Nelle contrade di Tirano tirava un vento gelido. L'abbondante nevicata aveva coperto tutto e i suoni erano attutiti dal candido manto , eppure una voce strozzata dalla paura si udiva per le strade.
La voce era quella del Tòn. Correva come pazzo per la contrade urlando: “Cristiani chiudetevi in casa , sbarrate porte e finestre e fatevi il segno della croce,u vedüü cun i mèe öcc 'l diàul. (ho visto con i miei occhi il diavolo). Povero vecchio Tòni, lui aveva visto il diavolo in persona! L'aveva guardato in faccia e ora gridava disperato per mettere al sicuro la gente nelle case.
La notte era calata nel terrore. Non si udiva più nessun suono, tutti erano in casa e nelle stalle a pregare. Quel grido straziante e monotono del vecchio Tòni aveva scosso gli animi; niente sembrava più come il giorno prima. Persino la fredda luna che splendeva chiara e tonda sopra i monti di Trivigno aveva il sorriso freddo di una zucca illuminata.
Gli vennero in mente le parole della vecchia madre. "Ricordati figlio, quando non sei sereno corri subito a confessarti, poiché solo Dio ti può dare serenità!". Di botto, prese il cappello e la mantellina, corse in parrocchia dove, con grande frastuono, svegliò Don Oreste. "Don Oreste dovete confessarmi, devo aver peccato perché questo poneriggio ho visto il diavolo" disse Tòni. Don Oreste fece il segno e disse: "Ti ascolto figliolo"
Tòni fece a sua volta il segno della croce, si buttò in ginocchio e disse: "U vedüü 'l diàul ilò al Pus’ciavìn, (ho visto il diavolo vicino al torrente Poschiavino) era l'imbrunire, stavo tornando a casa con il cavallo dal campo, quando giunto vicino al torrente Poschiavino ho sentito provenire da lontano un rumore strano. Era come il soffio di un mantice: Ho teso l'orecchio, il rumore si avvicinava sempre di più, sempre di più. Pfùff, pfùff, pfùff!!
Era laggiù nell'oscurità della valle, si muoveva lentamente verso Tirano come un gatto nero. Al posto delle gambe aveva grandi manovelle, al posto delle ginocchia aveva ruote, per naso aveva un tubo dove usciva fumo, al posto degli occhi aveva due lanterne. Era il diavolo incatenato poiché nel suo procedere diritto, lento e inesorabile batteva il passo con un botto metallico cupo e sordo che martellava il terreno circostante. Il suo respiro era forsennato come quello del mio cavallo quando ara il campo a Vulpéra e trova un ceppo.
Il diavolo ci è passato davanti mentre io e il mio cavallo ci siamo sdraiati a terra per ripararci dal fuoco e dal fumo. Don Oreste, non mi vergogno a dirlo, in quel momento a noi due è scappata senza preavviso, però, mentre il mio cavallo non portava i pantaloni , io me la sono tenuta addosso."
Don Oreste, pazientemente chiese a Tòni "Quel diavolo che tu dici, oltre a sbuffare fumo, sferragliare, forse fischiava ogni tanto mentre procedeva verso Tirano?". E Tòni " Proprio così, don Oreste, proprio così, voi reverendi conoscete bene il diavolo!!!". E don Oreste “Diavolo sarai tu Tòni che mi hai svegliato nel cuore della notte per aver visto il treno a vapore della F.A.V. arrivare a Tirano". "Ora Tòni, ti benedico e ti perdono, alzati e vattene a casa. Sappi caro Tòni che da oltre le cime delle montagne della tua Valle verranno altre diavolerie che toglieranno la tua beata tranquillità.” E così fu.
Caro Tòni ora tu sei in cielo, sappi che a Tirano quel diavolo che avevi visto sbuffare si è trasformato in un mostro potente e silenzioso. La nostra città è sfavillante di luci, ormai le candele le usiamo solo poche volte anche in chiesa. Carri e cavalli sono stati sostituiti da potenti automobili che sfrecciano nelle contrade. La beata tranquillità che tu avevi noi non l’abbiamo più, ma il Mondo è una ruota che gira e un domani sarà forse anche peggio.
Ezio Maifrè

domenica 19 gennaio 2014

MODI DI DIRE: "Beati i ültìm se i prìm i è unèst"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "Beati i ültìm se i prìm i è unèst"
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
In parrocchia c’era stata una gran festa per celebrare il Patrono. La chiesa era traboccante di fedeli e il parroco, con un altro prete, unitamente ad uno stuolo di chierichetti, aveva celebrato una “ messa cantata “ da rammentare ai posteri tale era stata ricca di canti e musica d’organo.
In quella occasione il parroco aveva commentato una frase del Vangelo secondo Matteo. Quella frase era stata ripetuta con vigore e convinzione ricordando il gesto nobile di san Martino che divise, con fraternità e carità , il suo mantello in due donandone una metà ad un povero che chiedeva la carità. Quel nobile gesto rappresentava la carità verso i poveri, gli umili, gli afflitti, insomma gli ultimi. Il parroco aveva detto: “ beati gli ultimi, poiché saranno i primi a entrare nel Regno dei Cieli” e con le mani alzate aggiunse “gli ultimi sono quelli che in questa nostra gerarchia sociale non hanno avuto successo. Sono i maltrattati, i disprezzati, i dimenticati. Quelli saranno i primi ad essere accolti come i favoriti in Paradiso”.
Questo l’aveva detto anche Gesù, ma evidentemente l’appello ad essere tra gli ultimi per servire gli altri era rimasto quasi lettera morta. Lo notiamo anche nelle piccole cose d’ogni giorno dove prevale l’arrivismo, l’egoismo, l’arricchimento personale. E, caso particolare, il parroco ebbe modo proprio in quel giorno di verificarlo con i suoi fedeli. Il fatto può far sorridere, ma è significativo poiché dalle piccole cose si intravedono i “segni dei tempi “e il nostro egoismo.
Come da consuetudine nel giorno del patrono, oltre alle funzioni religiose, alle preghiere, il popolo gradisce far festa. In genere la festa popolare è accompagnata da una buona mangiata in compagnia. Per mezzodì, dopo la funzione religiosa, le pie donne e dei baldi giovani avevano imbandito, nella grande sala parrocchiale una lunga tavolata per festeggiare il Patrono. C’era di tutto. Ognuno aveva portato da casa del suo. Salsicce, vini , formaggi, torte. Insomma abbondava ogni bene. L’appuntamento a tavola era stato fissato per mezzogiorno e mezzo; circa tre quarti d’ora dopo il termine della funzione religiosa.
Bene! Terminata la funzione religiosa , in ordine sparso, buona parte della gente presente in chiesa raggiunse la sala parrocchiale per prendere posto a tavola. In un baleno i posti a sedere furono occupati e , come prefissato, a mezzogiorno e mezzo si iniziò a pranzare.” Chi c’è c’é, chi non c’è non c’è “. dice un vecchio adagio. Ma chi non c’era a tavola? Il parroco che si era attardato in sagrestia con il sacerdote, suo compagno di seminario, missionario in Brasile!
Intanto a tavola avevano iniziato con antipasti vari, poi polenta e salsicce accompagnati da buon vino, e via andare. Insomma alle ore 13. 00 i buoni parrocchiani avevano sbaffato tutto ed erano giunti al caffè.” Chi c’è c’é , chi non c’è non c’è. Elementare Watson!!!”.
Il parroco si era attardato in sagrestia con il missionario. Avevano parlato dei tanti problemi che affliggevano quella terra e in particolare della sua missione. Si era fatto tardi: circa le 13,10. Guardarono l’orologio e dissero: “è tempo d’andare a mangiare qualcosa, raggiungiamo la tavolata preparata dai miei parrocchiani. Quando entrarono videro l’allegra brigata vociante a tavola. Si guardarono intorno per poter scorgere il loro posto a sedere. Nulla! Il più pio dei parrocchiani, che si chiamava, guarda caso Martino, visto i due sacerdoti che si guardavano in giro stupiti, si grattò la testa e alzandosi in piedi tuonò alla gente della tavolata “ ohi, ohi, companeros , l’abbiamo fatta grossa. Ci siamo messi a tavola e abbiamo “ sbaffato “ tutto senza aspettare il nostro parroco e il missionario. Che il signore ci perdoni !“
Poi facendosi largo tra i commensali creò due posti a sedere e disse “fortuna che io ho messo in borsa dieci salsicce, due salami, un cotechino e un bottiglione di vino rosso da portare a casa mia per questa sera. Signor parroco si accomodi a tavola con il suo compagno. Dividerò le salsicce, il salame, il cotechino e il vino con voi come fece il buon san Martino. Però signor parroco è bene che si ricordi che in questo Mondo sono beati i ültìm se i prìm i è unèst.
Ezio Maifrè

venerdì 10 gennaio 2014

MODI DI DIRE: "L’è ün che ‘l schìscia fò ‘l gràs dai pölèch"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "L’è ün che ‘l schìscia fò ‘l gràs dai pölèch"
Fonte: wikipedia.org
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Battista aveva fatto la scoperta per puro caso. Erano i tempi del fascismo, della guerra in Etiopia. Molte donne nella “ giornata della fede “ avevano donato le loro fedi nuziali in oro al fine di sostenere le spese della guerra e far fronte alle difficoltà delle sanzioni inflitte all’Italia . In cambio delle fedi in oro donate il regime donava delle fedi di ferro. Era un sacrificio per la Patria e molti lo fecero volentieri. Oltre questo sacrificio v’era poi quello molto più comune: quello delle privazioni di molti beni e persino del cibo che scarseggiava. Le economie delle famiglie erano molte volte pesanti. La famiglia di Battista muratore era tra queste. Sacrifici sopra sacrifici, giorno dopo giorno ,l’avevano ormai ridotto a cercare ogni espediente per sbarcare il lunario. Ma si sa, la necessità genera molte volte virtù. Ecco perché ebbe modo di fare la sua scoperta e di diventare molto noto nel suo paese. Aveva scoperto un grasso talmente fine, leggero, odoroso che più non si può. Da un vasetto di circa un chilo di pulci aveva ricavato un etto di grasso. Con pazienza certosina aveva raccolto le pulci che infestavano le lenzuola del sue letto matrimoniale e di quelle dei suoi figli. Il lavoro era durato quasi un anno ed ora il vasetto era pieno . Con pazienza infinita , ad una ad una , con i pollici delle mani le aveva spremute e aveva raccolto circa un etto di grasso. Il grasso delle pulci, per chi non lo sa, è ottimo e serve per ungere i capelli forse meglio della brillantina e soprattutto scarpe e stivali.
Nel ’35, come tutti noi ben sappiamo, per i gerarchi fascisti era prestigio essere perfetti nell’uniforme.
Petto in fuori, divisa nera, capelli lisci e ben tirati e soprattutto stivaloni lucidissimi e ben curati.
Battista, nella “ giornata della fede “ che si era tenuta in Municipio, si era presentato con la moglie e dopo aver donato le fedi nuziali e ricevuto quelle in ferro, fece il saluto fascista al gerarca che presiedeva la cerimonia: due passi in avanti, gambe unite, alzata di mano e un battere secco di tacchi di stivali tra loro.
Il gerarca fece lo stesso, ma guardando gli stivali di Battista ebbe un sussulto. Incredibile! Gli stivaloni di Battista luccicavano sotto il grande lampadario come una meteora, mentre quelli del Gerarca fascista erano scialbi come la tonaca frusta di un prete di campagna. Guardò in modo altero Battista in viso e vide i suoi capelli neri lisci e lucidi più della sua camicia nera. Il gerarca con il petto in fuori dritto vicino alla grande padana della cerimonia disse: “ Compagno, ditemi il vostro nome !”. Mi chiamo Battista Méngu. Viva il Duce !” rispose fiero battendo di nuovo i tacchi degli stivali. Il gerarca continuò “ sono fiero di voi, avete donato la fede in oro per la Patria e la Patria vi sarà riconoscente in eterno “ . Poi guardando gli stivali e i capelli lucidi di Battista disse: “ Vi debbo parlare a cerimonia finita. Aspettatemi in cortile “ . Finita la lunga cerimonia il gerarca scese in cortile e vide Battista che l’aspettava. Lo trasse in un angolo poi gli disse “ Compagno, i vostri stivali e i vostri capelli luccicano più dei miei. Io sono un gerarca fascista e nessuno si può presentare , in questa città, più curato e ben messo di me. Dovete dirmi cosa avete adoperato per rendere così lucidi i vostri stivali e lisci e neri i vostri capelli !! Battista tirò un sospiro di sollievo poiché si aspettava ben altro e disse ”Compagno Gerarca, ho usato “ gras de pölech“.
La nostra famiglia a causa delle ristrettezze economiche per l’aiuto alla causa fascista ha scoperto che dalla pulci grasse, con infinita pazienza, schiacciandole si può ottenere un ottimo grasso che serve a tanti usi. Io l’ho usato per lucidare i miei stivali e come brillantina per tener fermi i capelli “ . Il gerarca ribatté fiero: “ Compagno dammene mezzo chilo , lo invierò personalmente al Duce. A noi “ E se ne andò. All’indomani Battista consegnò metà vasetto di “gras de pölèch “ al gerarca che a sua volta lo consegnò personalmente al Duce riferendo le eccellenti proprietà di grasso per gli stivali. Battista divenne famoso e sulla bocca di tutti quando nel ’38 in un filmato Luce vide il Duce alla stazione Ostiense di Roma ricevere il Führer nel suo storico viaggio dal Brennero a Roma. Gli stivali del Duce erano stati lucidati con il “ gras de pölèch “ di Battista e luccicavano più di quelli del Führer che se ne accorse e al momento non disse nulla. Rientrato in Germania la sua polizia segreta indagò , ma non venne mai a sapere , il segreto di quegli stivali lucidissimi del Duce. Battista seppe mantenere il suo segreto e solo negli anni ’50 lo rivelò a me.
Ezio Maifrè

venerdì 3 gennaio 2014

MODI DI DIRE: "L’à perdüü la trebisùnda"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "L’à perdüü la trebisùnda"
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Ernesto era stato fin ‘ora un buon Amministratore . Era stato eletto Assessore all’Urbanistica, Territorio e Ambiente. Ottimo tecnico, preciso, forse fin troppo. Ascoltava la gente,meditava sui suoi consigli, stilava delle relazioni, valutava i benefici economici e, se la situazione finanziaria del Comune lo permetteva pianificava gli interventi all’uopo e li realizzava.
Insomma, per capirci , era un uomo che ragionava con il suo cervello in comunicazione continua con il buon senso del cittadino comune che , in genere chiede ciò che sente sulla sua pelle per la sua famiglia e per il suo territorio. Un bel giorno, anzi brutto, d’un botto cambiò modo di pensare e d’agire. Chi lo fermava per strada per chiedere un consiglio, per dare un’ opinione lui rispondeva in modo sbrigativo. Diceva : “ ho fretta, non ho tempo. Se hai qualcosa da dire vieni da me in orario di ricevimento. Puoi scrivere ciò che pensi o chiedi inviando il tutto all’ufficio protocollo del Comune. Leggerò, vedrò l’eventuale da farsi. ” . Cosa era successo all’ottimo assessore Ernesto, così amato e stimato da tutti , che ascoltava la gente senza troppo formalità ? Era cambiato d’animo e d’umore. Ora bisognava parlargli nell’orario di ricevimento, oppure con tanto di” protocollo”. Molti dicevano: L’ à perdüü la trebisunda, non è più lo stesso. Ci sembra disorientato, inquieto, forse ha perso la fiducia in se stesso o il buon rapporto con i cittadini”.
Una sola persona aveva saputo il motivo di questa brusca sterzata di carattere. Lo aveva saputo dalla moglie di Ernesto perché sfogò il suo malumore con Francesco amico d’infanzia. Lei disse a Francesco: “si, mio marito l’à perdüü la trebisùnda dopo aver ascoltato una persona ricca, importante e molto influente. Gli aveva detto in modo brusco: “ Ernesto se ascolti tutte le campane rimarrai storno, confuso, stordito nelle tue idee. Non ti ricordi cosa diceva il Duce: “tacere, ubbidire e combattere” Questo è il sistema giusto per dirigere il popolino. Il popolino è come un gregge di pecore. Segue il suo pastore e se qualche pecora devia dalla strada indicata, ci sono i cani pastori che morderanno loro le gambe sino a riportarle nel gregge. Noi siamo i pastori del gregge e noi abbiamo i cani pastori. E’ tempo perso ascoltare la gente e le sue lagne. Siamo stati eletti dal popolino, abbiamo il mandato per cinque anni e in questi cinque anni faremo le nostre scelte. Abbiamo avuto i voti sacrosanti. Tutto ciò che faremo non sarà necessario condividerlo con la gente. Quando avremo terminato il mandato il popolino ci giudicherà per ciò che abbiamo fatto e se abbiamo fatto male non ci darà più il voto. Elementare Watson! O no?”.
Ernesto, da uomo onesto si grattò la testa e disse: “ Mah ! Può darsi che sia così, ma se noi combiniamo qualche asinata in questi cinque anni, quella rimarrà a monito del nostro mandato, forse sarebbe meglio ascoltare il popolino prima di prendere decisioni importanti, come del resto ho sempre fatto io“
Ribatte la persona importante: “Nemmeno per idea! Questi sono i miei ordini, fai quello che ti dico io. Io ti ho fatto Assessore e io ti posso distruggere. Stai accorto e regolati d’ora innanzi!”
Da quel giorno Ernesto l’à perdüü la trebisunda e ubbidì agli ordini. Autorizzò alcuni lavori di nessuna utilità e dispendiosi senza aver ascoltato il parere dei cittadini e fu ricordato dai posteri con “è un lavoro dell’Erenesto, de chel che l’à perdüü la trebisùnda”.
Ezio Maifrè

venerdì 20 dicembre 2013

MODI DI DIRE: "T’é maià la pùlpa, adès màia àa i òss"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "T’é maià la pùlpa, adès màia àa i òss"
Foto di Patrick Darnell (cc)
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Marilena era la più carina di tutte le sue compagne di prima liceo classico. Quasi tutti i suoi compagni di classe le facevano gli occhi dolci a gara per accaparrarsi un suo sorriso. La lotta più serrata per conquistare il suo cuore era stata sferrata tra Marco e Luigi , un poco più grandicelli di lei.
Marco frequentava l’ultimo anno di liceo classico e Luigi l’ultimo di liceo scientifico.
I due giovani era belli, simpatici e complementari tra loro. Marco era sportivo, sempre spensierato e sorridente. La vita per lui era come un prato di margherite da cogliere ogni giorno senza troppi pensieri. Tra queste “margherite” v’era anche Marilena, fiorellino del primo anno di liceo. Era un gran parlatore e sapeva porre ogni cosa su un piatto d’argento mostrando sempre i lati positivi e belli della vita.
Luigi invece era un contemplatore, un matematico , un cervellotico. Per lui ogni cosa doveva essere meditata, sperimentata e nulla lasciato al caso. Osservava Marilena nei suoi sorrisi che ricambiava, ma non andava oltre con il pensiero.
Marco, quasi ogni sabato sera, giungeva con la sua fiammante Giulietta 1300 GT spider sotto le finestre di casa di Marilena. Una strombettata ed eccola uscire bella e radiosa e accucciarsi con lui in macchina con un bacio e “ via andare “ a divertirsi. Luigi, che non aveva la macchina, ma solo la moto e anche un poco scassata, l’aveva invitata alcune volte sul lago di Como a passeggio tra le calme acque e il tiepido sole di primavera. Nessun bacio, solo una carezza quando si sedettero sul lungolago a Gravedona innanzi a due anatre che sguazzavano in acqua.
Marco nelle sue uscite parlava di viaggi all’estero, di crociere sul Nilo, di alberghi a cinque stelle, invece Luigi meditava con lei sul Creato, sulla bellezza della natura che tanto dà e che noi ogni giorno sciupiamo. Aveva persino iniziato un discorso sulla grandezza e la bellezza dell’Universo, poi quando aveva visto gli occhi di Marilena appesantirsi dal sonno e dalla noia, le aveva chiesto se il gelato con le fragole le fosse piaciuto e aveva cambiato discorso. Un fallimento completo con Marilena, che dalla vita cercava di cogliere la spensieratezza. Marco fu il vincitore del cuore di Marilena; Luigi il perdente.
Passarono molti anni e i due rimasero sempre amici e sempre in ottimi rapporti. Marco sposò dopo alcuni anni la bella Marilena che, da ragazza diventò donna e in verità molto “ costosa” per mantenere le caratteristiche che la natura le aveva donato,ma che il passare del tempo pian piano toglie.
Fino ai trent’anni tutto filò liscio per Marco e per la bellezza di Marilena, poiché come dicevano i nostri vecchi essere belli da giovani è naturale perché è “la bellezza dell’asino”. Poi passati i trenta ecco che Marilena volle “ rifarsi il naso”. Poi, guardandosi bene allo specchio, i denti non le piacevano più com’erano allineati e gradualmente si “ rifece la bocca “. A quarant’anni comparvero alcune rughe e allora si “ rifece il viso “ . Ma non bastò perché a quarantacinque il seno incominciò a “ crollare “: Si rifece anche il “ seno “, poi si modellò anche le cosce e volle togliersi anche le “ borse” sotto gli occhi. Non parliamo poi delle manutenzioni settimanali del viso, delle unghie delle mani e dei piedi, delle frequenti depilazioni, del lavoro incredibile e ripetitivo del parrucchiere. In somma un restauro continuo. Chi la vedeva passeggiare per strada diceva con ghigno: dietro liceo, davanti museo.
Per il povero Marco fu un dissanguamento tremendo e costante di spesa per mantenere quel monumento umano. Pian piano la sua bella moglie di un tempo andava a pezzi malgrado il continuo restauro. Il pover’uomo temeva persino, dopo tutte quelle operazione di inserimento di protesi plastificate nel seno e nelle cosce, di cosmetici sparsi sul corpo, che quando era accanto al caminetto acceso, lei potesse prendere fuoco.
Luigi nel frattempo che fine aveva fatto? Non si era sposato a venticinque anni come Marco. Il suo lavoro l’aveva impegnato sino a quarantacinque anni tra calcoli, progetti e esperimenti. Però a quarantacinque anni si era fidanzato con una graziosa “ grosina “ , di trent’anni. Una bellezza nostrana, sana, paciosa, tranquilla e sorridente. L’unica “protesi” che aveva voluto inserirsi nel corpo, subito dopo le nozze era stata la foratura dei lobi delle orecchie per mettere gli orecchini di sua nonna.
Un giorno i due amici si trovarono al bar in piazza a Grosio. Si sedettero nei graziosi tavolini e si confidarono le passate avventure. Marco raccontò le sue e ne ebbe da raccontare per una buona mezz’ora poi alla fine sbottò malinconico: “ mia moglie era una gran bella donna. Ora ha sessant’anni e , ti confesso, che non mi attrae più. Tu, invece hai Graziella che ha quindici anni meno di te ed è una donna molto graziosa e in salute. Sei un uomo fortunato.
Luigi, con il suo solito fare da filosofo e calcolatore gli rispose: “caro Marco, Marilena era una gran bella donna quando l’hai sposata. Era meravigliosa e unica.. Ora , caro Marco devi accontentarti. In passato hai goduto della bellezza di Marilena, ora rassegnati: tè maià la pùlpa adès màia àa i òss.
Ezio Maifrè

venerdì 13 dicembre 2013

MODI DI DIRE: "‘L guida cun la cràpa ‘n de ‘n sàch"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "‘L guida cun la cràpa ‘n de ‘n sàch"
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
“Favorisca patente e libretto!” Un agente della polizia stradale era schizzato in mezzo alla statale all’altezza della stazione ferroviaria di Villa di Tirano , vibrando la paletta rossa come un forsennato. Con una frenata e con alcune sbandate in mezzo allo stradone , considerato la velocità e il bloccaggio repentino dei freni della sua auto, Giulio si era fermato innanzi ai lucidi stivaloni neri dell’agente“.
Favorisca patente e libretto “ disse con tono un poco irato , rendendosi conto del pericolo che aveva corso. Giulio guidava una Ford escort 1300 GT. Era una macchina “ cattiva “ . Bastava schiacciare un poco l’acceleratore e il motore ruggiva come un leone affamato e beveva come un drago. Gli piaceva vedere il contagiri del motore sempre sulla tacca rossa dei fuori giri , ma pensandoci bene era un pericolo pubblico. Era sempre a manetta e con la guida cun "la cràpa ‘n de ‘n sàch".
Non per nulla sua madre riempiva di candele votive le rastrelliere della cappella dell’Apparizione della Madonna di Tirano. Di certo Giulio doveva rendere grazie a lei e alla Madonna perché di incidenti gravi non ne aveva mai avuti.
L’agente che lo aveva fermato aspettava con impazienza la “patente e il libretto “ mentre lentamente e con fare da gentiluomo Giulio si toglieva i guanti in pelle che riteneva doveroso portare quando si guida un’auto sportiva con un volante in legno “Momo “.
“Allora ? Patente e libretto per favore, su sbrighiamoci giovanotto” ribatté secco l’agente. “ Ecco qua, signor agente, sono in regola” rispose pensando alla sua velocità elevata tenuta su quel tratto di strada rettilineo. Il poliziotto chiese: “ mi spiega perché aveva la freccia sinistra lampeggiante se non stava sorpassando nessun veicolo?”.
Giulio pensò: “ Porca lòca, mi sono dimenticato ancora una volta di “ tirar dentro” la freccia che ho “messo fuori “ a Sondrio per un sorpasso”. Aveva ragione sua madre quando diceva che guidava cun la cràpa ‘n de ‘n sàch. In questo frangente però Giulio doveva trovare una scusa. Si guardò intorno e sentì stridere i freni del treno alla stazione di Villa e disse “Signor agente, la freccia a sinistra l’ho messa fuori un attimo fa quando ho sorpassato il treno, che come vede sta giungendo in stazione. “
“Come dice ?, rispose stizzito l’agente con la parlata del Sud. ” Scenda dall’auto immediatamente e mi dica se ha bevuto o se per caso non è ancora sveglio. Non lo sa che il treno ha i propri binari e la strada ferrata che ha nulla a che fare con la carrozzabile ? Giovanotto, ha mai visto un treno mettere la freccia quando sorpassa accanto a uno stradone una automobile?”.
Giulio rispose: “chiedo scusa, signor agente, la mia è stata solo distrazione. Vedendo sulla mia destra correre il treno sui binari a fianco dello stradone mi è venuto naturale mettere la freccia per sorpassarlo. Che lei sappia c’è forse un articolo del codice stradale che vieta di mettere la freccia quando si sorpassa un treno a fianco della statale?” Alla mia domanda l’agente si grattò la testa e iniziò a sfogliare per un buon quarto d’ora il volumetto con il codice della strada, poi disse spazientito “ vada, vada !! Circolare, perché non ho tempo da perdere” .
Giulio tirò dentro la freccia che ancora lampeggiava a sinistra e se ne andò ghignando divertito con un
“fuori giri“ da urlo.
Ezio Maifrè

venerdì 22 novembre 2013

MODI DI DIRE: "'L g'à la schèna de védru"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "'L g'à la schèna de védru"
Fonte: yourself.it
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Trach ! Luigi, l’aveva sentita andare in frantumi . Era stato un colpo secco seguito da un lampo di dolore acutissimo tra la quarta e quinta vertebra lombare. Trach ! Era stato uno scricchiolio da sembrare quello d’un bicchiere rotto. Era rimasto bloccato, piegato a novanta gradi per una buona mezz’ora. Nessun movimento gli era più possibile, nemmeno quello di lasciar cadere la patata che aveva nel palmo della mano destra.
Fortuna che di lì passò l’Arturo che lo vide chino in avanti, con le gambe larghe e con gli occhi imploranti. Gli chiese “ Luigi, che ti succede ? “ Non ebbe risposta se non con un mugugno e un segno con la mano destra nel fondo schiena. Arturo, uomo di mondo e che era stato a Istanbul nei bagni turchi , vedendolo in quella posizione , impietrì per un suo ricordo da brivido, ma si riprese immediatamente. Gli tolse la patata di mano. Gli disse di non muoversi, di rimanere nella posizione in cui era. Di stare calmo perché , secondo lui, aveva avuto un “ colpo della strega “ alla schiena. Andò nel suo campo. Rovesciò la carriola piena di patate e si precipitò da Luigi. Lo caricò, sempre piegato a novanta gradi sulla carriola e via al trotto. La stradina di campagna da Vulpera alla contrada di S. Maria allora era tutta sterrata, piena di buchi e per Luigi fu un calvario.
Giunto a casa, in tre lo portarono a letto e per tre giorni vi rimase quasi immobile, poi pian piano si riprese. Ma cosa era successo a Luigi quel giorno? Nulla di particolare. Sua madre gli aveva chiesto d’andare nel campo di Vulpera per raccogliere alcuni chili di patate. Luigi, che uomo non era, ma solo un baldo giovane di sedici anni si era precipitato per quell’incarico. Aveva iniziato a strappare alcune piante di patate poi aveva strattonato dalla terra la pianta più rigogliosa con appeso un paio di chili di patate alle radici. Era pesante e… trach: un dolore fortissimo l’aveva colpito al fondo schiena e bloccato chino a novanta gradi.
Da quel giorno non fu più lui. La sua schiena era diventata di vetro, o per meglio dire, era posseduto in ogni momento dall’idea che il dolore fortissimo poteva tornagli da un momento all’altro. Quindi cercava in ogni modo di non piegare mai la schiena . Camminava dritto come un fuso, talmente diritto che i suoi amici dicevano : ‘l g’à la schéna de védru”. Fece varie domande di invalidità all’INPS , ma non furono accolte. La sua domanda era sempre la stessa : che lavoro poteva fare lui che aveva la schéna de védru?
Andò all’ufficio collocamento del suo paese, esternando il suo problema. Spiegò, dritto come un fuso, che voleva un lavoro che non comportasse alcun piegamento di schiena se no, trach, era rovinato. La sua schiena andava in pezzi. Un anziano impiegato sentì il suo problema. Gli si avvicinò. Lo guardò da cima a fondo. Vide il ragazzone grande e grosso, ben piazzato, simpatico e dallo sguardo un poco birbante e birichino. Gli disse : “ Secondo me, nel tuo caso, ci sono due lavori possibili che puoi fare: il prete o il politico. Se fai il prete la tua schiena dovrebbe piegarsi poco poiché il Signore lo si prega stando in ginocchio, in piedi o prono per terra. Se fai il politico le tue prolusioni nei consigli Provinciali, Regionali o in Parlamento le farai in piedi, o al massimo, seduto in comodi scranni. E se putacaso non farai carriera politica o sarai solo un amministratore o un Sindaco, anche in questo caso puoi stare tranquillo per la tua schéna de védru.
Luigi ringraziò l’anziano impiegato per il consiglio. Non fece il prete perché gli piacevano le belle donne, la vita comoda e i soldi. Scelse la strada del politico e fu la sua fortuna perché nella sua lunga vita non sentì mai più quel trach, così doloroso e paralizzante che aveva sentito da giovane lavorando nel campo di patate.
Ezio Maifrè

venerdì 15 novembre 2013

MODI DI DIRE: "L'è bùn gnàa de scrìv l'öv cun 'l bicér"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "L'è bùn gnàa de scrìv l'öv cun 'l bicér"
Marco Assini (flickr.com) cc
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Chi ha inventato le rotonde stradali ? Qualcuno dice che la prima rotatoria stradale fu realizzata a New York ( Stati Uniti ) nel 1904, altri dicono che la prima comparve all’Etoile di Parigi ad opera dell'architetto Eugène Hénard. Io presto fede al vecchio Pietro, ormai scomparso da molti anni, che mi raccontò come aveva inventato la rotatoria stradale.
Erano i primi anni ’20. Molti ragazzi brillanti non avevano la possibilità di accedere agli studi, figurarsi all’Università. Pietro era tra questi perché da fin da bambino fu mandato a lavorare campi e vigne a giornata e non aveva imparato né a scrivere , né a leggere.
A vent’anni fu chiamato a compiere il servizio militare. Fu messo nel glorioso corpo degli Alpini quale assistente muli e, anche in quella occasione, non ebbe modo di imparare nulla di letteratura se non come evitare i pericolosi calci dei bellicosi muli. Tornò a casa dopo aver visto il treno, alcune armi e mangiato alcune volte pane bianco. Da militare però aveva imparato a scrivere la vocale “o”. Normalmente la scriveva usando un bicchiere rovesciato contornandolo con la punta della matita. All’arrivo al battaglione il suo capitano, dopo averlo conosciuto e interrogato disse tra se: “ è un ragazzo forte e volonteroso ma ignorante: l’è bun gnàa de scriv giù l’ö cun ‘l bicér “ . Gli aveva promesso che nelle pause di tempo, durante il campo invernale, gli avrebbe insegnato a scrivere. Il capitano fu di parola. Chiamò Pietro perché gli portasse un bicchierone di grappa Valtellina. Lo bevve in un sorso, poi rovesciò il bicchiere sopra un foglio di carta. Si fece portare una matita e mentre faceva correre la punta della matita intorno alla circonferenza del bicchiere disse: “ Alpino Pietro, assistente muli, impara a scrivere: questa è la vocale “ o “!! Capito ? “ Signorsì, signor Capitano, terrò a memoria !! ” rispose.
 
Fu l’unica cosa buona imparata durante il suo servizio di leva.
Dopo diciotto mesi giunse a Tirano e continuò il suo lavoro di contadino, però abbastanza istruito poiché sapeva scrivere la “ o “ con il bicchiere.
Negli anni ’60 anche nella nostra Valle incominciarono a girare auto, motocarri, corriere. Si dovettero progettare strade idonee per il servizio. Il traffico aumentò, aumentarono gli incidenti d’auto per mancanza di precedenza e fermate allo stop. Insomma, si pose il quesito di snellire il traffico in particolare negli incroci. Ci furono varie riunioni, simposi, dibattiti. In uno di questi dibattiti, con fior fiore di ingegneri anche stranieri ebbe modo di partecipare anche Pietro, ormai anziano, per via di un campo che aveva in prossimità di un incrocio stradale importante. Il dibattito ingegneristico fu intenso. Furono spiegate su un grande tavolo le planimetrie della zona con i tracciati delle strade d’incrocio e ognuno disse la sua. C’era chi disse: mettiamo lo “stop “ ben visibile sugli incroci, per terra e per aria con cartelli e chi arriva da destra ha come norma la precedenza. C’era chi rispondeva: “ bravo, cosi siamo ancora nel campo delle sette pertiche. Non è il sistema di snellire il traffico con solite fermate !”. Intervenne Pietro con una idea geniale. Prese uno dei quindici bicchieri che erano posati accanto alle quindici bottiglie di acqua minerale per dissetare la bocche dei quindici ingegneri elucubranti. Lo rovesciò e lo pose sopra la carta topografica dove v’era disegnato l’incrocio tanto dibattuto. Prese una matita e tracciò nel mezzo la “o “ con il bicchiere. Poi, con umiltà disse: “ fateli girare intorno alla “ O” che ho disegnato con il bicchiere con obbligo di precedenza chi si trova all'interno su chi si deve ancora inserire. Gli altri si innestino nella “ O” dopo aver trovato spazio libero” . Aveva inventato la rotonda stradale. Vi fu un applauso generale del pubblico. I quindici ingegneri si stupirono e ammutolirono. Quando si riebbero dallo stupore chiesero a Pietro quale facoltà di ingegneria avesse frequentato. Lui rispose: “ Le stalle del Battaglione degli Alpini di Malles Venosta, come assistente muli “.
Purtroppo l’dea non ebbe seguito forse per gelosia o forse perché l’idea proveniva da un umile contadino e non dai cervelloni. Subito l’idea trapelò fuori Provincia. La prima che adottò la “ O” di Pietro ( la rotatoria stradale ) fu l’Inghilterra nel ’66 , seguita dalla Francia nel 1983. Noi Italiani, come al solito, ritardammo ad adottarla. La prima forse fu nel 1989 nel comune di Lecco.
Pietro morì nei primi anni del 90 e non fece in tempo a vedere a Madonna di Tirano, presso la maestosa Basilica il fiore all’occhiello del suo genio : la rotatoria stradale progettata da quello che l’éra bun gnàa de scriv giù la “ o “ cun ‘l bicér .
Ezio Maifrè

venerdì 8 novembre 2013

MODI DI DIRE: "Tütt 'l ciòo l'è 'ndàcc 'n capèla"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "Tütt 'l ciòo l'è 'ndàcc 'n capèla"
nzgabriel (flickr.com) cc
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Si sa che un chiodo è formato da una punta, uno stelo e una cappella. Può capitare che, pur battendo con il martello con forza, la punta del chiodo non penetri. In tal caso il chiodo si sarà distorto e il sua cappella si sarà deformata, ingrandita, slabbrata e quel chiodo sarà inutilizzabile.
Il lavoro è quindi andato storto e si potrà dire purtroppo che: tütt ‘l ciòo l’è ‘ndàcc ‘n capèla.
Quest’espressione l’ho sentita dire dalla signora Ester che con fare dispiaciuto raccontava la sua disavventura ad una sua amica.
La signora Ester era una brava massaia, talmente economa che se durante il pasti avanzava l’acqua nella caraffa spillata dall’acquedotto comunale, la teneva per il giorno dopo.
In bottega comperava solo il sale, lo zucchero, e lo zafferano. Il suo orto, i suoi campi erano da manuale . Di carne non ne comperava. Nella corte allevava conigli. Aveva anche una mucca, un maiale e due capre. In fondo all’orto teneva un pollaio con dieci galline ovaiole. Le sue dieci galline da marzo a ottobre davano dieci uova al giorno, poi, in inverno, un poco meno. Ester era molto conosciuta dalle famiglie della contrada per la sua vendita di uova. Alcune le consegnava in bottega, altre ai privati per venti centesimi cadauno. Lei ne consumava poche. In media dalle uova guadagnava due euro al giorno. Non male.
La cosa era andata avanti per circa tre mesi quando incontrò un commerciante all’ingrosso molto noto in Valle. Aveva saputo della freschezza e della genuinità delle uova della signora Ester. Dopo alcuni convenevoli le offrì 30 centesimi all’uovo per una fornitura di dieci uova giornaliere per sei mesi. Lei fece due calcoli mentalmente e accettò. Abbandonò i suoi abituali clienti per far fronte alla nuova fornitura che a lei parve meno dispendiosa di tempo e dava certamente più guadagno. Il commerciante, prima di salutarla, le disse che le uova le sarebbero state pagate al termine della scadenza dei sei mesi.
Accettò a malincuore,poiché i suoi clienti abituali e la bottega di contrada li pagava alla consegna. La signora Ester onorò il suo impegno: dieci uova al giorno per sei mesi al prezzo di 30 centesimi. Al termine della consegna si presentò nell’ufficio del commerciante. La ricevette la sua segretaria che le disse d’aver pazienza per il pagamento. Le fece capire che al momento non v’era disponibilità di liquidi dato il grave momento congiunturale, ma che fra tre mesi avrebbe ricevuto i soldi per le uova fornite con gli interessi. Aggiunse anche di continuare la fornitura nel limite della sua disponibilità di uova. La signora Ester che stupida non era, non fornì più nemmeno un uovo a quel commerciante. Ricominciò a piazzare le uova delle sua galline ai suoi vecchi clienti che pagavano a” brevi manu “. Passarono altri tre mesi, la signora Ester si ripresentò alla segretaria per riscuotere il dovuto ma ebbe una risposta evasiva e non fu ricevuta nemmeno dal commerciante. Capì che i soldi non li avrebbe mai avuti.
Fu così che quel giorno la signora Ester si sfogò con la sua amica dicendo : “ Ho dato dieci uova al giorno freschissime e genuine per sei mesi a quel lestofante e non ho avuto un soldo: Tütt ‘l ciòo l’è ‘ndàcc ‘n capèla, ho perso tutto il frutto del mio lavoro e anche quello delle mie galline.
Ezio Maifrè