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venerdì 8 novembre 2013

MODI DI DIRE: "Tütt 'l ciòo l'è 'ndàcc 'n capèla"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "Tütt 'l ciòo l'è 'ndàcc 'n capèla"
nzgabriel (flickr.com) cc
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Si sa che un chiodo è formato da una punta, uno stelo e una cappella. Può capitare che, pur battendo con il martello con forza, la punta del chiodo non penetri. In tal caso il chiodo si sarà distorto e il sua cappella si sarà deformata, ingrandita, slabbrata e quel chiodo sarà inutilizzabile.
Il lavoro è quindi andato storto e si potrà dire purtroppo che: tütt ‘l ciòo l’è ‘ndàcc ‘n capèla.
Quest’espressione l’ho sentita dire dalla signora Ester che con fare dispiaciuto raccontava la sua disavventura ad una sua amica.
La signora Ester era una brava massaia, talmente economa che se durante il pasti avanzava l’acqua nella caraffa spillata dall’acquedotto comunale, la teneva per il giorno dopo.
In bottega comperava solo il sale, lo zucchero, e lo zafferano. Il suo orto, i suoi campi erano da manuale . Di carne non ne comperava. Nella corte allevava conigli. Aveva anche una mucca, un maiale e due capre. In fondo all’orto teneva un pollaio con dieci galline ovaiole. Le sue dieci galline da marzo a ottobre davano dieci uova al giorno, poi, in inverno, un poco meno. Ester era molto conosciuta dalle famiglie della contrada per la sua vendita di uova. Alcune le consegnava in bottega, altre ai privati per venti centesimi cadauno. Lei ne consumava poche. In media dalle uova guadagnava due euro al giorno. Non male.
La cosa era andata avanti per circa tre mesi quando incontrò un commerciante all’ingrosso molto noto in Valle. Aveva saputo della freschezza e della genuinità delle uova della signora Ester. Dopo alcuni convenevoli le offrì 30 centesimi all’uovo per una fornitura di dieci uova giornaliere per sei mesi. Lei fece due calcoli mentalmente e accettò. Abbandonò i suoi abituali clienti per far fronte alla nuova fornitura che a lei parve meno dispendiosa di tempo e dava certamente più guadagno. Il commerciante, prima di salutarla, le disse che le uova le sarebbero state pagate al termine della scadenza dei sei mesi.
Accettò a malincuore,poiché i suoi clienti abituali e la bottega di contrada li pagava alla consegna. La signora Ester onorò il suo impegno: dieci uova al giorno per sei mesi al prezzo di 30 centesimi. Al termine della consegna si presentò nell’ufficio del commerciante. La ricevette la sua segretaria che le disse d’aver pazienza per il pagamento. Le fece capire che al momento non v’era disponibilità di liquidi dato il grave momento congiunturale, ma che fra tre mesi avrebbe ricevuto i soldi per le uova fornite con gli interessi. Aggiunse anche di continuare la fornitura nel limite della sua disponibilità di uova. La signora Ester che stupida non era, non fornì più nemmeno un uovo a quel commerciante. Ricominciò a piazzare le uova delle sua galline ai suoi vecchi clienti che pagavano a” brevi manu “. Passarono altri tre mesi, la signora Ester si ripresentò alla segretaria per riscuotere il dovuto ma ebbe una risposta evasiva e non fu ricevuta nemmeno dal commerciante. Capì che i soldi non li avrebbe mai avuti.
Fu così che quel giorno la signora Ester si sfogò con la sua amica dicendo : “ Ho dato dieci uova al giorno freschissime e genuine per sei mesi a quel lestofante e non ho avuto un soldo: Tütt ‘l ciòo l’è ‘ndàcc ‘n capèla, ho perso tutto il frutto del mio lavoro e anche quello delle mie galline.
Ezio Maifrè

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