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mercoledì 7 marzo 2012

RACCONTO DIVERTENTE: "DONNE E MOTORI"

Mamma Lucia aveva il morale sotto le scarpe. Guardava suo figlio ormai quarantenne che dormiva. Era nella sua stanza da ragazzo; il suo letto era ancora quello dei quindici anni... (Di Ezio Maifrè)

A lato, sul comodino, allineati giacevano i suoi amori. Belle macchine in scala ridotta: Ferrari, Maserati, Porsche, Mercedes, Lamborghini, Alfaromeo, Lancia e Fiat. Amava i motori e il pensiero di farsi una famiglia non gli passava per il capo.

Ormai si era fatto uomo. Lo si vedeva dalla folta barba sale e pepe e dai capelli velati di grigio. Sua madre era vedova e ormai era prossima ai settant’anni.
Quel caro figliolo dormiente nel suo letto da ragazzo era in letargo anche per le donne.
Un giorno la madre spazientita disse al figlio: “ Luca, stai diventando uno zio
“barba“, ti conviene guardarti in giro e trovarti una compagna.
Tu hai sempre amato i motori, di belle macchine ne hai avute, ora però ti conviene avere una brava compagna per la tua vita. Il tuo amico Luciano, che per oltre trent’anni ti ha venduto i bolidi che tanto ti hanno affascinato, ha cambiato mestiere ed ha avviato un’agenzia matrimoniale. Vai da lui e cercati una donna!”.

Detto fatto, Luca incontrò Luciano nella sua nuova Agenzia Matrimoniale.
Si sa! E’ difficile perdere la deformazione professionale acquisita in anni e anni di attività e così Luciano iniziò a sfogliare un voluminoso catalogo contenente fotografie del gentil sesso, desiderose di sistemazione.
Luciano aveva venduto tante potenti e belle auto a Luca e la loro amicizia e fiducia era da frati francescani.

Luciano sfogliando l’album delle signore disse : “Ne ho una a chilometro “zero“; è targata da una settimana. E’ stata targata solo come dimostrazione e promozione.
L’ha usata il mio amico Giorgio, ma sempre con il piede leggero. Mi ha detto che va che è un piacere. Ha ripresa e il motore ha un turbo che ti fa impazzire. Risparmieresti la fatica del rodaggio”. Luca scosse la testa poco convinto.
Luciano girò alcune pagine dell’album ed ecco apparire una bellissima foto d’una signora e sussurrò: “ Ha su parecchi chilometri, due passaggi di proprietà, ma non è mai stata in carrozzeria. Mai cambiato pezzi. Il motore non consuma una goccia d’olio. Cilindro perfetto per pistone con fasce elastiche nuove. Te la darei con garanzia di un anno e con “ signora sostitutiva “, se rimani a piedi per manutenzione.”

Luca scosse la testa ancora poco convinto, poi prese l’album e lo sfogliò.
Meraviglia ! Vide la foto di una “vamp “ . Disse : “ Porca lòca, Luciano, questa chi è ? “. Luciano disse “ Gira pagina, lascia perdere! E’ a doppia trazione, pipa benzina che non ti dico! Ha la carrozzeria metallizzata e d’un colore troppo delicato. Fai un graffio e devi rifarle la fiancata. E’ troppo appariscente; passi per la strada e tutti te la guardano. Si fermano, toccano la carrozzeria, le gomme, il volante e i più audaci la vogliono provare. Accendi il motore, subito non puoi partire perché va scaldata se vuoi la ripresa. Però, quando è calda, gira che è un piacere. Se spingi d’acceleratore devi farlo con senno, sennò ti sfarfalla il cuore con infarto certo. L’ultimo proprietario è volato a miglior vita dopo tre by-pass al cuore. Dammi retta, lascia perdere la “ Vamp”. Te la sconsiglio; troppe spese, troppa manutenzione , troppo impegno!!!”

Chiusero l’album matrimoniale e andarono, da grandi amiconi, a prendersi un caffè. Parlarono del più e del meno e siccome Luciano era un grande affarista, ma uomo sincero e onesto disse al suo amico: vuoi un consiglio ? Vai su una nuova! Magari non d’ultimo modello, ma nuova. Le nuove sono più fresche, il motore si roda con il tuo piede e se fai i tagliandi regolari, ti danno anche la garanzia per cinque anni.” Si salutarono con una grande stretta di mano.

Luca giunse a casa e disse alla mamma : “Mi hanno detto che Serafina Gèta domani compie trentacinque anni. Non è una ragazza appariscente e grintosa, ma è graziosa e dolce. Non è sposata perché , avendo avuto la madre ammalata per lungo tempo ha dovuto dedicarsi a lei fin che è vissuta. Conosco i suoi due fratelli che sono onesti e suo padre è un uomo sincero. Domani invitala da noi a mangiare polenta e salsicce .”
La madre capì e non si lasciò sfuggire la proposta.
Invitò Serafina a pranzo più d’una volta e con grande maestria, mamma Lucia, fece convolare a felici nozze Luca e Serafina con garanzia, a detta dell’amico Luciano, di almeno cinque anni.

Ezio Maifrè

lunedì 20 febbraio 2012

FAUSTO SIDOLI: "LA FOLLIA DELLA CREDULITÀ POLITICA"

Eravamo tre amici, tre ingegneri. Ecco: il titolo può essere “tre ingegneri tre“ che quasi tutti i lunedì o i martedì andavano a Milano per faccende professionali. Per la sovraintendenza delle belle Arti o per i Comuni o per la Regione, comunque c’era sempre qualcosa per cui si doveva andare a Milano per queste cose...

Eravamo tre ingegneri, buoni amici, ma di partiti diversi. C’era il democristiano, c’era il liberaleggiante e c’era il socialista. Quindi buoni amici. Andavamo, chiacchieravamo, commentavamo i fatti politici e via dicendo, ma eravamo in ottimi rapporti. La storiella che racconto la chiamo “La follia della credulità

politica“.

Infatti, una mattina o un martedì mattina, uno di noi tre, non il socialista che era alla guida (si guidava a turno); quella mattina il socialista era alla guida. Uno di noi che non guidava dice "cribbio, le elezioni in Milano sono andate male per il partito liberaleggiante perché ha vinto la sinistra” . Chi era alla guida della macchina ( il socialista ) dice “ te sée li nutizì? “. L’altro dice “ Mì li u sentüdi dì ‘sta matìna àla radio: ià dìcc ‘n dèli nutìzi che la giunta de Milàn adès l’è socialista”. Nomi grandissimi come Tognoli, Craxi e via dicendo. Grandissimi personaggi della politica e non erano personaggi da poco.

Risposta del socialista: ma l’è vèra ?

Quello che ha iniziato questo discorso dice : “Hanno fatto già la giunta; quando di notte hanno saputo che avevano vinto, di notte, l’hanno fatta. La giunta si è riunita subito e hanno preso una decisione fondamentale “. "Ma no! No!", dice il socialista che era alla guida, cünta sü, dìmèl ( come si fa quando si ha una notizia piacevole relativa al proprio partito o alla propria ideologia).

Ma no, ma sì! Ià ciapàa na decisiùn, la giunta, ipso facto . Da questa mattina tutta la circolazione in Milano è cambiata. Eh, ma no, cùsa ià facc ? “ .

E’ semplice: il Socialismo è rosso e quindi a semaforo rosso si dà via libera, il verde è della destra e adesso... si chiude. Quindi tutti i semafori a Milano da stamattina funzionano così: con il verde ci si ferma e con il rosso si passa “ Ma, no! Ma sì ! Ma tée mìga sentüü la radio ‘sta matìna? No, lu mìga sentida, dice il socialista.

Te duevét sta atént . Infatti, dai e dai, quello che parlava è stato sostenuto anche dall’altro che aveva capito l’antifona.

“Sì l’è vèra, te mìga sentüü ‘na nutizia del géner iscì impurtant, tì che te sée sucialista e che te ghée bée de ès al curent de la pulitica. Te ‘ndée a Milan e te se mìga che adès a Milan te pàset cun il rùs e te ghée de fermàt cun ‘l verd?“.

Dai e dai e dai, arriviamo a Milano. Stiamo parlando da quasi tre quarti d’ora. Arriviamo ai semafori, grande traffico molto tempo fa non c’era. Infatti, arriviamo dove c’è un semaforo verd . Non c’era nessuno e tranquillamente il guidatore di ferma. Aspetta!! Quando vedi ‘l rùs te pö ‘ndà! Noi avevamo messo una mano sul freno a leva e infatti quando viene rosso, truuuuu… parte.

L’altro gli tira il freno e per fortuna ci siamo fermati. Siamo andati avanti per otto – dieci metri e lì siamo riusciti a fermarci.

Ecco io questo la chiamo “La follia della credulità politica .“

Fausto Sidoli

(a cura di Ezio Maifrè)

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mercoledì 28 dicembre 2011

ALLA RISCOPERTA DI UNA PISTA DI SLITTINO (SLIZZÈT) A TIRANO

Sapevate che a Tirano, in località “fò a li cadéni“ esiste una bella pista di slittino (slizzèt)? L’ho riscoperta sabato 17 dicembre con le mie nipotine e vi assicuro che è divertentissima... (Di Ezio Maifrè)

L’ing. Fausto Sidoli, classe 1917, racconta la gara di sci e di “slizzèt“ che organizzò in quel luogo nel ’54, del secolo scorso, esponendo in Tirano il primo manifesto in dialetto.

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Uno dei primi manifesti in dialetto, forse il primo manifesto in dialetto, l’ho fatto quando ho organizzato dei giochi stranissimi all’inizio della strada di Trivigno che si chiama: località de li Cadéni, dove le vecchie priàle che scendevano dalla montagna si fermavano perché aggiungevano le due ruote posteriori e quindi da un carrino a due ruote con il carico di legna che serviva da freno scendendo a li Cadéni si fermavano; c’era la possibilità di aggiungere il carrello posteriore per cui diventava un carro a quattro ruote e veniva portato per le strade comunali, mentre dalla strada di Trivigno scendevano sotto forma di priàle.

Nei giochi invernali di un certo anno, mi pare verso il ’54 o ’55 del secolo scorso organizzai delle cose stranissime. Per esempio una gara di sci nelle selve e anche una gara di slitta lungo l’ultimo tratto della strada di Trivigno e il manifesto fu questo: gara de slizzèt fò a li Cadèni e così la partecipazione fu numerosissima, divertentissima perché obbligai tutti quelli che facevano la gara a farla seduti e non distesi a pancia a terra come ha fatto il grande Bibbia che vinse le olimpiadi della discesa in slittino a S. Moritz, mi pare, buttandosi a testa in avanti, in una pista che conosceva e vinse le olimpiadi, una cosa formidabile.
Ecco quello che volevo ricordare.
Il primo manifesto in dialetto a Tirano: Gara de slizzèt fò a li Cadéni.

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venerdì 2 dicembre 2011

LO SCHERZO GIOCATO ALL'ONOREVOLE GIANCARLO PAIETTA

Una storiella dell'ing. Fausto Sidoli; a cura di Ezio Maifrè.

Era un'epoca molto importante, quella dopo la fine della guerra. Ed era un periodo molto bello, piacevolissimo, perché cosa strana, la piazza Cavour dove venivano tenuti i comizi elettorali era sempre abbastanza piena di gente perché l’oratore che veniva saliva poi sulla sala Consigliare: c’era il balcone sul quale faceva la sua prolusione. Veniva gente preparata, gente che sapeva parlare che sapeva...

Quel giorno, quella domenica, era prevista la conferenza dell’onorevole Paietta del Partito Comunista. Oratore brillantissimo, focoso. Si ricorda il suo calamaio scaraventato in Parlamento contro gli avversari, ma brillante oratore e quindi la gente andava volentieri a sentirlo.
Poi c’erano i commenti successivi perché l’oratore finiva di parlare, la gente rimaneva lì e si commentava.
Si passava una sera parlando di politica, dei commenti e via dicendo…

Arrivava sempre con la macchina del partito, che si fermava allora nella zona dell’albergo Posta, dove ci sono i platani, appena passato il ponte , sulla destra ci sono i platani e lì era l’albergo Posta.
E si fermava lì. L’autista evidentemente restava in macchina. Un gruppo di studenti o ex studenti , che poi divennero personaggi importanti per Tirano, quella sera decisero di riuscire a trascinare dentro l’albergo Posta l’autista dell’onorevole Giancarlo Piaetta. Infatti, quando l’onorevole Giancarlo Paietta è arrivato a Tirano c’erano i compagni del partito Comunista, che erano pronti a riceverlo in gruppo.

Lo accompagnarono verso la piazza Cavour, ma l’autista rimase sulla macchina. Ora, questo gruppo di ragazzotti disse : “ Uéila ciàu, cùma vàla? Ciàu cumpàgnu... ciàu chi… ciàu lì... ànca nòi… ‘n va a séntì l’unurévul Paièta.
Però vèn che té cüntét sü tì chèl che l’è la stòria, te dìset ti chèl che l’è …”

L’autista: “ no, non posso venire, io devo stare qui in macchina, ma, no… no... “.
Tira e molla , tira e molla, riescono a convincere questo povero autista ad entrare a bere qualcosa. Un caffè, poiché era dopo cena che di solito si facevano questi comizi, quindi piuttosto già buio, evidentemente.

Come l’autista ha lasciato la macchina ed è entrato, c’era un altro gruppetto di ragazzi che avevano preparato lo stemma della Democrazia Cristiana ( tutto traforato, quello con lo scudo crociato e LIBERTAS ), hanno incominciato ad applicarlo sul cofano e con la vernice spray l’hanno spruzzato anche sulle fiancate, poi sul bauletto, poi sul tetto.
Praticamente la macchina del Partito Comunista era stata tappezzata da scudi crociati.

La scena era brillante e immaginate poi quando il brillante oratore torna dalla piazza che si trova la macchina tappezzata dallo scudo crociato, che vi deve salire, viaggiare e fare propaganda allo scudo crociato.
Questo è lo scherzo organizzato all’onorevole Giancarlo Paietta.

Fausto Sidoli
(a cura di Ezio Maifrè)

venerdì 11 novembre 2011

S. MARTINO E LA BONTÀ DI UN TIRANESE

Cari ragazzi , sapete come si chiama quel Santo a cavallo che vedete dipinto sulle vetrate della bella chiesa Parrocchiale in Tirano? Lo so che il nome l'avete sulla punta della lingua ma non vi esce. Allora ve lo dico io! E' San Martino patrono di Tirano.

Sapete dirmi perché è a cavallo, con una spada in mano, intento a tagliare a metà il suo rosso mantello davanti ad un povero che supplica la carità?
Vedo la vostra punta del naso di colore rosso e allora, per non farvi dire bugie , la risposta ve la do io. Vi dirò quello che io ho risposto a mia nonna Virginia, da piccolo, quando mi fece la stessa domanda.

"L'è 'n sciùr che 'l va a cavàl e che 'ncùntra 'n pitòch che 'l gh’éra frècc e che ‘l g’à dumandàa la carità. Sicùma chèl sciùr l'éra dabée la taiàa de méz ‘l so mantèl, ‘n tòch i la tegnüü lüü e l’òtru tòch i g’à la dàcc al pitòch ( E' un signore a cavallo che incontra un povero infreddolito che gli chiede la carità. Siccome era un signore buono ha tagliato a metà il suo mantello; un pezzo l’ha tenuto lui e l’altro l’ha dato al povero).

Voi ragazzi cosa ne pensate di questo bel gesto di altruismo?
Tra di voi vi saranno ragazzi che leggendo la storia sbufferanno; quelli li chiamerò ragazzi capricciosi. Vi saranno poi ragazzi che non diranno nulla, ma penseranno tante cose belle e buone; quelli li chiamerò ragazzi dal cuore sincero e buono.
Poi vi saranno quelli che sentiranno nel loro cuore salire la bontà, farsi strada il desiderio di aiutare gli altri più deboli e questi vorrei chiamarli ragazzi giusti.

Sentite cosa successe. Tanti e tanti anni fa in contrada S. Maria, in una casa molto antica, proprio sotto le mura del castello di S. Maria (Castelàsc), nacque da Lucia e Antonio un bel bambino di nome Serafino. Papà Antonio e mamma Lucia erano contadini poveri. Il loro orto serviva a mala pena per sfamarli.
Papà e mamma, sebbene vivessero nella povertà, insegnarono a Serafino la virtù della carità e come esempio portarono la bontà di S. Martino.

Vi ho detto che erano poveri, ma per quella famiglia ogni giorno che nasceva era come se la luce del Signore illuminasse la loro casa.
Solo i semplici e gli umili hanno quella luce, molte volte solo i poveri perché solo loro sanno dare il vero valore alle cose della vita.
Il loro pane non era come il pane dei ricchi che molte volte non ha sapore, la loro fame non era come quella dei ricchi che non segna il tempo, la loro gioia di vivere era quella di vedere un' ape su un fiore e una farfalla volare tra l'erba. Questa è la gioia che dà il Signore alla gente povera, è il compenso grande che dà il Signore per la vita grama su questa terra.

Ebbene, dovete sapere che papà Antonio durante la guerra aveva aiutato un giovane di nome Amilcare, salvandogli la vita.
Finita la guerra Amilcare era emigrato in Australia ed aveva fatto fortuna, così era diventato possidente di immensi terreni coltivati.
Amilcare aveva un figlio di nome Martin nato in Australia da una donna inglese, bella, ma avara. Diventato vecchio Amilcare si ricordò di Antonio e nel testamento scrisse:"Lascio le mie terre a Serafino, figlio di Antonio di Tirano che mi salvò la vita e a Martin, mio figlio, a condizione che la loro proprietà sia definita da loro stessi. Ognuno di loro partirà a cavallo all'alba dalla mia casa , farà il giro che riterrà più equo e il terreno delimitato da quel giro sarà di loro proprietà.
Però, al calare del sole, ognuno dovrà essere a casa, pena perdere la proprietà delimitata dal giro a cavallo."

Serafino, all'alba si mise a cavallo e delimitò la sua proprietà facendo un lungo giro intorno alla casa e pensando di aver avuto terra già a sufficienza decise di tornare a casa un' ora prima che calasse il sole.
Martin, noto come ragazzo ambizioso e avaro come sua madre, al nascere del sole partì al galoppo con il suo stallone facendo un lunghissimo giro per possedere più terra possibile.
Fu così che calcolò male il percorso e al tramontare del sole era ancora lontano della sua casa e rientrò a notte fonda. Come da testamento Martìn perse tutta la sua proprietà.

Martin l'ambizioso e avaro, si disperò, pianse e supplicò Serafino di non lasciarlo nella povertà. Serafino pensò alla sua Tirano, al suo orticello, pensò alla sua chiesa Parrocchiale, pensò a S. Martino e pensò di ripetere quel gesto.
Divise la sua proprietà in due come fosse il famoso mantello.
Martin abbracciò Serafino e si sentirono felici e furono amici inseparabili per tutta la loro vita.

Ezio Maifrè

Chiesa Parrochiale di Tirano - dis. di Wilma Del Simone

giovedì 3 novembre 2011

UN VIGILE NON SUFFICIENTEMENTE PREPARATO

Una storiella dell'ing. Fausto Sidoli; a cura di Ezio Maifrè.

La storiella riguarda un vigile che non si ritiene sufficientemente preparato. Perché?

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Era un epoca, se non sbaglio, in cui la provincia di Imperia era stata fatta da poco tempo. Prima c’era solo Genova e Savona, poi venne la provincia di Imperia che ebbe la sigla IM. Questa sigla era pochissimo conosciuta perché evidentemente era una provincia nuova e destava non poca meraviglia vedere questa targa nuova.

Capitò che un giorno una macchina targata IM si fermò sul viale tra Madonna e Tirano, là dove c’era anche un bel garage dei fratelli Balgera. Uno dei fratelli, tra l’altro, era un buon calciatore dei “canarini “; era chiamato “bùsc“ ed era il terzino destro.

Un gruppo di ragazzi, vista questa targa, immaginò che c’era qualcosa che non poteva andare. Allora chiamano il vigile e il vigile arriva sollecito e poi gli dicono: “Guardi, c’è una macchina particolare, riteniamo che la targa sia messa al contrario. Invece di Milano, MI , c’è scritto IM.”

Cribbio! Questo vigile arriva, guarda la macchina e incomincia a girarle intorno. La targa davanti è IM, la targa dietro è IM . Poi dice “e nò, ià metüü sü la targa a lincuntràri, l’è pròpi iscì. Ma pusìbil, ‘nvéce de mèt Milano, MI ià metüü IM “. Ci gira intorno, il proprietario non c’è.

Cribbio ! Poi dice “ a bè, mi la mülta ghé la mèti“. Infatti stacca il tagliando dal blocchetto delle multe e la posa al solito posto dove si mettono le multe. Con la scritta “ Multa per aver posto la targa all’incontrario . Targata Milano, Mi è invece targata IM“. Finito, se ne andò.

Quando arrivò il proprietario dell’auto trovò la multa. Dovette ricorrere dicendo che la targa era giusta. Dimostrò in Comune e presso i vigili che la targa non era Milano, ma Imperia. Grande meraviglia “ ma quàndu l’è nasüda ‘sta targa Imperia?“. Sono andati a scartabellare. Era appena nata da poco tempo la provincia di Imperia e quindi il vigile non era sufficientemente preparato sulle targhe e ha dato la multa per aver rovesciato la targa di Milano.

Storiella raccontata dall’ing.Fausto Sidoli

(a cura di Ezio Maifrè)

sabato 29 ottobre 2011

LA POPPATA DEL VECCHIO GIACOMINO

Si potrebbe pensare che il pensionato per li anziani sia un luogo “poco felice“, dove ognuno è assillato dai propri acciacchi. Non è così. Mi piace raccontare una storiella “vera“ capitata in un pensionato del tiranese alcuni anni fa: E’ una dimostrazione di come gli ospiti pensano ancora allegramente alla vita e le assistenti sono premurose e gentili... (Ezio Maifrè)

Occorre essere buoni nella vita! L’ultimo desiderio di un vecchio che sta per lasciare questo mondo deve essere sempre esaudito; il vecchio Giacomino questo lo sapeva e per questo ne approfittò.
L’anziano e arzillo vecchietto diceva scherzando con le giovani assistenti del pensionato: “ricordatevi fanciulle che a questo mondo le persone quando nascono non sanno camminare e ci si fa la pipì addosso; poi da piccoli si impara a stare diritti da soli su due gambe e a saltellare..
Da ragazzi poi si corre a gambe in spalla, ma da anziani si cammina curvi e con l’aiuto di un bastone e a volte si torna a farsi la pipì addosso. E’ una ruota che gira inesorabile. Occorre quindi portare il massimo rispetto per le volontà anche stravaganti dei vecchi; perché quelle sono gli ultimi desideri di una vita vissuta; l’ultima tremolante fiamma di una candela che sta per spegnersi.”

Parlò così Giacomino alle giovani assistenti perché gli era balenato qualcosa per la mente o per meglio dire aveva sentito accendersi in lui un bel desiderio di gioventù.
Giacomino aveva 92 anni e per tutte le giovani assistenti che lo accudivano aveva una battuta scherzosa; era stato un bel giovane e le ragazze non gli erano mai mancate; aveva avuto cento, mille avventure d’amore e per la verità gli sarebbe piaciuto averne ancora.

Le giovani assistenti ascoltavano sorridendo e pensavano “poveretto; è proprio vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio“, ma le ingenue fanciulle non potevano immaginare di che cosa fosse ancora capace Giacomino.
Passarono alcuni giorni e Giacomino finse di sentirsi male per via di un'abbondante bevuta di vino rosso di Valtellina; era steso sul suo letto immobile, i suoi occhi guadavano il vuoto, sembrava volesse imboccare il tunnel della luce santa che porta in Paradiso.

Chiamarono il medico che dopo averlo visitato allargò le braccia e disse “ renderà l’anima a Dio questa sera!“. Tutte le giovani assistenti facevano a gara per tenerlo in vita facendolo parlare.
Giacomino fece cenno ad una giovane infermiera di avvicinarsi con l’orecchio alla sua bocca perché desiderava dire qualcosa: il suo ultimo desiderio.
Così bofonchiò il gran vecchio “Cara, sto per morire. Tu sai che i vecchi diventano come i bambini nel desiderare le cose, avrei il desiderio di una poppata di latte come mi dava mia madre quando ero piccino“.
La giovane assistente fece cenno che aveva capito, poi si consultò con le sue colleghe che dissero all’unisono: “ Al caro Giacomino non possiamo negagli quest’ultimo desiderio; orsù una di noi si sacrifichi e porga il suo seno “.

Si sacrificò la formosa Caterina che estrasse il seno destro e lo porse con gran carità a Giacomino.
In un baleno il vecchio succhiava ad occhi chiusi che erano un piacere. Abbandonò la presa dopo un‘ora e solamente dopo che le assistenti lo staccarono a forza dal seno ormai prosciugato di Caterina. L’opera di misericordia però era compiuta; tutte le giovani assistenti furono contente e in pace con se stesse e se ne andarono dalla stanza piangendo poiché sapevano che non l’avrebbero rivisto vivo al mattino.

E invece ? Al mattino trovarono Giacomino più allegro che mai. Passò il dottore con le infermiere per la visita mattutina; il dottore fece l’occhiolino furbastro al vecchio e disse: “Giacomino, vecchio birbante è meglio il latte o il vino?“.
Quando le infermiere capirono lo scherzo risero divertite e loro per contraccambiare portarono all’arzillo vecchietto una grossa candela accesa con un cartoncino rosso allegato con la scritta: “caro Giacomino tieni duro fino a cento anni.”

Ezio Maifrè

giovedì 3 febbraio 2011

LUCA CERCA COMPAGNA A "CHILOMETRI ZERO"

[CRONACA DI UN PETTEGOLEZZO PAESANO] Mamma Lucia aveva il morale sotto le scarpe; guardava suo figlio ormai quarantenne che dormiva... (Di Ezio Maifrè)

Era nella sua stanza da ragazzo; il suo letto era ancora quello dei quindici anni. A lato sul comodino allineati giacevano i suoi amori: belle macchine in scala ridotta; v’erano Ferrari, Maserati, Porche, Mercedes,. Lamborghini , Alfaromeo, Lancia e Fiat.
Amava i motori e il pensiero di farsi una famiglia non gli passava per il capo. Eppure ormai si era fatto uomo; lo si vedeva dalla folta barba sale e pepe e dai capelli velati di grigio. Sua madre era vedova e ormai era prossima ai settantanni. Quel caro figliolo dormiente nel sua letto da ragazzo era in letargo anche per le donne.

Un giorno la madre spazientita disse al suo figlio : “Luca, stai diventando uno zio “barba“, ti conviene guardarti in giro e trovarti una compagna. Tu hai sempre amato i motori; di belle macchine ne hai avute, ora ti conviene avere una brava compagna per la tua vita. Il tuo amico Luciano, che per oltre trent’anni ti ha venduto i bolidi che tanto ti hanno affascinato, ora ha cambiato mestiere ed ha avviato un’agenzia matrimoniale.”

Detto fatto, Luca incontrò Luciano nella sua nuova Agenzia Matrimoniale.
Si sa! E’ difficile perdere la deformazione professionale acquisita in anni e anni di attività e così Luciano iniziò a sfogliare un voluminoso catalogo contenete fotografie del gentil sesso che erano desiderose di sistemazione. Luciano aveva venduto tante potenti e belle auto a Luca e la loro amicizia e fiducia era da frati francescani.

Luciano sfogliando l’album delle signore disse : “Ne ho una a chilometro zero, è targata da una settimana ; è stata targata solo come dimostrazione e promozione . L’ha usata il mio amico Giorgio ma sempre con il piede leggero. Mi ha detto che va che è un piacere, ha ripresa, e il motore ha un turbo che ti fa impazzire. Risparmieresti la fatica del rodaggio.”

Gira l’album, guarda una bellissima foto di una signora e dice: “ Ha su chilometri, due passaggi di proprietà, però non è mai stata in carrozzeria, mai cambiato pezzi. Il motore non consuma una goccia d’olio; cilindro perfetto per pistone con fasce elastiche nuove. Te la darei con garanzia di un anno e con “signora sostitutiva“ se rimani a piedi per manutenzione.”

Luca scosse la testa poco convinto, poi prese l’album e lo sfogliò lui.
Meraviglia! Vide la foro di una “vamp“ . Disse: “Luciano questa chi è?." Lui disse: “Lascia perdere! E a doppia trazione, pipa benzina che non ti dico! Ha la carrozzeria metallizzata e d’un colore troppo delicato, fai un graffio e deve rifare la fiancata. E’ troppo appariscente , passi per la strada e tutti te la guardano, si fermano, le guardano gomme e volante e poi i più curiosi la toccano. Accendi il motore e subito non puoi partire perché va scaldata se vuoi la ripresa , poi però quando è calda gira che è un piacere. Se spingi d’acceleratore devi farlo con cautela sennò ti sfarfalla il cuore e prendi un infarto. L’ultimo proprietario ha avuto tre by-pass: l'ultima sua gasata l’ha portato alla tomba. Lascia perdere la vamp".

Chiusero l’album matrimoniale e andarono, da grandi amiconi, a prendersi un caffè. Parlarono del più e del meno e siccome Luciano era un grande affarista, ma uomo sincero e onesto disse al suo amico: "Vuoi un consiglio? Vai su una nuova! Magari di non ultimo modello, ma nuova. Le nuove sono più fresche, il motore si fa con il tuo piede, e se fai i tagliandi regolari, ti danno anche garanzia per cinque anni.” Si salutarono con una grande stretta di mano.

Giunse a casa e disse alla mamma : “Mi hanno detto che la Serafina Gèta domani compie i trentacinque anni, non è una ragazza appariscente e grintosa, ma è graziosa e dolce. Non è sposata perché, avendo avuto la madre ammalata per lungo tempo ha dovuto dedicarsi a lei fin che è vissuta. Conosco i suoi due fratelli che sono onesti e suo padre è un uomo sincero. Domani invitala da noi a mangiar polenta e salsicce.”

La madre capì e non si lasciò sfuggire la proposta. Invitò Serafina a pranzo più d’una volta e con grande maestria, fece convolare a felici e durature nozze Luca e Serafina con suo grande sollievo.


Ezio Maifrè
(cronaca di un pettegolezzo paesano raccontato da due grandi “marpioni“ di contrada
)

domenica 30 gennaio 2011

L’EROISMO DI UN UOMO PUÒ DIPENDERE ANCHE DALLE EMORROIDI

Cosi fu per il gesto eroico che Luigi Zambolini detto “ Moròida “ seppe fare nel lontano agosto del 1935 al teatro Italia in Tirano. Così raccontano ormai quelli che allora erano baldi e forti giovani ed ora sono ormai vecchi, ma sempre desiderosi di tramandare le fierezze del loro tempo... (Di Ezio Maifrè)

Lo Zambolini , visto di notte, sembrava un armadio ambulante. Era un giovane che per passare dalle porte delle stalle doveva inginocchiarsi tanto era alto: era un fortissimo bevitore, ma quando i fumi dell’alcol svanivano era buono e sincero. Per la verità non era tanto bello ma aveva in corpo una forza brutale.

Raccontano che un giorno quando vide in una stalla di via S. Carlo un toro che faticava nel far il suo dovere con una bellissima mucca di razza bruna perse il lume della ragione: gli sferrò un terribile pugno tra le corna. Il toro scivolò dal dorso della mucca come olio di oliva e stramazzò al suolo. Lo Zambolini accarezzando dolcemente la mucca disse : “Chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane.”
Poi lo sentirono imprecare e chiamare a gran voce “Orsolina, Orsolina mia perché non mi vuoi?“Disperato corse verso l’Adda per uccidersi, ma quando vide che c’era poca acqua disse che si sarebbe affogato in una botte di vino.

Gran bevitore dunque! Così quel giorno della grande adunata fascista al teatro Italia
in occasione del compleanno del Duce aveva le emorroidi perché aveva bevuto al circolo ricreativo dell’Eden quasi una petroliera di vino.
Gran folla! Tutti erano in piedi al teatro Italia mentre parlava un gerarca fascista di Tirano. Spiegò, in camicia nera e con gran voce, l’illuminato governo del Duce e dell’avvenire glorioso dell’Italia nel mondo. Alla fine il gerarca, per essere sicuro che le sue parole fossero state ascoltate e raccolte nel cuore dei suoi camerati,disse: “Chi è d’accordo con me si sieda, vorrei guardare dritto negli occhi l’infame che non la pensa come noi e che rimane in piedi.”
All’unisono e con applausi tutti si sedettero, meno Luigi Zambolini che ancora non si chiamava “Moròida“, ma che aveva due emorroidi grosse come pugni per via del vino che aveva bevuto la sera prima all’Eden.

Lui era lì dritto come un fuso e in piedi. Sembrava ergersi come il monte Masuccio su Tirano tra la gente seduta. Il gerarca strabuzzò gli occhi! Uno in piedi? Uno che non ha fede nel nostro Duce?
Si avvicinò a Zambolini: altero lo guardò negli occhi sbuffando. Lo Zambolini non fece una piega. Era terrorizzato dal pensiero di schiacciare quelle due grossa cicche doloranti che gli sporgevano nel sedere. Il gerarca impettito gridò ai suoi : “Quest’ uomo ha il cervello grippato, noi glielo lubrificheremo con del buon olio di ricino.” Tutti applaudirono seduti e con il capo chino.

La notizia si sparse in tutta Tirano e siccome vi erano alcuni che, anche a quei tempi fascisti non erano, videro in quel gesto un fatto eroico. Lo Zambolini si guardò bene dal dire il vero motivo del suo fiero comportamento.
Purtroppo dopo pochi giorni ebbe la lubrificata di cervello che il gerarca gli aveva promesso e per la verità gli fece anche bene perché l’olio di ricino aveva diminuito, anzi eliminato, quel potentissimo dolore e aveva potuto andar dolcemente di corpo.

Passò il tempo, passò anche la guerra, scomparvero i Gerarchi fascisti e venne il tempo dei riconoscimenti per chi fieramente si oppose al fascismo.
Fu così che il sindaco, in una solenne cerimonia, raccontò l’eroico comportamento del Zambolini il quale era presente alla cerimonia. Ricevette grandi strette di mano e applausi, prese la parola in pubblico e fiero disse: "Quel gerarca non lo temevo, anzi temevo di più il mal delle emorroidi che le sue minacce“. Ricevette un caloroso applauso e un riconoscimento ufficiale e da quel giorno lo Zambolini fu chiamato, per il disprezzo del dolore in onor della libertà, “Moròida“.

Ezio Maifrè
(Fatto eroico raccontato da due bevitori all’Eden in Tirano nel 1951)

mercoledì 5 gennaio 2011

LA BEFANA DEI BAMBINI CARLO E GUIDO

In contrada S. Maria vi erano due bambini di nome Carlo e Guido. Carlo era figlio di contadini poveri, mentre Guido era il figlio maggiore di ricchi commercianti di bestiame. I due erano amici per la pelle... (Di Ezio Maifré)

Carlo portava i calzoni corti con le pezze sul sedere e scarpe bucate anche d’inverno, mentre Guido portava pantaloni lunghi e scarpe dalle grosse suole di gomma. Quel giorno erano all’oratorio e giocavano a pallone.

Carlo si stropicciava le mani intirizzite e saltellava come un grillo per scaldarsi, mentre Guido, rotondetto e poco mobile, sembrava fumare come un sigaro tanto era pasciuto e ben nutrito. Carlo sentiva l’aria fredda che gli morsicava i polpacci, le dite rigide dei piedi erano come martelli e le ginocchia dure come legno, ma con grande lena tirava pallonate in porta. Guido, portiere, ogni volta che raccoglieva il pallone in porta si grattava il sedere perché i mutandoni di lana gli arrostivano le tenere chiappe.

Erano amici ma il loro mondo era diverso e lo scoprirono alcuni giorni dopo. Ecco i fatti. In quei giorni di gennaio, in contrada S. Maria, faceva un freddo terribile.
Carlo dormiva in una stanzetta al piano terra, vicino al pollaio delle galline e quella mattina, appena svegliato, aveva trovato le coperte del letto rigide come cartone. Riuscì a malapena ad alzarsi perché le lenzuola non si piegavano tanto erano ghiacciate.
Sui vetri della finestra della sua stanza i fiori del freddo formati dall’umidità erano tanto spessi da non poter vedere il pollaio accanto. Con sforzo, poiché la maniglia della finestra era bloccata dal ghiaccio, aveva aperto la finestra per controllare se anche le galline erano gelate. Il latte sopra il comodino, che la mamma gli aveva preparato la sera prima per colazione, era un tappo di ghiaccio bianco.

L’amico Guido, invece, si era svegliato sudato: così almeno lui diceva. I suoi amici maligni sghignazzavano tra loro e sussurravano che Guido pur avendo dodici anni faceva ancora pipì a letto. Quello era il suo sudore. Guido, appena alzato, aveva trovato la colazione fumante sul comodino e subito aveva mangiato una grossa fetta di torta. Questi erano i mondi di Carlo e Guido.

Arrivò il giorno della Befana. Carlo era pensieroso perché aveva un camino piccolo, con una canna tanto stretta da passare a malapena un gatto.
Guido felice e sorridente invece sapeva che dalla canna del suo camino poteva comodamente passare la Befana con una grandissima gerla carica di ogni ben di Dio.
Carlo quella sera lasciò la calza appesa ad un chiodo del suo misero caminetto con dentro un foglietto con scritto:
“Cara Befana , per favore, portami del carbone perché io possa scaldare la mia
stanzetta”.
Guido invece prese i suoi pantaloni, li appese a mò di calza sulla grande traversa metallica del suo grande camino. Strappò da un grosso quaderno un foglio e scrisse: “Befana, portami cioccolata, torroni, panettoni e molti giocattoli; voglio che tu riempia le mie braghe di doni fin a farle scoppiare “.

Illustrazione -Amore di Carbone-di Wilma Del Simone

Quella notte la Befana passò per il camino stretto di Carlo, lesse il messaggio e mise nel calzino molti tronchetti di carbone. Agitando la bacchetta magica disse: ”Taralì, taralò d’ora in avanti arderete sempre come falò! “Poi entrò nel grande camino di Guido con la sua grande gerla, lesse il foglietto e riempì le braghe di ogni ben di Dio. Agitando la bacchetta magica disse: “Tarali taralò, che a Guido tutti questi doni facciano buon prò.“ La Befana saltò sulla scopa e se ne andò.

Al mattino, Carlo, tremante per il freddo, vide i pezzi di carbone nella calza, li raccolse e accese la stufa della cucina. Da quel giorno i pezzi di carbone arsero senza fine scaldando tutta la casa. Carlo e i suoi genitori non ebbero più freddo.

Guido alzatosi sudato vide appesi nel grande camino i suoi pantaloni gonfi di doni. Goloso come una scimmia, mangiò prima la cioccolata, poi i torroni e infine anche il panettone. Trascurò i giocattoli perché non erano commestibili e infine trangugiò la colazione fumante che la mamma gli aveva appena preparato.

Al pomeriggio, come al solito, i due amici si trovarono all’oratorio. Carlo raccontò a Guido del carbone che la Befana gli aveva portato. Parlò del calore continuo che dava la stufa in cucina. Per lui quel carbone era stato un dono d’amore calato dal cielo. Guido si mise a ridere facendosi grandi massaggi alla pancia. Raccontò superbo la grande scorpacciata di dolci fatta e dei bei doni avuti dalla sua generosa Befana. D’un tratto, con un grido soffocato e con le mani poste in fondo alla schiena proprio sul cavallo dei pantaloni,corse dietro ad un albero.
Non ebbe il tempo di calarsi le braghe che si udì un rumore, come di gorgo di lavandino seguito da cupi botti.Se l’era fatta addosso. Accovacciato dietro l’albero, con occhi imploranti e privo d’ogni superbia, si guardò intorno. Vide da lontano Carlo che gioioso tirava calci al pallone. Lentamente si guardò dietro il fondo schiena.
Tutti i doni della Befana erano così sfumati e svaniti in potenti odori. Il freddo intenso morsicò il suo sedere come un cane rabbioso. Ricordò il carbone di Carlo che ardeva senza sosta scaldando la sua povera casa.
Capì che un piccolo dono, anche se povero come il carbone donato dove c’è necessità, scalda la casa e i cuori , mentre il superfluo e l’abbondanza vanno presto in nonnulla, anzi molte volte fanno venire il male di pancia.

Ezio Maifrè