L'archivio del portale di informazione e commercio INTORNO TIRANO (www.intornotirano.it)

Etichette

Visualizzazione post con etichetta Rubrica Filò di Rina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rubrica Filò di Rina. Mostra tutti i post

mercoledì 28 maggio 2014

I “Filò” della Rina – LE LUCCIOLE DI MIRIAM

Così raccontò nonna Rina, mentre noi bambini ascoltavano a bocca aperta. Lucia, la più grandicella accarezzava dolcemente la mucca “Stèlascia “ che ruminava nel caldo tepore della stalla.
“Era il 10 agosto del 1949 e non soffiava, a Ronco, un alito di vento.
La notte era scesa lentamente spegnendo ogni suono. Gli uccelli si erano quietati fra le foglie dei grandi alberi di tiglio, ogni tanto il canto dei grilli rompeva il quieto passare del tempo. Era calato il silenzio! Una dolce calma ormai sconosciuta avvolgeva il paesaggio.
E' quel silenzio che ti invade il cuore , che ti dà un' estasi dolce e ti avvolge come un mantello, che ti accarezza come la mamma. E' quel silenzio che ti fa pensare solo alle cose belle della vita, che ti può dare angoscia e paura quando non sei sereno.
Era il 10 agosto, io e mia mamma eravamo a Ronco nello spiazzo che si affaccia su Tirano, tra le grandi piante di tiglio. Cara mamma , sento ancora l'odore del tuo grembiule, annuso l'odore del pastone per le galline, che preparavi ogni giorno, sento scorrere le tue mani rugose sulla mia faccia, vedo i tuoi occhi di contadina stanca e rassegnata , mite e buona che scrutano il cielo buio e stellato. Ricordo il tuo silenzio di mamma che tutto scruta, tutto dà e nulla vuole in cambio e che prega sempre il Signore per timori e affanni altrui. Ora che sono diventata vecchia, ti sogno, cara mamma !
Sogno ancora d'essere coccolata nel tuo grembo , tra i vestiti consunti dal lavoro. Desidero ancora quel silenzio che mi faceva sognare d'aver le ali , di volare leggera tra i boschi e i prati come gli uccelli. Quel silenzio senza fine mi faceva buona e non mi stancava mai. Ora non l'ho più e mi manca immensamente!
Mamma, noi quella notte aspettavamo di vedere cader le stelle, ti ricordi ?
Svuff! Svuff! Mamma guarda ! Che coda, ha una lunga coda.
Taci e prega ; lei diceva sottovoce!
E’ un segno del Signore, prega per coloro che ti vogliono bene, pensa alla povera gente, diceva!
I suoi occhi erano lucidi mentre mi accarezzava lentamente la fronte. Svuff! Svuff! Svuff! Mamma eccone tre! Che bello mamma, che bello !
Mia mamma non rispondeva, sorrideva felice e pregava.
Notte magica! Lei forse pensava che il Signore si divertisse a tirare stelle dal cielo.
Notte dolce tra il caldo umido dei tigli di Ronco e cari ricordi.
Lassù a Ronco passammo buona parte della notte osservando le stelle cadenti, poi stanca chiusi gli occhi vinta dal sonno. La mamma era solita adagiarmi sul materasso di foglie e darmi un bacio. Penso fu così anche quella notte.
Quella sera , guardando le stelle cadenti, mi raccontò la storia di Miriam.
Miriam era una dolce e bellissima bambina. Era una bambina semplice, portava gli scarponi senza calze perché le calze costavano troppo e i suoi genitori erano poveri. I suoi occhi e il suo sorriso erano dolci e teneri come il nascere del sole sul Mortirolo.
D'estate abitava con i genitori in località Canali.
Lassù avevano una piccola baita con una cucina e una stalla dove vi era il bestiame.
All'alba di ogni giorno papà Gino scendeva a lavorare a Tirano e alla sera, terminato il lavoro, con il suo immancabile zaino risaliva la mulattiera .
Ogni sera , giunto alla Volta dèl Pèrsech ( curva del
pesco ) faceva un lungo gorgheggio, così come fanno i contadini nel Tirolo.
Era il segnale per la Virginia che preparava la gazzosa fresca sul grande bancone che troverete ancora adesso nel piazzale sotto i tigli di Ronco.
Gino , prima di arrivare in baita, faceva ancora il solito gorgheggio; Miriam capiva e a piedi nudi e a grandi salti raggiungeva papà. Con un balzo gli si aggrappava al collo come una scimmietta.
A Gino svaniva d'incanto la fatica, poi insieme raggiungevano la stalla e con la mamma accudiva il bestiame. Era il 10 agosto del 1940.
La notte era quieta come quella passata con mia mamma sullo spiazzo.
Notte tragica!Nella stalla di Gino da due ore risuonava il lugubre lamento della mucca Stèla che muggiva per il dolore. Papà Gino e la mamma accarezzavano il grosso ventre per lenire il dolore di Stèla.Erano preoccupati, non sapevano cosa fare!
Ecco Miriam sbucare tra le ombre della stalla e gridare "Papà, mamma, vado a Tirano a chiamare il veterinario. " “ Miriam, non puoi ! E' buio e ti perderai, avrai anche paura”, disse papà Gino. “Non darti pena papà, vado e torno” disse Miriam.
Miriam mise gli scarponi e in un baleno fu sulla mulattiera per Tirano.
La notte era stellata ma il buio delle piante dava un sinistro aspetto alla strada. Ombre e luci sembravano muovere i sassi della mulattiera. Miriam ebbe paura ma continuò la sua corsa verso Tirano. Giunta a Ronco , si fermò sul piazzale dove io e mia mamma quella sera avevamo visto le stelle cadenti. Era la notte di S. Lorenzo.
Miriam, guardò la valle illuminata e chiese aiuto al Signore guardando il cielo stellato.
Svuff! Vide una bellissima stella cadente passare sopra la testa e spegnersi sulla cima del monte Masuccio. Si ricordò di quello che i vecchi tramandavano allora ai nipoti. Espresse un desiderio e sussurrò :"Signore, Dio delle stelle, devo correre a Tirano per salvare la mia mucca Stèla ma ho paura , aiutami tu."Ed ecco che dal cielo si videro scendere mille stelle cadenti.
Non si spensero ma volteggiarono leggere nel cielo e si trasformarono in mille lucciole che si posarono intorno a Miriam.
Ella riprese la sua corsa sulla mulattiera tra le lucciole che formavano una aureola di luce intorno al suo corpo. Era la lanterna del Signore.
Terminata la sua corsa e giunta al Castellaccio , Miriam alzò le mani per ringraziare il Signore. Tutte le lucciole si posarono sul palmo delle mani e si spensero lentamente nel buio della notte svanendo nel nulla.Fu così che Miriam poté salvare la sua mucca Stèla, accompagnando il veterinario alla località Canali la notte stessa. La mucca Stéla ebbe un vitellino che chiamarono poi Lorenzino.
Ezio Maifrè
Per leggere in dialetto tiranese : clicca qui.
Per leggere l’e-book, in costruzione, dei “filò” di Rina clicca qui.

sabato 10 maggio 2014

I “Filò” della Rina – S. MARTINO E SERAFINO

Nel caldo umido della sua stalla nonna Rina ci raccontò questa bella storia.
“Cari ragazzi, sapete come si chiama quel Santo a cavallo che vedete dipinto sulle vetrate della bella chiesa Parrocchiale di Tirano?
Lo so che il nome l'avete sulla punta della lingua ma non vi esce.
Allora ve lo dico io! E' San Martino patrono di Tirano.
Sapete dirmi perché è a cavallo di un cavallo, con una spada in mano intento a tagliare a metà il suo rosso mantello davanti ad un povero che supplica la carità?
Vedo la vostra punta del naso di colore rosso e allora, per non farvi dire bugie , la risposta ve la dò io.
E’ un signore a cavallo che incontra un povero infreddolito che gli chiede la carità. Siccome era un signore buono ha tagliato a metà il suo mantello; un pezzo l’ha tenuto lui e l’altro l’ha dato al povero.
Voi ragazzi cosa ne pensate di questo bel gesto di altruismo?
Per capire, cari ragazzi , vi racconterò una storia vera avvenuta tanto tempo fa in Australia.
Tra di voi vi saranno ragazzi che leggendo la storia sbufferanno; quelli li chiamerò ragazzi capricciosi.
Vi saranno poi ragazzi che non diranno nulla, ma penseranno tante cose belle e buone; quelli li chiamerò ragazzi dal cuore sincero e buono.
Poi vi saranno quelli che sentiranno nel loro cuore salire la bontà, farsi strada il desiderio di aiutare gli altri più deboli e questi vorrei chiamarli ragazzi giusti.
Sentite cosa successe!!
Tanti e tanti anni fa in contrada S. Maria, in una casa molto antica, proprio sotto le mura del castello di S. Maria (Castelàsc), nacque da Lucia e Antonio un bel bambino di nome Serafino.
Papà Antonio e mamma Lucia erano contadini poveri. Il loro orto serviva a mala pena per sfamarli.
Papà e mamma, sebbene vivessero nella povertà, insegnarono a Serafino la virtù della carità e come esempio portarono la bontà di S. Martino.
Vi ho detto che erano poveri, ma per quella famiglia ogni giorno che nasceva era come se la luce del Signore illuminasse la loro casa.
Solo i semplici e gli umili hanno quella luce, molte volte solo i poveri perché solo loro sanno dare il vero valore alle cose della vita.
Il loro pane non era come il pane dei ricchi che molte volte non ha sapore, la loro fame non era come quella dei ricchi che non segna il tempo, la loro gioia di vivere era quella di vedere un' ape su un fiore e una farfalla volare tra l'erba.
Questa è la gioia che dà il Signore alla gente povera, è il compenso grande che dà il Signore per la vita grama su questa terra.
Ebbene, dovete sapere che papà Antonio durante la guerra aveva aiutato un giovane di nome Amilcare, salvandogli la vita.
Finita la guerra Amilcare era emigrato in Australia ed aveva fatto fortuna, così era diventato possidente di immensi terreni coltivati.
Amilcare aveva un figlio di nome Martin nato in Australia da una donna inglese, bella ma avara.
Diventato vecchio Amilcare si ricordò di Antonio e nel testamento scrisse:"Lascio le mie terre a Serafino, figlio di Antonio di Tirano che mi salvò la vita e a Martin , mio figlio, a condizione che la loro proprietà sia definita da loro stessi. Ognuno di loro partirà a cavallo all'alba dalla mia casa, farà il giro che riterrà più equo e il terreno delimitato da quel giro sarà di loro proprietà.
Però al calare del sole ognuno dovrà essere a casa, pena perdere la proprietà delimitata dal giro a cavallo."
Serafino, all'alba si mise a cavallo e delimitò la sua proprietà facendo un lungo giro intorno alla casa e pensando di aver avuto terra già a sufficienza decise di tornare a casa un' ora prima che calasse il sole.
Martin, noto come ragazzo ambizioso e avaro come sua madre, al nascere del sole partì al galoppo con il suo stallone facendo un lunghissimo giro per possedere più terra possibile.
Fu così che calcolò male il percorso e al tramontare del sole era ancora lontano della sua casa e rientrò a notte fonda.
Come da testamento Martìn perse tutta la sua proprietà.
Martin l'ambizioso e avaro, si disperò, pianse e supplicò Serafino di non lasciarlo nella povertà.
Serafino pensò alla sua Tirano, al suo orticello, pensò alla sua chiesa Parrocchiale, pensò a S. Martino e pensò di ripetere quel gesto.
Divise la sua proprietà in due come fosse il famoso mantello.
Martin abbracciò Serafino e si sentirono felici e furono amici inseparabili per tutta la loro vita.
Cari bambini, dovete sapere che la carità e l'amore sono sentimenti che abbracciano il mondo e sono perenni nel tempo, sgorgano dal cuore buono e sincero come il vostro”.
Ezio Maifrè
Per leggere in dialetto tiranese : clicca qui.
Per leggere l’e-book, in costruzione, dei “filò” di Rina clicca qui.

mercoledì 23 aprile 2014

I “Filò” della Rina – AMORE DI CARBONE

Cosi raccontò la Rina e, alla fine della storia, per tre giorni tutti furono più buoni.
Gennaio 1955. In quel tempo in contrada S. Maria vi erano due bambini di nome Carlo e Guido. Carlo era figlio di contadini poveri, mentre Guido era il figlio maggiore di ricchi commercianti di bestiame. I due erano amici per la pelle. Carlo portava i calzoni corti con le pezze sul sedere e scarpe bucate anche d’inverno, mentre Guido portava pantaloni lunghi e scarpe dalle grosse suole di gomma.
Quel giorno erano all’oratorio e giocavano a pallone. Carlo si stropicciava le mani intirizzite e saltellava come un grillo per scaldarsi, mentre Guido, pacioso e poco mobile, sembrava fumare come un sigaro tanto era pasciuto e ben nutrito. Carlo sentiva l’aria fredda che gli morsicava i polpacci, le dite rigide dei piedi erano come martelli e le ginocchia dure come legno, ma con grande lena tirava pallonate in porta. Guido, portiere, ogni volta che raccoglieva il pallone in porta si grattava il sedere perché i mutandoni di lana gli arrostivano le tenere chiappe. Erano amici ma il loro mondo era diverso e lo scoprirono alcuni giorni dopo.
Ecco i fatti. In quei giorni di gennaio, in contrada S. Maria, faceva un freddo terribile. Carlo dormiva in una stanzetta al piano terra, vicino al pollaio delle galline e quella mattina, appena svegliato, aveva trovato le coperte del letto rigide come cartone. Riuscì a malapena ad alzarsi perché le lenzuola non si piegavano tanto erano ghiacciate. Sui vetri della finestra della sua stanza i fiori del freddo formati dall’umidità erano tanto spessi da non poter vedere il pollaio accanto.
Con sforzo, poiché la maniglia della finestra era bloccata dal ghiaccio, aveva aperto la finestra per controllare se anche le galline erano gelate. Il latte sopra il comodino , che la mamma gli aveva preparato la sera prima per colazione, era un tappo di ghiaccio bianco. L’amico Guido, invece, si era svegliato sudato. Così almeno lui diceva. I suoi amici maligni sghignazzavano tra loro e sussurravano che Guido pur avendo dodici anni faceva ancora pipì a letto. Quello era il suo sudore. Guido, appena alzato, aveva trovato la colazione fumante sul comodino e subito aveva mangiato una grossa fetta di torta . Questi erano i mondi di Carlo e Guido.
Arrivò il giorno della Befana. Carlo era pensieroso perché aveva un camino piccolo, con una canna tanto stretta da passare a malapena un gatto. Guido felice e sorridente invece sapeva che dalla canna del suo camino poteva comodamente passare la Befana con una grandissima gerla carica di ogni ben di Dio. Carlo quella sera lasciò la calza appesa ad un chiodo del suo misero caminetto con dentro un foglietto con scritto: “ Cara Befana , per favore, portami del carbone perché io possa scaldare la mia stanzetta. ”
Guido invece prese i suoi pantaloni, li appese a modo di calza sulla grande traversa metallica del suo grande camino. Strappò da un grosso quaderno un foglio e scrisse: “ Befana, portami cioccolata, torroni, panettoni e molti giocattoli; voglio che tu riempia le mie braghe di doni fin a farle scoppiare“. Quella notte la Befana passò per il camino stretto di Carlo, lesse il messaggio e mise nel calzino molti tronchetti di carbone. Agitando la bacchetta magica disse :” Taralì, taralò d’ora in avanti arderete sempre come falò!". Poi entrò nel grande camino di Guido con la sua grande gerla, lesse il foglietto e riempì le braghe di ogni ben di Dio.
Agitando la bacchetta magica disse : “ Tarali, taralò, che a Guido tutti questi doni facciano buon prò.“ La Befana saltò sulla scopa e se ne andò. Al mattino Carlo tremante per il freddo vide i pezzi di carbone nella calza, li raccolse e accese la stufa della cucina. Da quel giorno i pezzi di carbone arsero senza fine scaldando tutta la casa. Carlo e i suoi genitori non ebbero più freddo.
Guido alzatosi sudato vide appesi nel grande camino i suoi pantaloni gonfi di doni. Goloso come una scimmia , mangiò prima la cioccolata, poi i torroni e infine anche il panettone. Trascurò i giocattoli perché non erano commestibili e infine trangugiò la colazione fumante che la mamma gli aveva appena preparato. Al pomeriggio, come al solito, i due amici si trovarono all’oratorio. Carlo raccontò a Guido del carbone che la Befana gli aveva portato. Parlò del calore continuo che dava la stufa in cucina. Per lui quel carbone era stato un dono d’amore calato dal cielo.
Guido si mise a ridere facendosi grandi massaggi alla pancia. Raccontò superbo la grande scorpacciata di dolci fatta e dei bei doni avuti dalla sua generosa Befana. D’un tratto, con un grido soffocato e con le mani poste in fondo alla schiena proprio sul cavallo dei pantaloni, corse dietro ad un albero. Non ebbe il tempo di calarsi le braghe che si udì un rumore, come di gorgo di lavandino seguito da cupi botti. Se l’era fatta addosso. Accovacciato dietro l’albero, con occhi imploranti e privo d’ogni superbia, si guardò intorno. Vide da lontano Carlo che gioioso tirava calci al pallone. Lentamente si guardò dietro il fondo schiena.
Tutti i doni della Befana erano così sfumati e svaniti in potenti odori. Il freddo intenso morsicò il suo sedere come un cane rabbioso. Ricordò il carbone di Carlo che ardeva senza sosta scaldando la sua povera casa. Capì che un piccolo dono, anche se povero come il carbone donato dove c’è necessità, scalda la casa e i cuori , mentre il superfluo e l’abbondanza vanno presto in nonnulla , anzi molte volte fanno venire il male di pancia.
Ezio Maifrè
Per leggere in dialetto tiranese : clicca qui.
Per leggere l’e-book, in costruzione, dei “filò” di Rina clicca qui.

mercoledì 9 aprile 2014

I “Filò” della Rina – Il diavolo è arrivato a Tirano

Che puzza ! Se l'era fatta addosso! Sì, proprio così, il vecchio Tòni (Antonio) se l'éra fatta addosso per il grande spavento. Camminava con le gambe larghe e urlava per le contrade di Tirano :“u vedüü 'l diàul !( ho visto il diavolo!).” Dovete sapere che il Tòni era considerato da tutti un uomo di mondo, perché in gioventù era arrivato fino a Bormio e a Livigno per la fienagione.
In quei paesi aveva conosciuto molte persone e visto tante cose, perciò i paesani lo ritenevano un saggio. Malgrado tutto però anche a lui, quella volta, era scappata liscia come olio giù per i pantaloni. Vi racconterò la storia a patto che anche voi, se non volete farvela addosso per lo spavento, vi stringiate tra le braccia della vostra nonna così come feci io nel lontano 1949 quando me la raccontò la Rina. 
Era una fredda sera d'inverno del 1902. Nelle contrade di Tirano tirava un vento gelido. L'abbondante nevicata aveva coperto tutto e i suoni erano attutiti dal candido manto , eppure una voce strozzata dalla paura si udiva per le strade. La voce era quella di Tòni. Correva come pazzo per la contrade urlando: “Cristiani chiudetevi in casa , sbarrate porte e finestre e fatevi il segno della croce,u vedüü cun i mèe öcc 'l diàul. (ho visto con i miei occhi il diavolo).
Persino il suo vecchio cane pastore “Gèk”, che come il padrone ne aveva viste di cotte e di crude, aveva la coda tra le gambe e seguiva Tòni ululando e ogni tanto, per il grande spavento, alzava la gamba e faceva pipì. Povero vecchio Tòni, lui aveva visto il diavolo in persona! L'aveva guardato in faccia e ora gridava disperato per mettere al sicuro la gente nelle case.
La notte era calata nel terrore. Non si udiva più nessun suono, tutti erano in casa e nelle stalle a pregare. Le pie donne, tra un rosario e l'altro, si raccontavano di aver visto il giorno prima scappare dalle loro tane i ratti e gettarsi nell'Adda. La Rusìna raccontava che la sua mucca “Stèla” (Stella ) la sera prima aveva strappato la catena e il suo muggire era quello di una capra. Il maiale della Celestina aveva rosicchiato il sciusk (trespolo) trascurando le patatine bollite. Pierino, il birichino, aggravando l'atmosfera sinistra, giurava sulla testa dello zio barba Bùrtul (Bortolo) d' aver visto le galline far pipì. Quel grido straziante e monotono del vecchio Tòni aveva scosso gli animi; niente sembrava più come il giorno prima. Persino la fredda luna che splendeva chiara e tonda sopra i monti di Trivigno aveva il sorriso freddo di una zucca illuminata. Nonna Felicita e nonno Pietro che solitamente bisticciavano, tanto per passare il tempo, erano muti e impauriti e scrutavano la contrada dal finestrino della cucina con il rosario in mano.
Sopra Tirano il Castelàsc (Castello di S. Maria ), illuminato dalla luna, sembrava un osso da morto puntato verso il cielo. Il lumino sempre acceso nella Santella di S. Maria si era spento. Dietro la grata nera la Vergine Maria stringeva tra le braccia il Bambin Gesù più stretto del solito mentre poco più in là tre civette e un gufo si azzuffavano furiosamente. Tòni si aggirava inquieto in stalla ; si sentiva responsabile di tutto questo e accarezzava il suo cavallo che batteva i denti come una mitraglia.
Gli vennero in mente le parole della vecchia madre. "Ricordati figlio, quando non sei sereno corri subito a confessarti, poiché solo Dio ti può dare serenità!". Di botto, prese il cappello e la mantellina, corse in parrocchia dove, con grande frastuono, svegliò Don Oreste. "Don Oreste dovete confessarmi, devo aver peccato perché questa sera ho visto il diavolo" disse Tòni. Don Oreste, che conosceva bene Tòni, sbuffò, si mise la vestaglia, inforcò le pantofole, fece il segno della croce e seduto sui gradini della scala disse: "Ti ascolto figliolo, cünta sü! ( racconta !)." Tòni fece a sua volta il segno della croce, si buttò in ginocchio e disse:
"U vedüü 'l diàul ilò al Pus’ciavìn,( ho visto il diavolo vicino al torrente Poschiavino) era l'imbrunire, stavo tornando a casa con il cavallo dal campo, quando giunto vicino al Poschiavino ho sentito provenire da lontano un rumore strano. Era come il soffio della macchina della “burdulésa” (pompa a mano per irrorare le viti), ho teso l'orecchio, il rumore si avvicinava sempre di più, sempre di più. Pfùff, pfùff, pfùff!! Il diavolo gridava "Pfùff, pfùff, pfùff !!" don Oreste! Era laggiù nell'oscurità della valle , si muoveva lentamente verso Tirano come un gatto nero. Al posto delle gambe aveva grandi manovelle, al posto delle ginocchia aveva ruote, per naso aveva un tubo dove usciva fumo, al posto degli occhi aveva due lanterne. Era il diavolo incatenato poiché nel suo procedere diritto, lento e inesorabile batteva il passo con un botto metallico cupo e sordo che martellava il terreno circostante. Il suo respiro era forsennato come quello del mio cavallo quando ara il campo a Vulpéra e trova un sciüch (ceppo) .Il diavolo ci è passato davanti mentre io e il mio cavallo ci siamo sdraiati a terra per ripararci dal fuoco e dal fumo. Don Oreste, non mi vergogno a dirlo, in quel momento a noi due è scappata senza preavviso, però, mentre il mio cavallo non portava i pantaloni , io me la sono tenuta addosso fino a Tirano."
Don Oreste, pazientemente chiese a Tòni "Quel diavolo che tu dici, oltre a sbuffare fumo, sferragliare, forse fischiava ogni tanto mentre procedeva verso Tirano?". Tòni " Proprio così, don Oreste, proprio così, voi reverendi conoscete bene il diavolo!! ". E don Oreste “Diavolo sarai tu Tòni che mi hai svegliato nel cuore della notte per aver visto il treno a vapore della F.A.V arrivare a Tirano. Ora Tòni, ti benedico e ti perdono, alzati e destöt (allontanati). Sappi però, caro Tòni che da oltre le cime delle montagne della tua Valle verranno altre diavolerie che toglieranno la tua beata tranquillità , solo che d'ora in poi, dovrai saperle guardare senza farla nei pantaloni. Dì pure questo anche ai tuoi amici della contrade di Tirano. e adèss làsum durmì (adesso lasciami dormire)
Té salüdi (ti saluto)".
Ezio Maifrè
Per leggere in dialetto tiranese : clicca qui.
Per leggere l’e-book, in costruzione, dei “filò” di Rina clicca qui.

mercoledì 26 marzo 2014

I "Filò" della Rina - Chi copia va all'inferno

Era una sera d’inverno. Luciano stava facendo i compiti di grammatica che il maestro Marcucci aveva assegnato per l’indomani. Quella sera non avevo voglia di fare nulla, anzi giocherellavo con i tizzoni ardenti del focolare aspettando che Luciano terminasse i compiti per poi copiarli anche sul mio quaderno.
Così feci.
Mia nonna Virginia, vigile più di un vigile, si accorse della manovra. Prese il quaderno dove avevo copiato il compito di grammatica, stracciò la pagina e la gettò nel focolare. Poi mi prese un orecchio, me lo attorcigliò ben bene e mi raccontò questa storiella che la “ Rina “ le aveva raccontato.
“C’era una volta non tanto tempo fa un bambino di nome Carlo, figlio di contadini, che abitava in contrada Dosso.
Era un bambino bello,vivace, intelligente e con tanta voglia di studiare. Era bello perché aveva avuto la fortuna di nascere al Dosso; in quella contrada gli abitanti discendono dalla nobile famiglia Homodei e i bambini nascono tutti belli. Era vivace perché sin da piccolo aveva potuto rincorrere le lucertole che si nascondevano nei muri del Castelasc ( castello di S. Maria ) ; intelligente perché aveva sempre respirato la brezza fresca e sottile della selve di castagno della Cà dei Gatèi ( casa dei gatti ). Aveva anche tanta voglia di studiare perché suo nonno Arturo, che aveva fatto il contadino tutta la vita, gli aveva detto : “stüdia parchè la téra l’è bàsa e l’è fadiga lauràla!”( studia perché la terra è bassa ed è fatica lavorarla! ). Aveva un amico di nome Silvio che abitava nella contrada di Porta Milanese; era un ragazzo un po’ paciocco, non brutto ma antipatico alle ragazze del büi vécc; forse era anche intelligente ma non lo dimostrava mai.
Mentre Carlo studiava, Silvio passava le ore giocando al pallone e ascoltando le partite di calcio alla radio. Era l’anno 1940 e i due amici frequentavano insieme la quinta elementare. Il maestro Giocolitti aveva concesso per l’insistenza del padre di Silvio, ingegnere, che il figliolo stesse nei primi banchi con l’amico Carlo. Come i funghi che crescono sugli alberi e vivono succhiando la linfa, così faceva Silvio con Carlo.Quando c’erano dei compiti in classe Silvio copiava sempre da Carlo e il maestro pur accorgendosi stava zitto; pensava che Silvio essendo figlio di un ingegnere non poteva far fare brutta figura al padre. Fu così che Silvio superò l’esame di quinta elementare con il tacito consenso del maestro pur avendo appreso quasi niente. Alle scuole elementari aveva imparato l’arte di copiare e di approfittare della fatica altrui sempre e in ogni luogo. Frequentò le medie e copiò, frequentò il liceo e copiò , frequentò l’università e copiando a destra e a sinistra a trentacinque anni e con i capelli grigi riuscì ad avere “ ‘l tòch dé carta “( il pezzo di carta) di ingegnere come suo padre. Carlo. invece, terminata la quinta elementare, dovette accontentarsi di imparare il mestiere di meccanico.
Diventò un bravo meccanico: la fila dei suoi clienti era interminabile e tanti furono i ragazzi che da lui impararono l’arte. Passarono così gli anni, anzi ne passarono tanti perché i due amici diventarono vecchi, morirono e si trovarono nell’aldilà lo stesso giorno .Per andare in Paradiso, pochi lo sanno, occorre ancora superare un esame. Lassù vi è una grande sala con due porte, come una specie di ingresso per il teatro; da una parte c’è Lucifero e dall’altra c’è S. Pietro che staccano i biglietti d’ingresso. Chi va a sinistra va all’Inferno e chi va a destra va in Paradiso. Carlo e Silvio arrivarono nella sala e in mezzo alla quale c’era un banco di scuola. Lucifero e San .Pietro erano vecchi e stanchi ma salutarono i nuovi arrivati con un sorriso; Lucifero in segno di amicizia alzò il braccio sinistro e San Pietro il braccio destro.
Tutti e due avevano voglia di una tazzina di caffè. Ordinarono a Carlo e a Silvio di sedersi al banco , dando carta e matita dicendo: “ Fateci il progetto di una tazzina di caffè: tazza grande”. Carlo in un baleno progettò la tazza e sperando di andare in Paradiso la fece con il manico a destra, poiché si era ricordato che San Pietro aveva salutato con la mano destra e quindi avrebbe usato quella mano per bere. Silvio, non si ricordò più come era fatta la tazza grande , pur essendo ingegnere, e come sua consuetudine allungò il collo, cercando di copiare il progetto da Carlo. Carlo fu misericordioso come sempre , girò il foglio e lasciò copiare. Silvio copiò la tazza grande con il manico a sinistra. Lucifero e San Pietro si accorsero che Silvio aveva copiato, ma non dissero nulla. I due amici si alzarono dal banco, consegnarono ai vecchi carta, matita e fogli con il progetto della tazza. San Pietro e Lucifero si consultarono.
Poi parlò prima San Pietro e disse: “Carlo, tu hai fatto il progetto della tazza grande con il manico a destra, è quella che va bene per me; entra in Paradiso, vai a fartela costruire e portami il caffè d’orzo, che non ne posso più dalla voglia!” Poi tuonò Lucifero e disse :“ Silvio tu hai fatto il progetto della tazza grande con il manico a sinistra , proprio come va bene a me ; scendi all’inferno e costruiscila subito. Portami il caffè d’orzo, ma che non scotti !” I due amici varcarono le porte e non si videro mai più Silvio capì che copiare non conviene mai perché non si usa il cervello e poi si fa anche peccato perché si ruba il lavoro degli altri e chi ruba va all’inferno. Quella sera mia nonna , dopo avermi torto anche l’altro orecchio, mi fece fare il compito di grammatica e da quel giorno non ho più copiato.
Ezio Maifrè
Per leggere in dialetto tiranese : clicca qui.
Per leggere l'e-book, in costruzione, dei "filò" di Rina clicca qui.

mercoledì 12 marzo 2014

NUOVA RUBRICA, I “Filò” della Rina

“Filò” . Questo termine deriva, con buona probabilità, da filare . Filare era Il lavoro che le donne contadine facevano, in particolare d’inverno, nelle stalle. Ma fare” filò “ significava anche raccontare, nelle stalle, storie, leggende, discutere del più e del meno delle cose successe in contrada, chiacchierare, magari anche criticare, malignare sui fatti e persone. Insomma era un poco come il “ telegiornale “ della sera dei nostri tempi moderni. Perché tutto questo, normalmente si faceva nelle stalle ? Semplicemente per accomunarsi e passare il tempo insieme, per scaldarsi al caldo umido del fiato degli animali. Personalmente alla fine degli anni ’40 e ai primi dei ’50 ho vissuto, in via S. Maria, nella stalla della “ Rina “, un indimenticabile periodo della mia vita. La sera, terminata la frugale cena, quella stalla, per alcuni di noi ragazzi di S. Maria, era il nostro ritrovo. In quella stalla, con grosso portone in legno e con una grossa tenda, si entrava felici con un saluto di “ Ciàu nòna Rina , sòo scià “ ( Ciao nonna Rina, sono arrivato ) . Lei ci accoglieva con un sorriso: ci aspettava.
Nella stalla da un lato v’era una mucca e in un cantuccio di pochi metri quadri v’era un angolo riservato alle persone e ai gatti. Sul pavimento riservato ai “ filò “ v’era paglia, ai lati due panchine. La parte centrale era quasi sempre occupata dalla nonna Rina e dalle altre anziane donne che normalmente filavano o tessevano calzettoni o maglie di grossa lana. Non mancavano anche i “ vècc “ ( vecchi ) e tra questi non mancava il “ Pédru “, memoria storica della contrada di S. Maria. A noi bambini la Rina e il Pédru raccontavano storie e fiabe che mai dimenticherò. Li raccontavano in dialetto, con la loro “ voce narrante “ che ancora mi risuona nelle orecchie e che mi dona un’emozione , ancora oggi, indicibile. Mi si perdoni ora il mio desiderio di raccontare alcune di queste storie per coloro che avranno voglia e la pazienza di leggerle. Certo, non potrò mai raccontarle come le raccontavano loro. Non potrò mai fare rivivere quei sentimenti cari e profondi , quelle emozioni che le nostre nonne e i nostri nonni sapevano inculcare nei nostri cuori. Ma se riuscirò a far rivivere alcuni sentimenti e ricordi di allora, anche a un solo lettore, sarà per me un “ desiderio “ esaudito, appagato, della mia gioventù, ora che anch’io sono anziano. Per coloro che lo vorranno, oltre alla lettura in italiano, propongo la lettura anche in dialetto. La rubrica sarà quindicinale.
 Ezio maifrè
 Per leggere in dialetto tiranese : clicca qui.

La bontà di Silvia

Inverno 1950. Nella contrada di S. Maria tutto sembrava triste e immobile. Le montagne, bianchi giganti infreddoliti, apparivano come cupi macigni incombenti sulla valle intirizzita e coperta di neve. Il fumo, che lentamente usciva dai camini, si spandeva nella valle coprendo le case con un leggero e ininterrotto velo grigio. Un freddo intenso e pungente avvolgeva ogni cosa.
La natura, che d’estate era stata bella e ricca di colori, ora dava un sentimento di pena e disagio. In quelle fredde sere d’inverno, in contrada S. Maria, calava un desolante silenzio, una quiete non voluta, non desiderata. ogni famiglia sentiva il desiderio di stare insieme, di parlare delle piccole cose di ogni giorno, di consolarsi a vicenda. Così, la sera, le stalle erano animate da nonne e bambini, da uomini che si raccontavano affari e da mamme che si scambiavano pettegolezzi e sensazioni della giornata.
Care nonne, loro non avevano tempo per pettegolezzi, il rosario era la loro consolazione, la loro stampella per le fatiche di ogni giorno. I nonni taciturni , in un angolo, fumavano la pipa mentre giocavano a carte. Le mamme sempre inquiete, sempre desiderose di qualche cosa per i loro figli, parlavano dei loro mariti lontani per lavoro. I ragazzi e le ragazze sembravano essere avvolti in una magica atmosfera e si scambiavano sul letto di paglia figurine, fumetti e pizzicotti amorosi sotto lo sguardo benigno e sorridente delle nonne.
Le mucche, distese a riposare sul letto di letame, con il fiato umido e caldo fungevano da termosifone e il suono lento e monotono del loro ruminare dava serenità. La sera, dopo cena , quando entravo nella stalla mi annunciavo con un grido “ Sòo scià! “( sono arrivato! ) Aprivo la pesante porta tirando con un colpo secco il catenaccio , spostavo la tenda ed ecco che il tepore caldo e umido della stalla mi assaliva, mi avvolgeva e subito dopo trovavo gradevole quel luogo. Dicevo “ Uéila , ‘n g’à sa tücc ? “( Salve, ci siamo tutti?)
Ricordo con nostalgia quell’odore di povertà : eravamo più poveri ma forse più felici e buoni. Ricordo un fatto di bontà. In quell’inverno del 1950 in Contrada S. Maria vi era una bambina di nome Silvia. Ora è una nonna felice con tre bei nipotini, segno di benedizione del Signore. Papà Renzo e mamma Rita avevano una mucca , una stalla confortevole, dei boschi, selve e campi. Si ritenevano fortunati e avevano da mangiare in abbondanza. Allora non era così per tutti.
In contrada Porta Milanese , proprio in fondo alla contrada di S. Maria, vi era una donna di nome Maria. Suo marito Carlo era morto quell’ estate di tubercolosi, aveva lavorato in Svizzera e si era ammalato. Maria era rimasta sola con tre figli, l’ultimo nato aveva sei mesi. Era una famiglia molto povera, che aveva poco o nulla da mangiare. Silvia lo seppe. In una di quelle fredde sere d’inverno si recò alla “ Santella”( Cappella) di S. Maria, si inginocchiò e pregò così: “ Càra Madòna , giüta la Marìa dél pör Càrlu , i sòofiöi i gà mìga dé mangià .”( Cara Madonna, aiuta Maria moglie del povero Carlo, i suoi figli non hanno da mangiare ).
Quella sera, come tutte le sere, Silvia doveva portare il latte alla “ caséra “ ( latteria ), si caricò sulle spalle la “brénta” ( tinozza ) colma di dieci litri di latte e si avviò verso il “ büi vécc “( vecchia fontana ). Giunta però in Porta Milanese si ricordò di Maria e dei tre fratellini. Bussò alla loro porta e chiese se avevano mangiato. Che desolazione! Nessuno di loro aveva mangiato! Silvia diede loro metà del latte contenuto nella “ brénta“, poi portò il resto del latte alla “caséra”.
Così fece per circa un mese. Quando si portava il latte alla “caséra”, il “ casaro “ pesava e annotava su un libretto la quantità del latte portato ogni giorno, poi lo versava nella grande vasca comune per fare il burro e il formaggio. Silvia sapeva che i genitori si sarebbero accorti del latte mancante, ma diede sempre la metà del latte contenuto nella sua “ brénta” a mamma Maria per sfamare i figlioli. Il “casaro “, pesando il latte che Silvia consegnava ogni sera, segnò esattamente la quantità del latte che Silvia ebbe da papà e mamma. Anzi, in quel periodo il burro e il formaggio che ebbero dalla “caséra “ fu della migliore qualità.
Un bel giorno mamma Maria incontrò la mamma di Silvia e la ringraziò per averla aiutata nel momento del bisogno. Mamma Rita, in cuor suo esultò di gioia per il gesto di sua figlia, ma non fu dato a vedere. Tornata a casa mamma Rita abbracciò Silvia ed entrambe piansero per la commozione guardando i conti dei litri del latte che il “casaro” aveva segnato sul libricino del latte versato in quei giorni. Fu il “ casaro” a sbagliare i conti o fu la Madonna della “Santella di S. Maria “ ad aggiungere latte mancante nella “ brénta” di Silvia, bambina buona? Nessuno lo seppe mai.
Ezio Maifrè