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giovedì 4 settembre 2014

LA CRISI DELL'ARTE ITALIANA, DAI BRONZI DI RIACE A CASTELLO SFORZESCO

Hanno ragione i turisti a scegliere come meta delle proprie vacanze la Francia, la Grecia o la Germania. E non è senza sgomento che le mie riflessioni mi portano a tale conclusione. I restanti paesi dell'Unione Europea, pur possedendo un patrimonio artistico molto inferiore al nostro, sono sempre stati in grado di gestirlo e di promuoverlo in modo efficiente e, non a caso, possiedono un maggior flusso turistico. Ovunque il turismo aumenta nel mondo, ma non qui. Perché l'Italia non può investire su ciò che realmente ha e non spende i fondi necessari per il mantenimento dei monumenti
Ora, la risposta più semplice e direi scontata potrebbe essere: "perché non ci sono i soldi!". Ebbene, sono pronto a smentire anche i più scettici. Lo sapevate che per il sito archeologico di Pompei sono stati messi a disposizione 105 milioni di euro da parte dello Stato e soltanto la metà di questi viene spesa? E ancora, lo sapevate che il sindaco di La Spezia ha appena investito tre milioni di euro per abbattere alberi quasi secolari e costruire immondi archetti in cemento armato di un modestissimo architetto francese quale è Daniel Buren? Che costruiscono parcheggi a Palazzo Spada, a Roma, danneggiando lo splendido cortile e distruggendo un mosaico romano? Potremmo continuare all'infinito, a partire dallo stesso Expo 2015, dove sono stati progettati padiglioni privi di gusto estetico, quando Milano può vantare un primato artistico che la inserisce tra le prime quattro città d'Italia dopo Roma, Firenze e Venezia. 
Nonostante tutto, in occasione di un evento simile (Expo), si potrebbe pensare che le cose migliorino. Purtroppo non è così. Per chi non avesse seguito i dibattiti di queste settimane, Reggio Calabria ha negato lo spostamento dei Bronzi di Riace a Milano e Cremona non vuole cedere l'Ortolano del pittore cinquecentesco Arcimboldo, attualmente esposto al museo civico Ala Ponzone. Effettivamente, come afferma il professor Sgarbi - eletto a titolo gratuito ambasciatore delle Belle Arti da Roberto Maroni - dell'Ortolano possiamo farne anche a meno, ma molto interessante è la sua proposta di portare alcune opere della Galleria degli Uffizi di Firenze. Sarà possibile? No. Tutto ciò è dovuto all'ottusità di amministrazioni non consapevoli che il trasferimento provvisorio delle opere in questione sarà a beneficio dell'intero Paese, e non di Milano.
Trasferendo i Bronzi di Riace nel capoluogo lombardo per Expo 2015 Reggio Calabria potrebbe avere un profitto pari a 5 milioni di euro, avendo un numero di visitatori molto maggiore rispetto a quello ottenuto nella regione Calabria sino ad oggi, dove i turisti non superano i 30-40 mila all'anno.
Infine, sempre nella Milano di Expo, sono stati rubati tre quadri del Quattrocento a Castello Sforzesco, mentre si discuteva dello spostamento - negato - della Pietà Rodanini di Michelangelo.
Alessandro Cantoni

domenica 10 agosto 2014

NUOVE ESPOSIZIONI ARTISTICHE NELL'ITALIA DELLE MERAVIGLIE

E' possibile scoprire un'Italia incontaminata e ricca di fascino se la si osserva con gli occhi di chi vuole esaltarne la bellezza e di chi si arma di pazienza.
Non visitando i luoghi di massa, bensì splendide località come Castell'Arquato, Castelplanio Cupramontana, Cerreto d'Esi, Tolentino, Osimo, Castelfidardo e numerose altre, specialmente nelle Marche. Anche in città d'arte famosissime come Venezia esistono opere pressoché sconosciute dal turismo di massa, come nella chiesa di S. Francesco della Vigna, ove è custodito l'unico dipinto pervenutoci di Antonio da Negroponte e una pala d'altare di Federico Zuccari.
Per coloro che non hanno mai avuto l'occasione di vedere le tele di Dosso Dossi, del Veronese o di artisti quasi sconosciuti dell'area umbro-marchigiana come il Maestro di Campodonico, Fra' Giovanni di Bartolomeo (o Maestro dei Magi), Allegretto Nuzi, Puccio di Simone, Puccio Capanna, Rinaldo di Ranuccio e lo stesso Giotto e Gentile da Fabriano, li invito a recarsi in tre splendide città italiane: Trento, Verona e Fabriano.
Di notevole interesse artistico è la mostra curata dal noto critico d'arte Vittorio Sgarbi, intitolata "da Giotto a Gentile", presso la pinacoteca civica fabrianese "Bruno Molajoli". Il professore è riuscito a far pervenire all'interno della pinacoteca anche due tavolette sconosciute di Giotto, raffiguranti il San Giovanni Battista e San Francesco. Queste splendide tavole, infatti, non sono mai state esposte, in quanto appartenenti alla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze.
L'esposizione, che rimarrà aperta fino al 30 novembre 2014, rappresenta un'ottima occasione per promuovere il patrimonio artistico della città, tanto da godere dell'alto patronato del Presidente della Repubblica italiana, del patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo. Inoltre, è stata promossa dalla Fondazione CR Fabriano e Cupramontana e dal Comune di Fabriano, con il sostegno della Regione Marche e della Fondazione Veneto Banca.
E' previsto anche un itinerario urbano che condurrà il visitatore alla scoperta degli splendidi affreschi trecenteschi di Allegretto Nuzi nella chiesa di S. Domenico, delle cappelle giottesche in Sant'Agostino e delle cappelle di San Lorenzo e della Santa Croce nella cattedrale di San Venanzio.
La mostra riguardante Paolo Veronese è aperta tutti i giorni dal lunedì alla domenica, dalle ore 10:00 alle 21:00 e venerdì dalle 10:00 alle 22:00, fino al 5 ottobre 2014, a Verona, presso Palazzo della Gran Guardia.
Infine, vi segnalo la mostra curata a Trento, al Castello del Buonconsiglio, disponibile fino al 2 novembre 2014. A Dosso si riferiva Roberto Longhi scrivendo "La sua arte... è di una sola fumata sorta su immensa dalle ceneri violette dei funerali di Giorgione, mescolatasi nella dolce nebbia della Valle padana...".
Alessandro Cantoni

lunedì 4 giugno 2012

ATTUALITA': "DELLA FUGA DI NOTIZIE"

Alla luce di fatti recenti, soprattutto legati al calcio, riproponiamo un articolo di Franco Clementi.
Gianluigi Buffon, al centro delle polemiche per il calcio scommesse (Foto di Alex Schmitt)
Con regolarità periodica, più prevedibile dei moti lunari, l'informazione italiana è percorsa da un elettrizzante sussulto. Un giornale ha scoperto che un personaggio importante e assai noto è indagato da un qualche magistrato per un particolare reato: la vicenda dovrebbe essere coperta dal segreto istruttorio, ma il giornalista lo è venuto ugualmente a sapere e dunque può scrivere succulenti servizi.
Ma guardate bene, non viene pubblicata solo una voce sfuggita per errore a qualcuno, una diceria ancora non controllata, un non confermato sospetto…Macché ! dell'indagine in corso, compaiono sulla stampa i verbali di tutti gl'interrogatori, i resoconti di tutte la intercettazioni telefoniche eseguite, l'elenco di tutte le persone(con nome e cognome e stato di famiglia)) con la quali il personaggio sotto inchiesta ha parlato negli ultimi mesi, i resoconti dei suoi conti in banca…alla faccia della famosa "privacy", che ci viene ammannita e predicata ogni cinque minuti. E così possiamo apprendere, leggendo il giornale, che alle 13,47 del14 Maggio l’assessore Taldeitali ha dato del “cornuto” al cognato, a che ora la moglie dell'indagato ha buttato giù la pasta per il pranzo, le ragioni che hanno indotto il figlio a usare la toilette più del solito, un lamento dell’indagato stesso per l’ernia discale che lo affligge…
Il fatto è che il poveretto che in questo momento è sotto l'attenzione della magistratura, viene trattato come sicuramente colpevole e quindi scorbacchiato per lungo e per largo assieme alla sua famiglia, anche se magari tra tre anni ( tanti sono i tempi della giustizia) potrà dimostrare di essere del tutto estraneo ad ogni vicenda illecita. Oppure se al termine dell'istruttoria viene rinviato a giudizio, lo viene a sapere prima dalla stampa con un giorno d'anticipo rispetto alla notifica dei carabinieri.
A questo punto la magistratura, di cui sono stati svelati i segreti, pomposamente apre un'inchiesta per sapere come è avvenuta la "fuga di notizie". Beh, io che veleggio ormai nella quarta età, in tutta la mia vita non ricordo che da tali indagini si sia cavato un ragno da un buco e dopo un po' tutto si sfilaccia nella dimenticanza e nel "chissenefrega".

Ora io vorrei fare un modesto ed onesto ragionamento da semplice cittadino.
Prendiamo il caso che io acquisti della merce di cui non so bene la provenienza. Se risulterà che essa era stata frutto di una rapina io passerò le mie grane con l'accusa di "incauto acquisto". Se poi si proverà che io conoscevo l'illegittimità dell' oggetto acquistato sarò accusato di " ricettazione" e se la rivenderò ad altri mi troverò anche denunciato per "riciclaggio".
Fin qui è tutto chiaro.
Ora prendiamo il caso che la merce in questione non sia un oggetto, ma una notizia ricevuta in modo illecito, perché parte di un segreto istruttorio tutelato dalla legge, ed io la pubblichi su un giornale ricavandone fama e aumenti di tiratura, beh… nonostante il palese parallelismo’, in Italia non succede niente.
Non importa se chi mi ha fornito la notizia dalla Procura lo abbia fatto per denaro, per motivi politici, per vendetta o altro; non importa se l'autore della fuga di notizie sia lo stesso magistrato che conduce l'inchiesta, un cancelliere di tribunale o un appuntato dei Carabinieri o che nottetempo qualcuno si sia introdotto in una procura per trafugarne le notizie riservate : il giornalista cui viene offerta l'informazione dovrebbe rifiutarla . Se non lo fa dovrebbe diventare complice del reato e dovrebbe risarcire le persone che uscissero danneggiate dal suo comportamento. Dovrebbe…dovrebbe...ahimé, quanti condizionati condizionali…!
Il segreto istruttorio, previsto dalle procedure giudiziarie, e la cui violazione contempla le opportune sanzioni è stato istituito dal legislatore con almeno due serie motivazioni:
  1. la conoscenza prematura di fatti solo parzialmente provati o solo semplicemente sospettati può impedire o deviare il proseguimento delle indagini; può mettere sull'avviso eventuali complici e determinarne la fuga; può dar loro il tempo di far scomparire documentazioni compromettenti. Insomma è un bastone fra le ruote per l'espletamento della giustizia;
  2. dare in pasto alla pubblica opinione il nome di un indagato, prima ancora di sapere se verrà rinviato a giudizio, significa violare la norma della nostra Legge fondamentale che vuole considerare ogni cittadino innocente prima di una sentenza di colpevolezza, ed è pertanto un abuso gettare su di lui un sospetto che non ha ancora preso forma e sostanza.
A impedire in Italia una seria tutela del segreto istruttorio credo che intervenga un ipocrita, interessato concetto della libertà di stampa per il quale si afferma dogmaticamente :" Quando a un giornalista perviene una notizia, quale che sia, egli non solo ha il diritto, ma addirittura il dovere di pubblicarla." Ora io non riesco a capire come in una società in cui la libertà si inscrive in un patto da tutti approvato, incarnato nel rispetto delle leggi, si possa chiamare "libera stampa" quella che ne infrange gli ordinamenti, con danno della comunità e degl'individui.
Altre parole d'ordine, inopportunamente declamate da chi si ritiene superiore alla legge, e che talvolta assume pose di eroe o addirittura di martire, sono " Cerchiamo la verità…vogliamo la trasparenza…".
Riguardo alla prima si potrebbe dire che il più delle volte è una verità parziale, quella che più fa comodo alla propria linea politica, e per quanto riguarda la trasparenza sarebbe interessante sapere chi c'è dietro certe campagne di stampa, quali interessi si muovono.
Si obietta:” Ma le persone oneste non hanno nulla da nascondere…”. Ciò è vero nella stecca misura in cui si può dire : “Le persone oneste non vanno a guardare attraverso il buco della serratura nelle case degli altri…”.
Franco Clementi

domenica 18 dicembre 2011

"IO LI HO VISTI": UMBERTO II DI SAVOIA

MAGGIO 1946 : è in pieno fermento la campagna elettorale che deve portare alla Assemblea Costituente : ma molto più aspra è quella che nello stesso tempo si combatte per il “referendum” tra Monarchia e Repubblica... (Di Franco Clementi)

A Roma, nei comizi (tutti affollati per la rinascente passione civile), i partiti calano i loro carichi da undici ed io, quattordicenne ginnasiale, trovo interessante andare ad ascoltare questo e quello per farmi un’idea mia:

  • De Gasperi, dal linguaggio scarno ed essenziale, uomo così probo da essere rispettato non solo dai suoi nemici, ma perfino dai compagni di partito, cosa, quest’ultima, assai rara tra i democristiani;
  • Nenni, appassionato capo-popolo, cui in seguito molto sarà perdonato perché molto avrà amato i lavoratori;
  • Di Vittorio, Segretario C.G.I.L. (allora Sindacato unico) sanguigno, vibrante, scarmigliato, fisicamente l’esatto opposto del suo molto futuro successore, il cotonato Cofferati;
  • Ferruccio Parri, ex -Presidente del Consiglio, ribattezzato dagli avversari “Fessuccio Parmi”;
  • i Tre Moschettieri del Partito Liberale, Orlando, Nitti e Bonomi, tre vegliardi che per le iniziali del loro cognome, O.N.B., venivano chiamati “Opera Nazionale Balilla”;
  • Croce il filosofo e tanti altri, oggi tutti scomparsi.

Avviene tuttavia che nella mia mente di adolescente, invece di farsi chiaro al sentir tutti quei focosi pareri, sembra entrar una confusione ancora più grande, con cambiamenti di opinione improvvisi, vacillamenti, oscillazioni da scala Mercalli, incertezze e dubbi che renderebbero invidioso un Amleto.

Quasi alla vigilia delle elezioni vado con un amico ad un raduno di monarchici al Quirinale, dove è annunziata la presenza del Re.
Quando arrivo sulla piazza sono di umore fieramente repubblicano; Giuseppe Mazzini al mio confronto sembrerebbe un aspirante ciambellano di corte, mentre guardo beffardamente i convenuti filo-sabaudi intorno a me.
Aspettiamo qualche momento ed intanto dalla piazza salgono le note della “Canzone del Piave” e di altri inni patriottici; ed ecco la finestra sul balcone del palazzo si apre e compare Re Umberto, che tiene in braccio la piccola Maria Beatrice, con i prìncipi Vittorio Emanuele e Maria Gabriella, ancora ragazzi, e con Maria Pia già adolescente, accanto alla Regina.

Umberto, forse presago che questa è l’ultima volta che vede la folla ed i tetti di Roma dal Quirinale, appare commosso, per quella nostalgia della propria terra che accomuna il cuore del misero emigrante a quello di un sovrano esiliato.
Da sotto il balcone si leva la Marcia Reale: “Viva il Re, Viva il Re, Viva il Re, le trombe liete squillano...” ; la gente intorno acclama, applaude, invoca e, non so perché, a un certo punto mi accorgo che anch’io sto battendo le mani.
Il mio amico mi guarda sbigottito ed accigliato: “Ma che fai ? Sei ammattito? Un momento fa non eri un acceso repubblicano?” “Sì - gli rispondo - ma che vuoi, in mezzo a questa baraonda mi sembra di applaudire la Patria...”.

Certo a quattordici anni si hanno le idee confuse; ma debbo confessare che in tema di politica i successivi cinquant’anni non me le hanno rese molto più chiare...

Franco Clementi

domenica 4 dicembre 2011

"IO LI HO VISTI": ALCIDE DE GASPERI

1950. Aula di III B del Liceo “Giulio Cesare”in Roma. Entra un bidello e proclama : “Il signor Preside mi manda a dire che due alunni per classe sono invitati ad assistere ad una seduta del Parlamento. Il nome dei prescelti va comunicato oggi stesso in Presidenza. Unica condizione : che possiedano un documento di riconoscimento”... (Di Franco Clementi)

Dopo varie consultazioni e parlottamenti finisce che l’insegnante indichi me insieme con un compagno. E così ci presentiamo dopo pochi giorni, col vestito della domenica, alla porta posteriore della Camera dei Deputati e veniamo introdotti nel vasto emiciclo, in un comparto riservato al pubblico.

Oh! Finalmente posso vedere da vicino i personaggi politici di cui si parla e per far meglio mi son portato un binocolo da teatro; ma non appena lo tiro fuori, un commesso mi batte sulla spalla : “Non si può, non è permesso, pena l’espulsione !”.
Ancor oggi non ho capito il perché di quel divieto, visto che a molti membri del Parlamento piace recitare meglio che su un palcoscenico.

L’aula è piena solo a metà e si sta discutendo una leggina insignificante. Tra i presenti ne riconosco solo pochi: Nenni, che sta leggendo un giornale e che vedo solo di spalle, Togliatti che entra per un momento, parlotta con un collega e tosto se ne va.
Invece ho modo di osservare con attenzione un uomo che siede al banco del Governo. E’ di statura un po’ superiore alla media, magro, pallido nel volto scavato, col mento appena accentuato, le labbra sottili leggermente ripiegate in basso, occhiali cerchiati di tartaruga. E’ il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.

* * *

Oggi tutti concordano nel giudicarlo fra i più validi statisti italiani dopo Cavour. Ma a quei tempi i pareri non erano così unanimi.
Da destra gli si imputava di essere stato, prima della Grande Guerra, deputato per il Trentino al Parlamento di Vienna: di qui i nomignoli di “Austriaco”, “Kanzler”, “Von Gasperi”.
Da parte degli ambienti massonici ed anticlericali i trascorsi di De Gasperi come bibliotecario in Vaticano durante il fascismo venivano ricordati con gli appellativi di “Fantoccio del Papa”, “Sagrestano della Repubblica”, “Guardia Svizzera in borghese” e così via.
Ma l’opposizione più virulenta veniva dalla sinistra e in particolare dai comunisti (che a quel tempo si chiamavano comunisti...). Questi non si limitavano agli insulti “Sbirro dell’America”, “Affamatore del popolo”, “Servo dei padroni”, ma arrivavano anche, per bocca del loro leader Togliatti, a promettere al Segretario della Democrazia Cristiana “un bel calcio nel sedere” in caso di loro vittoria elettorale.
L’unico epiteto che nessuno si sentì mai di proferire fu quello di “Ladro”.

***

In realtà De Gasperi può considerarsi l’artefice della ricostruzione ed il rifondatore della democrazia in Italia. Coadiuvato da un gruppo d’uomini di specchiata onestà e di grande sensibilità politica (bastino i nomi di Einaudi e Vanoni), facendo leva su una struttura statale ancora costituita da funzionari tecnicamente preparati e seri, lo statista trentino potè guidare la nazione attraverso le mille difficoltà dello sfacelo post-bellico fino alle soglie del “miracolo economico”.
Lungimiranti le scelte europee ed atlantiche che riportarono l’Italia nel novero dei paesi democratici.
A tutto ciò De Gasperi portò il contributo di una visione politica sensibile agli insegnamenti della sua fede cristiana. Cattolico militante, egli volle tuttavia sempre una gestione laica dello Stato.
Memorabile il caso delle elezioni comunali di Roma nei primi anni ’50. La Santa Sede temeva che l’amministrazione della città cadesse nelle mani della sinistra (“La bandiera rossa sulla Città Sacra ! Orrore !”). Perciò premeva affinchè i democristiani s’alleassero con il Movimento Sociale ed i monarchici per escludere il pericolo.
De Gasperi, coerente con le scelte politiche del suo Governo, si oppose fermamente a tali pressioni e si dice che abbia avuto un tempestoso colloquio con lo stesso Pontefice : “Non mescoliamo sacro e profano. Non sia il Vaticano a nominare il Sindaco di Roma !”. De Gasperi la ebbe vinta.
(Forse il Santo Padre trascurò di obiettargli che in fondo, se in un paese della Valtellina era la Giunta comunale a nominare il prevosto, non ci sarebbe stato niente di male se a Roma fosse stato un prete a nominare il Sindaco...).

***

A rovesciare De Gasperi non furono né le destre, né la massoneria, né le sinistre : furono nel 1953 quelli che nella Democrazia Cristiana si chiamavano “gli amici”, i compagni di partito, con una sorta di congiura al Congresso di Napoli.
De Gasperi si ritirò nella sua Valsugana, quasi in volontario esilio.
Allora quelli che l’avevano disarcionato, presi da una colica di coscienza, organizzarono una colletta tra gli iscritti per regalargli, per riconoscenza, una villa sui Colli Albani ; ma la godette solo la vedova, perché De Gasperi morì l’anno successivo, silenziosamente, santamente, senza rancori.

***

Dopo di lui il suo partito non ebbe più personaggi di così elevata levatura morale e di pari saggezza politica. Alle idealità cristiane succedettero giochi di potere fra le correnti, al solidarismo pian piano si sostituì il clientelismo, ad una iniziativa politica originale si preferì la posizione passiva di “diga” contro il comunismo. Forse la vera causa che ha portato negli ultimi anni al dissolvimento del partito di De Gasperi non è stata l’accusa di corruzione, che è un fenomeno quasi fisiologico per chi sta troppo a lungo al potere. Forse la ragione più sottile è nella constatazione che se si mette a confronto la legislazione sociale, familiare, scolastica, bio-etica di tutti i Paesi dell’Europa occidentale nessuno riuscirebbe a trovare un segno che riveli essere stata, quella italiana, migliore e diversa dalle altre perché espressione essa sola, per mezzo secolo, di un partito di ispirazione cristiana.

domenica 27 novembre 2011

"IO LI HO VISTI": ROSARIO BENTIVEGNA, L’ATTENTATORE DI VIA RASELLA

Estate 1953 : da poco tempo ero ospite, per ragioni di salute, della Casa di Cura “Pineta di Sortenna” in Sondalo... (Di Franco Clementi)

Un giorno, all’ora della passeggiata, col mio compagno di camera, stavo percorrendo un sentiero tra i pini, quando passai accanto ad un signore, cui si potevano attribuire poco più di trent’anni, bruno, ricciuto, di taglia media, con fisionomia meridionale. Era insieme ad una donna bionda, dallo sguardo vivo, intelligente.

Il mio compagno, appena incrociata la coppia, mi sussurrò, quasi fosse un segreto di Stato : «Sai chi sono quei due ? Lui è Bentivegna, quello che ha messo la bomba di Via Rasella ; sì, la bomba che provocò la rappresaglia tedesca delle Ardeatine. Lei è l’onorevole Capponi, la moglie. Lui è malato ed è qui come invalido di guerra ; lei per venirlo a trovare passa qui vicino un periodo di villeggiatura. Tutti e due sono “medaglia d’oro” della Resistenza.».

Riconosco che l’identità della coppia, ma soprattutto quella dell’uomo, destò la mia curiosità ma, per discrezione, non mi soffermai oltre.
Nei giorni successivi ebbi modo d’incontrare spesso sia il marito, sia la moglie: osservai che se ne stavano piuttosto appartati, senza far comunella con gli altri degenti ; non mangiavano nella sala da pranzo, ma riservatamente, in camera; spesso erano in compagnia di gente venuta da fuori a trovarli. Certo entrambi i protagonisti mi sembrarono persone qualunque, normalissime; nulla li poteva far sospettare capaci di azioni tanto ardite e pericolose da determinare avvenimenti destinati a rimanere nella storia.
Sul finire dell’estate i Bentivegna se ne andarono e non li ho rivisti mai più.

- § -

L’azione partigiana di cui furono esecutori avviene il 23 Marzo 1944: il Bentivegna, travestito da spazzino, trascina per via Rasella (una strada al centro di Roma, appena sotto il Quirinale) un carretto con due bidoni della nettezza urbana : all’interno ha deposto venti chili di tritolo misti a spezzoni di ferro. Sa di avere cinquanta secondi di tempo fra l’accensione della miccia e l’esplosione. Quando il drappello di soldati tedeschi imbocca la via, un compagno partigiano fa un cenno d’intesa togliendosi il cappello. La miccia viene accesa, Bentivegna col cuore in gola s’allontana ; dietro l’angolo l’attende la Capponi che gli copre la tenuta da spazzino con un impermeabile. La bomba esplode : muoiono 33 soldati tedeschi (per lo più alto-atesini, componenti di una banda musicale). Si scatena la rappresaglia con il fin troppo noto eccidio delle Fosse Ardeatine.

- § -

Negli anni successivi e anche di recente, in occasione del processo Priebke, non mancarono critiche all’azione partigiana di Via Rasella:
essere stato l’attentato inutile dal punto di vista militare, perché colpiva solo degli anziani musicanti ;
essere stato l’attentato pericoloso per la popolazione civile, perché era nota la possibilità d’una rappresaglia tedesca ;
essere stati gli attentatori dei vili, perché dopo l’imboscata non avevano avuto il coraggio di consegnarsi ai tedeschi per evitare la strage di civili ;
Il Bentivegna rispose che queste polemiche erano pretestuose ed infondate, opponendo queste considerazioni:
in un’azione militare non si può controllare l’età dei soldati nemici, né se sono appartenenti alla banda del reggimento ;
le azioni belliche debbono prescindere dalla possibilità di ritorsione del nemico, perché altrimenti rimarrebbe solo la resa alle sue minacce di vendetta ;
se i partigiani si fossero consegnati ai tedeschi probabilmente la strage delle Ardeatine sarebbe avvenuta ugualmente e in più, anche mediante la tortura, si sarebbero potute carpire loro informazioni atte a smantellare l’intera organizzazione della Resistenza in Roma. L’azione terroristica deve intimidire e disorientare il nemico soprattutto non facendogli capire da chi e da dove viene il pericolo.

- § -

Per quel che riguarda la rappresaglia tedesca va detto che essa, per quanto nefanda, va inquadrata tra le tante crudeltà che la guerra fa compiere a tutti i belligeranti quando la lotta è all’ultimo sangue.
L’orrore delle Ardeatine è in qualche modo diverso dall’olocausto dei campi di sterminio nazisti, in quanto non premeditato, casuale, separato da elaborate teorie razziali maturate a freddo.
Esso fa compagnia ad altre consuetudini di guerra, come la pratica della decimazione, i tribunali marziali senz’appello, i bombardamenti su quartieri civili, per finire con le stragi di massa atomiche.
Il responsabile delle Ardeatine al processo si difese : «Avevo l’obbligo di salvaguardare la vita dei miei soldati....». Frase che fa il paio con quella del Presidente U.S.A. Truman che, richiesto perché avesse permesso di sterminare 100.000 giapponesi inermi con la bomba di Hiroshima, rispose : «Sapevo che sarebbero morti dei civili, ma dovevo risparmiare la vita di tanti ragazzi americani....».
Insomma, la guerra è guerra , è anti-umana per natura e va condannata “in toto”, più che per i singoli episodi che ne sono la necessaria conseguenza.

- § -

Post scriptum
A proposito delle Ardeatine va segnalata una circostanza curiosa. Esse sono diventate a tal punto simbolo della Resistenza da far passare in secondo piano episodi ancor più barbari e sconvolgenti ; ad esempio si parla sempre meno delle centinaia di trucidati di S. Anna di Stazzema e degli oltre mille di Marzabotto.
Affaccio alcune ipotesi sulle diverse intensità del ricordo :
la necessità sentita da alcuni ambienti della Resistenza di bilanciare la notevole attività partigiana del Nord con qualche evento che mettesse in luce anche le regioni dell’Italia centrale e Roma in particolare. Allo stesso modo si sono esaltate, oltre ogni prova e documentazione storica, le “Quattro Giornate di Napoli” per creare un contrappeso al Sud, dove la lotta clandestina fu del tutto assente;
la constatazione che quel che succede a Roma appare a qualcuno più importante di ciò che accade nel resto della nazione (nei telegiornali RAI una pioggerellina nella Capitale è più importante di un nubifragio in Val d’Aosta) ;
la comodità per i governanti di portare fiori e corone e assistere a cerimonie vicino a Roma anziché andarsene in provincia.

Il lettore può scegliere tra queste supposizioni : forse sono esatte tutte e tre.

domenica 20 novembre 2011

"IO LI HO VISTI": BENITO MUSSOLINI

Prima della guerra, per un romano, vedere Benito Mussolini, Duce del Fascismo e Fondatore dell’Impero, non era difficile... (Di Franco Clementi)

Non occorreva partecipare alle adunate “oceaniche” nelle quali lo si sarebbe osservato da lontano tra stuoli di sfegatati fanatici. Non era neppure consigliabile aspettare di vederlo passare lungo il percorso che il dittatore abitualmente faceva, quasi ogni giorno, da Villa Torlonia, dove abitava, a Palazzo Venezia, dove lavorava ; difatti questa regolarità gli era costata l’attentato che un tale aveva compiuto, lanciando contro la sua macchina una bomba a mano, rimasta inesplosa. Da allora, se uno si fosse soffermato troppo, lungo il tragitto, dopo un po’ si sarebbe visto avvicinare da un signore (di solito vestito con un impermeabile) che sotto voce gli avrebbe sussurrato con cadenze meridionali: “Circolare, prego, circolare ...”.

Al contrario, vedere Mussolini poteva capitare per caso in una delle tante inaugurazioni di opere pubbliche, cui egli sovente partecipava.
Roma doveva essere ed apparire una città superba del suo passato e degna dei suoi gloriosi destini (Bossi non era ancora nato... ). Quindi sventramenti dei quartieri più dimessi, con apertura di nuove prospettive: fa da esempio l’odierna Via della Conciliazione.

In una di tali circostanze ci imbattemmo, mio padre ed io, mentre ce ne andavamo a spasso vicino a casa nostra. Dietro la Basilica di S. Giovanni veniva quel giorno inaugurata la nuova Via Amba Aradam, costruita al posto di una vecchia e malfamata Via della Ferratella: essa avrebbe congiunto la Piazza San Giovanni con la zona delle Terme di Caracalla.
Oggi sulla strada si affaccia, tra le altre, la bella villa di Alberto Sordi.
Noi quel giorno ci fermammo a vedere la cerimonia. E difatti, poco dopo, ecco arrivare Mussolini, scendere dalla macchina, soffermarsi col Governatore di Roma (la città non aveva Podestà o Sindaco, ma Governatore), e quindi tagliare il nastro della nuova via.

Mio padre, per far veder meglio la cerimonia a me bambino, mi sollevò e mi mise a sedere sopra la transenna. A un tratto il Duce si staccò dal gruppo delle autorità e venne verso la folla assiepata sul marciapiede, salutando, sorridendo, dando buffetti sulla guancia a qualche bambino: arrivato alla mia altezza mi fece un accenno di carezza e passò oltre.
Ricordo che durante il ritorno a casa, mio padre, cui la curiosità non aveva oscurato un radicato antifascismo, continuava a ripetere : “... quel buffone ... quel pagliaccio... “.
Ma io, allora, non riuscivo a capire...

Franco Clementi

domenica 13 novembre 2011

"IO LI HO VISTI": MICHAIL GORBACIOV

La capitale della Norvegia, Oslo, è una città tranquilla, disposta in fondo a un pittoresco fiordo. La vita vi si svolge ordinata ed in particolare il traffico, anche nelle vie del centro, appare fluido, privo d’ogni punta di frenesia e di tumulto... (Di Franco Clementi)

In un giorno di Giugno del 1991 sto percorrendo col camper una delle strade principali, la Drammensveien, dietro il Palazzo Reale, commentando con mia moglie la facilità della guida, quando ecco, vengo smentito dalla presenza dietro una curva di un grande assembramento di persone che ostacola il cammino.

Ad una guardia che s’ingegna a smistare il traffico chiedo: “Che cosa c’è ? Un incidente ?”. Quello mi sorride scotendo la testa : “Oh no! Sta per arrivare Mister Gorbaciov a ricevere il premio Nobel per la pace ...”. Poi mi aiuta a passare oltre ed intanto osservo il Nobel Istitut, modesta palazzina davanti alla quale è il busto dello scopritore della dinamite e (per rimorso) fondatore dell’omonimo premio.

Andiamo a parcheggiare davanti al grande parco Frogner e dopo un paio d’ore, a piedi, ritorniamo verso il centro. Notiamo un nuovo assembramento, stavolta nella via che viene dal porto; ci fermiamo e chiediamo di che cosa si tratti ora: “Mister Gorbaciov sta lasciando il Parlamento e passerà di qui per recarsi in visita ufficiale dal Re.
E, difatti, di lì a poco ecco arrivare il reggitore dell’Unione Sovietica, il potente capo del Cremlino, l’uomo di cui un semplice sternuto può mettere in agitazione le Borse d’ogni mercato e i Comandi Supremi di ogni esercito.

Lo precede un esile gruppo di poliziotti in motocicletta. Dico a mia moglie: “Che felice paese è questo, dove un Capo di Stato ha bisogno di una scorta che il più sconosciuto pretore siciliano giudicherebbe scandalosamente insufficiente!”.
La grande macchina nera passa davanti a noi; Gorbaciov è sul nostro lato e accenna con la mano a dei saluti. Riconosco la “voglia” rossastra che ha sulla fronte (una “cacca di piccione” secondo i suoi avversari ) mentre la moglie Raissa, affacciata sul lato opposto, ci appare solo come un’ombra indistinta.
Riesco persino a scattare una fotografia: e intanto penso che lì, a due metri da me, per un istante, è passata la valigetta con i comandi che potrebbero far esplodere bombe atomiche in tutto il mondo.

Michail Gorbaciov aveva vinto l’anno precedente il Nobel per la pace per la sincera opera di riforma nella sua patria e per la ferma volontà di mettere un freno alla corsa agli armamenti nel mondo. I premi, com’è noto, sono consegnati in autunno in Svezia, con l’eccezione di quello per la pace che viene conferito ad Oslo.
Gorbaciov tuttavia non era potuto andare in Scandinavia al tempo dovuto, per via di qualche torbido che agitava le acque al Cremlino. Per questo la cerimonia era stata differita di sei mesi a tempi più tranquilli.
Ma era destino che quella di Oslo fosse l’ultima occasione per lo statista sovietico di passare una giornata di festa.

Di lì a poco, le lievi scosse sismiche dell’autunno precedente si sarebbero trasformate in quel vero e proprio terremoto politico che sfasciò l’unione Sovietica ed il suo sistema di governo e di impero.
Gorbaciov, che aveva intuito la crisi, cercandovi di mettervi rimedio con aperture liberali, ne fu travolto.

Ho intravisto Gorbaciov anni dopo, durante un ciclo di conferenze che lo ha portato anche in Valtellina; ne ho avuto l’impressione patetica del potente decaduto che non ha saputo o potuto cavalcare la Storia, costretto per tirare avanti ad esibirsi (lui abituato ai vertici mondiali) in conferenze in periferiche province alpine: “Che s’ha da fa’, pe’ campà!” .

domenica 6 novembre 2011

"IO LI HO VISTI": GIULIETTA MASINA

Me ne sto seduto nel mio studio in Ospedale a refertare una radiografia. Entra uno dei miei collaboratori: "Primario, c'è di là Giulietta Masina. "Chi?" "Giulietta Masina, l'attrice, la moglie di Fellini: deve fare una lastra al ginocchio... ". (Di Franco Clementi)

Salto dalla seggiola, mi assesto il nodo alla cravatta, controllo l’abbottonatura del camice (di solito sbaglio le asole giuste e mi sta di sghimbescio) ed esco nel corridoio un po’ emozionato.
Ma sì! E' proprio lei, la mia attrice preferita, la “Gelsomina” de “La strada”, la protagonista di tanti film. E’ accompagnata da un’amica che funge, da quel che capisco, anche da segretaria, da dama di compagnia e forse da autista: parla con lei con grande confidenza.

La Masina è una distinta signora vestita con sobria eleganza, priva di ogni orpello, come si conviene a chi si rechi in visita da un medico; il trucco è appena accennato. Ha un viso ancora giovanile e gesti disinvolti ma composti, come di persona abituata a frequentare gente di mondo. Parla senza affettazione e senza “birignao”; mi stupisce tuttavia nel suo esprimersi una lieve inflessione romanesca, perché so che è nata nel bolognese e che per giunta ha sposato un romagnolo. “Si vede - penso - che la permanenza a Cinecittà l’ha contagiata”.

Ascolto brevemente la descrizione dei suoi disturbi, ma sono distratto perché penso a che cosa potrei dirle: manifestarle la mia ammirazione? Stucchevole, noioso. Farle una domanda sulla sua attività? Si casca nel banale e non mi vengono idee simpatiche o intelligenti. Mi sembra a un certo punto di essere come quel personaggio dei Promessi Sposi, il sarto di Chiuso, che essendosi preparato a fare un bel discorso al Cardinal Federigo, nel momento dell’incontro, preso dall’emozione, riesce a dire solo un “Si figuri!”.
Ma soprattutto mi pare scorretto che io approfitti di un esame medico per portare il discorso fuori dagli immediati interessi di chi a me si è rivolto.
Quindi mi attengo solo a domande strettamente professionali.

Ma è la stessa Giulietta che, sentendo la mia parlata, mi chiede : “Ma lei, dottore, non è di queste parti !”. “ Sono romano” - rispondo - e s’intreccia così una breve conversazione:
“Si trova bene quassù?”
“Sì, sono più di trent’anni che vivo in Valtellina.”
“Rimpiange Roma ?”
“Come turista la vedo volentieri; per il resto no, non la rimpiango.”
“Sì, è vero - sospira la Masina - a Roma non si vive più.”

Intanto torna la lastra sviluppata, le do un’occhiata e mi premuro di dare a voce una prima rassicurazione: “Non c’è nulla di serio; se ha la pazienza di aspettare un momento, le faccio subito il referto scritto. Sarò corto ma breve...” Lei sorride (oh, finalmente l’ho detta la spiritosaggine... ).

Giulietta Masina è stata un’attrice fuori dagli schemi della cinematografia italiana dove, in campo femminile, hanno prevalso le bellone anatomicamente dotate, spesso direttamente sdoganate dai concorsi per “Miss Italia”. Lei ha colmato il vuoto di artiste capaci d’interpretare ruoli di creature semplici, spontanee, sensibili, non belle, non fatali, che sanno tuttavia allacciare con lo spettatore un rapporto immediato di simpatia, di comprensione, di umanità.
Ne è testimonianza diretta la facilità con cui anche ai bambini i personaggi di Giulietta sono graditi.

Chi abbia in mente il film “La strada” (il suo capolavoro) deve riconoscere che c’è assai maggiore profondità di amore nella figura di “Gelsomina”, angariata dal brutale Zampanò, di quanta non si rinvenga nelle melasse sentimentali o nelle esuberanze erotiche che scorrono abitualmente sugli schermi cinematografici.

Beh! Cara Giulietta, se non ho potuto o voluto farlo il giorno in cui ti ho vista, lascia che te lo esprima ora il mio applauso: “Sei stata proprio brava. Ci manchi. In tanti ti abbiamo voluto bene... e te ne vogliamo ancora!”.

Franco Clementi

domenica 30 ottobre 2011

"IO LI HO VISTI": GIOVANNI PAOLO II

Una tradizione che durava da oltre 160 anni voleva che sulla Cattedra di Pietro si alternasse un pontefice corpulento e con la lettera “R” nel cognome ad uno magro e senza “R”... (Di Franco Clementi)

Difatti, ai tarchiati Mastai Ferretti (Pio IX), Sarto (Pio X), Ratti (Pio XI) e Roncalli (Giovanni XXIII) si erano intercalati gli esili Pecci (Leone XIII), Della Chiesa (Benedetto XV), Pacelli (Pio XII) e Montini (Paolo VI).

Dopo quest’ultimo, quindi, il Sacro Collegio dei Cardinali, nel Conclave del 1978, avrebbe dovuto scegliere un Santo Padre ornato di qualche pinguedine e con la “R” nel cognome.
Macché! Quei benedetti Principi della Chiesa andarono a scegliere un Luciani, uomo di taglia del tutto normale, né magro né grasso, e per giunta con un cognome privo di ogni sonora vibrazione.
Ma furono puniti e appena cinque settimane dopo dovettero di nuovo riunirsi ad eleggere un altro Pontefice.

Stavolta i Cardinali, visto che avevano già fatto “trenta”, vollero fare anche il “trentuno”: e non bastando loro aver interrotto una tradizione che durava dal 1846, ne vollero infrangere un’altra vecchia addirittura di quattro secoli, quella che imponeva di nominare Papa un italiano. E fu eletto Karol Wojtila, polacco.

In realtà, più che su questioni di bizzarre coincidenze o di divertenti statistiche, lo Spirito Santo aveva voluto manifestarsi nella necessità di rompere certe incrostazioni curiali e di dare alla Chiesa un respiro più ampio del chiuso orto italico, in linea col rinnovamento voluto dal Concilio.
L’impressione fu grande, soprattutto in Italia, ove un po’ tutti, cattolici o agnostici o addirittura miscredenti s’erano abituati a considerare il Papa come “cosa nostra”. Ma la naturale simpatia dell’eletto, la sua appartenenza ad una Nazione che tanto aveva sofferto, la fama di uomo santo ed impavido lo fecero ben presto accettare da tutti con entusiasmo, insieme con la sua imperfetta pronuncia della nostra lingua. In particolare lungo fu l’applauso con cui l’accolse il popolo di Roma, da sempre abituato ad accettare personaggi d’ogni razza e colore.

Ho visto per la prima volta Giovanni Paolo II nella domenica di Pentecoste del 1983 a Milano, dove era arrivato per la visita ufficiale della Diocesi ambrosiana.
Per l’occasione a Tirano fu allestito un “pullman” per chi volesse partecipare nel capoluogo lombardo ad una grande manifestazione in suo onore all’aperto.
Ed infatti ci portarono in mezzo a uno spiazzo della periferia milanese, mi pare verso Lorenteggio, là dove le case e la campagna si compenetrano come le acque dolci e le salate alla foce di un fiume. E ben si conviene parlare di acque, perché veniva giù una pioggia ininterrotta che faceva traboccare i tombini e ci costringeva in un mare di fango in mezzo a prati simili a risaie. Sarebbe stato difficile, volendo avvicinare questa pioggia alla cerimonia sacra cui assistevamo, parlare di benedizione del Cielo.

Intanto in attesa del Pontefice si levavano dagli altoparlanti inni sacri, rosari, preghiere, devozioni ; alfine arrivò Papa Wojtila. Lo vedevo appena tra gli ombrelli, sotto il baldacchino che lo riparava, a più di cento metri di distanza. Disse qualche parola di circostanza che confesso di non ricordare anche perché dovevo stare attento ai piedi che pescavano in una pozzanghera.
A un certo punto si sentì un brusio dalla folla, seguito da applausi ; accanto al Pontefice era apparsa una donnetta, una figurina bianca. Io non capivo chi fosse, quando qualcuno gridò : “E’ Madre Teresa di Calcutta !” E allora anch’io mi misi a battere le mani...

Dopo un paio d’ore tornammo al pullman ; l’autista ci venne incontro preoccupato : “Ho ascoltato la radio! Dice che a Tresenda c’è stata una frana... ci sono dei morti... la strada è interrotta, chissà se riusciremo a passare...”.
In quanto al tornare, tornammo, passando sul ponte della Falk; ma i canti allegri dell’andata nel costeggiare i detriti che seppellivano tanti poveretti si mutarono in pietose preghiere, quasi che noi pellegrini volessimo in qualche modo trasferire la benedizione appena ricevuta dal Santo Padre, su quegli sfortunati fratelli.

Franco Clementi

domenica 23 ottobre 2011

"IO LI HO VISTI": ELISABETTA D'INGHILTERRA

Villa Wolkowsky, presso Piazza S. Giovanni in Roma, è una sobria ed elegante palazzina, immersa in un vasto parco recintato da alte mura, che s’interrompono nell’ampia cancellata d’ingresso sulla via Conte Rosso... (Di Franco Clementi)

La villa, fino all’ultima guerra, fu sede dell’ambasciata tedesca; dopo il conflitto la Gran Bretagna vi trasferì la sua sede diplomatica presso il Governo italiano.
Gli inglesi infatti se ne impadronirono per almeno tre validi motivi:

  • Formava parte della riparazione dei danni di guerra subiti ad opera dei tedeschi.
  • La villa era più comoda e bella della vecchia ambasciata britannica di via XX Settembre.

Quest’ultima era stata fatta saltare in aria da militanti sionisti quando era stato il loro turno di fare i terroristi per accelerare la creazione dello Stato di Israele.
Davanti all’ambasciata, che è vicina a casa mia, c’è una cassetta postale. In un giorno dei primi anni ’50 mi sto appunto recando ad imbucare una lettera quand’ecco, dall’ampio cancello della villa, viene avanti una grande macchina scoperta, forse una Bentley: il sedile posteriore è occupato da Elisabetta, la figlia del Re d’Inghilterra.

L’auto procede senza fretta e nel voltare l’angolo rallenta ulteriormente, sì che i passanti hanno modo di riconoscere la Principessa. Sua Altezza Reale è una giovane donna di 26 anni: risponde ai saluti con la mano e soprattutto con un grande sorriso; mi colpisce la vivezza del suo sguardo, come attraversato da un lampo di divertita allegria, che rende piacevole il suo viso.

Elisabetta ha vari motivi per essere felice in quel periodo: in pochi anni la sua vita è mutata. Dopo l’abdicazione dello zio Edoardo VIII e l’ascesa al trono di suo padre Alberto (Bertie per gli amici, Giorgio VI per la Storia), essa ha risalito di colpo parecchi gradini nella scala della successione assumendo il titolo di Principessa di Galles.

C’è stata la guerra ma l’Inghilterra ne è venuta fuori con onore. L’India non è più la perla della Corona britannica e si è resa indipendente, ma lei, Elisabetta, ha sposato da pochi anni il nipote del suo ultimo vicerè, il bel Filippo di Mountbatten, di cui (si dice) è innamorata.
Ora per l’appunto la Principessa sta partendo per Malta ove periodicamente raggiunge il suo sposo, là dislocato per servizio presso la base della Marina britannica, secondo l’uso della migliore aristocrazia d’oltre Manica.
Frequenti dunque i viaggi da Londra a Malta con tappa “tecnica” a Roma.

Ultimamente ho rivisto in televisione Elisabetta II festeggiata per un suo compleanno: l’età, le cure dello Stato, le vicende dei figli l’hanno cambiata.
A me piace ricordare la Principessa sorridente e piena di speranze, come era allora anche la mia giovinezza.

Franco Clementi

domenica 16 ottobre 2011

"IO LI HO VISTI": GIUSEPPE UNGARETTI

Ritengo che la poesia dovrebbe essere presente nella nostra vita come la musica di un film che ne segue l’azione. Tutti i sentimenti, dolore e gioia, spensieratezza e riflessione, speranze e delusioni ne riceverebbero un colore più intenso, un palpito più umano, una più profonda comprensione... (Di Franco Clementi)

Questo convincimento mi aiuta a capire perché Ungaretti abbia voluto dare al libro che raccoglie tutte le sue poesie il titolo : “Vita d’un uomo”.

Ho incontrato il poeta nel corso di una conferenza all’Istituto “Angelicum”, alla Salita del Grillo, in Roma, negli ultimi anni ’50.
Il tema da trattare era : “La poesia religiosa dal ‘600 ad oggi”. Si presentò fra gli applausi convinti dei presenti che gremivano la grande sala ; di statura più alta della media, ma resa meno evidente da un certo incurvamento delle spalle dovuto all’età (oltre 70 anni) ; largo il viso con gli occhi chiari ridotti a sottili fessure, e capaci tuttavia, nel momento dell’emozione più alta, di spalancarsi a mandare lampi di sdegno o d’allegria, d’ira o di stupore.

La parola, come smorzata nella gola, procedeva lenta ma senza intoppi quasi a dare agli astanti il tempo di capire, di rivivere la stessa commozione del poeta.
Proprio in quei giorni era stato conferito il premio Nobel per la Letteratura all’italiano Salvatore Quasimodo.
C’era stato un certo stupore per la decisione dell’Accademia svedese ; senza toccare il valore del prescelto, da molti ambienti si era obiettato, anche polemicamente, che forse Montale o Cardarelli o soprattuto lo stesso Ungaretti avrebbero maggiormente meritato l’ambito riconoscimento. Ma l’Istituto Nobel, è noto, spesso agisce con delle ragioni che la ragione non comprende. Diatribe analoghe, del resto, c’erano state nel 1926 quando il premio fu conferito a Grazia Deledda, anziché a Luigi Pirandello che lo ebbe più tardi, o a Benedetto Croce che non lo ebbe mai.

Dell’amarezza provata per la vicenda nulla trasparì dalla esposizione di Ungaretti; il filo dominante della conferenza fu il senso di una fede forse non esteriormente conclamata, ma sicuramente salda nel cuore del poeta, capace di cercare e di trovare aneliti di religiosità anche in artisti disperati e dissacrati, considerati “maledetti”, che nel fondo della loro abiezione avevano creduto di non credere.
Ci parlò di poeti italiani, spagnoli e francesi, da Gòngora a Baudelaire, da Manzoni a Rèbora ; ma soprattutto ci parlò, sulle alte ali della poesia, dei momenti del dolore, del suo dolore: la tetra attesa della morte fra le pietraie del Carso durante la guerra; la morte del suo grande amico Apollinaire a Parigi ; la scomparsa del figlio amato ; il ricordo delicato della madre.

Penso che Ungaretti abbia tenuto centinaia di altre conferenze ed alcune sullo stesso argomento, ma in quel momento parve all’assemblea che parlasse col cuore a ciascuno di noi singolarmente come a un fratello.
Quando smise di parlare, l’uditorio commosso ebbe come un istante di sospeso silenzio: poi scrosciarono entusiasti ed interminabili gli applausi.

sabato 8 ottobre 2011

"IO LI HO VISTI": BARTALI, IL PORCO E LO ZIO

E’ un pomeriggio di tarda primavera a fine anni ’40. Sono in vacanza in una cittadina delle Marche attraversata dalla Via Flaminia... (Di Franco Clementi)

Oggi non vado all’oratorio per giocare la consueta partita di pallone: assieme agli amici si va a vedere il passaggio del Giro d’Italia, spettacolo a noi nuovo.
Per appostarci scegliamo la cima d’una salita che noi ragazzi, con le nostre pesanti biciclette, abitualmente scaliamo con fatica: ingenui ed inesperti supponiamo che quando i girini vi arriveranno, saranno costretti a rallentare e a sgranarsi, e così potremo osservarli con agio uno ad uno.

Attendiamo: almeno un’ora prima dei corridori passa un lungo corteo di automezzi pubblicitari che con altoparlanti e volantini decantano i loro prodotti. L’attesa si fa più frenetica e il pubblico s’infittisce. “Tu, sta’ più indietro, ché se arrivano ti vengono addosso!”, “Ehi, non attraversare!”. Ma ecco, una macchina si ferma vicino a noi e un tale, ben informato ,annuncia : ”Sono a due chilometri da qui …”.

Siamo tutti eccitati, ed ecco giungere un motociclista, poi un altro con aria seria, importante, poi delle macchine con la scritta “Gazzetta dello sport”, poi altre motociclette con i fari accesi che rasentano gli spettatori, inducendoli ad arretrare e infine… ecco i “girini”!
La salitella che nella nostra immaginazione avrebbe dovuto rallentare la loro marcia essi la snobbano completamente, la superano di slancio senza neppure manovrare il cambio: fatto sta che sono in gruppo compatto e noi riusciamo a mala pena a distinguere la maglia rosa, il triestino Cottur. Poiché Trieste, ancora separata dall’Italia, è nel cuore di tutti, per lui ci sono applausi e acclamazioni speciali.

Ma ecco che dietro il gruppone, staccato di una quarantina di metri, vediamo passare bel bello (oh visione!…) il nostro idolo, il nostro Gino Bartali.
Bartali staccato? Non è possibile! La spiegazione arriva poco dopo; il nostro amico Pepeone (così soprannominato per come pronuncia la parola “peperone” mancandogli la “erre”) ha osservato i passaggi in una postazione a qualche centinaio di metri prima di noi e di lì ha potuto assistere alla foratura della bici del campione toscano. Ma Pepeone appare stralunato in misura superiore di quanto meriti l’episodio. Gli dico :”Ma che ti succede? Tanto Gino sta già rientrando nel gruppo!”
“E’ che Bartali… E’ che Bartali, quando è sceso a terra per la foratura… ha sacramentato!”
“Ma va là! Gli sarà uscita un’imprecazione, che so? Una rima in “mio” o in “zio!”.
“Macché zio e mio, ho sentito bene che c’entrava Dio!”.

In un mondo come quello di oggi agnostico e indifferente, taluni pensano che la bestemmia abbia perso un po’ della gravità d’un tempo : essa viene considerata una sorta di preghiera maleducata, di concitato colloquio col Creatore, un eccesso di confidenza con Lui, una richiesta fatta con le spicce, un gesto di affetto violento. Insomma non rompe il rapporto con la Divinità e soprattutto non la ignora.
Ma queste considerazioni riduttive, discutibili ancor oggi, cinquant’anni fa non ci sfioravano neppure: eravamo sgomenti, esterrefatti, interdetti. Ma come!?
Sapevamo che Bartali era iscritto all’Azione Cattolica e ne portava con fierezza il distintivo;
sapevamo che ogni parroco e ogni oratorio d’Italia (e, si diceva, persino il Santo Padre…) tifavano per lui contro il rivale Coppi; sapevamo perfino che aveva votato per la Democrazia Cristiana (suprema prova di eroismo nella fede... ).
E lui mi va a sacramentare! Don Mario, il nostro assistente, ci consolò : “Sapete, in certi ambienti è difficile sottrarsi nei momenti di stizza a qualche parola… di troppo, specie per un toscano. Bartali ha sbagliato... ma è un brav'uomo… ”.

Non passarono che poche settimane ed ecco il nostro campione, al Tour de France, nella tappa Pau- Lourdes, scalati quattro colli pirenaici arriva primo risalendo nell’alta classifica. Ancora sudato e sporco della polvere della strada, va a deporre il mazzo di fiori che gli hanno dato sul traguardo ai piedi della Madonna nella gotta di Massabielle.
Beh! Allora anche noi, con qualche ritardo rispetto al Padreterno, lo abbiamo perdonato.

Franco Clementi

domenica 2 ottobre 2011

"IO LI HO VISTI": VITTORIO DE SICA

Anno 1972. L’ospedale di Sondalo, forse per la sua antica fama di sanatorio o per altre arcane scelte del destino, viene adottato dagli sceneggiatori del film “Una breve vacanza” come sede di numerose riprese... (Di Franco Clementi)

La trama della vicenda vuole infatti che la protagonista, impersonata da Florinda Bolkan, trascorra qualche tempo in una casa di cura per tubercolosi (cara la mia “vacanza”!), dove intreccia una storia d’amore.

Il padiglione in cui lavoro viene invaso da cinematografari, riflettori, paraventi, “giraffe”, cavi elettrici, ma c’è gran cura di non turbare la normale vita dei malati “veri”.
Fra le comparse molti sono abitanti di Sondalo e in alcune scene compaiono anche alcuni colleghi medici, come il dott. Pontiggia o il dott. Frondoni, che si cimentano persino a recitare poche e semplici battute.

L’avvenimento, che movimenta così il nostro ambiente solitamente opaco, desta grande curiosità ; dipendenti e degenti cercano, quando possono, di assistere alle riprese tenuti appena a distanza da qualche esile cordonatura. Così ho modo di vedere da vicino gli attori ed in particolare la Bolkan, brasiliana, alta, magra, dagli occhi neri e sdegnosi. Ma ho anche la ventura di trovarmi spesso fianco a fianco col regista del film: Vittorio De Sica.

E’ quel che si dice un “bell’uomo”, nonostante che abbia passato i settant’anni: si direbbe anzi che l’età l’abbia migliorato. Alto, capelli brizzolati, portamento eretto; il suo sguardo è vivo, ma mi colpisce in esso una certa pensosa gravezza, una serietà che sconfina nella malinconia, quasi che un occulto pensiero gli tolga la serenità.
Ritengo dapprima che si tratti di preoccupazioni attinenti alla conduzione del suo lavoro. Purtroppo non è così: come qualche tempo dopo sarà palese a tutti, il regista non sta bene. Nella massima segretezza si fa fare una lastra nel mio reparto. Morirà l’anno successivo per tumore polmonare in una clinica di Parigi.

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Il film, distribuito qualche mese dopo, non fu tra quelli più riusciti di De Sica e rimase poco tempo in cartellone, ma noi valtellinesi fummo particolarmente curiosi di assistere alla sua proiezione per veder sfilare sullo schermo i luoghi a noi noti dove era stato girato: l’ospedale Morelli, la chiesa di Santa Marta in Sondalo, la piazza del Querc a Bormio. In particolare ci fecero sorridere alcune manomissioni o invenzioni sceniche della realtà: ad esempio l’arrivo del treno ad un’inesistente stazione ferroviaria di Sondalo o taluni panorami dal sanatorio che in verità erano stati ripresi da Bormio 2000.

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Vittorio De Sica è stato insieme attore e regista, ma quest’ultimo ruolo ha di gran lunga sovrastato il primo (il figlio Cristian ha purtroppo ereditato solo il talento minore).
Come regista infatti egli si pone fra i massimi della storia del cinema, specie dopo il felice incontro col soggettista ed ispiratore Cesare Zavattini.
Tra le molte doti di De Sica mi preme indicare le due che reputo maggiori: una inimitabile, paziente capacità di far recitare persone comuni, facendole sembrare grandi attori. I suoi interpreti passati ad altri registi sono scomparsi rapidamente nel nulla. La stessa Sophia Loren deve a De Sica il suo “Oscar” per il film “La ciociara” : prima e dopo di lui non si è mai elevata oltre la sufficienza.
una sensibilità poetica che gli consentì di dare accenti di profonda umanità anche agli ambienti più squallidi del neo-realismo (“Ladri di biciclette”, “Umberto D.”), o di creare con toni elegiaci l’ambiente incantato di un impossibile amore (“Il giardino dei Finzi Contini”) o di interpretare con delicata levità anche un mondo che sconfina nel fiabesco (“Miracolo a Milano”).

Nelle sue opere la speranza non muore mai: essa è sempre alla ricerca di un mondo dove “Buongiorno vuol dire veramente buon giorno”.

domenica 25 settembre 2011

"IO LI HO VISTI": CLAUDIO VILLA

Roma, 1950. Il Cinema-Teatro “Manzoni”, nei pressi di S. Maria Maggiore, si presentava come un locale che aveva conosciuto nel passato tempi migliori... (Di Franco Clementi)

... il suo interno, soprattutto, mostrava qualche segno di decadenza, come talune scalcinature dell’intonaco e il velluto un po’ liso ed untuoso delle poltrone. Ma la guerra era finita da poco, il miracolo economico non era in vista e non era dunque ancora venuto il tempo di una ristrutturazione.

I film che vi si davano non erano di prima visione, tuttavia il “Manzoni” si riscattava ai miei occhi per due motivi:

  1. prima della proiezione della pellicola offriva dei numeri di varietà ;
  2. il prezzo del loggione era accessibile a militari, studenti ed altri squattrinati come me.

Nell’avanspettacolo si alternavano prestigiatori, canzonettisti, trasformisti, comici e balletti : alcuni di poca sostanza, altri invece destinati a palcoscenici più prestigiosi.

Un giorno sentii annunciare fra gli altri un certo “Claudio Pica, in arte Villa”, a me completamente sconosciuto, ma che fra gli habitués della sala doveva aver destato in precedenza un qualche entusiasmo, perché da platea e galleria scrosciarono gli applausi e si levarono urla di approvazione : “Claudio! Claudio!”.
Ed ecco comparire un giovanottello vivace che raggiunse con agili balzi il centro della scena, faccia e atteggiamenti da classico “bullo “ romano; era giovane, piccolo di statura, coi capelli imbrillantinati e indossava una giacca a quadrettoni che ben presto si premurò di togliere, rimanendo in maniche di camicia fra l’estasi degli ammiratori colpiti da tanta democraticità.

Cominciò a cantare alcuni motivi in voga, con uso di falsetti, modulazioni e gorgheggi, al modo dei già affermati Carlo Buti e Luciano Virgili, ma al bisogno sapeva tirar fuori degli apprezzabili acuti con voce tenorile, squillante ed autorevole. Insomma ci sapeva fare.
Quando sembrò che avesse concluso, dal loggione scese un’invocazione in romanesco : “A Claudio ! Càntace Luna rossa!”. A quel punto tutto il pubblico all’unisono, battendo le mani e pestando i piedi ritmicamente, si mise a scandire “Lu-na-ros-sa ! Lu-na-ros-sa... !”.
L’artista chiaramente non aspettava altro ; come seppi più tardi, quella canzone, portata al successo al Festival di Napoli da Giorgio Consolini, gli dava l’occasione di cimentarsi col più anziano rivale.

Fu così che per la prima volta sentii cantare Claudio Villa ; ma debbo dire che al momento le mie conoscenze del mondo musicale erano molto modeste, sì che uscito dalla sala dimenticai subito canzone e cantante.
Ma solo poco tempo dopo provvide la radio (la TV non c’era ancora) a ripresentarmi l’artista e la sua interpretazione di “Luna rossa”. In breve il motivo divenne popolare e lo si poteva sentir fischiettare dal garzone del fornaio o canticchiare dalla domestica del piano di sopra. Al cantante aprì la via di una fortunata carriera.

- § -

Claudio Villa, il “reuccio della canzone”, aveva un carattere non sempre facile ; alcuni suoi atteggiamenti potevano apparire eccessivamente spavaldi ed arroganti, certe espressioni di esuberante giovanilismo talvolta erano addirittura ridicole, il suo modo di cantare poteva ad alcuni sembrare sorpassato, ma è indubbio che all’artista romano debbano essere ascritti alcuni grandi meriti :
a differenza di certi cantanti attuali che sono “costruiti” con artifizi fonici nelle sale di registrazione e che, privi di microfono non si fanno sentire oltre la seconda fila di poltrone in un teatro, Villa la voce ce l’aveva, ed era una bella voce;
il suo repertorio è stato sempre coerente con l’ispirazione della musica solare, mediterranea;
Villa ha difeso appassionatamente la nostra tradizione musicale, ribellandosi all’introduzione quasi violenta di altri esotici ritmi, che hanno trasformato la scuola del bel canto italiano in una colonia culturalmente straniera.

Quando Villa cantava intendevamo quello che diceva: oggi, se si accende la radio e non si sa l’inglese, non si capisce proprio niente.

“Nannare’, perché, perché te sei innamorata
de ‘sta musica americana... !...
.....c’era ‘na volta tutto quel che c’era
povera Roma nostra forestiera.”

Franco Clementi

sabato 17 settembre 2011

"IO LI HO VISTI": I FUNERALI DI PIETRO MASCAGNI

Pietro Mascagni, l’autore di “Cavalleria rusticana”, ebbe, tutto sommato, una vita fortunata, per il successo delle sue musiche raggiunto già nella giovinezza e proseguito poi per tutta la sua carriera artistica... (Di Franco Clementi)

Indicato come l’erede di Verdi, era divenuto ben presto celebre; persino la sua maniera di portare i capelli tesi all’indietro aveva dettato una moda: pettinarsi “alla mascagna”.
Ma il Maestro livornese commise alla fine un errore, quello di morire di polmonite nel momento meno opportuno, nell’autunno del 1945.
Gli sarebbe bastato lasciare questa terra un paio d’anni prima o procrastinare il decesso a qualche anno dopo e ci sarebbero stati per lui funerali solenni, magari a spese dello Stato, con un’orchestra prestigiosa a suonargli la marcia funebre, come del resto era successo a Marconi prima della guerra.

Invece Mascagni andò a scegliere per morire il tempo nel quale più erano scatenate le “epurazioni” antifasciste, pochi mesi dopo la fine del conflitto mondiale. Ed egli nel passato non aveva esitato a dichiararsi fascista (assieme ad altri quaranta milioni di connazionali), aveva fatto parte dell’Accademia d’Italia (creata dal regime ad imitazione di quella di Francia), aveva partecipato a manifestazioni culturali del partito. In verità il suo sostegno al fascismo era stato disinteressato, bastandogli già la gloria, la fama, i proventi della sua arte.
Mascagni faceva parte di quel gruppo di persone che aderì al fascismo vedendo in esso, più che altro, il continuatore dell’epopea risorgimentale ed il sostenitore degli ideali patriottici.

Fatto sta che al funerale, presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli in Roma (il Maestro s’era spento nel vicino Grand Hotel) non comparve alcun rappresentante dello Stato o del Governo, allora retto da Ferruccio Parri. Il Comitato di Liberazione Nazionale, che presiedeva alle sorti della Nazione, era all’opera per cacciar via tutti gli ex aderenti al Fascio, compresa la memoria di quelli che erano già defunti: si fermò solo quando s’accorse che di “puliti” sarebbero rimasti meno di quattro gatti. (Forse qualcosa di analogo succederà con la nuova Tangentopoli... ).

Fu così che le esequie di un artista che aveva onorato l’Italia nel mondo e le cui opere sono rappresentate tuttora di frequente nei massimi teatri lirici, si svolsero alla chetichella, presenti solo, oltre ai parenti, qualche imbarazzato musicista e qualche raro cantante (fra di essi Beniamino Gigli).
Molti di più gli assenti, alcuni accusando impegni, altri dichiarandosi impediti dalle difficoltà del viaggiare in quel momento, ma altri ancora solo timorosi di compromettersi agli occhi degli “epuratori”. Sic transit gloria mundi!

Franco Clementi

sabato 7 maggio 2011

DELLA FESTA DELLA MAMMA... O DI ALTRI PARENTI

Nel quadro di una appagante volontà di lodare se stessa (“ma quanto siamo buoni!”), la moderna società da alcuni decenni è venuta a proporre lungo il corso dell’anno un giorno dedicato a questo o a quell’affetto familiare o a nobili sentimenti... (Di Franco Clementi)

Si cominciò dopo la guerra con la “Festa della Mamma”.In un paese familista come l nostro, chi poteva opporsi alla celebrazione di un moto di riconoscenza per la figura di colei cui ci unisce un legame viscerale come quello ben sintetizzato dal cordone ombelicale che ci ha nutrito per nove mesi e dal seno che ci ha allattato. (Purtroppo il milione di aborti praticati dopo l’istituzione della ricorrenza non ha potuto partecipare alla festa, ma questo è un altro discorso.)

Ma poi per simmetria, col tempo si è sentita la necessità di dare spazio anche a una “Festa del Papà” e cioè della persona che ha protetto e sostenuto la famiglia e il cui sangue scorre, come dicono i napoletani, “dinto ‘e vene”.
Ma con l’allungamento della vita si sono venuti moltiplicando anziani che riescono a vedere i figli dei figli, e allora ecco creata anche la “Festa del Nonno”, sempre così benevolo coi nipoti, anche se un po’ rimbambito.

Nel frattempo, da Oltreoceano, sono arrivate nuove sollecitazioni per esternare i più delicati sentimenti. E così un Santo un tempo conosciuto solo in sede locale, Valentino, è assurto a titolare di un “Festa degli Innamorati” (non uso la parola “fidanzati” perché da tempo in disuso come la gonna lunga fino alle caviglie o l’automobile a vapore).
Ma in questo modo si riesce ad occupare solo alcuni mesi dell’anno... Occorre darsi da fare. Ed allora, sempre con provenienza americana, sull’onda dell’avanzante emancipazione femminile, ecco arrivare la “Festa della Donna” che ha pressoché dimenticato l’origine da un evento doloroso (una sciagura in cui morirono numerose operaie) per divenire occasione di dibattiti e di bilanci.
Anche qui, per una questione di pari dignità, ci si aspetta che prima o poi a qualcuno venga l’idea di creare una “Festa degli Uomini”. Intanto, per avviarci su questa direzione, a metà strada, si è proclamata la “Giornata dell’Orgoglio omosessuale”, con cortei, discorsi e via dicendo.

Tutte queste ricorrenze, comunque uno le giudichi, sono pacifiche e non danno fastidio a nessuno. Si possono peraltro fare alcune osservazioni:

  • tutte si rifanno non già a fatti concreti o a celebrazioni di eventi, ma solo a istanze ideologiche o a sentimenti che per loro natura dovrebbero essere permanenti nell’animo umano, e appare riduttivo racchiuderli nello spazio di un giorno. L’amore per la madre o il rispetto per la donna deve durare e vivere ogni giorno della nostra vita e non a scadenza. Il Cristianesimo con la sua saggezza distillata nei secoli, nelle sue liturgie festeggia non già delle idee, ma dei fatti: la nascita o la Passione di Cristo, il martirio dei santi, episodi della storia sacra, salve rarissime eccezioni. Gli affetti familiari è forse meglio sostenerli richiamando all’impegno concreto e alla capacità di sacrificio quotidiani piuttosto che alle chiacchiere di ventiquattro ore. Viene infatti il sospetto che tutti questi festeggiamenti siano solo l'alibi o il contentino che chi veramente regge le redini fornisce ai muli che tirano il carro.
  • Dietro tutta la sequela di feste non è difficile annoverare palesi interessi commerciali.Il rametto di mimosa per la donna, il vaso di gerani per la mamma, la bottiglia di vino per il papà, i cioccolatini per la “morosa” e così via, sono ormai entrati in modo organico nel circuito delle vendite e le festività stesse sono distribuite lungo mesi diversi per poter sostenere le attività produttive in modo più omogeneo e costante.

Non vedo niente di male in tutto ciò, purché si abbia l’avvertenza di non consentire passivamente alla manipolazione dei nostri affetti.

Franco Clement
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venerdì 6 maggio 2011

FRANCAMENTE: "LA FORZA DEL CRETINO - 2^a parte"

Seconda parte della "Fenomenologia dell'imbecille". (Di Franco Clementi)

La forza del cretino si distingue dalla forza del destino per alcune sostanziali qualità. Il destino agisce a scatti, per interventi singoli sparsi nel tempo: ad esempio, le circostanze che ci fecero conoscere il nostro futuro consorte o trovare il lavoro ; oppure l’idea che ci venne una sera di compilare una certa schedina del totocalcio, o che ci indusse a non salire su un determinato aereo. Poi per giorni ed anni il destino si acquieta in un “tran-tran” privo di fatali congiunture.
La forza del cretino invece agisce in modo costante, come la forza di gravità: mentre noi dormiamo essa è all’opera a lasciare le sue tracce.

Contro il cretino non esiste difesa. Ai danni dei ladri o degli assassini possiamo opporci cercando di indovinarne i moventi, assumendo una scorta, mettendo sistemi d’allarme, avvalendoci d’un cane da guardia.
Il cretino invece, proprio perché sfugge ad ogni logica, supera sempre la nostra fantasia e ci coglie sempre di sorpresa, impreparati.

Il cretino inoltre è insidioso perché non è facilmente riconoscibile al primo sguardo; il cretino di cui parliamo, infatti, non è quello che mostra chiaramente le stigmate degenerative descritte da Lombroso, ma piuttosto quello che riesce a camuffarsi in modo da apparire una persona normale, un bravo ragazzo.
Con tali doti egli riesce a penetrare anche negli ambienti più insospettabili, nella burocrazia, nella magistratura, nel mondo medico: durante le guerre è particolarmente presente fra i generali. Mi riferiscono (ma non può essere vero, io non ci credo) che taluni cretini sarebbero riusciti ad infiltrarsi anche fra i Parlamentari e addirittura - Gesù misericordia ! - a scalare alte cariche dello Stato!

Altra peculiarità è che a differenza dei criminali, che sono relativamente pochi rispetto alla popolazione, i cretini sono tanti.
Non solo: mentre per i delinquenti esistono aree di maggior densità (ad esempio certi rioni di determinate città) ed altre relativamente tranquille, per quanto riguarda l’attività dei cretini il Signore ha voluto che fosse distribuita uniformemente nello spazio.
Avrei voluto aggiungere anche “nel tempo” se non fosse che purtroppo le statistiche ne documentano un aumento da un anno all’altro. Difatti mentre un tempo il cretino, per la stessa incongruità delle sue azioni, veniva eliminato dalla darwiniana selezione naturale,ora egli invece riesce a sopravvivere e riprodursi.

Se per ipotesi un cretino venisse sorpreso mentre sta sfregiando la Cappella Sistina, laddove un tempo lo avrebbero linciato (come avvenne all’antico greco che bruciò il tempio di Diana ad Efeso) o almeno lo avrebbero sbattuto in galera fino al climaterio, oggi, dopo una ramanzina in commissariato, verrebbe rilasciato a piede libero , accompagnato magari da uno psicologo della sua stessa categoria che ci spiegherebbe l’aspetto “creativo” della bravata, così come vengono fuori la noia, la realtà sociale, le connotazioni ambientali per coloro che si divertono a centrare con una pietra le auto che passano sotto un ponte.

Insomma i cretini sono anche protetti e tutelati, quasi fossero una specie in via di estinzione. Invece come si è detto, al contrario dell’AIDS, essi sono in aumento e per giunta non c’è nemmeno la speranza di avere contro di essi un vaccino.
Ma non basta. Ad aumentare il nostro pessimismo per il futuro è comparsa un’altra oscura nube all’orizzonte: chi credete che sarà il primo essere umano a farsi clonare? Un Leonardo Da Vinci? Un Dante Alighieri? Macchè, sarà un cretino!

Franco Clement
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sabato 16 aprile 2011

FRANCAMENTE: "LA FORZA DEL CRETINO - 1^a parte"

Fenomenologia dell'imbecille. (Di Franco Clementi)

Come suggerisce il noto saggista ed economista italo-americano Carlo Cipolla, gli uomini si dividono in quattro categorie:

  1. Coloro che agiscono a vantaggio proprio ed altrui: costruttori, inventori o semplici lavoratori che mentre arricchiscono sé stessi portano beneficio all’intera comunità ;

  2. Coloro che portano bene agli altri ma con svantaggio proprio: l’eroe che si sacrifica per salvare i compagni, il santo, il benefattore che dona tutto ai poveri ;

  3. Coloro che impoveriscono il prossimo per proprio tornaconto:ladri, sfruttatori, imbroglioni ;

  4. Coloro che danneggiano gli altri senza vantaggio personale o addirittura con perdita: essi sono i cretini.

***

Dell’ultima categoria si può fare un facile elenco di esempi ed ogni lettore è certo in grado di metterci del suo:

  • c’è chi lancia sassi da un cavalcavia;

  • c’è chi imbratta i muri di una casa col proprio nome, autocertificando così la propria qualifica (in questo caso l’opera firmata rientra fra le “cretinate d’autore”)

  • c’è chi, non contento di dichiarare la propria imbecillità, intende estenderla all’intera generazione del suo anno di nascita, verniciando sulle mura di una chiesa o di un illustre monumento “Viva il 1980..81..82.. ecc. ;

  • c’è chi scaglia una bottiglietta in testa al portiere della squadra avversaria mentre la propria sta vincendo, facendole così perdere l’incontro a tavolino.

Naturalmente, accanto al cretino single esistono anche quelli di gruppo, dalle bande o dai collettivi fino a risalire addirittura ad Enti od Istituti dello Stato.

Ad esempio in quale categoria inserireste l’Ufficio che per recuperare 20 centesimi spende 200 euro in pratiche e scartoffie? Oppure, come classifichereste l’Ufficio che ha predisposto il “redditometro” del modulo 740?

Un caso a parte (che ha suscitato controversie fra gli studiosi) è quello del famoso marito che per far dispetto alla moglie si priva degli “attributi” virili. Esistono al riguardo due scuole di pensiero :

  • la prima vorrebbe mettere il suddetto nel quadrante dei “benefattori” in quanto la sua stessa mutilazione lo riscatterebbe, liberando l’umanità dal tremendo pericolo che egli procrei figli cretini come lui ;

  • la seconda (con la quale mi trovo completamente d’accordo) tiene conto che soggettivamente, come prima intenzione, detto marito vuole arrecare danno alla moglie privandola, a parer suo, di non so quali diletti (figurarsi ! Con un imbecille di tal fatta !). Pertanto egli va giustamente ascritto, a pieno titolo, alla lista dei cretini...

Franco Clementi

Continua la prossima settiman
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sabato 9 aprile 2011

FRANCAMENTE: "DELLO SPAVENTARE IL PROSSIMO"

Per catturare l’attenzione del pubblico i modi più abusati e scontati sono quelli che sollecitano i due principali istinti naturali, quello sessuale e quello di conservazione.

Del primo non mette conto parlare, tanto è palese agli occhi d’ognuno il fatto che esso è diventato la principale “arma di distrazione di massa”. Ma non meno frequente è l’uso di ricorrere alla seconda di quelle pulsioni, l’istinto di sopravvivenza, per sottoporre la gente all’annuncio di innumerevoli pericoli, possibilmente gravidi di esiti catastrofici cui tutti saremmo soggetti.

La paura, si sa, è un sentimento assai utile perché ci mette in guardia dai pericoli, alza la capacità d’attenzione alle insidie, rende più rapidi i riflessi di difesa. La figura di un teschio con la scritta “Chi tocca i fili muore”, posta su un traliccio per l’alta tensione, è un avvertimento doveroso e legittimo, proporzionato al rischio.
Ma in altri casi l’informazione è meno scontata e completa e mira piuttosto a suscitare allarme, senza fornire altri dati che possano far meglio valutare il fenomeno, provocando onde emotive nella pubblica opinione, per tenerla in un perenne stato di incertezza.

Nelle società di un tempo, assai profondamente radicate nella fede religiosa, certi predicatori apocalittici s’industriavano a descrivere con realistici particolari le pene dell’inferno riservate ai peccatori, con fiamme ardenti, unghie strappate, mutilazioni orrende.( Forse si sarebbero ottenuti migliori risultati parlando di Dio sotto forma di bontà e misericordia…).
Nel mondo moderno, agnostico, professante un ateismo pratico, i temi per incutere terrore si sono spostati dalla salvezza delle anime a quella dei corpi e dai problemi dell’eternità si è passati a quelli del tempo, magari solo meteorologico. E dunque le materie più dibattute in termini ansiogeni, sono quelle dalla salute, dell’ambiente, del clima.

Non è mia intenzione contestare l’esistenza di alcuni pericoli nel mondo moderno, quanto il modo acritico con cui vengono presentati dai media, volti a coglierne solo gli aspetti sensazionali, qualche volta con una punta di sadismo. C’è stato un nubifragio? e subito c’è un telecronista che aggiunge: “ Ma il peggio deve ancora venire…”. A Catania il termometro segna 40°? non è abbastanza : si sente la necessità di aggiungere: “ Ma per via dell’umidità è come se fossero 50°”…
E ancora: durante l’afosa estate europea tutti a descrivere la desertificazione planetaria prossima ventura. Nessuno che ci abbia narrato come questa medesima estate sia stata in America molto piovosa e fresca…

Mi sembra pertanto opportuno fare alcune considerazioni:
1 – Ci si appoggia alla scienza, come ad argomento inoppugnabile e dogmatico, anche quando esprime solo delle teorie o delle ipotesi.
Già 30 anni fa un gruppo di scienziati raccolti nel cosiddetto “Club di Roma”, sentenziò che per l’anno 2000 saremmo tutti morti per sovrappopolamento. Ciò non ha avuto, fortunatamente conferma. Durante i miei anni giovanili ogni stranezza del clima veniva scientificamente addebitata alle bombe atomiche e agli esperimenti nucleari nel Pacifico. Qualche anno dopo andò di moda il “buco dell’ozono” ed ogni trasmissione divulgativa ci spiegava con immagini e diagrammi la catastrofe sopravveniente; poi il “buco” si richiuse e si scoprì che esso dipendeva da un normale ciclo naturale. Allora tutti si buttarono su un nuovo colpevole, “El Nino”, corrente calda oceanica presso le coste del Perù, dalla quale sarebbe dipesa ogni vicenda atmosferica del pianeta, finché ci si accorse che il fenomeno non ne era la causa, ma l’effetto. Attualmente si parla per ogni dove dell’ ”effetto serra” , che è sicuramente presente e concordemente riconosciuto; ma molto meno certo è che esso sia legato alle recenti attività dell’uomo, perché il riscaldamento della Terra è in atto da oltre 150 anni secondo naturali cicli alterni di innalzamento e abbassamento delle temperature.( La Groenlandia prende il suo nome, nel X secolo dal verde dei suoi prati costieri oggi coperti di ghiaccio ; nel 1200 in Scozia si coltivava la vite e a Stoccolma il nocciolo …).

2 - Si fanno valutazioni apocalittiche prendendo solo gli aspetti negativi di taluni apporti della modernità, sottacendone i lati buoni anche quando questi sono nettamente prevalenti. Se un farmaco ha provocato danni a un paziente si fanno grossi titoli, si trascura di dire che esso ha salvato la vita di migliaia di persone.

3 – Si tende a mettere in primo piano quel che colpisce maggiormente l’immaginario collettivo, come le misteriose onde elettromagnetiche, cui le massime autorità scientifiche internazionali attribuiscono solo un “sospetto” di pericolosità (al pari del caffè, pressoché ignorato…), mentre meno spumeggianti sono le campagne contro le assai più lesive radiazioni ultraviolette, solari o artificiali, cui ci esponiamo per la tintarella.

4 – Si procede contro i vari pericoli a colpi di campagne improvvise che nascono e muoiono senza una ragione che non sia la moda. Ultimamente si son presi di petto i cani. In poche settimane è sembrato che tutti i cani della Repubblica si siano messi ad azzannare vecchi e bambini, e i notiziari son divenuti una sorta di bollettino quotidiano delle morsicature. Qualche tempo fa dove erano?

5 – Molti dei danni da intemperie non son dovuti a una particolare turbolenza del clima, ma alla scarsa previdenza sulla terra da parte dell’uomo, quando costruisce sul greto d’un torrente o sotto un costone franoso, che i nostri avi più saggi avrebbero assolutamente evitato. A Genova e Napoli tutte le colline attorno al porto sono state coperte d’asfalto o cemento : basta una pioggia normale e l’acqua non assorbita fa saltare le fogne presso la riva, con allagamenti e guai d’ogni sorta. L’”effetto-serra” non c’entra…

6 - Sotto la pressione di onde emotive si richiedono provvedimenti, leggi, divieti che spesso sono inutili, affrettati , raffazzonati, addirittura controproducenti. Ma quel che è peggio, essi hanno risvolti economici importanti, e per tutelarci da pericoli non ben dimostrati distolgono risorse utili a regolare problemi molto più concreti ed urgenti. E’ vero, infatti che una vita umana non ha prezzo, ma se lo avesse non sarebbe lecito pagarlo quando ne derivasse la morte di molti di più.

Già la comune esistenza è sufficientemente carica di insidie e di rischi; affrontiamoli con studio, con pazienza e con serenità , ma per favore, non esageriamo! Altrimenti ci viene il sospetto che certi “spaventatori” professionisti abbiano lo scopo di limitare le nostre scelte, vale a dire, la nostra libertà.

Franco Clementi