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domenica 18 dicembre 2011

"IO LI HO VISTI": UMBERTO II DI SAVOIA

MAGGIO 1946 : è in pieno fermento la campagna elettorale che deve portare alla Assemblea Costituente : ma molto più aspra è quella che nello stesso tempo si combatte per il “referendum” tra Monarchia e Repubblica... (Di Franco Clementi)

A Roma, nei comizi (tutti affollati per la rinascente passione civile), i partiti calano i loro carichi da undici ed io, quattordicenne ginnasiale, trovo interessante andare ad ascoltare questo e quello per farmi un’idea mia:

  • De Gasperi, dal linguaggio scarno ed essenziale, uomo così probo da essere rispettato non solo dai suoi nemici, ma perfino dai compagni di partito, cosa, quest’ultima, assai rara tra i democristiani;
  • Nenni, appassionato capo-popolo, cui in seguito molto sarà perdonato perché molto avrà amato i lavoratori;
  • Di Vittorio, Segretario C.G.I.L. (allora Sindacato unico) sanguigno, vibrante, scarmigliato, fisicamente l’esatto opposto del suo molto futuro successore, il cotonato Cofferati;
  • Ferruccio Parri, ex -Presidente del Consiglio, ribattezzato dagli avversari “Fessuccio Parmi”;
  • i Tre Moschettieri del Partito Liberale, Orlando, Nitti e Bonomi, tre vegliardi che per le iniziali del loro cognome, O.N.B., venivano chiamati “Opera Nazionale Balilla”;
  • Croce il filosofo e tanti altri, oggi tutti scomparsi.

Avviene tuttavia che nella mia mente di adolescente, invece di farsi chiaro al sentir tutti quei focosi pareri, sembra entrar una confusione ancora più grande, con cambiamenti di opinione improvvisi, vacillamenti, oscillazioni da scala Mercalli, incertezze e dubbi che renderebbero invidioso un Amleto.

Quasi alla vigilia delle elezioni vado con un amico ad un raduno di monarchici al Quirinale, dove è annunziata la presenza del Re.
Quando arrivo sulla piazza sono di umore fieramente repubblicano; Giuseppe Mazzini al mio confronto sembrerebbe un aspirante ciambellano di corte, mentre guardo beffardamente i convenuti filo-sabaudi intorno a me.
Aspettiamo qualche momento ed intanto dalla piazza salgono le note della “Canzone del Piave” e di altri inni patriottici; ed ecco la finestra sul balcone del palazzo si apre e compare Re Umberto, che tiene in braccio la piccola Maria Beatrice, con i prìncipi Vittorio Emanuele e Maria Gabriella, ancora ragazzi, e con Maria Pia già adolescente, accanto alla Regina.

Umberto, forse presago che questa è l’ultima volta che vede la folla ed i tetti di Roma dal Quirinale, appare commosso, per quella nostalgia della propria terra che accomuna il cuore del misero emigrante a quello di un sovrano esiliato.
Da sotto il balcone si leva la Marcia Reale: “Viva il Re, Viva il Re, Viva il Re, le trombe liete squillano...” ; la gente intorno acclama, applaude, invoca e, non so perché, a un certo punto mi accorgo che anch’io sto battendo le mani.
Il mio amico mi guarda sbigottito ed accigliato: “Ma che fai ? Sei ammattito? Un momento fa non eri un acceso repubblicano?” “Sì - gli rispondo - ma che vuoi, in mezzo a questa baraonda mi sembra di applaudire la Patria...”.

Certo a quattordici anni si hanno le idee confuse; ma debbo confessare che in tema di politica i successivi cinquant’anni non me le hanno rese molto più chiare...

Franco Clementi

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