Ritengo che la poesia dovrebbe essere presente nella nostra vita come la musica di un film che ne segue l’azione. Tutti i sentimenti, dolore e gioia, spensieratezza e riflessione, speranze e delusioni ne riceverebbero un colore più intenso, un palpito più umano, una più profonda comprensione... (Di Franco Clementi)
Questo convincimento mi aiuta a capire perché Ungaretti abbia voluto dare al libro che raccoglie tutte le sue poesie il titolo : “Vita d’un uomo”.
Ho incontrato il poeta nel corso di una conferenza all’Istituto “Angelicum”, alla Salita del Grillo, in Roma, negli ultimi anni ’50.
Il tema da trattare era : “La poesia religiosa dal ‘600 ad oggi”. Si presentò fra gli applausi convinti dei presenti che gremivano la grande sala ; di statura più alta della media, ma resa meno evidente da un certo incurvamento delle spalle dovuto all’età (oltre 70 anni) ; largo il viso con gli occhi chiari ridotti a sottili fessure, e capaci tuttavia, nel momento dell’emozione più alta, di spalancarsi a mandare lampi di sdegno o d’allegria, d’ira o di stupore.
La parola, come smorzata nella gola, procedeva lenta ma senza intoppi quasi a dare agli astanti il tempo di capire, di rivivere la stessa commozione del poeta.
Proprio in quei giorni era stato conferito il premio Nobel per la Letteratura all’italiano Salvatore Quasimodo.
C’era stato un certo stupore per la decisione dell’Accademia svedese ; senza toccare il valore del prescelto, da molti ambienti si era obiettato, anche polemicamente, che forse Montale o Cardarelli o soprattuto lo stesso Ungaretti avrebbero maggiormente meritato l’ambito riconoscimento. Ma l’Istituto Nobel, è noto, spesso agisce con delle ragioni che la ragione non comprende. Diatribe analoghe, del resto, c’erano state nel 1926 quando il premio fu conferito a Grazia Deledda, anziché a Luigi Pirandello che lo ebbe più tardi, o a Benedetto Croce che non lo ebbe mai.
Dell’amarezza provata per la vicenda nulla trasparì dalla esposizione di Ungaretti; il filo dominante della conferenza fu il senso di una fede forse non esteriormente conclamata, ma sicuramente salda nel cuore del poeta, capace di cercare e di trovare aneliti di religiosità anche in artisti disperati e dissacrati, considerati “maledetti”, che nel fondo della loro abiezione avevano creduto di non credere.
Ci parlò di poeti italiani, spagnoli e francesi, da Gòngora a Baudelaire, da Manzoni a Rèbora ; ma soprattutto ci parlò, sulle alte ali della poesia, dei momenti del dolore, del suo dolore: la tetra attesa della morte fra le pietraie del Carso durante la guerra; la morte del suo grande amico Apollinaire a Parigi ; la scomparsa del figlio amato ; il ricordo delicato della madre.
Penso che Ungaretti abbia tenuto centinaia di altre conferenze ed alcune sullo stesso argomento, ma in quel momento parve all’assemblea che parlasse col cuore a ciascuno di noi singolarmente come a un fratello.
Quando smise di parlare, l’uditorio commosso ebbe come un istante di sospeso silenzio: poi scrosciarono entusiasti ed interminabili gli applausi.
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