Pietro Mascagni, l’autore di “Cavalleria rusticana”, ebbe, tutto sommato, una vita fortunata, per il successo delle sue musiche raggiunto già nella giovinezza e proseguito poi per tutta la sua carriera artistica... (Di Franco Clementi)
Indicato come l’erede di Verdi, era divenuto ben presto celebre; persino la sua maniera di portare i capelli tesi all’indietro aveva dettato una moda: pettinarsi “alla mascagna”.
Ma il Maestro livornese commise alla fine un errore, quello di morire di polmonite nel momento meno opportuno, nell’autunno del 1945.
Gli sarebbe bastato lasciare questa terra un paio d’anni prima o procrastinare il decesso a qualche anno dopo e ci sarebbero stati per lui funerali solenni, magari a spese dello Stato, con un’orchestra prestigiosa a suonargli la marcia funebre, come del resto era successo a Marconi prima della guerra.
Invece Mascagni andò a scegliere per morire il tempo nel quale più erano scatenate le “epurazioni” antifasciste, pochi mesi dopo la fine del conflitto mondiale. Ed egli nel passato non aveva esitato a dichiararsi fascista (assieme ad altri quaranta milioni di connazionali), aveva fatto parte dell’Accademia d’Italia (creata dal regime ad imitazione di quella di Francia), aveva partecipato a manifestazioni culturali del partito. In verità il suo sostegno al fascismo era stato disinteressato, bastandogli già la gloria, la fama, i proventi della sua arte.
Mascagni faceva parte di quel gruppo di persone che aderì al fascismo vedendo in esso, più che altro, il continuatore dell’epopea risorgimentale ed il sostenitore degli ideali patriottici.
Fatto sta che al funerale, presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli in Roma (il Maestro s’era spento nel vicino Grand Hotel) non comparve alcun rappresentante dello Stato o del Governo, allora retto da Ferruccio Parri. Il Comitato di Liberazione Nazionale, che presiedeva alle sorti della Nazione, era all’opera per cacciar via tutti gli ex aderenti al Fascio, compresa la memoria di quelli che erano già defunti: si fermò solo quando s’accorse che di “puliti” sarebbero rimasti meno di quattro gatti. (Forse qualcosa di analogo succederà con la nuova Tangentopoli... ).
Fu così che le esequie di un artista che aveva onorato l’Italia nel mondo e le cui opere sono rappresentate tuttora di frequente nei massimi teatri lirici, si svolsero alla chetichella, presenti solo, oltre ai parenti, qualche imbarazzato musicista e qualche raro cantante (fra di essi Beniamino Gigli).
Molti di più gli assenti, alcuni accusando impegni, altri dichiarandosi impediti dalle difficoltà del viaggiare in quel momento, ma altri ancora solo timorosi di compromettersi agli occhi degli “epuratori”. Sic transit gloria mundi!
Franco Clementi
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