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domenica 4 dicembre 2011

"IO LI HO VISTI": ALCIDE DE GASPERI

1950. Aula di III B del Liceo “Giulio Cesare”in Roma. Entra un bidello e proclama : “Il signor Preside mi manda a dire che due alunni per classe sono invitati ad assistere ad una seduta del Parlamento. Il nome dei prescelti va comunicato oggi stesso in Presidenza. Unica condizione : che possiedano un documento di riconoscimento”... (Di Franco Clementi)

Dopo varie consultazioni e parlottamenti finisce che l’insegnante indichi me insieme con un compagno. E così ci presentiamo dopo pochi giorni, col vestito della domenica, alla porta posteriore della Camera dei Deputati e veniamo introdotti nel vasto emiciclo, in un comparto riservato al pubblico.

Oh! Finalmente posso vedere da vicino i personaggi politici di cui si parla e per far meglio mi son portato un binocolo da teatro; ma non appena lo tiro fuori, un commesso mi batte sulla spalla : “Non si può, non è permesso, pena l’espulsione !”.
Ancor oggi non ho capito il perché di quel divieto, visto che a molti membri del Parlamento piace recitare meglio che su un palcoscenico.

L’aula è piena solo a metà e si sta discutendo una leggina insignificante. Tra i presenti ne riconosco solo pochi: Nenni, che sta leggendo un giornale e che vedo solo di spalle, Togliatti che entra per un momento, parlotta con un collega e tosto se ne va.
Invece ho modo di osservare con attenzione un uomo che siede al banco del Governo. E’ di statura un po’ superiore alla media, magro, pallido nel volto scavato, col mento appena accentuato, le labbra sottili leggermente ripiegate in basso, occhiali cerchiati di tartaruga. E’ il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.

* * *

Oggi tutti concordano nel giudicarlo fra i più validi statisti italiani dopo Cavour. Ma a quei tempi i pareri non erano così unanimi.
Da destra gli si imputava di essere stato, prima della Grande Guerra, deputato per il Trentino al Parlamento di Vienna: di qui i nomignoli di “Austriaco”, “Kanzler”, “Von Gasperi”.
Da parte degli ambienti massonici ed anticlericali i trascorsi di De Gasperi come bibliotecario in Vaticano durante il fascismo venivano ricordati con gli appellativi di “Fantoccio del Papa”, “Sagrestano della Repubblica”, “Guardia Svizzera in borghese” e così via.
Ma l’opposizione più virulenta veniva dalla sinistra e in particolare dai comunisti (che a quel tempo si chiamavano comunisti...). Questi non si limitavano agli insulti “Sbirro dell’America”, “Affamatore del popolo”, “Servo dei padroni”, ma arrivavano anche, per bocca del loro leader Togliatti, a promettere al Segretario della Democrazia Cristiana “un bel calcio nel sedere” in caso di loro vittoria elettorale.
L’unico epiteto che nessuno si sentì mai di proferire fu quello di “Ladro”.

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In realtà De Gasperi può considerarsi l’artefice della ricostruzione ed il rifondatore della democrazia in Italia. Coadiuvato da un gruppo d’uomini di specchiata onestà e di grande sensibilità politica (bastino i nomi di Einaudi e Vanoni), facendo leva su una struttura statale ancora costituita da funzionari tecnicamente preparati e seri, lo statista trentino potè guidare la nazione attraverso le mille difficoltà dello sfacelo post-bellico fino alle soglie del “miracolo economico”.
Lungimiranti le scelte europee ed atlantiche che riportarono l’Italia nel novero dei paesi democratici.
A tutto ciò De Gasperi portò il contributo di una visione politica sensibile agli insegnamenti della sua fede cristiana. Cattolico militante, egli volle tuttavia sempre una gestione laica dello Stato.
Memorabile il caso delle elezioni comunali di Roma nei primi anni ’50. La Santa Sede temeva che l’amministrazione della città cadesse nelle mani della sinistra (“La bandiera rossa sulla Città Sacra ! Orrore !”). Perciò premeva affinchè i democristiani s’alleassero con il Movimento Sociale ed i monarchici per escludere il pericolo.
De Gasperi, coerente con le scelte politiche del suo Governo, si oppose fermamente a tali pressioni e si dice che abbia avuto un tempestoso colloquio con lo stesso Pontefice : “Non mescoliamo sacro e profano. Non sia il Vaticano a nominare il Sindaco di Roma !”. De Gasperi la ebbe vinta.
(Forse il Santo Padre trascurò di obiettargli che in fondo, se in un paese della Valtellina era la Giunta comunale a nominare il prevosto, non ci sarebbe stato niente di male se a Roma fosse stato un prete a nominare il Sindaco...).

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A rovesciare De Gasperi non furono né le destre, né la massoneria, né le sinistre : furono nel 1953 quelli che nella Democrazia Cristiana si chiamavano “gli amici”, i compagni di partito, con una sorta di congiura al Congresso di Napoli.
De Gasperi si ritirò nella sua Valsugana, quasi in volontario esilio.
Allora quelli che l’avevano disarcionato, presi da una colica di coscienza, organizzarono una colletta tra gli iscritti per regalargli, per riconoscenza, una villa sui Colli Albani ; ma la godette solo la vedova, perché De Gasperi morì l’anno successivo, silenziosamente, santamente, senza rancori.

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Dopo di lui il suo partito non ebbe più personaggi di così elevata levatura morale e di pari saggezza politica. Alle idealità cristiane succedettero giochi di potere fra le correnti, al solidarismo pian piano si sostituì il clientelismo, ad una iniziativa politica originale si preferì la posizione passiva di “diga” contro il comunismo. Forse la vera causa che ha portato negli ultimi anni al dissolvimento del partito di De Gasperi non è stata l’accusa di corruzione, che è un fenomeno quasi fisiologico per chi sta troppo a lungo al potere. Forse la ragione più sottile è nella constatazione che se si mette a confronto la legislazione sociale, familiare, scolastica, bio-etica di tutti i Paesi dell’Europa occidentale nessuno riuscirebbe a trovare un segno che riveli essere stata, quella italiana, migliore e diversa dalle altre perché espressione essa sola, per mezzo secolo, di un partito di ispirazione cristiana.

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