E’ di nuovo tempo di ricordi che il tempo non vuole e non deve cancellare... (Di Ivan Bormolini)
L’EVACUAZIONE Durante la terribile estate dell’87, quando la furia delle acque e le altre calamità portarono morte e distruzione ci trovammo tutti o quasi, a Baruffini, in quella casa piccola ma ospitale.
Non si persero d’animo gli avi e organizzarono tutto per farci stare il più comodo possibile; erano preoccupati per quello che stava succedendo alla nostra terra, ma erano contenti perché potevamo stare per un po’ tutti insieme.
Ricordo che l’avo approfittò di quella manovalanza per fare vari lavori, tagliare e immagazzinare la legna, bagnare le vigne, insomma fare anche un po’ di operazioni straordinarie che se eseguite da solo gli avrebbero richiesto tempo e maggior fatica.
Le donne erano prese nelle faccende di casa.
Naturalmente l’ava stava sempre o quasi ai fornelli, guai a intromettersi in quello che culinariamente decideva!!! Preparava persino delle laute merende.
Insomma si pensava a tornare a casa, ma si stava bene anche li anche se lo sguardo di tutti indugiava verso Tirano, una città deserta e un fiume che l’attraversava; si sperava che da quelle storiche arginature austriache non uscisse più quell’acqua fangosa, si guardava con timore a quella data in cui l’operazione della tracimazione controllata avrebbe avuto inizio.
Tutto ebbe un esito positivo, ma la sera che tornammo a Tirano c’erano degli occhi tristi, quelli degli avi.
LE GRANDI MANOVRE Ho semplicemente battezzato così quelle operazioni agricole che richiedevano il contributo lavorativo di tutti, oppure la giornata della macellazione del maiale.
L’avo con puntuale decisione stabiliva le date e le modalità della vendemmia o delle operazioni di macellazione e la domenica sera precedente alle grandi manovre comunicava a tutti i tempi e le modalità che intendeva seguire.
Generalmente, durante la settimana preparava tutto il necessario per la vendemmia, tini, brente, ceste e affilate forbici per tutti.
L’appuntamento era per la vigna delle “Maronere” per il sabato alle 13.30; arrivavamo tutti e si iniziava a vendemmiare; l’avo nel frattempo aveva già colto l’uva migliore e riposta in cassette di legno: ne avrebbe ricavato un prezioso Sforzato.
Si continuava fino a sera e poi si faceva ritorno a Baruffini per un’altra faticosa operazione: quella di mettere grappoli e mosto nelle botti.
Alla fine della giornata si era stanchi anche perché la vigna delle “Maronere” era sotto la strada e per raggiungere i tini sul trattore bisognava salire per scalette in sasso con pesanti brente sulle spalle.
La mattina dopo era domenica, credo sia stata l’unica domenica dell’anno in cui gli avi non andavano a Messa; la vigna da vendemmiare era quelle delle “ Case Bianche”, circa a metà della strada che porta a Baruffini. Tutta l’uva vendemmiata in quella soliva vigna era destinata alla vendita presso la Cantina Triacca di Villa di Tirano.
L’avo controllava e invitava a selezionare bene i grappoli di quella vigna: voleva presentare, agli occhi dei suoi vecchi datori di lavoro, un prodotto che rispettasse al meglio le caratteristiche che avrebbero portato a mettere in bottiglia un buon vino.
Ricordo che in annate particolarmente difficili, dove la grandine aveva fatto la sua comparsa, continuava a ripetere di lavorare piano e bene, togliere dai grappoli gli acini non buoni: controllava il lavoro di tutti. Alla fine, a tini pieni, scendeva verso la cantina con uno dei figli alla guida (lui non aveva la patente), seguiva le operazioni di misurazione dei gradi e della pesatura e se il grado era di sua soddisfazione lo si vedeva subito al rientro a casa in quella domenica sera che ormai volgeva verso l’imbrunire.
Eravamo tutti stanchi morti, su e giù da quei terrazzamenti vitati, una cartolina di benvenuto per la nostra valle, ma anche una terra difficile da coltivare; eppure la soddisfazione negli occhi degli avi non mancava mai.
Non so come, quando e in che momento di quelle giornate, la buona ava trovava il tempo per preparare una cena coi fiocchi: non mancava nulla, ma era perentorio il fatto che se si era lavorato per gli avi, bisognava rimanere a mangiare con loro.
Belle quelle giornate, l’unione della famiglia, il ripetersi della vendemmia, una tradizione secolare, faticosa, eppure un rito i grande importanza nella vita contadina degli avi che vedevano nella vigna e nell’uva una preziosa risorsa sin dai tempi remoti.
LA TORCHIATURA Anche la torchiatura, da cui sarebbe uscito quel prezioso nettare rosso, frutto della sapienza nella coltivazione della vite ed emblema della nostra umile, ma ricca terra, era un’operazione che richiedeva l’aiuto dei figli.
Accordatosi con il gestore del torchio che cambiava, mi pare, di anno in anno, venivano prelevati mosto e vinacce dalle botti, versati nelle brente e poi su per quella scala di pietra grezza che immetteva in via Selva.
Dura la fatica nei volti, ma sereno l’animo dell’avo che ancora una volta vedeva compiersi una delle tante faccende contadine, uno dei tanti riti che lo vedeva fiero di imbottigliare il suo vino, schietto, genuino e forse una nitida immagine di quel suo essere semplicemente contadino innamorato perdutamente della sua frazione e di quei cicli stagionali che da sempre la vita contadina scandiva come i rintocchi di una campana che mai negli anni passati sembrava stonare, ma che oggi rimane un ricordo non sfuocato bensì degno di essere rievocato.
Mentre il torchio faceva il suo lento lavoro e pian piano scorreva quel vinello, l’avo, l’addetto al torchio e i figli, stavano lì appoggiati al muro di quel magazzino di via Selva: parlavano del più e del meno, raccontavano vecchi aneddoti sull’uso e sulle fatiche di quei vecchi torchi a corda già allora scomparsi da anni.
Si faceva intenso il profumo del vino, l’essenza del lavoro di una stagione stava dando i suoi frutti… Scorreva il vino tra le stecche di quel torchio!
Alla fine, brenta dopo brenta, si riportava il vino nelle botti: l’avo ne avrebbe avuto cura durante la stagione conservandolo in modo impeccabile.
Rimane nei miei ricordi un fatto bello da raccontare, quello del “ciapel del vin”, un contenitore di legno. L’avo ai pasti beveva il suo vino dal “ciapel” , ma quando aveva visite non esitava dal riproporre a tutti quel vecchio contenitore in legno.
Mi perdo ancora nei ricordi, forse perché questi non passano mai, ed è giusto così… Nelle domeniche, a Baruffini, giungevano nella casa degli avi alcuni amici, conoscenti di vecchia data; ecco allora che l’avo non esitava a versare quel suo vino nel ciapel, si usava farselo passare di palato in palato, quasi come un rituale. Tutti godevano di quel nettare e tutti rimanevano entusiasti, perché in quel vino era racchiusa una tradizione, una storia che, seppur minimizzata, ci riporta alle grandezze eccelse del nostro vino valtellinese.
PATATE E OSSA Più che un lavoro, quello di “fare il maiale” era considerato un altro rito; protagonista della cura del maiale era l’avo, da quando questo veniva acquistato, sino alla sua macellazione, quell’omino preparava il cibo per il suo sostentamento: “la culubbia”.
A tempi ben stabiliti durante la settimana, si recava in un “bait” poco sotto la casa di via Selva. Quel luogo, che doveva essere un vecchio primordiale “bagno”, aveva le pareti annerite dal fumo; in mezzo a quel piccolo spazio era appesa una catena dove era attaccato il “ culderat o culdera”, un grosso recipiente in rame, poco distante una catasta di legna.
Una volta riempito quel recipiente di verdure, patate, rape e altro, qualche mela e castagne, l’avo accendeva il fuoco, uno zolfanello, un mazzo di “vidisciun”, un pezzo di carta di giornale e il gioco era fatto, una volta che il fuoco diventava vivo aggiungeva la legna.
Stava in quell’angusto locale fino a cottura terminata; grazie ad un tubo appoggiato su una piccola finestrella era riuscito ad incanalare il fumo, ma alla fine aveva comunque gli occhi lucidi, un po’ di fumo del fuoco e un po’ di fumo di quelle sigarette che si faceva da solo e che in quell’occasione erano la sua compagnia.
Ogni domenica ci aggiornava sullo stato di salute del maiale: ci teneva, e ribadiva sempre, anno dopo anno, che da quel maiale avremmo mangiato le salsicce migliori.
Anno dopo anno si ripeteva quella tradizione, tutti i figli, il macellaio e l’avo. Ognuno si adoperava nelle varie operazioni che avrebbero portato ad ottenere gli insaccati e quant’altro.
All’ora di pranzo di quel giorno, ci si ritrovava in quella cucina per mangiare patate e ossa: c’era un grande pentolone sulla piastra di quella stufa economica, pieno di ossa con attaccato qualche lembo di carne e poi le patate come accompagnamento a quel piatto povero della tradizione contadina.
La sera, quando i lavori erano conclusi, era la volta della polenta, salsicce e salsicce di sangue; di solito questo avveniva di sabato e la domenica sera non mancava mai, in quella famosa cena della domenica, il cotechino con le patate...
Ivan Bormolini
Venerdì prossimo l’ultima puntata
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