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sabato 17 marzo 2012

ALTRE STORIE DI "QUELLI DELLA SELVA"

Andiamo avanti a raccontare, a riaprire le pagine ingiallite di quel diario mai scritto... (di Ivan Bormolini)

LA TRADIZIONE DELLA DOMENICA: potevano essere belle assolate domeniche estive, oppure lunghe nevose domeniche invernali, ma gli avi volevano si rispettasse la regola della cena della domenica; in cuor loro desideravano che tutta quella che era divenuta negli anni una numerosa famiglia si riunisse attorno al tavolo della casina di via Selva, forse piccola per contenere figli, nuore, generi e nipoti, non importava; pur stingendosi un po’, ci si stava tutti e tutti dicevano la loro mentre l’ava cucinava per quella truppa… Eravamo in tanti.
Ma l’ava non permetteva a nessuno di avvicinarsi ai fornelli, al massimo chiedeva una mano per preparare la tavola ma nulla di più; se si domandava se avesse bisogno di lavare piatti e pentole, rispondeva con voce ferma: “Io ho tempo tutta la sera voi andate a riposare, domani dovete lavorare". Come se lei non lavorasse!!!

Se poi durante la settimana qualcuno festeggiava il compleanno, organizzava per tutta la famiglia del festeggiato la cena.
Era per lei una sorta di offesa se non ci recava a cena; preparava tutto con cura, dall’antipasto al dolce, confezionava il regalo e lo metteva sul tavolino del salottino e poi tanti auguri di cuore.

LA DOMENICA IN ESTATE: generalmente in estate andavo a Baruffini di buon mattino: negli ultimi anni salivo in bicicletta. Appena arrivavo nella piazzetta vedevo l’avo seduto sulla quella vecchia panchina di legno ritinta di verde.
Stava lì, le gambe accavallate e faceva le sue sigarette con cartina e tabacco: il profumo di quel tabacco non lo scorderò mai per l’aroma intenso che emanava senza neppure accendere la sigaretta.

Appena mi vedeva mi salutava e faceva sapere all’ava che ero arrivato in bicicletta; quella semplice donna usciva dalla porta di casa e mi vedeva sudato: immediato era l’accorato appello a non bere l’acqua della fontana e subito correva a prendere asciugamani per togliere il sudore. Entravo in casa, chiudeva tutto per non farmi prendere corrente d’aria e, intanto che mi lavavo, si premurava di prepararmi una nuova colazione; diceva che avevo perso le energie e dovevo recuperarle. Era buona di cuore la mia ava.

Quelle due figure così semplici si preparavano poi per la Messa: l’avo metteva l’abito della festa; lui saliva sull’altare, era il cantore della chiesa parrocchiale di San Pietro Martire a Baruffini.
L’ava si pettinava, metteva uno dei suoi vestiti, senza forse badare troppo alla moda, ed in testa il velo nero; si scendeva dalla via e subito si entrava in chiesa. Io stavo con l’ava, le donne ed altri bambini o ragazzini, mentre gli uomini sedevano dalla parte opposta; sembrava quasi che i posti a sedere fossero sempre rispettati da tutti, tutti sempre al solito posto come se esistesse una sorta di rispettosa numerazione.

Mancava poco all’inizio della celebrazione, il Primo, storico sacrista di Baruffini, accendeva le candele sull’altare e controllava che tutto fosse a posto; appena batteva la campana, l’avo intonava inni Sacri, la sua voce era potente e ti penetrava l’anima.

Ricordo che alcuni, alla fine della Messa, celebrata prima da don Giacomo Santelli e poi da don Tullio Viviani, chiedevano a quel cantore definito dalla “gran canna” di cantare così anche al loro funerale.
Lì per lì rimanevo un po’ scosso da quella richiesta, mi chiedevo il perché quegli avi e quelle ave si premurassero di pensare al loro funerale, mi sembravano ancora giovani e pieni di forza… Eppure ripensandoci, nel giro di pochi anni, mio avo cantò in tanti riti funebri, non perché c’era la richiesta verbale in vita, ma per onorare un’ultima volta l’amicizia che aveva legato l’esistenza terrena di quelle umili persone.
Cantava loro un Eterno Riposo ripensando alla vita di chi in quel giorno tornava alla casa del Padre; in cuor suo si commuoveva ma non lo lasciava trasparire nel canto: quello doveva essere perfetto, frutto della passione verso quest’arte ma anche scaturito da una cristianità profonda.

Ma torniamo alla domenica. finita la Messa, l’ava non sprecava tempo e si metteva a cucinare per noi tre; l’avo preparava la tavola e metteva al centro il “ ciapel del vii”: penso di non averlo mai visto bere vino se non dal suo “ciapel”; io andavo con la brocca alla fontana a prendere l’acqua e tutto era pronto.

Appena finito di mangiare ricordo che l’avo leggeva “ La Famiglia Cristiana” e commentava, spesso con amarezza, le notizie del Tg delle 13.00; si chiedeva perplesso come stesse cambiando il mondo e l’ava asseriva che “questo mondo moderno era un mondo falso”.

Sono passati anni, da quei commenti o da quelle espressioni, ma se rifletto oggi, mi dico che in parte quei due vecchi forse tutti i torti non li avevano.
In quelle estati calde era un piacere stare in via Selva: si era sempre cullati da una leggera brezza, e poi vederli riuniti “quelli della Selva” in quella piazzetta era bello.

Verso le 14.30, arrivavano il “Tric” e la sua moglie detta la “Paciula”; usciva di casa, dopo un sonnellino, anche il Primo accompagnato dalla vecchia madre “ la Mutina”.
Dalla porta di fronte alla casa degli avi uscivano la “Rina Prividina” e ‘l Pieru Gal”, dalle contrade vicine arrivavano Ignazio “Gnazi” con la moglie e di tanto in tanto il Forcari.
L’ava metteva un tavolino nella piazzetta, qualche sedia, il “mezz del vii” e l’insostituibile mazzo di carte.

Eccoli lì “quelli della Selva”, partivano con una briscola, poi una scopa e un giro a scala 40, litigavano pure per mosse sbagliate o partite perse, volavano parole poco fini, ma nessuno maI si offendeva e per stemperare un attimo di tensione l’avo intonava un vecchio canto e tutti lo seguivano, si sentivano fino in piazza quelle cantate in compagnia.

Durante il pomeriggio arrivavano anche tutti gli altri componenti delle varie famiglie: la piazzetta diveniva un luogo di ritrovo per tutti, grandi e piccoli, tutti a raccontare e raccontarsi.
L’ava spesso abbandonava anzitempo quel tavolo verde: cucinare per quattordici richiedeva tempo; ed eccola la mia ava detta “ l’Anii Cadadiula” ai fornelli, preparava per tutti primi e secondi come una cuoca professionista; generalmente era tutta roba fatta in casa, tagliatelle, ravioli, costine, polli e conigli.

Quando faceva i pizzoccheri, rimarcando sempre che la vera ricetta dei pizzoccheri era di Baruffini, credeva che non fossero abbastanza per saziarci, aveva la fobia che un piatto unico non fosse sufficientemente abbondante, ma credetemi non lesinava nel condimento di quella tipicità valtellinese.
Provvedeva allora, con ordine perentorio, a mandare l’avo in cantina, una ricca dispensa, da quel luogo proveniva ogni ben di Dio, frutto della macellazione del maiale, e poi fette di formaggio che superavano abbondantemente il kilogrammo: ecco servito il rinforzino dopo i pizzoccheri. Vano ogni tentativo di rifiuto da parte nostra di non mangiare, almeno una fetta di salume o formaggio era d’obbligo altrimenti quella donnina si offendeva, diceva che non voleva mandarci a casa “schisc”, ma dopo quell’abbondanza di pizzoccheri di posto in pancia ne rimaneva ben poco, forse solo per un caffè.

LA DOMENICA IN INVERNO: al giungere della brutta stagiones si saliva a Baruffini verso le sedici, ma quella compagnia era sempre radunata in casa e si compivano gli stessi riti estivi.
Di tanto in tanto mi facevo portare da mio papà a Baruffini subito dopo mangiato, passavo il tempo nella piazza, qualche tiro al pallone e nulla di più; nelle fredde domeniche ci si trovava nel piazzale delle scuole ( piazza Dottor Felice Onesti ) perché il sole ci riscaldasse un po’. Era piena di ragazzi in quegli anni la frazione, qualche parola in compagnia, qualche scherzo, ma con l’orecchio sempre attento alla radio che qualcuno portava per ascoltare la radiocronaca delle partite; dai campi giungevano notizie di goal ed allora tra opposte tifoserie ci si azzuffava verbalmente sulla fede alla propria squadra: juventini, milanisti, interisti, erano queste le tre tifoserie, contente nel festeggiare la vittoria allo scadere del secondo tempo, oppure con le orecchie basse ascoltando gli sfottò degli avversari, in caso di pareggio andava meglio, tutti a casa senza troppi commenti…

Era magari colpa dell’arbitro che aveva annullato un goal, non concesso un rigore e quant’altro; poteva essere una vittoria netta si diceva come commento lieve ad un pareggio magari sul campo di casa, un pareggio che pesava perché cambiava la testa della classifica.

Ritornato alla casa dell’ava vi ritrovavo tutta la gande famiglia; era sempre una festa: tutti parlavano, o meglio le donne chiaccheravano, perché gli uomini erano incollati alla tv nel salottino, trepidanti con schedina del Totocalcio alla mano, attendevano la sigla dello storico “90° minuto” e la lettura di risultati finali e classifiche da parte del mitico Paolo Valenti.

Mitica, parlando ancora di calcio, fu la finale dei Mondiali dell’ 82; in quella serata di prima estate, l’ava, pur non capendo niente di calcio, dopo cena aveva allestito nel salottino tutto il necessario perché tutti potessimo assistere alla partita: ci voleva insieme anche in quella storica occasione.
Ricordo che per festeggiare la vittoria dell’Italia, a risultato oramai definitivo mise sul fuoco un grosso pentolone, nessuno se ne accorse, ma vedendoci contenti, fece quelli che lei chiamava due semplici o veloci spaghettini al pomodoro e basilico, poi sul peso reale e sulle porzioni è inutile star qui a sindacare, penso abbiate capito com’era l’ava.

Usciti dal salottino tutto era pronto, al nostro rifiuto, non si perse d’animo. Ci disse, lo ricordo come se fosse ieri sera, che anche Il Presidente della Repubblica Pertini e l’allenatore Bearzot avrebbero festeggiato con una lauta cena e che due spaghettini tricolore erano degni di una così bella vittoria per la nostra bella e brava Italia.
Come dirle di no, non si poteva nemmeno lontanamente pensarlo!!! L’avo, anch’esso poco sportivo, aprì una di quelle bottigliette di prezioso Sforzato che produceva e teneva come l’oro, che dire… E che festa sia stata!

Oggi, pensando a quegli spaghettini del numero 3 del pastificio Agnesi, comprati al Consorzio Agrario di via Lavizzari, credo che l’ava avesse escogitato l’ennesimo modo per vederci tutti insieme in un momento storico di felicità nazionale.
Un tricolore fatto dal verde del profumato basilico degli orti, al bianco degli spaghetti, sino al rosso del pomodoro, per festeggiare col cuore, il suo senso di appartenenza ad una Nazione, la sua Italia, a quell’Italia del dopo guerra che era rinata in mezzo a tante difficoltà, e lei con l’avo “ ‘l Giuvanìii Gavelasc”, un combattente al fronte, ne aveva visto tante e aveva visto la ripresa, o forse la rivincita dopo l’ennesimo periodo difficile, drammatico, per nulla da dimenticare.

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I VESPRI DELLA DOMENICA: tra l’autunno, l’inverno e la primavera, durante le domeniche, poteva cascare il mondo che al suono della campana della parrocchiale di Baruffini, io dovevo essere a casa con l’ava.
Rimetteva quel velo e poi ci si recava in chiesa per la funzione dei Vespri, un momento intenso, il Signore sull’altare, e le preghiere.

Generalmente erano tutte donne e bambini a recitare quelle orazioni; si leggeva negli occhi di quelle donne, tutte col velo nero, quel senso profondo di religiosità, di fede verso Nostro Signore, c’era raccoglimento tra le trame di quel velo, c’era preghiera sentita che scorreva con i Rosari tra le mani, mani rovinate da una vita di lavoro.
Alla fine della funzione, molto spesso i loro ricordi erano riferiti a don Gino Menghi, storico parroco di quella frazione, era quell’umile sacerdote, un’istituzione non solo religiosa, ma anche un concreto aiuto per gli abitanti della frazione che nel corso degli anni visse a stretto contatto con la miseria tipica della vita contadina di un tempo.
Credo, anzi ne sono certo, che don Gino sia stato interprete per Baruffini non solo della cura delle, anime ma dei bisogni concreti della gente, sono convinto che tra la gente di ogni contrada non manchi una foto o un ricordo legato a lui.

Continua…

Ivan Bormolini

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