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mercoledì 8 settembre 2010

MALATTIE MEDICI E CURE NEL PRIMO CINQUECENTO - Prima Parte

8 settembre 2010 - Domenica scorsa è stata celebrata la “Festa degli ammalati”, un appuntamento annuale presso il nostro Santuario, dove malati, infermi, devoti alla Madonna di Tirano accorrono sempre numerosi a quest’incontro ricco di significato, la malattia si incontra con la fede, si chiede alla Madonna un aiuto si prega con Lei... (Di Ivan Bormolini)


Oggi la medicina ha fatto passi avanti, ma la ricerca di un sollievo che giunga dalla fede ancora esiste; tuttavia, già nel cinquecento, agli albori della storia del Santuario Mariano, erano frequentissimi i ricorsi alla preghiera alla Vergine per chiedere di lenire tante sofferenze.

Il libro “I Miracoli della Madonna di Tirano”nella rivisitazione curata da Saveria Masa pone l’attenzione su malattie e sulle cure praticate al tempo dell’Apparizione della Beata Vergine a Mario Omodei.

Erano frequentissime le agonie e le malattie organiche per cause imprecisate, le malattie mentali intese come follia e possessione demoniaca, i casi di bambini nati morti e le patologie che vedevano uomini donne e bambini soffrire di paralisi o disturbi della deambulazione.
Accanto a queste numerosissime casistiche appaiono poi le vittime di ferite per aggressioni, casi di sordità e mutismo, pazienti affetti da malattie contagiose o da traumi derivati da infortuni sul lavoro, ed ancora parti difficili che mettevano a repentaglio sia la vita della madre che del nascituro.
Nei casi di agonie e malattie organiche per cause imprecisate ci troviamo di fronte a scenari da malattia particolarmente gravi a cui la scienza medica del tempo non trovava spiegazione e quindi cure adeguate.

I medici catalogavano queste patologie con la voce “una grande infirmitade” e niente più evidenziando drammaticamente la loro impotenza e decretando in modo inesorabile che lo sventurato malato in tempi più o meno brevi sarebbe deceduto dopo un sicuro periodo di grande agonia. Le drammatiche malattie sconosciute non facevano distinzione tra uomini, donne e bambini; tutti potevano essere colpiti e tutti indistintamente sarebbero periti al punto di morire: un fanciullo venne colpito da una grave affezione derivata da cause sconosciute, in poco tempo la patologia consumò lo sventurato a tal punto da ridurlo in fin di vita “fu reducto a tale puncto che ognuno el judicava morto”.

Una nobildonna venne affetta da una malattia sconosciuta ed in tre giorni arrivò sul punto di morte “che la non moveva alcuno membro dela persona sua, talmente che ella pereva esser morta”; in molti casi per descrivere quello che oggi viene comunemente definito stato di coma si utilizzavano frasi come la seguente: “et aveva perso la loquella et non prestava più audiensia” il che significa che il malato giaceva in fin di vita non parlava più e non udiva più nulla.

In molti casi però i medici del tempo giungevano ad una spiegazione dello stato in cui versava un paziente semplicemente perché il corpo dava dei segnali eloquenti che permettevano l’individuazione della malattia: quando sul corpo apparivano segni di tumefazione allora si parlava di intossicazione o di patologie comunque parzialmente curabili, nel caso di emorragie, chiaramente visibili,si interveniva per curare malattie dette “de fluxo”.

All’epoca i casi di paralisi parziale o totale erano frequentissime e gli affetti da queste infermità erano definiti “zidrati o cidrati”, “esso non se podeva movere deli brazi né anchora deli gambi soi,che stasia como zidrato”. In questo caso si parla di un fanciullo di Ponte colpito da una paralisi che non gli permetteva di muovere alcun arto. Spesso però non si trattava di paralisi congenite ma di disturbi della deambulazione che comparivano, per cause allora sconosciute, in forme particolarmente severe e purtroppo anche in tenera età. Certamente poi ci saranno stati dei paralizzati per cause note come per esempio infortuni sul lavoro oppure liti che degeneravano spesso e volentieri in pestaggi furibondi dagli esiti sicuramente devastanti.

Accanto ai paralizzati c’erano poi una vasta schiera di sordi muti e ciechi, anche queste patologie potevano essere congenite o giungere nell’arco della vita o per cause sconosciute o per incidenti di varia natura. In questi casi erano soventi le espressioni “et non poseva parlare per modo niuno” riferendosi ai muti, mentre per i cechi da tutti e due gli occhi si diceva “de tuti doi nò gli vedeva cosa alcuna, facendose como ceco condurre”.

Numerosissimi erano poi gli infortuni sul lavoro,a testimonianza eloquente di come in quel tempo fosse scarsa, se non addirittura inesistente la prevenzione e quindi la sicurezza sul lavoro in tutti gli ambiti produttivi. La cosa che in questo frangente lascia stupiti è che la percentuale di ragazzini infortunati sui luoghi di lavoro era altissima, ed a essere colpiti in vario modo e misura non erano soltanto gli adolescenti inviati, non per scelta ma per necessità al lavoro, ma proprio i bambini che non potendo essere lasciati soli seguivano soprattutto le madri sui posti di lavoro procurandosi malattie e infermità veramente gravi.

Desta sicuramente motivo di riflessione l’elevato numero di bambini nati morti, dopo un parto difficile, oppure il numero di madri che hanno incontrato la morte o per aborto o per parto con complicanze. Se oggi questi casi fortunatamente sono ridotti allora l’esperienza della gravidanza per una donna significava spesso incorrere in complicazioni assai traumatiche:
molte gravidanze non giungevano a termine e gli aborti spontanei erano per lo più causa di lunghe agonie di fronte alle quali, sia la medicina popolare che dotta, assisteva impotente.
E’ stato rilevato come intorno ai quarant’anni le donne sposate che vissero in quel periodo avessero trascorso la metà delle loro vite in stato interessante; l’elevato tasso di mortalità infantile faceva si che le donne potessero arrivare a partorire fino a venti bambini, ma solo pochissimi, cinque o sei riuscivano a sopravvivere.

L’estrema precarietà della vita dunque si poteva riscontrare sin dalla nascita, ma se quei bambini avevano la fortuna di poter crescere, dovevano ben guardarsi non solo dalle malattie prima citate ma anche dal sopraggiungere improvviso di numerose malattie infettive e quindi contagiose e spesso mortali: la peste non era l’unica malattia che portasse un numero di morti elevatissimo; esistevano infatti le molteplici e sconosciute malattie infettive spesso mortali o comunque in grado di compromettere la salute di una persona. Dalle frequenti pandemie influenzali si passava alla malaria, al tifo esantematico, alla sifilide; erano poi frequenti epidemie di morbillo, dissenteria, pertosse sino ad arrivare alla rabbia canina che era classificata tra le malattie di origine virale frequente che interessava l’uomo dopo che era stato morso da cani o altri animali selvatici.

Da quanto finora descritto emerge, oltre che un quadro desolante della situazione medica del cinquecento, l’impotenza dei medici popolari o dotti che siano stati e le immani sofferenze che dovevano subire le popolazioni. Motivo valido e per il quale le persone vicine ai poveri malati chiedevano aiuto proprio alla Madonna di Tirano per poter ridare conforto ai sofferenti, la fede del popolo e i miracoli della Madonna in molti casi erano la miglior medicina.

La lettura del manoscritto “I Miracoli della Madonna di Tirano” ha permesso di rilevare la frequenza di alcuni tipi di patologie; di conseguenza è stato possibile suddividere le diverse tipologie del miracolo in gruppi omogenei:

TIPOLOGIA E PERCENTUALE DELLE MALATTIE:
-Agonia e malattie organiche per cause imprecisate 19,3%
-Malattie mentali,follia,possessione demoniaca 2,4%
-Resurrezioni di bambini nati morti 31,3%
-Paralisi,disturbi della deambulazione 12,0%
-Ferite per aggressioni 4,8%
-Sordità,mutismi e cecità 8,4%
-Malattie contagiose 4,8%
-Infortuni 9,6%
-Parti difficili 3,6%
-Interventi miracolosi di altro genere 3,8%

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