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sabato 19 febbraio 2011

DELLA SCOMPARSA DEL POPOLO ITALIANO

Leggo in una rivista che l'Italia sta battendo il record mondiale di denatalità. Negli ultimi trent'anni il numero di figli per ogni donna si è dimezzato... (Di Franco Clementi)

Azioni sul documentoPerché una popolazione rimanga stabile ogni coppia dovrebbe generare 2,1 figli (due per pareggiare se stessa, più 0,1 per compensare eventuali perdite di figli prima che raggiungano l'età della procreazione): orbene nel nostro paese la media si è abbassata da 2,4 a 1,2. In pratica, nel giro di una generazione la popolazione giovane si dimezza. Da principio il fenomeno non si riflette sul numero globale degli abitanti perché il minor numero di giovani viene mascherato dal maggior numero di anziani, per via dell'allungamento della loro vita media, ma col tempo l'impoverimento dei nuovi nati verrà evidenziato in modo allarmante.

A compensare la pesante riduzione, si dice, penseranno le popolazioni degli immigrati, E' vero, ma su questo punto vanno fatte alcune considerazioni:

  1. I nuovi immigrati, che nei paesi d'origine sono quanto mai prolifici, una volta inseriti nel nostro contesto, tendono ad assumerne ben presto tutte le abitudini, compresa quella della scarsa voglia di procreare, di modo che chiamare rinforzi dall'esterno equivale, ai fini pratici, a fare delle trasfusioni di sangue in un individuo che ha in corso un'inarrestabile emorragia.
  2. seguendo l'attuale andamento demografico bilanciato da apporti esterni, la penisola italica potrebbe conservare il suo numero di abitanti, ma non si tratterebbe più di Italiani. Questi finirebbero tra i popoli estinti, come gli Ittiti o gli Aztechi o ridotti a qualche riserva, come gl'indiani d'America.

E insieme con loro, è ovvio, scomparirebbero le loro tradizioni, i loro costumi se non la loro stessa storia. A molti ciò appare come una tragedia, ma c'è anche qualche bello spirito che non disdegna un'Italia "liberata" dagli Italiani, visto il mal uso che fanno della loro terra… Tutti sono però d'accordo che si tratterebbe per noi della più grande e drammatica rivoluzione nelle vicende del Paese. Mentre infatti ci stiamo preoccupando dello scioglimento dei ghiacciai o della banchisa polare, per via dell' "effetto serra", non ci accorgiamo che a squagliarsi è l'intero nostro popolo, a causa della riduzione delle nascite.

Fenomeni conseguenti o paralleli alla denatalità sono l'abnorme numero di unità familiari costituite da un solo membro o da coppie senza figli o con un figlio unico. Mentre un tempo erano frequenti gli orfani di uno o di entrambi i genitori, oggi sono molto più numerosi i potenziali genitori "orfani di figli", o figli "orfani di fratelli". Estremamente rarefatti si stanno facendo gli "zii" e i "cugini", che un tempo pullulavano in ogni famiglia.
Del pari si nota la rarefazione dei bambini rispetto ai vecchi. Basti pensare che per ogni bambino sotto i 6 anni ci sono oltre 3,5 anziani sopra i 65.

I figli unici, generalmente iperprotetti e coccolati, tendono a rimanere molto a lungo nel nucleo familiare primitivo, lasciandolo solo quando i genitori anziché d'aiuto cominciano a divenire di peso.
Anche di recente il problema dell'anomalo andamento demografico è tornato alla ribalta durante la discussione parlamentare sull'innalzamento dell'età pensionabile, che è legato non solo al prolungamento della vita naturale, ma anche alla riduzione del numero di lavoratori giovani che dovrebbero pagare i vitalizi degli attuali numerosi pensionati.

A spiegare il perché di tale denatalità, si affaccendano politici, sociologi, psicologi, esperti di statistica e demografia. Per lo più le analisi si fermano ai motivi economici e materiali che rendono problematico il mettersi assieme tra uomini e donne e ancor più il procreare: la carenza di sostegno da parte dei governi per la le donne e le famiglie (le regole fiscali fin dall'epoca di amministrazioni rette da politici che dicevano d'ispirarsi alle dottrine sociali cristiane, sono sempre state in pratica punitive verso le famiglie numerose), l'insufficienza di servizi rivolti alla prima infanzia, la continua crescita dei costi di mantenimento di un bambino e ancora le accresciute difficoltà, specialmente per le donne, di conquistare l'affermazione personale non solo in campo lavorativo e professionale ma anche in quello sociale e relazionale.

Queste ragioni sono talmente evidenti da apparire ovvie e addirittura banali, tanto da far venire il sospetto che esse altro non siano che un modo per aggirare il vero e più grande problema, e cioè l'affievolirsi dell'istinto di sopravvivenza della specie, del senso della continuità biologica al di là del singolo individuo, dell'aspirazione ad una vita non chiusa entro l'ambito strettamente personale.
Se difatti la denatalità fosse legata solo a problemi economici essa dovrebbe interessare solo le classi più povere, mentre invece colpisce in pari misura e forse di più, i ceti abbienti.

Si possono avanzare allora ipotesi più sottili. Ne dico alcune, ma ce ne sono molte altre.

  • La medicina dell'infanzia e la psicopedagogia sembrano presentare i figli come esseri fragili (basta un nonnulla per creare in loro un "complesso"), bisognosi di attenzioni e cure continue, di dedizione e sacrifici tali da rendere il mestiere di genitore, cioè l'educazione della prole, il più difficile del mondo, quasi impossibile: questa preoccupazione spinge le coppie a rinunziarvi e a volgere lo sguardo altrove, piuttosto che verso i figli tanto impegnativi.
  • La condizione di "senza figli" acquista un fascino che prima non aveva e le accresciute possibilità economiche consentono di riempire questa condizione di altre cose suggerite dalle sirene del consumismo -beni, viaggi, avventure, esperienze - che prendono il posto dei figli nel rendere comunque la vita piena e degna di essere vissuta. Meglio dell'allevare un figlio, possibile creatore di problemi, può apparire il prendersi cura di un cane, fedele, affettuoso, senza fisime psicologiche, che, al bisogno , può essere abbandonato in un autogrill dell'autostrada.
  • Altro motivo può essere cercato nella estrema, radicale separazione fra due fenomeni che la natura aveva costituiti intimamente uniti, la sessualità e la procreazione, con l'esagerata ipertrofia della prima, usata persino a far da motore ad ogni pubblicità commerciale, e lo svilimento della seconda, ridotta a semplice pratica biologica da potersi eseguire in provetta.
  • Alcuni movimenti intellettuali e correnti filosofiche il cui pensiero può esser riassunto nello slogan - "Voglio tutto e subito!" - hanno finito col provocare un cambiamento culturale che tende a veder conclusa nell'arco della sola propria vita le esperienze e le capacità di sognare e progettare il futuro. Appare allora del tutto "fuori moda" e incomprensibile la mentalità del vecchio contadino che continuava a piantare alberi di cui lui, personalmente, non avrebbe potuto cogliere i frutti.
  • In un clima di ateismo pratico la cancellazione di ogni ipotesi relativa alla continuità dell'anima dopo la morte, ha finito col riverberarsi anche sull'interesse per la continuità del nostro corpo nella vita dei nostri figli. Fra le due sopravvivenze, spirituale e materiale, esiste infatti qualcosa di più di un semplice legame simbolico.

Che fare? Le difficoltà a risolvere il problema della denatalità hanno qualcosa che ricorda quelle relative a interpretare la frequenza dei suicidi. La denatalità infatti può essere considerata il suicidio di un popolo.
Fare una politica che incoraggi la costituzione delle famiglie; aiutarle nel corso del loro allargarsi nella prole e nell'educazione dei figli; facilitare per la donna la possibilità di realizzarsi come madre e come membro attivo di una società complessa e variegata…Tutte queste cose sono opportune, possibili, utili, dovute. Ma mirimane il dubbio che siano sufficienti se non recupereremo il senso di un percorso da fare che coinvolge tutta l'umanità: del passato, del presente e del futuro.
In fondo siamo come una staffetta olimpica: prendiamo la fiaccola accesa da un compagno che ha già corso, per consegnarla ad un altro che correrà più avanti…

Franco Clementi


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