Il rito pagano per propiziare la fertilità è all’origine della festa degli innamorati. Fin dal quarto secolo a.c. usavano rendere omaggio con una singolare cerimonia annuale al dio Lupercus. I nomi degli uomini e delle donne che adoravano questo Dio venivano riposti in una urna e mescolati , poi un innocente fanciullo estraeva a caso nomi di uomini e di donne facendone coppie che avrebbero poi dovuto vivere insieme un intero anno in intimità al fine di concludere il rito della fertilità. Passato l’anno il rito ricominciava da capo.
Questa strana forma di propiziarsi la fertilità non fu ben vista dai Padri precursori della Chiesa che, per gli innamorati, ritennero giusto cercare un Santo in sostituzione al Dio Lupercus. Trovarono unValentino, un vescovo martirizzato circa duecento anni prima con un curriculum vitae che faceva al caso loro. Questa è la sua leggenda.
A Roma nel 270 d.c. il vescovo Valentino di Interamna (oggi città di Terni) era amico di tanti giovani amanti; per questa amicizia l’imperatore Claudio II cercò di dissuaderlo e di convertirlo al paganesimo. Nulla da fare, anzi a sua volta il vescovo Valentino cercò di convertire Claudio II al cristianesimo. Osò troppo e il 14 febbraio del 270 Valentino fu lapidato e decapitato. La leggenda narra che mentre Valentino era in prigione si fosse ”innamorato“ della figlia cieca del suo feroce carceriere. Il suo innocente amore, fu coronato dal miracolo: con le sue preghiere diede la vista alla fanciulla. Quando stava per essere decapitato, inviò un messaggio d’addio con le parole: dal tuo Valentino…
Questa è la storia di S. Valentino, ma per noi della contrada di S. Maria in Tirano la versione che sentii raccontare, in un freddo inverno, nella tiepida e profumata calura delle mucche nella stalla della Rina, è un’altra. Ve la conto così come l’ho sentita!
Tanti anni fa, nella contrada abitava una fanciulla di nome Orsolina. Era bellissima, occhi azzurri, una treccia che scendeva sino all’osso sacro, dolcissima nel parlare, pura nei sentimenti, ma ahimè magrissima e sempre triste. Non mangiava, forse era affetta da una malattia che adesso chiamano anoressia.
Valentino si era innamorato perdutamente di Orsolina. Quel bravo figliolo però non era ricambiato da Orsolina. La causa, dicevano i genitori della fanciulla, era per il suo precario stato di salute. La sua vita non era bella poiché era sempre debole e stanca. Valentino era un giovanotto forte e fiero, di bell’aspetto, un poco timido e gran lavoratore, gran cuoco; sapeva cucinare da Dio. Così ogni giorno portava qualcosa da mangiare a Orsolina, ma lei annusava il cibo e non lo assaggiava. Valentino cucinò una ottima polenta, ma Orsolina scosse la testa. Cucinò minestre, poi cotechini, salsicce, pizzoccheri, insomma ogni ben di Dio, ma Orsolina non mangiava.
Un giorno videro Valentino seduto presso il büi di S. Maria con la testa tra le mani a piangere.
Passò di lì vecchio Pietro, che incuriosito gli disse: “Cosa hai da piangere figliolo?” Valentino rispose: “Orsolina non mangia, non mangia nessun cibo!” Disse il vecchio Pietro: nemmeno il chisciöl? Nel cervello di Valentino si accese una luce. Di scatto si alzò, corse in cucina, prese una padella di ferro e cucinò un chisciöl. Prima di portarlo a Orsolina pregò il suo Santo e disse: "S. Valentino che porti il mio nome, fa che la mia Orsolina mangi“.
Poi corse da Orsolina, glielo mostrò fumante e dorato nella padella, lo scosse due volte, lo vece volteggiare in aria e infine lo mise nel suo piatto. Orsolina lo annusò, poi lentamente ne assaggiò un pezzettino, poi un altro, un altro ancora finché il piatto fu pulito. Subito fu presa da una energia infinita, il chisciöl che aveva mangiato le aveva dato forza e voglia di vivere. Saltò al collo di Valentino e esclamò: mio amore!
La notizia si diffuse in un baleno per tutta la valle anche perché Valentino rivelò a tutti che il miracolo era stato compiuto tramite invocazione al suo omonimo Santo con il dono del chisciöl. I due poi si sposarono e vissero in contrada S. Maria felici e contenti mangiando in gran quantità chischiöl che fu anche il cibo preferito dai loro figli.
Il vecchio Pietro che di amore se ne intendeva propose di chiamare quel cibo degli innamorati anche “frìtula“ . E’ così che per anni e anni gli innamorati chiedono aiuto a S. Valentino affinché protegga il loro amore.
Naturalmente, come per Orsolina, il bene massimo si ha quando si festeggia il giorno 14 di febbraio gustando il chisciöl e come diceva il vecchio Pietro sorridendo sotto i baffi, gustando molta “frìtula”.
Questa è una leggenda di S. Valentino tra le tante, l’importante è volersi bene in quel giorno come per tutti i giorni della vita insieme.
In occasione di questa bella ricorrenza è cosa simpatica e gentile scrivere qualche frase d’affetto per la persona amata nella casella “commento“ del presente articolo. Si sa che l’amore è cieco, a volte è anche nascosto e timido e questa è una occasione buona per “farsi avanti“ e... avanti dunque.
Ezio Maifrè
- Storia
A Gabriele
Come fresca acqua di rugiada
che nella notte cade e sorprende l’aurora,
così d’improvviso sulla mia strada
ti sei posato ed hai rischiarato il cammino.
Nei tuoi silenzi ho raccolto parole,
nei tuoi occhi ho viaggiato l’azzurro,
nelle tue mani ho stretto la sorte.
Come in una piena giornata di sole
niente può oscurare l’orizzonte,
così le radici ben salde in fondo al cuore
ci ripareranno dal mondo e dal suo dolore.
Paola Mara De Maestri
(da "Aquiloni d'argento" - Circolo Culturale F/N Morbegnese)
A Graziella
è goccia di rugiada
che brilla su filo d’erba
al sorgere del sole.
Ogni giorno
la goccia si dissolve
nella tiepida calura
mattutina,
ad ogni alba la goccia rinasce
sul filo d’erba
così è l’amore
che ti dono ogni giorno.
lèlu
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