Quando lo riceviamo esso ci fa sempre soffrire: sia se contiene una falsità, perché lo percepiamo come una grande ingiustizia, come una calunnia, sia se coglie una realtà vera di noi stessi perché mette in piena luce una menomazione che ci umilia e che vorremmo tenere più che mai in ombra. L'insulto può essere semplice, secco, riferito a una caratteristica negativa della persona fisica o delle sue proprietà intellettuali e morali. Per i difetti somatici ad esempio si ha "Gobbo", "Quattr'occhi", "Nasone". Per quelli di concetto "Imbecille", "Cretino". Per le donne si ricorre spesso ad allusioni ai loro veri o presunti liberi comportamenti sessuali:"Puttana!".
Fra questi insulti estemporanei, generici, sotto certi aspetti addirittura banali, secondo le statistiche quello più frequentemente ripetuto e ormai generalizzato in pari misura in tutto il territorio nazionale, è dato da quella parola che fa rima con "bronzo": Deriva dall'alto antico tedesco (strunt) ed è un lascito dei Longobardi: da questo popolo sono derivati all'italiano molti vocaboli, in gran parte ormai caduti in disuso come "guidrigildo" e "guiderdone", mentre quello in questione ha avuto una grandissima fortuna, e benché alluda a materia puzzolente è ormai sulla bocca di tutti. Probabilmente il suo successo è legato al gruppo "stro" iniziale, che gli conferisce una sonorità vibrante ed esplosiva, appagante per uno sfogo, assai più di quanto lo sarebbero "sciocchino" o "stupidello".
Alcune volte l'insulto agisce per terza persona, non tirando in ballo direttamente l'offeso, ma, ad esempio, facendo allusioni pesanti sulle circostanze irregolari in cui si sarebbe svolto il suo concepimento: "Figlio di puttana!". Del resto, secondo alcuni maligni la nota frase detta da Giulio Cesare pugnalato dal figliastro pare non fosse esattamente "Tu quoque, Brute, fili mi… " (edizione purgata ad uso dei ragazzi), ma "Tu quoque, Brute, fili mi... gnottae!!". Per rimanere a Roma, è frequente da quelle parti l'irriverente ricorso a chiamare in ballo i "morti" (li mortacci…), ovvero, (con estensione collettiva a tutta la dinastia), "te, tu padre, tu madre ,tu nonno e tutti li parentacci tui salendo e scennendo… ".
Anche la politica ha i suoi insulti: "Disfattista", "Doppiogiochista", "Cerchiobottista" e così via. Limitatamente a certi ambienti, un tempo era sentita come un'offesa essere chiamato "Comunista". "Fascista" oggi è diffamazione grave. In genere l'essere chiamati come affiliati al partito opposto al nostro può celare un disprezzo superiore a qualsiasi altra contumelia.
C'è poi la categoria degli insulti ingentiliti da forme retoriche che negano l'opposto: "Non è una cima… " ( Per dire che è un cretino) o come dice il Manzoni di Don Abbondio: "… Non era nato con un cuor di leone... "(per dire che era un vigliacco). Ma questi espedienti, se sottolineano l'ironia di chi li applica, perdono la sanguigna virulenza di chi vuol veramente offendere.
Tutti questi finora citati sono insulti statici, che alludono a qualità negative irreparabili e definitive; esistono però anche le offese "dinamiche", di movimento, che consistono nel mandare qualcuno in qualche luogo speciale e ivi a compiere azioni disdicevoli e particolari: "Ma va a fa'… " che esiste in molte varianti locali e dialettali. Esso è divenuto così popolare e universale che in alcuni testi scientifici di psicologia la reazione di un individuo sottoposto a seccature petulanti e ripetute viene chiamata "Effetto vaffan". Talora nell'insulto si ravvisano addirittura forme metriche cadenzate come il settenario "Ma va a morì ammazzato" o il tremendo endecasillabo "Che te possi vestì sempre de nero… ".
Dell'insulto si potrebbe scrivere la storia, nel senso che anch'esso è soggetto alla moda, al costume, alla sensibilità del suo tempo. Alcune variazioni dipendono dall'evoluzione del vocabolario: chi si offenderebbe nel sentirsi apostrofare "Marrano"? Altre dipendono dal mutare della percezione sociale di ciò che è male o di ciò che è disdicevole: nascono così nuove forme di offesa mentre le più antiche possono divenire obsolete ed inefficaci a ledere colui che è oggetto della riprovazione.
Per fare un esempio, fino a pochi anni fa quando si voleva colpire alle spalle un avversario, tre erano fondamentalmente le accuse più gravi che si facevano sapientemente filtrare:
- "Cornuto" (quanti arbitri se lo son sentito dire!). La parola voleva sottintendere che chi è incapace di tenere a bada i grilli in testa del proprio coniuge, è evidentemente inetto non solo a garantire di essere il padre dei propri figli, ma anche a disbrigare tutti i restanti affari. Oggi, in tempi di "coppie aperte", di legami liberi, di ferie separate, si sente che "cornuto" è un insulto che ha fatto il suo tempo. In molti casi, anzi, certi "menage a tre" sono di qualche utilità economica per il cornuto. Al punto da essere divenuto popolare il detto "Le corna sono come i denti: quando crescono dànno un po' di fastidio, ma poi servono per mangiare…".
- "Omosessuale" (o i suoi più o meno volgari sinonimi). Era un'offesa pesante, perché poneva l'insultato fuori della normalità fisiologica e quindi dell'accettazione sociale, con dei risvolti di abiezione e di depravazione morale.
Oggi fortunatamente queste soglie di disprezzo sono state rimosse, ma forse si è andati oltre trasformando l'ingiusta umiliazione in un provocatorio ed altrettanto ingiusto "orgoglio". Ci sono poi in molti ambienti, soprattutto in quelli artistici, persone che su tale definizione ci hanno costruito una carriera. Quindi, in definitiva, anche quest'insulto sta tramontando e comunque non è considerato "politicamente corretto". - "Iettatore". Quest'accusa, la più grave di tutte, non ha subito l'involuzione e l'attenuazione storica delle altre due. Essa permane anzi tutt'oggi, frequente anche in ceti intellettuali, come la più maligna, perché non toccando qualcosa di palpabile o di dimostrabile, come il comportamento sessuale, rimane nell'imperscrutabile, nel misterico, nell'occulto.
Chi ne è colpito non può correttamente difendersi, vede allontanarsi a mano a mano da sé i conoscenti e gli amici e tende a divenire un isolato. E' del tutto incomprensibile che in questa epoca che più d'ogni altra si ritiene razionale, logica, scientifica, critica su tutti gli aspetti trascendenti, possano paradossalmente albergare tali malvagie e infami dicerie.
Va da sé che l'insulto è un'arma, e come tutte le armi può essere pericolosa e lasciare ferite più gravi di quelle di una lama. Si può ammettere in un tono scherzoso, ove è palese l'assenza di ogni volontà di offendere, l'uso di qualche vocabolo un po' vibrante e colorito, ma in tutti i casi in cui stia per giungere il condimento della cattiveria "boccaccia mia, statti zitta!". Parafrasando Shakespeare: "Se mi rubi la borsa fai povero me per arricchire te; se mi rubi la reputazione rendi me misero, ma un po' lo diventi anche tu… ".
Franco Clement
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