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sabato 10 settembre 2011

I TIRANESI FONDANO IL TEMPIO MARIANO

Mario, Mariolo!. Et lui resposse: “Bene Madona” com grande pagura. La prefata Madona si ge respose “ Bene averastu”… (Di Ivan Bormolini)

E Mario non ebbe più “pagura”, subito si diresse verso Tirano a comunicare ai fuochi presenti alla Messa in San Martino la notizia dell’Apparizione.
Quelle persone, dopo aver udito l’omelia del curato Gregorio Degli Omodei, ascoltarono la voce di Mario, all’inizio vi erano i dubbi sulle parole dell’Omodei, ma questi vennero presto suffragati lasciando posto ad un grande entusiasmo scaturito anche e soprattutto da fatti prodigiosi e miracolosi che si verificavano quasi quotidianamente... Fatti prodigiosi che diedero alla parole di Mario Omodei la grande ed autentica veridicità.

L’orto in cui avvenne l’Apparizione era di proprietà del Cavalier Luigi Quadrio, una personalità di grande valenza non solo in valle e nel tiranese ma anche fuori dai nostri confini locali.
Fu un valoroso capitano degli Sforza, ai tempi della fuga di Ludovico il Moro fece eroicamente fronte alle truppe di Luigi XII nel castello di Tirano e fu prigioniero dopo la resa degli Alemanni asserragliati nel castello.

Il cavaliere Aurato Luigi Quadrio, dopo l’Apparizione del 29 settembre 1504, figurò tra i più appassionati promotori della costruzione del tempio mariano assieme al curato Gregorio Omodei, al suo valore militare si aggiunse quello di zelante uomo di fede, fu il cavaliere a sostenere la necessità di avviare con celerità i lavori di edificazione della fabbrica voluta dalla Vergine e nell’immediato donò alla comunità Tiranese il terreno di sua proprietà, luogo dell’Apparizione.
Ad elogiare la volontà del Quadrio e dei tiranesi, che subito dopo il grande vento avevano eretto una piccola cappella, fu anche la curia vescovile di Como che rispose all’istanza di poter erigere nel luogo benedetto una cappella o una chiesa.
Solamente undici giorni dopo l’evento, il 10 ottobre 1504, Guglielmo Cittadini, vicario del Vescovo di Como Cardinale Antonio Trivulzio, autorizzava la costruzione con il permesso di celebrare la messa.

Senza perder tempo la comunità tiranese, sfruttando la conoscenze del Quadrio, contattò capimastri e maestranze per dare inizio all’edificazione del tempio che non doveva essere una comune chiesa ma un santuario che doveva rispondere in modo ampiamente degno alla celeste committenza.
A spronare i tiranesi verso l’edificazione di un tempio in adeguata veste architettonica fu anche un tal fra Serafino da Locarno che era predicatore nella chiesa di San Martino nella Quaresima del 1505, è documentato infatti che il frate con appassionati sermoni infiammò in tal senso i tiranesi.
Il 25 marzo di quell’anno venne poi posta la prima pietra del tempio, ed in un atto rogato dal notaio imperiale Tommaso Da Canobbio, si precisa che il tempio veniva fondato e costruito a nome e per conto dell’ Universitas tirani, ovvero dall’intera popolazione.

foto inizio costruzione basilica madonna di Tirano

Vista l’importanza che doveva avere la costruzione i tiranesi rivolsero la loro attenzione ad un architetto o ad un capomastro di nota fama e abilità.
La scelta era indirizzata verso Como, luogo in cui si potevano avvicinare artisti di chiara fama, anche in questo delicato frangente probabilmente le conoscenze del Quadrio ebbero una valenza importante, infatti, il nobile cittadino comasco, Gerolamo Mugiasca, presente alla cerimonia della fondazione e che aveva probabili rapporti di amicizia col Quadrio fu, assieme al frate domenicano Matteo Olmo, originario di Morbegno, tra le figure con il ruolo di intermediari tra i tiranesi e la città lariana, centro lombardo in cui le arti murarie e la lavorazione della pietra vantavano antica tradizione, risalente ai Maestri Comacini.
Forse, furono proprio il nobile Mugiasca e il frate Olmo, a prendere contatto con Tommaso Rodari, allora ingegnere della fabbrica del duomo e artista già noto in valle assieme al fratello Giacomo.
Pare non sia da escludere che sia stato proprio Matteo Olmo a guidare l’architetto ingegnere nella progettazione dell’insieme e nella scelta dei contenuti figurativi dall’apparato scultoreo.
E’ sulla base di un confronto di altre opere dei Rodari che oggi storici e critici sono concordi nell’attribuire a Tommaso e Giacomo Rodari la realizzazione del Santuario di Madonna di Tirano.

A ricordare l’atto di fondazione del tempio mariano è una lapide commemorativa del 1506 posta alla destra della porta meridionale della chiesa, nella scritta latina si attestano i lavori di edificazione del tempio sotto la direzione del figlio di Luigi Quadrio.
Solo diciottenne Antonio Maria Quadrio ( 1488-1565 ) figurava come prefetto della fabbrica del Santuario, divenendo poi in seguito un grande personaggio nella storia di Valtellina e del comasco.

I FONDI PER LA COSTRUZIONE “ Le patenti commendatizie” - Come già detto la comunità di Tirano fu promotrice e finanziatrice dell’ambizioso progetto architettonico e religioso.
La ricerca di finanziamenti atti ad erigere il tempio mariano si espansero anche fuori dalla Valtellina, al fine di garantire l’autenticità e il buon fine di queste richieste di danaro, venivano rilasciate dai deputati del Santuario delle lettere dette “patenti commendatizie” con le quali si abilitavano i possessori a raccogliere somme di denaro necessarie per portare a termine i lavori di costruzione e per il mantenimento dei sacerdoti addetti al culto.

patenti commendatizie costruzione basilica madonna di tirano

L’AUTENTICITA’ DELLE PATENTI COMMENDATIZIE “i sigilli” - A dare autenticità alle patenti commendatizie erano i sigilli tra questi ne ricordiamo in particolare 2:

  • il primo, che apparve la prima volta in un documento del 1508 reca impressa la Vergine Maria ed il Beato Mario e tra di loro la pianta del tempio in via di realizzazione, intorno alla scena compare la scritta “ S. Maria de la sanitate de Tirano” antica denominazione della chiesa che ricorda i miracolosi interventi della Madonna che liberò il borgo dalla peste guarendo molte persone tre cui il fratello del Beato Mario.
  • Un secondo sigillo che però comparve sulle patenti in misura minore è quello dove viene raffigurato il San Martino mentre taglia il mantello per donarlo al povero.

Ivan Bormolini

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