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giovedì 8 settembre 2011

LE MEMORIE DI FAUSTO SIDOLI: "SIAMO PRELEVATI DALLA S.M. (SECURITÈ MILITAIRE)"

[PARTE 35] 8 novembre. Alla una di notte arriviamo alla caserma Bizanet. Sistemazione in camerate gelate, senza paglia né coperte...

A mezzogiorno primo pasto dopo 24 ore: acqua calda e cavoli. La gente è sempre bagnata e comincia l'assalto dei pidocchi: i servizi igienici lasciano molto a desiderare date le numerose diarree causata dalle 6 giornate passate al freddo, sempre bagnati, con cibo poco adatto. Fortunatamente, io, essendo molto allenato non ho avuto problemi del genere.

In mattinata presentiamo i documenti, siamo prelevati dalla S.M. (Securitè Militaire). Nel pomeriggio interrogati ed accompagnati alla pensione. Alla sera nuovo interrogatorio e prime proposte di lavorare per loro. Precisiamo i nostri obblighi e promettono di metterci in contatto.

9 novembre. Altro interrogatorio ed altro invito ad andare al loro servizio: nuove precisazioni da parte nostra. Chiediamo l'autorizzazione ad andare alla Bizanet per informazioni. Dalla relazione che Fausto ed Adelio hanno redatto, con i dati forniti da Falcoz e Tocco, ufficiali della banda di Valsavaranche, si rileva che:
Falcoz si trovava a Degioz, e Tocco al posto di blocco. All'alba del due novembre una donna avvisa che circa 400 ucraini sono al Poignon: di essi un'ottantina attaccano il blocco di Valsavaranche, alcuni rimangono al Poignon, gli altri attaccano Cogne. Il blocco di Valsavaranche respinge l'attacco causando al nemico 4 morti. Il giorno 3 novembre tutto è calmo; la sera è segnalato l'arrivo al Poignon di altri trecento uomini con muli. Il carico dei muli è nascosto da copertoni. Altra colonna di cento uomini, sale verso Bouillet; quelli che hanno eseguito l'attacco si sono ritirati su Villanova. A mezzanotte avvistamento di molti razzi verdi: in val Poignon, da Bouillet, e secondo Tocco uno è partito anche da val di Rhemes o dalla montagna ad ovest di Degioz. Movimento intenso di macchine sullo stradone di Valle d'Aosta. Inoltre altri quattrocento uomini si appostano al di là della frana. Alle diciotto è giunta notizia dello sfondamento di Cogne. Alle ventuno Tocco ha preso il comando del posto di blocco ed alla una del giorno 4 riceve per telefono dal comando di Degioz l'ordine di abbandonare il posto di blocco, trasportando il materiale e nascondendo ciò che non si può trasportare.
Mille colpi di fucile sono nascosti al blocco; cinquemila colpi di pesante vengono portati a Bodeclen e consegnati a Blanc (vedi lista informatori di Valsavaranche) perchè li nasconda. Il 4 mattina Tocco e d i suoi risalgono la valle, lasciando una pattuglia ad Urus, composta dal tenente Alfa, Conchat, Esposito, Giancamerla, Blanc Adriano, armati di ispano e con l'ordine di restare a Pont fino all'arrivo dei tedeschi, e di agevolare il transito del gruppo di Cogne.

Dati forniti da Falcoz sulle armi (a Valsavaranche) giunte dalla Francia:

  • una trentina di ispano: una è stata data a Giulio, le altre 24, salvo le cinque della pattuglia, dovrebbero essere rientrate in Val d'Isere.
  • 2 Thompson rientrati in Francia.
  • 2 mortai rientrati in Francia.
  • una pesante americana, nascosta al Nivolet.
  • una pesante fiat abbandonata a Pont, recuperata dal gruppo Cogne, e nascosta insieme al treppiede e a parecchi colpi sul pian del Nivolet.
  • 6 mitragliatori inglesi, 1 nascosto al Nivolet, gli altri rientrati in Francia?
  • 6 mitragliatori inglesi, destinati a Cogne, nascosti insieme alle munizioni in luogo noto a Rubino.
  • 21 fucili inglesi rientrati in Francia.
  • Altre munizioni sono nascoste a Degioz.

Da altri appunti (probabilmente dall'interrogatorio di un partigiano della val di Rhemes del gruppo di Vertosan) sugli avvenimenti dei primi giorni di novembre trovo scritto quanto segue:
Il morale altissimo degli uomini cedeva, per di più era la terza notte d'allarme, il terzo giorno senza viveri. Cogne era caduta, si rischiava di cadere per aggiramento dai fianchi attraverso ai colli, senza speranza di poter respingere l'attacco proveniente da vari punti, costretti a sparare sui propri ostaggi e a portare nel lutto tutta una valle. Veniva allora deciso il ripiegamento: alle tre del giorno 4 del corrente mese, l'ultimo uomo lasciava la linea di resistenza.
Veniva lasciata una pattuglia a Pont con un mitragliatore per proteggere la ritirata; veniva asportato e nascosto tutto il materiale bellico. Veniva inoltre avvertita la colonna di Cogne di accelerare il ripiegamento su di noi, mentre una pattuglia di valligiani osservava i movimenti del nemico dal Tignet, pronta ad avvertire i patrioti di Cogne che la via era sbarrata e a guidarli durante la notte eventualmente sulla strada del (?) dove avrebbero raggiunto la nostra colonna al Nivolet.
Alle ore tre del giorno 5 novembre lasciava Pont la nostra ultima pattuglia. Così dopo quattro mesi cadeva in mano dei nazisti la nostra valle. Conquista che costò loro più di cinquanta perdite umane e vari feriti. Valle che non cadde con la forza ma con la perfidia; solo con il mettere innanzi gli innocenti riuscirono a piegare la volontà del vecchio gruppo del Vertosan, che in otto scontri aveva saputo dimostrare la propria combattività ed il proprio spirito e che aveva bagnato con il sangue dei suoi trentadue morti il sacro suolo della Patria. Il gruppo che non aveva mai accettato i patti e le tergiversazioni con i nazi fascisti e ora ripiegato in terra di Francia, chiede l'onore di ritornare a vendicare i suoi morti sulla terra sacrata dal loro sangue.
"

9 novembre. Siamo sempre alla Bizanet per informazioni. Qui accade l'episodio raccontato da Adelio Rossi (in codice Pietro) inserito nelle sue memorie speditemi in Tirano nel 1991, vedi sua lettera di accompagnamento.
“NON, NON Vous devez LE PORTER ICI, le reglement... VOUS devez LEUR MONTRER le reglement. Avant de signer... VOUS NE POUVEZ pas les porter dans une autre place pour signer. AVANT... ILS RESTERONT ICI pour SIGNER, APRES avoir lu le reglement...PAS AVANT!!!".

Siamo a Grenoble, nel cortile della caserma Bizanet, dove i partigiani ed i civili sfuggiti ai massicci rastrellamenti di val di Cogne, Valsavaranche e val di Rhemes sono stati ammassati in camere aperte a tutti i venti, in attesa di essere identificati e smistati. Alcuni ragazzi delle bande autonome valdostane hanno chiesto di combattere a fianco delle truppe francesi impegnate su questo fronte, attualmente in calma invernale. Ma i francesi, che puntano all'annessione della valle d'Aosta, non vogliono spartire con concorrenti locali il merito della sua liberazione, che fra l'altro si prevede possa avvenire in modo incruento, essendo la zona presidiata da poche truppe tedesche sulla cresta alpina e da eterogenee milizie fasciste impegnate in rastrellamenti, pochi fanatici e molti arruolati a forza tutti pronti a squagliarsela per sfuggire a rappresaglie.

Ecco dunque presentarsi alla caserma Bizanet un capitano francese in perfetta uniforme, dall'aria più di un petainista che di un maquis, che convoca i candidati volontari e dice loro in tono perentorio che per combattere sul fronte italiano devono arruolarsi nella legione straniera, ciò che possono fare immediatamente recandosi con lui a firmare nella caserma Hoche. Mentre quelli stanno già ramassando i loro stracci per seguirlo, Fausto ed io cerchiamo di fermarli dicendo loro che la ferma minima nella legione è di cinque anni, e che saranno sbattuti chissà dove, magari in Africa od in Indocina, non certamente sul fronte italiano.
Ma loro non ci ascoltano, ed il capitano ci invita con arroganza a badare ai fatti nostri, minacciando di metterci in prigione se continuiamo ad ostacolare le lodevoli intenzioni di questi patrioti. Devo confessare che, visto anche lo scarso successo del nostro tentativo di dissuasione, io non mi sentii di affrontare ulteriormente le ire di quel fanatico...

A cura di Ezio Maifrè

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