11 ottobre 2011 - Capita raramente leggendo l’opinione di qualcun altro di essere completamente d’accordo: quasi che due cervelli lavorassero in simbiosi. Ma è altresì ancora più raro che le opinioni di un cervello poschiavino possano collimare con un cervello valtellinese...
Certamente non a causa di intelligenza o di cultura, ma a causa del fatto di vivere in due nazioni diverse, di diversa cultura e diversi orientamenti politici.
Di più. Ciò che gradisco nell’articolo qui sotto è una panoramica generale degli argomenti che ci assillano e che sono esposti, a mio avviso, con una obiettività e schiettezza che ammiro e che io non sarei stato capace di esporre . Ho espresso all’amico poschiavino Antonio Platz il desiderio di poter riportare il suo pensiero sul giornale on- line Intorno Tirano.
Lo ringrazio per la sua cortesia e ringrazio anche il direttore del giornale on-line, dott. Marco Travaglia per la pubblicazione.
Ezio Maifrè (valtellinese )
CANTON VALTELLINA
La provocazione lanciata da Massimo Sertori sull’eventualità dell’adesione della Provincia di Sondrio alla Svizzera ha scatenato grandi e accese discussioni. Tanto si è detto, tanto si è fatto che pure sulla stampa grigionese e ticinese sono apparsi articoli in merito. Obiettivo raggiunto per Sertori che, lungi dal voler mettere realmente in pratica quanto proposto, è riuscito a sensibilizzare Roma sulla particolare situazione della Provincia di Sondrio.
Probabilmente sottovalutata, per contro, la reazione della popolazione che ha ingigantito un’affermazione estemporanea e l’ha fatta sua nel bene e nel male. Senza troppo riflettere sulle reali possibilità e probabilità che una simile ipotesi potesse realmente divenire realtà, i discorsi in piazza e nei bar si sono accesi. Nel bene molti valtellinesi e valchiavennaschi hanno riscoperto uno spirito nazionalistico che non credevano tanto viscerale. Invidiata o sfottuta a seconda dell’opportunità, la Svizzera era, è e rimarrà una nazione confinante con la quale tessere rapporti sinergici e condividere legami economici, professionali, culturali e, perché no, anche religiosi, ma nulla più.
La Valtellina e la Valchiavenna appartengono all’Italia. Un dato di fatto che anche i secessionisti riconoscono anche se non lo ammetteranno mai a parole. Il fatto che se continui a parlare e che qualcuno versi quotidianamente benzina sul fuoco – magari anche in maniera incivile e anche un po’ ingenua come accaduto nei pressi di Canali – è da ricercare altrove, in un malessere che è figlio dell’incertezza creata dalla politica. L’Italia – vista con occhi esterni – al momento non è messa economicamente peggio di altre nazioni europee e non è pertanto nell’attuale crisi finanziaria che vanno ricercati i motivi dell’esasperazione più volte manifestata dalla popolazione. Il vero problema va ricercato nell’incertezza dettata da un Governo che non pone limiti al suo operato. Al contrario di quanto sta accadendo in altre nazioni dove si combatte la difficoltà con leggi e decreti ben precisi, in Italia non si riesce più a comprendere in che direzione ci si stia muovendo. A distanza di poche ore si varano provvedimenti che sono in completa contraddizione tra di loro.
L’impressione che va sempre più diffondendosi tra gli italiani è che attualmente maggioranza e opposizione non stiano facendo altro che cercare di salvare le loro poltrone e con esse tutti i privilegi che ne derivano. Privilegi che, in parte, condividono con gli omologhi di molti altri stati, che però nei momenti critici hanno il buongusto di non difenderli ad oltranza o addirittura di moltiplicarli. Logica conseguenza, il clima di tensione e incertezza instauratosi viene percepito da potenziali investitori e parecchie aziende come un segnale di pericolo. D’altro canto chi avrebbe il coraggio di investire i propri soldi in una nazione che non garantisce continuità, peggio ancora è capace di sovvertire ogni regola e certezza in una notte? Solo gli speculatori. Personaggi scaltri, pronti ad abbandonare la nave alle prime avvisagli di tempesta, non prima però di averla saccheggiata delle sue ultime ricchezze. Difficile resistere in una simile situazione e sposso l’unica soluzione è quella di trasferirsi altrove.
La Romania non è una nazione interessante solo per il basso costo della mano d’opera, ma anche per gli incentivi che promuove e per la stabilità della legislazione. Ancora più emblematici i n tal senso i trasferimenti in Svizzera, nazione che certo non è conosciuta per i bassi costi del lavoro, ma che per contro garantisce una stabilità assoluto che permette di crescere. Tanto di cappello pertanto a tutti gli industriali italiani che anche in una simile costellazione di difficoltà oggettive continuano a rimanere in Italia. E pensare che la penisola potrebbe essere una delle potenze economiche più influenti al mondo – l’appartenenza al G8 non è certo solo un privilegio acquisito da un glorioso passato –, e probabilmente quella con il maggior potenziale di crescita in considerazione dell’immagine che gode per meriti acquisiti sul campo il Made in Italy.
In economia dici Svizzera e pensi alla qualità, dici Cina e il pensiero corre all’economicità, dici Italia e parte la valnga di style, design, vitalità, bellezza, comfort, avanguardia, manualità e aggiungete voi quant’altro. Quanto sta accadendo in questo momento in Valtellina va pertanto interpretato nel giusto modo. La popolazione percepisce che gli ingranaggi stridono, ma si sente inerme contro la grande macchina dello Stato. Solo il grande senso civico della popolazione – lo si voglia ammettere o meno – ha evitato sin’ora che Roma bruciasse per la seconda volta. nella sua storia. Ma la situazione ormai è giunta al punto di rottura e, continuando di questo passo, non mi sentirei di escludere che le mille proteste di queste ultime settimane possano trasformasi in un unico incontrollabile Tsunami. Forse qualcuno nella capitale dovrebbe farci un pensierino...
Antonio Platz (poschiavino)
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