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giovedì 8 novembre 2012

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "Calastra"

Preciso subito che la parola "calastra" è presente non solo nel vecchio dialetto di Villa e di Tirano, ma anche in altri dialetti lombardi a cominciare dal vecchio dialetto milanese e anche nel dialetto di Bergamo città... (Giac)
Come tipologia "calastra" è una parola di uso "tecnico", conosciuta soprattutto dai bottai, dai falegnami e più in generale dai contadini. Siccome questa parola appare nei preziosi vocabolari dell'Ottocento è da pensare che possa avere almeno due secoli di vita, ma quasi certamente di più.
A Tirano e a Villa la "calastra" è il piano del carro agricolo scomponibile, quello che nei rimorchi dei trattori chiamiamo "cassone", una parola che sembra in realtà molto dialettale, ma non saprei dire se lo sia per davvero. Nel Bergamasco e nel Milanese il significato è invece diverso: la "calastra" è il supporto che sosteneva le botti in cantina. Si trattava di due massicci ceppi di legno, molto pesanti e difficili da spostare, posti trasversalmente, a una certa distanza uno dall'altro: dovevano durare anni perché le botti non si possono spostare. In ogni caso prima di spostarle o rimuoverle, dovevano essere naturalmente svuotate e poi smontate, togliendo i grandi cerchi che tenevano bene unite le doghe.
In italiano le "calastre" delle botti si chiamano "i sedili". Nelle vecchie cantine i "sedili" erano di legno, nelle cantine moderne certamente di materiale diverso più resistente perché le botti sono grandi, come minimo il doppio, rispetto a quelle delle cantine del secolo scorso. La "calastra" del carro agricolo a traino animale invece si può levare facilmente dal "broz" e dal "redrée", come se fosse una portantina: ci sono quattro sporgenze alle due estremità in modo che la si possa afferrare, i "branch".
Diversamente da altre parole in uso nel mondo agricolo come "giuf", giogo, "redrée", postreno del carro, o anche stanga, il termine"calastra" non si presta a un uso figurato. In altri termini ha un solo significato che è concreto e non può avere un senso astratto. Invece"redrée", in senso figurato, vale per una persona pigra o lenta. "Giuf" invece potrebbe alludere a qualcosa che pesa in senso materiale o morale, un grattacapo insomma.
Ancora una volta è bene ricordare che certe parole sono patrimonio comune di diversi dialetti in una determinata regione o provincia. Certamente le stesse parole, nelle città più importanti sono scomparse dall'uso molti anni prima che non nelle campagne. A volte alcune parole rispettano fino aun certo punto i confini linguistici regionali: ad esempio la parola "barba", zio, la si trovava fino alla metà dell'Ottocento in quasi tutti i dialetti del Nord Italia.
Delle parole dialettali scomparse dall'uso rimane a volte qualche traccia. Nel caso della parola esaminata rimane un cognome tale e quale, Calastra, cognome settentrionale, portato ora da non molto più di dieci persone in tutta Italia. In questo caso però si potrebbe trattare, a mio parere, di una "traccia" dubbia, difficile da provare.Il cognome Calastra è troppo poco diffuso e nessun studioso finora, per quanto io sappia, si è preoccupato di studiarne il significato originale.
Giac

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