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venerdì 16 novembre 2012

MODI DI DIRE: "Cüntà sü la ràva per la fàva"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
"Hai saputo la storia che gli habituès del bar, "i Balòs", raccontano su don Severino?". "No!", rispose seccamente Luciano a Marco.
“Te la racconto, però acqua in bocca! Anzi no! Forse è meglio di no. Non te la posso raccontare. Sei un uomo troppo sensibile e di chiesa; ti potresti turbare. C’è del sesso!
Questi fatti, nei nostri paesi di valle, sono come rosolio. La storia te la racconterò tra alcuni giorni. Forse domenica prossima, dopo la S. Messa, sul sagrato della Chiesa. Meglio lasciare sbollire gli animi perché il fatto è ormai sulla bocca di molta gente che borbotta come una pignatta di fagioli che bolle”.
“Bene Marco, ci vediamo domenica mattina. Ora sono di premura, rispose all’amico. “Sempre di premura, dove vai sempre così di fretta! Tranquillo, riposati, rilassati un momento. Vieni, beviamoci un calicino di rosso, poi magari abbiamo il tempo per parlare del fatto” sbottò Marco, sconcertato del poco interesse per il presunto intrigo amoroso del giovane sacerdote.
Bevuto il calicino di rosso Marco iniziò a raccontare, a mezza bocca e vicino all’orecchio sinistro di Luciano: “Dicono d’aver visto don Severino in abiti civili, senza collarino, né crocefisso sul bavero della giacca in un ristorante in bassa Valle con una avvenente e graziosa ragazza.
Dicono che fosse una bionda avvenente, una vamp! Raccontano che aveva una camicetta bianca tirata sul poderoso petto a balaustra, una gonna corta da confondersi con le mutande, stivaletti in pelle da accapponare la pelle umana.
I due piccioni erano sorridenti, affettuosi, allegri. Sul loro tavolo c’èra una rosa rossa. Hanno consumato antipasto, primo, secondo, dolce e caffè con grande calma. Il conto è stato pagato dalla signorina.
Poi sono usciti dal ristorante. Si sono salutati in modo affettuoso. Sono partiti per mete opposte; dicono per non insospettire. Lui è salito in macchina verso l’alta Valle, lei con una Fiat Panda rossa targata Milano verso Morbegno.
Bisbigliano al bar ‘ i Balòs ‘ che è lei la ragazza segreta di don Severino”.
Marco , terminato il racconto a bocca storta, si pulì con il fazzoletto la bava ai lati sulle labbra. Chiese un bicchier d’acqua alla barista e lo trangugiò. Era stato difficile e penoso parlare con voce bassa, a mezza bocca di tali argomenti nell’orecchio dell’amico.
Luciano aveva ascoltato di malavoglia. Non amava i pettegolezzi e badava ai fatti suoi. Di botto bevve il calicino di rosso e disse: “Porca miseria, se la gente si facesse i cavoli propri sarebbe meglio!!! La cosa vale anche per te!
Quella signorina che menzioni non è l’amante di don Severino; è sua nipote. Figlia di sua sorella che abita a Lecco. Si danno appuntamento circa ogni mese. Don Severino le fa da padre spirituale. Si incontrano a metà strada, pranzano in quel ristorante che anch’io frequento da anni.
Quando giungi al bar “ i Balòs” , per il tuo solito calicino, dì pure ai tuoi amici che “i cüntà sü la ràva per la fàva” e di non storpiare la verità. Parlano solo perché hanno la bocca. Paga i calici di rosso e chiudi quella boccaccia diffamante una buona volta per tutte. Ciao.
Ezio Maifrè

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