L'archivio del portale di informazione e commercio INTORNO TIRANO (www.intornotirano.it)

Etichette

venerdì 9 novembre 2012

MODI DI DIRE: "Nsegnàch miga a l'àva a fa pèt"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Tutti noi sappiamo che ogni periodo della vita ha una sua ben precisa caratteristica. Con il trascorrere del tempo il nostro corpo subisce delle mutazioni. Normalmente tutto questo è tollerato senza particolari patemi d’animo poiché fa parte, nel bene e nel male, del nostro vissuto. Tra questi cambiamenti vi sono delle cose non troppo gradevoli, altre però sono simpatiche e persino divertenti. Una di queste cosucce simpatiche sono i “pèt de l’àva“ (le scoregge della nonna).
Ben diverse sono quelle del nonno. Esse sono assai più rare, austere, di tonalità maggiore, e tante volte esprimono monito o diniego.
I “pèt” della nonna, al contrario, sono accolti come nota d’amore, di bontà, di tenerezza. Essi sono tollerati dai figli e diventano motivo di allegria per i nipotini.
"Nonna, nonna, hai fatto pùt?", dice sorridendo il nipotino vedendo la nonna china e indaffarata nel preparare la minestra. Lei risponde “amore, non sono stata io, è la pentola che borbotta“, ma il nipotino continua a sorridere divertito con la nonna in una tacita intesa.
Insomma, alla nonna ideale, alla nonna buona e dolce, nei momenti particolari carichi di emozione o di spavento, è concesso emettere soffici peti.
Ho detto nei momenti gioiosi, ma anche in quelli di spavento. Proprio così!!!
Rammento un fatto accaduto negli anni ’50. Ero un fanciullo e come tanti, mia nonna mi portava “per la benedizione“ in parrocchia.
Allora, in certe occasioni, predicava un frate francescano che chiamavano bonariamente “ il calicino “ perché era sempre abbondante nella preparazione del vino consacrato. Era venuto dalla bassa Valle con una fama di grande predicatore. Riusciva a catturare l’attenzione e l’interesse dei suoi uditori forse più dei politici del giorno d’oggi che usano e abusano della televisione e dei giornali.
Aveva però la fama di buon bevitore. Quel giorno, con un esperto viticoltore, aveva avuto un acceso diverbio. Il francescano pretendeva d’insegnargli come si poteva trarre dai vigneti del tiranese un buon vino per la S. Messa.
Era intervenuto il parroco per sedare la questione e anche per invitare il francescano ad affrettarsi per celebrare ”la benedizione“.
Il francescano non si quietò. Durante la “la benedizione“, nell’agitare il turibolo, incrociò la balaustra dell’altare e gran parte dell’incenso acceso e fumante finì come meteora tra i capelli di dodici pie nonne che erano oranti nei primi banchi.
Alcune erano con i loro nipotini, tra i quali c’ero anch’io. Prima vi fu il colpo secco del turibolo sulla balaustra, poi uno scompiglio di mani sui capelli, infine una sinfonia che ricordo molto bene.
Per lo spavento le nonne, mollarono dei “pèt“ a scalare con tonalità differenti, basse e vibranti da canna d’organo. Le tonalità erano diverse e il tempo complessivo della sinfonia durò per 15 secondi e si concluse con un “profondo basso“ della nonna Celestina da sembrare una scarica di grossi macigni.
Dante avrebbe cantato: “ed elle avean del cul fatto trombetta».
Il profumo dell’incenso si mescolò all’odore dei “ pèt déli dudès àvi” . Pervase la chiesa, poi lentamente si dissolse tra stucchi e immagini.
Terminata” la benedizione “ il frate francescano chiese al parroco perché era accaduto quel fatto inquietante alle anziane donne per una banale fuori uscita d’incenso dal turibolo. Lui rispose: “caro amico, prima volevi insegnare al contadino a produrre vino da S. Messa nel tiranese, ora ‘Nsègnach miga a l’àva a fa pèt“. A ognuno il suo mestiere; tienilo sempre presente nelle tue omelie!”
Ezio Maifrè

Nessun commento:

Posta un commento