La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire
dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
Questa rubrica settimanale dei
"modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in
gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Deo Gratias ! Marilena, la nuova fiamma di Roberto aveva acconsentito. Dai e dai, il baldo giovane era riuscito a convincerla. Domenica avrebbero fatto una bella camminata. Sarebbero saliti fino in Trivigno a piedi e si sarebbero fermati nella sua baita in montagna a pranzo. Marilena aveva promesso la passeggiata a Roberto martedì sera durante una cena tra amici. Lui, prima che la cena terminasse, durante la pausa per il caffè, aveva già spiattellato a tutti i maschietti presenti la sua intenzione birichina.
La ragazza non era delle più facili. Anzi ! C’avevano provato in molti, ma era andata buca per tutti. Sorrisi, convenevoli, moine , ma la ragazza non “mollava”. Per questo c’era stato il passaparola tra i baldi giovani che il primo conquistatore della “ sirena Marilena “ avrebbe avuto gli onori sul campo con il titolo onorifico di “ganzo “.
La promessa era stata fatta martedì. V’era ancora mercoledì, giovedì, venerdì, sabato da aspettare e per Roberto il tempo non passava più. La notte si girava, si rivoltava nel letto. Mercoledì dormì a tratti. Sognò Marilena che con una piuma di gallina gli faceva solletico sul torace. Lui nudo dalla cintola in su ragliava di piacere come l’asino del Frìgul .
Giovedì sognò Marilena discinta che, con musica orientale, eseguiva una danza del ventre. Sua madre lo sentì mugugnare nel sonno. Si spaventò, pensò a un malore. Svegliò il giovanotto che disse d’aver mangiato pesante con gli amici.
Venerdì ebbe un sogno che lo rese quasi privo si forze. Sognò Marilena accanto a lui nel suo letto. Erano abbracciati affettuosamente, teneramente. Le loro voci non erano voci d’uomo ma il tubare di colombe e i suoni erano d’uno svolazzare e sbatter d’ali l’un presso l’altra. Un sogno celestiale, aulico, quasi erotico . Si svegliò sudato, bagnato fradicio nel letto. Non apri subito gli occhi per paura di perdere la dolcezza di quel bel sogno. Si alzò con gli occhi chiusi. Sbatté il bacino nello spigolo del letto. Con il male tutto d’ossa si quietò ed aprì gli occhi.
Sabato notte non dormì per l’ansia. Gli ardeva un fuoco dentro, una dolce inquietudine, un formicolio indefinibile.
Per domenica la sua performance fisica doveva essere al top. Barba, capelli, profumo, abbigliamento intimo; questi erano i suoi pensieri. La sera si ritrovò con gli amici. Mangiò piccante, eccedette sul formaggio di grana, però non bevve molto. Si era assunto una grave responsabilità innanzi al branco giovanile. Non poteva fallire. L’aspettava la sua casa in Trivigno, un bel pranzo accanto al caminetto e poi... e poi volava con la fantasia.
Al raccontare il seguito tutto il gruppo di ragazzi guaiva come un branco di lupi in calore.
Finalmente giunse la desiderata domenica. Roberto sembrava “Avè al föch an del cül”. Era pronto, pimpante, con lo zaino zeppo di vivande e con tutto l’occorrente per la bella scampagnata in Trivigno. Suonò il campanello di casa di Marilena. Lei puntuale e più bella che mai l’aspettava. Roberto pensò: è fatta, ci sta, lo si vede dagli occhi! Si avviarono allegri e spensierati verso Trivigno. Passarono per il Castelàsc . Qui Roberto sfoggiò la sua cultura storica. Raccontò per filo e per segno la storia del Castello, le varie battaglie dei Tiranesi con i Grigioni. Ci teneva ad apparire un giovane di cultura anche se faceva il meccanico. Passarono per la prima Croce, poi per Ronco. Alla seconda croce Roberto , in cuor suo, chiese perdono al Signore per i cattivi pensieri che gli frullavano per il capo, appena fossero giunti nella sua baita in Trivigno. Passarono per Piscina. Di nuovo Roberto fece da cicerone raccontando la storia del forte Sertoli e della caserma.
Verso mezzogiorno giunsero presso la sua baita in Trivigno senza fatica e freschi come rose di maggio. Posò lo zaino per terra e cercò nelle numerose tasche la chiave del portone. Prima con calma, osservato con occhio compiaciuto da Marilena, che aveva un certo languirono nello stomaco per la fame, poi con furia, perché gli venne il sospetto d’aver dimenticato a casa la chiave del grosso portone.
Niente da fare, la chiave l’aveva proprio dimenticata. Con rabbia diede un calcio al portone che resistette. Ammutolito, rammaricato, abbacchiato per la figura meschina fatta innanzi alla bella Marilena, furono costretti a pranzare al sacco sotto il grande pino che faceva ombra alla sua stanza da letto. Amaro destino ! Proprio quando sembrava cosa fatta, un diavoletto aveva messo un intralcio ai suoi programmi. Però la passeggiata fu bella ugualmente.
Alla sera tornarono in paese contenti della scampagnata. Roberto e Marilena si salutarono con un bacetto sulla guancia. Ma la cosa non andò liscia per Roberto. La sera dopo dovette raccontare la sua avventura agli amici. Disse “ purtroppo mi è andata buca. Avevo dimenticato a casa la chiave del portone della baita di montagna. Non abbiamo potuto entrare al calduccio”. Ernesto, esperto amatore disse: “ Quando si programma una conquista occorre essere precisi, metodici, calcolatori e mai “ Avèch al föch an del cül” , mai avere fretta. Ti serva per lezione. Roberto non ebbe il titolo onorifico di “ ganzo “ e Marilena fu ancora una volta “salva”.
Ezio Maifrè
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