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venerdì 7 dicembre 2012

MODI DI DIRE: "La bùca l’è mai straca fin che la sa mìga de vàca"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone. 
Erano altri tempi. Tempi di miseria, ma di grande rispetto per gli Ecclesiastici.
Racconto il fatto, come il vecchio Pédru lo raccontò a me. Lui, a sua volta, lo sentì raccontare a “ bocca a bocca “ dai suoi avi. Io, come Ponzio Pilato, lo racconto, ma me ne lavo le mani.
Siamo a fine del ‘600. Un sant’uomo di Como doveva giungere per una visita pastorale a Tirano. Come usavano allora, e come usano oggi i politici, questi personaggi erano accompagnati da uno stuolo di servitori. Al termine della carovana v’era la diligenza dell’Eminenza che impartiva solenni benedizioni al popolo assiepato lungo la strada.
L’Eminenza giunse, in quell’ottobre polveroso e caldo, tra uno stuolo di folla osannante a Tirano Già allora, il popolo di Tirano era noto per l’accoglienza e il rispetto verso gli ospiti e le istituzioni. Mio nonno mi raccontò che i Tiranesi, quando giunse Garibaldi in Tirano, gli fecero in suo onore un grande arco di trionfo. Un cittadino, al passare dell’eroe dei due Mondi a cavallo sotto lo splendido arco, si inginocchiò per terra gridando d’aver visto il Signore.
Torniamo alla nostra Eminenza. Giunto in Tirano, celebrò una solenne S. Messa .
Al termine, uscendo dalla chiesa, alzò lo sguardo verso il Monte Masuccio. Vide Roncaiola, la bella. Osservò stupito, per un momento, quel grappolo di case appollaiate sul costone. Subito espresse alla folla il desiderio di salire fin lassù per impartire la sua benedizione e di desinare con quella buona e onesta gente.
Vi fu un applauso generale, ma qualcuno si grattò la testa. Sapevano che Sua Eminenza rarissimamente camminava con le sua gambe. Si faceva trasportare in carrozza e dove la carrozza non poteva giungere, arrivava con la portantina supportato da otto uomini robusti.
Sua Eminenza, oltre ad essere pieno di Grazia pesava centoquaranta chili. Di conseguenza il suo desinare era sempre abbondante e il suo peso era difficile da stimare.
Il parroco si preoccupò di trovare otto giovanotti robusti. L’Eminenza si sedette sulla portantina, poi al comando del parroco, di botto, gli otto baldi giovani alzarono la portantina all’altezza delle spalle e, via andare verso Roncaiola, con il carico santo.
Dalla chiesa fino alla località “ Risciùn “ tutto procedette nella regolarità.
Poi, al “Risciùn”, luogo dove la strada si fa erta e con il selciato, il procedere si fece più lento e faticoso.
Dovettero fare una posa. Posarono la portantina con Sua Eminenza al suolo. Gli otto forzuti, sudati fradici si sdraiarono per terra per riprendere fiato. Arturo, una di loro, guardò in alto le case di Roncaiola e si fece il segno della croce. Pensò che la fatica sarebbe stata tanta. Si rivolse all’amico Guido, paonazzo dallo sforzo dicendo :” Non potremmo tagliare in due il santo uomo così da fare due viaggi e fare meno fatica ? “ Per fortuna il porporato non sentì la proposta.
Il parroco udì e capì. All’imbocco dell’erto sentiero che porta a Roncaiola , decisero di fare delle pose , con lo schema della Via Crucis . Progettarono,sul quel sentiero quattordici stazioni di fermata. Più una supplementare sul grande spiazzo presso le case dove ora sorge la chiesa e dove la gente della borgata aveva imbandito una grande tavolata. Quella era la stazione gaudiosa da conquistare per gli otto baldi giovani.
Ora basta! Non vi racconto ciò che soffrirono gli otto uomini per il trasporto della pesante Eminenza fino a Roncaiola e le imprecazione dette a fil di labbra. Dico solo che Arturo, alla ottava stazione, si trovò con due borse. Una gliela aveva data madre natura, l’altra fu un ernia grossa come un pugno che sbocciò all’improvviso.
Carlo subì uno strappo alla schiena alla decima stazione che lo rese quadrupede.
Mentre Giuseppe, che era considerato il più forzuto ,si strappò un tendine e fu portato a Roncaiola a dorso di mulo.
I giovanotti però erano molti. Così si diedero il cambio e giunsero finalmente alla quattordicesima stazione, che era presso il cimitero. L’Eminenza benedisse i poveri morti, ringraziò i “ caduti “ per il suo trasporto e si avviarono di nuovo. Giunsero alla stazione Gloriosa, sul grande piazzale , dove una folla plaudente li aspettava.
A Roncaiola allora erano stati censiti quattordici fuochi e tutti ricevettero la benedizione. Poi iniziarono le feste, i canti e il pranzo. Delle bestie si salvarono solo quattro galline e un maiale e altra poca roba nascosta in località “ bedùle “ .
Tutto il resto fu mangiato con gaudio. Bastò a misura perché il porporato, per la sua corporatura, mangiava e beveva a non finire.
Alla mensa arrivavano polli, conigli, polenta, salsicce, costine di maiale. La gente di Roncaiola, che per sua natura aveva un profilo tagliente e magro ammirava quel buongustaio di chiesa.
Sapeva , o forse sperava che quel desiderio di cibo del santo uomo sarebbe poi stato tramutato in opere di bene.
Mangiava, non finiva più di mangiare e bere. Giunse Giuseppe, non il più anziano di Roncaiola, ma certamente il più filosofo, con una grossa forma di formaggio..
Si inchinò verso Sua Eminenza, che ancora non aveva assaggiato formaggio e disse: “ favorisca un tocco di formaggio. Da noi si dice che “la bùca l’è mai straca fin che la sa mìga de vàca”.
Non si fece pregare due volte. Ne mangiò due tocchi e finalmente la sua fame si quietò.
Soddisfatto decise, verso sera, di scendere a valle dopo essere stato acclamato e ringraziato per la visita.
Arturo, quello delle due borse, o se ancora ricordate, quello dell’ernia grossa come un pugno, si era rifugiato dolorante su un letto di paglia. Si alzò e gridò alla gente: “ Ora che Sua Eminenza ci ha reso onore con la solenne benedizione e il suo grande appetito e ha aumentato la sua stazza sino a farlo diventare rotondo come una zucca, potremmo portarlo sul ciglio della strada e a rotoli farlo giungere fino a Tirano “.
L’espressione sarcastica giunse all’orecchio del santo uomo che alzò il turibolo d’incenso ormai spento e lo scomunicò.
Il parroco convinse altri otto giovani per il trasporto fino a Tirano. Però essi adottarono un accorgimento suggerito da Roberto, il boscaiolo ,che rammentò a tutti che in discesa “ ogni vacca travaca “ . Legarono a strascico, dietro la portantina, due betulle che con il loro peso facevano da freno. Nello scendere dimenticarono le stazioni della via Crucis per il desiderio di concludere presto l ‘avventura e nessuno si fece male.
Solo l’Ecclesiastico perse il suo cappello per strada. Fu poi ritrovato il giorno dopo dallo Stefanin che lo usò per dar acqua alla vigna.
Il mattino dopo il Santo uomo partì alla volta di Como salutato da tutti i Tiranesi .
Giuseppe, ebbe il ringraziamento di tutti gli abitanti di Roncaiola per il suo detto “La bùca l’è mai straca fin che la sa mìga de vàca”. Fu solo così che Sua Eminenza si sentì satollo mangiando formaggio e si salvarono le quattro galline e il maiale di Roncaiola.
Ezio Maifrè

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