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giovedì 17 gennaio 2013

LE PAROLE DI UNA VOLTA: "néf"

La neve, néf o anche nif in altre province della Lombardia, è indubbiamente il fenomeno naturale più importante dell'inverno. (Di Giac)
E' da considerarsi, al pari della pioggia, una precipitazione, però diversa, destinata a restare più o meno a lungo sul posto, a seconda dell'altitudine, della quantità caduta oppure dell'andamento climatico dell'inverno.
Sappiamo che, come la pioggia, la neve non cade nella stessa quantità ogni inverno e ogni anno, le precipitazioni variano da un anno all'altro. Naturalmente sono più abbondanti in quota e nei mesi di Gennaio e Febbraio. Talvolta può nevicare anche nella seconda metà di novembre oppure nella prima metà di marzo.
I nostri antenati usavano dire "l'anvèran i l'ha mai mangiàda i luf, l'inverno non l'hanno mai mangiato i lupi. Esisteva poi un detto molto noto: "Natàl en Piazza, Pasqua a la la brasca" che significa più o meno: se il Natale è mite, a Pasqua sarà freddo. Ovviamente i detti e i proverbi devono sempre essere considerati con una certa prudenza e interpretati. In questo caso, il significato reale potrebbe essere che l'inverno non si sa quando finisce veramente.
Riguardo al vecchio dialetto ,fino all'inizio del secolo scorso, da noi in Valtellina si parlava di "néf," per "è nevicato" un'espressione usata era: "'l è vegnùu la néf". Quando nevicava forte si diceva: "la vée giù seràda"; se invece la neve era fine o bagnata, "l'è fina" o "mòla". E' interessante notare che al verbo nevicare, corrisponde in dialetto "fiucà" coniugato in modo impersonale, questo verbo è irregolare, diventa al "fiòca" e "fiucarà" al futuro.
Al di là delle Orobie per sottolineare che nevica forte, si diceva a Bergamo città,"Ol fiòca a pale"e a Brescia capoluogo "ol fiòca fés". Invece in Piemonte "fiòca" e "fioché", stanno per "neve" e "nevicare", ovviamente. Sono in pratica la stessa parola.
Bisogna ammettere che, nel passato più o meno lontano, le nevicate erano accolte in generale, quasi sempre bene, un po' da tutti. Per i ragazzi poi, era certamente una festa. Si apriva un sentiero nella neve caduta, la "cal" o "cala", nel Bergamasco, tanto per passare, niente di più. Alla sera si stava al caldo in cucina o nella stalla. In quest'ultima si teneva la veglia serale con i parenti o i vicini di casa. Le famiglie più agiate invece avevano una "stua"in quello che era il soggiorno.

  
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