La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire
dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
Questa rubrica settimanale dei
"modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in
gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Fare uno scherzo di cattivo gusto è fatto riprovevole. Poi, se lo scherzo è una burla sgradevole e inaspettata, fatto da una persona seria, non sospetta, allora lo scherzo di può definire “da prete”.
Lo scherzo lo fece il giovane don Valentino, non per cattiveria, nemmeno per malizia, ma per difendere il suo vin santo che era depositato nella cantina della canonica.
Il fatto successe nell’ormai lontano maggio del ‘57. Don Valentino ogni anno faceva arrivare una botticella di 100 litri di vin santo dalla toscana fatto di uva Malvasia. Il gusto era eccezionale. Non era come il Valtellina , asprigno da farti fare la smorfia. Il vin santo si beveva come rosolio e, come le ciliegie, un calicino tirava l’altro. Il chierichetto normalmente per ricompensa d’aver servito la S. Messa ne assaggiava, sotto l’attento sguardo del sacerdote , un goccio. Almeno così facevo io.
I cento litri di vino a don Valentino , in un anno solare, non bastavano. Pareva eccessivo a tanti quel consumo. Si sussurrava : con tre S. Messe, anche con tre calici abbondanti al giorno , a don Valentino quel vino doveva bastare, pur calcolando anche il leggero consumo dei chierichetti.
Nell’anno del ’58 decise di ordinarne centocinquanta litri. Alla fine di novembre la botte suonava di vuoto. Dove andava a finire il vin santo ? Controllò se la botte avesse delle perdite . Nessuna perdita: le doghe della botte erano sane come coralli, i cerchi in ferro erano lucenti e stretti come aureole di santi. Si grattò il capo e pensò: qui qualcuno apre la spina e se lo ciuccia.
Erano in tre ad avere l’accesso alla cantina della canonica. Il sagrestano, la sua anziana e petulante Perpetua e Giacomo, factotum della parrocchia. Era indispensabile sapere dove andava a finire parte del vin santo.
Per capire la storia occorre però fare un passo indietro. Spero che la memoria storica dei tiranesi ricordi la strega di Cà dei Gatèi. Per chi non la ricorda o è troppo giovane per averla sentita raccontare è bene fare un ripasso. Quella strega compare a distanza di venti anni nelle selve di Cà dei Gatèi. Girovaga nel mese di agosto nelle notti di luna piena, poi si quieta e si rintana per il lungo sonno ventennale nelle due cantine, sotto la torre del Castelàsc.
E’ una strega né buona, né cattiva. Alla sua vista, se non scacciata con tredici segni di croce, trasforma il malcapitato in un teschio. Il suo spirito, come una candela accesa , entra nella testa del malcapitato e nel sangue tramutandolo in acqua sporca. Poi svuota la testa fino a renderla bianca e luminosa come un teschio. Il malcapitato rimane in quello stato fino alla sua prossima venuta.
Don Valentino, come tantissimi suoi parrocchiani, sapeva la storia. Non credeva alla strega di Cà dei Gatèi, ma ne discusse ugualmente con i suoi parrocchiani, in particolare con la sua anziana Perpetua, il sagrestano e Giacomo il factotum: con i tre che avevano le chiavi della cantina della Canonica, dove v’era depositato il vin santo.
Don Valentino in giornata andò in cantina con un teschio fatto di ceramica che il suo amico dottore Filippo gli aveva regalato per rammentagli che la vita è breve e va vissuta in grazia, ma anche in allegria.
In mezzo al teschio vi mise una candela e l’accese. Depositò il teschio illuminato sopra la botte di vin santo e se ne andò avendo cura si spillare un bottiglione di vino santo per l’uso di tre giorni.
Passò un giorno. Giunse il mattino del secondo giorno. Misericordia! Sentì un grido angosciante giungere dalla cantina. Si precipitò a vedere. Vide la sua Perpetua accasciata priva di sensi accanto alla botte di vin santo. Il teschio sopra la botte, illuminato dalla candela, diffondeva nella cantina ombre e luci sinistre. Cercò di rianimare la perpetua ma invano. Chiamò aiuto. Arrivò quasi subito Giacomo. Vide il viso della anziana donna e disse: Al g’à ‘ndàcc ‘l sanch ‘n culubbia. Diamole da bere un poco di vin santo. Gliene versarono, nella bocca semiserrata, un buon bicchiere ed ebbe segni di vita. Al secondo bicchiere incominciò a respirare regolarmente, con il terzo aprì gli occhi, con il quarto incominciò a rendersi conto dove si trovava. Con il quinto rispose alla domanda di don Valentino che le domandò cosa stesse facendo in cantina a quell’ora. Lei disse roteando gli occhi, bofonchiando : bevevo il vin santo come mio solito.
In vino veritas ! Quel giorno la strega di Cà dei Gatèi aveva aiutato don Valentino che finalmente scopri il motivo dell’eccessivo consumo di vino. Con un soffio spense la candela accesa nel teschio posto sopra la botte. Riportarono a braccia l’anziana perpetua nella sua stanza. Purtroppo da quel giorno il suo viso rimase sempre pallido perché “al g’éra ‘ndàcc ‘l sanch ‘n culubbia”. Il suo sangue era diventato come l’acqua della sciacquatura dei piatti, come un beverone liquido da dare ai maiali. Non poté più svolgere il suo servizio. Andò in pensione. Al giovane don Valentino fu concessa un’altra perpetua.
L’amico sacerdote don Lorenzo, in missione in Brasile, l’aveva consigliato di assumere una giovane brasiliana vissuta nelle favelas . Così fece. Nell’anno ’59 però i centocinquanta litri di vin santo non bastarono più. Ne ordinò duecento poiché don Valentino , con nuova perpetua brasiliana Dolores, ne bevve non solo nella S. Messa, ma anche a pasto. Aveva dato retta al consiglio dell’amico dottore Filippo che gli disse: la vita va vissuta in grazia, ma anche in allegria.
Vi fu lo zampino della strega di Cà dei Gatèi in tutto questo? Giacomo, il sacrestano, giura di sì!
Ezio Maifrè
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