16 gennaio 2013 - Alcune decine di anni or sono. In
famiglia abbiamo deciso di trascorrere le vacanze estive ad Abbazia (o
se preferite ad Opatia), località turistica croata a pochi chilometri a
nord di Fiume. (Di Giancarlo Bettini)
Una piccola Sanremo perchè già luogo estivo preferito dai
regnanti astroungarici. Per arrivarci non abbiamo seguito il perimetro
della penisola istriana, ma abbiamo preferito la diretta Trieste-Opatia
attraversando le aride zone del Carso. Un centinaio di chilometri su
strada con un fondo non ottimale. A metà circa di detto percorso si
trova il paese di Sapjane, luogo natio di mia suocera. Mi scuserano i
lettori se in questa prima parte ricordo avvenimenti familiari, il tutto
servirà per inquadrare quanto scriverò in seguito. Sapjane è un
piccolo, povero paese dell'entroterra dove la vita si svolge, o meglio,
si svolgeva, perchè mi riferiesco ad alcune decine di anni or sono,
tirando sera operando in piccole attività. I parenti di mia suocera ci
hanno accolti a braccia aperte, tra l'altro ci hanno fatto visitare le
doline a poche centinaia di metri dalla loro casa. Confesso che non
conoscevo questi “imbuti” carsici. Una breve illustrazione.
Immaginatevi una depressione del terreno proprio a forma di imbuto con
il diametro superiore di un centinaio di metri. Sul perimetro superiore
una serie di piante di prugne, frutti necessari per la produzione delle
loro grappa, lo “slivovitz”. Poi l'imbuto, profondo una trentina di
metri, e sul fondo una piccola quantità di terra scesa dalle pareti,
terra idonea alla coltivazione degli ortaggi. Devo confessare che ho
pensato ad una scena dantesca, alla vita di quella povera gente e
qualche lacrima mi ha bagnato le guance. Ultimo la prima parte
chiarendo il motivo per il quale mio suocero ha conosciuto la sua futura
moglie in Istria. Essendo antifascista ed avendo una piccola attività
edile, alla sua impresa in Italia il lavoro pubblico era negato. Ecco
il motivo del trasferimento all'est per l'esecuzione di lavori stradali.°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Da molti anni conoscevo un galantuomo dal cognome Vesnaver, persona che era giunta a Tirano dall'Istria. Faceva parte delle centinaia di migliaia di profughi che avevano dovuto lasciare la terra natia. Mario Vesnaver ci ha lasciato alcuni anni or sono avendo ancora nel cuore la sua terra natia. Faceva parte di una Associazione Pro Istria ed una volta all'anno si recava a Genova, dove incontrava i vecchi amici, dove i ricordi sgorgavano come acqua pura, di sorgente. Mario è stato uomo di fede, molto religioso. Scriveva sui giornali locali e aveva la penna facile. Negli ultimi suoi anni di vita faticava a camminare e, a volte, ci trovavamo a Tirano, sotto la Porta Poschiavina. Seduti sulla fredda pietra che fungeva da sedile (e che nei tempi andati era stato luogo di appoggio dei prodotti della terra da parte dei nostri contadini di Baruffini) mi raccontava il suo Calvario, la sua Odissea. A volte gli chiedevo “Mario, per favore, parlami in dialetto triestino”. Non se lo faceva ripetere e subito acconsentiva. Sempre ricordando l'esodo più volte citato non posso sorvolare sugli anni del primo dopoguerra del secondo conflitto mondiale. Frequentavo la gloriosa scuola De-Simoni di Sondrio (oggi sede del Tribunale). Un buon numero di professori provenivano dai luoghi istriani, cacciati dalla loro terra e venuti ad insegnare da noi. Cito solo il Preside Carvin, i professori Cortese e Giuppani.
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Non è trascorso un mese da quando noi, all'Unitre di Tirano, abbiamo avuto come relatore il nipote di Mario Vesnaver, Matteo Cassinerio. Il tema trattato: “Istria, storia di un esodo”. Era presente il papà di Matteo, pensionato della Banca Popolare di Sondrio. Mancava, per motivi di lavoro, la mamma, figlia di Mario Vesnaver e già Assessore al Comune di Sondrio.
Il destino ha voluto che, nella prima decade di gennaio, venisse a mancare la moglie di Mario, l'adorata Ida Lucia Risi da tempo malata.
Nel giorno delle esequie nel nostro bel S.Martino non c'era più un posto libero. I tiranesi ricorderanno a lungo quest'ottima famiglia venuta da lontano in tempi difficili.
Giancarlo Bettini
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