La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire
dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
Questa rubrica settimanale dei
"modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in
gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a
persone. Anche un racconto può avere il suo “bugiardino” . La nota scritta in piccolo in questo caso è: “si sconsiglia la lettura del racconto alle persone sensibili. Può avere effetti collaterali, anche gravi“.
Uomo avvisato, mezzo salvato.
Racconterò la storia del fantasma del Castelàsc, che nel lontano 2 agosto del ’55, quando ero bambino, mi apparve tra quelle vecchie mura. Nel vederlo al ma s’à quagiàa ‘l sànch.
A distanza di sessant’anni ripensandoci, il sangue mi va ancora in caglio e mi viene la pelle d’oca.
“ Era mezzanotte, tirava vento e pioveva di traverso. A tratti la tempesta imperversava furiosa battendo sui muri della antica rocca chicchi di ghiaccio neri come sterco di capra.
Nel cielo i lampi erano più intensi e tuonava a ripetizione. Sette civette dagli occhi di brace erano appollaiate sulla schiena di sette caproni puzzolenti al riparo nella torre. Io, quella notte di tempesta, ero tra quei ruderi, con l’ombrello rovesciato e a mezz’aria, per vedere se quello che mi aveva raccontato il vecchio Pédru era vero.
Improvvisamente sentii un tuono fortissimo, poi stranamente seguì il lampo. Quando scomparve il lampo vidi il fantasma del Castèlàsc . Era alto, evanescente, luminoso quel tanto da non confondersi con l’ombra delle mura. Veleggiava innanzi e indietro tra le edere sconquassate dalla furia del vento. Al ma s’à quagiàa ‘l sànch. Dopo un po’ mi riebbi dissi: “Chi sei ?” Rispose : “ Io sono lo spirito del Regio Comandante Giacomo Malerba. Sono il capitano del Re francese Luigi XII e dei 500 guasconi che dal 1500 al 1512 misero a ferro e fuoco la valle tra Ponte e Tirano. Io sono un guerriero, ho demolito cinque forti, ma questo l’ho risparmiato. Sono l’uomo, focoso, crudele, avaro che ha imposto costrizioni, aggravi al popolo tiranese e alla popolazione della tua Valle minacciando barbaramente con il ferro e il fuoco. Sono l’onore dei Francesi che voi cacciaste nel 1512 per far strada “a li Grisòni “. Fui trucidato per vendetta con tre pugnalate, ma il mio spirito vagherà per sempre in questo castello dove visse mia moglie Orsolina”.
Con tono fiero, continuò. “Apparirò nelle notte burrascose a chi osa avventurarsi in questo castello e porterò rovina nel vostro paese ”. Di nuovo al ma s’à quagiàa ‘l sànch, poi con voce supplichevole dissi : “ misericordia, quale rovina “? . Rispose: “questa notte all’alba sentirete un tuono sordo, lungo, senza lampo. Acqua e fango scenderanno dal monte Masuccio nel solco che voi ora chiamate Canalone. Il fango invaderà strade e case fino a quietarsi nel fondo valle tra le case”. Disse questo e poi scomparve tra tuoni e lampi. Per la terza volta al ma s’à quagiàa ‘l sànch e poi mi riebbi. All’alba di quella notte, acqua e fango giunsero dal Monte Masuccio , invasero il Canalone, portarono acqua e fango innanzi l’Ospedale fino a allagare la via S. Agostino, il Viale di Madonna e il piazzale della stazione.
E’ passato molto tempo da allora. Lo spirito del capitano Giacomo Malerba riposa tra quelle mura in pace, ma guai a coloro che nelle notti di tempesta osano aggirarsi tra quei ruderi. Lo spirito guerriero potrebbe ancora destarsi e, per vendetta, portare sfortuna alla nostra città.
Avevo avvertito all’inizio della storia. Ora se c’è qualche lettore che ha avuto effetti collaterali, quali tremori o al g’à s’à quagiàa ‘l sànch, il suo sangue si è cagliato io non ne sono responsabile.
Ezio Maifrè
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