La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire
dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
Questa rubrica settimanale dei
"modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in
gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.
Non stupitevi, semmai sorridete. Ridete con simpatia, quando vi racconterò il fatto. Coloro che non hanno vissuto gli anni magri dell’ultima guerra e del dopoguerra saranno increduli. Li capisco perché sono abituati a tutte le comodità, a tutte le novità divulgate dal mass-media, da internet, alla velocità della luce.
Se un valligiano sapeva e aveva visto qualcosa era perché ne aveva avuto le possibilità economiche o gli avevano fatto fare il militare fuori Valle. Vi dirò anche d’essere clementi nel vostro giudizio. Di non emettere subito la sentenza con “L’è ün cargàa ‘ndrée”, che non capisce niente, un tonto, come disse il mio amico Giorgio, quando ho raccontato il fatto realmente accaduto.
Il fatto capitò a Milano nel ’49. Luciano andò a trovare sua sorella Anna a Milano. La sorella era da alcuni anni a servizio come domestica presso un professore universitario di fama internazionale. Andò a trovarla in questa casa a Milano, durante le feste di Natale, poiché il professore con la sua famiglia era a Sant. Moritz in vacanza.
Partì con il treno da Tirano e giunse alla stazione centrale di Milano. A piedi percorse circa quattro chilometri di strada che lo separava dall’ abitazione dell’esimio professore . Nel tragitto si guardava in aria per leggere i numeri civici delle abitazioni. Vide alcune case non ancora ricostruite e diroccate dai bombardamenti. Schivò qualche tram che, prima silenzioso e poi con cigolio, gli giunse alle spalle. Entrò in un bar e chiese informazioni sulla via. Il barista gli rispose:” avanti tre case e sei arrivato”. Prese un caffè per sdebitarsi. Suonò il campanello ed ecco che rispose sua sorella “ ti aspettavo, vieni su al quarto piano. Prendi l’ascensore “.
Entrò nell’atrio, vide il gabbiotto dell’ascensore con la porta in ferro battuto. Lo guardò, poi da buon valligiano, decise di non mettersi in gabbia. Salì le scale fino al quarto piano. Suonò il campanello. La sorella aprì. Baci e abbracci. Il giovanotto, che dalla stazione di Monza, l’aveva trattenuta a fatica ( intendo la pupù) e, alla stazione di Milano dall’agitazione l’aveva vista brutta da farsela quasi addosso, chiese alla sorella se poteva andare subito al gabinetto. "La prima porta a sinistra“, rispose Anna. Nella foga aprì la porta a destra e si trovò in uno stanzino dove rimase un quarto d’ora. Fece il suo bisogno, uscì e si trovò leggero, leggero.
Milano ora gli pareva persino bella, più accogliente. Abbracciò di nuovo sua sorella e si raccontarono tante cose. Non si vedevano da tre anni . Parlò anche delle belle cose che aveva visto nel suo breve tragitto , infine disse: “ Bello anche il gabinetto , nella nostra casa abbiamo ancora il “ còmut “ giù in cortile. La fai e dopo con un colpo di secchio d’acqua è pulito. E’ un attimo e poi lasci subito il posto ad un altro. Qui, tutto è più moderno e brillante, ma occorre più tempo per far la cacca. L’ho fatta dove mi hai detto, ma la fatica è stata tanta per pulire la tazza. Pian pianino ho dovuto farla passare, nel piccolo buco al centro della vaschetta, con l’acqua corrente che non era tanta. E’ stato un lavoro laborioso però ce l’ho fatta anch’io. Milàn l’è ‘n gran Milàn, anche se hanno il gabinetto con il buco piccolo”.
La sorella ebbe un sobbalzo e disse ” Luciano non avrai per caso fatto la cacca nel bidèt? Sei forse entrato nel localino a destra, il localino riservato alla toilette della signora?”. “Si, quello” , rispose. “ Bravo ! Allora l’hai fatta nel bidèt. Quello è un apparecchio che serve per lavarsi il sedere e non per fare la pupù e la pipì” esclamò preoccupata Anna, che subito corse nel localino.
Tornò dopo un buon quarto d’ora dopo aver pulito e profumato il tutto.
Luciano rimase a Milano due giorni. Scoprì l’uso del water, del bidet, della vasca da bagno e del soffione della doccia. Mangiò anche il pane bianco. Vide il Duomo e disse che gli sembrava scuro e tetro, fatto da “ossa da morto“.
Ora potete anche sorridere e giudicare se Luciano era ün cargàa ‘ndrée, cioè uno che non capiva niente. Un tonto? A voi l’ardua sentenza.
Ezio Maifrè
Nessun commento:
Posta un commento