Ferragosto 2013. Vi ricordate le immagini scioccanti di
atleti morti d’infarto sui campo di calcio? Tanti si saranno detti: “a
noi non succederà; perché pur essendo meno giovani, non corriamo come
pazzi dietro ad un pallone”. Mai dire mai. (Di Bernardo Ferrari)
Può succedere di alzarsi tranquilli al
mattino, dopo una notte di sonno sereno, e di fare colazione alle 7.30.
Poi due pastiglie di cortisone per un disturbo comune ma fastidioso,
colpo di freddo. Il tempo di salire in auto e la sensazione che qualcosa
non va: un po’di giramento di testa, una sensazione di svenimento. Poi
inizia un forte mal di stomaco e una fortissima sudorazione calda, come
in sauna. La testa comincia a fischiare e le braccia danno una
sensazione strana, di lieve dolore, formicolio.
Penso
a un colpo di freddo, a una congestione, a una reazione di
sovradosaggio di cortisone. Mi sdraio e va un po’meglio. Passerà mi
dico, e non voglio disturbare nessuno; faccio però una telefonata al
dottor Giuseppe Valmadre perché so con certezza che alle 7 del mattino è
già in reparto day-hospital oncologico a Sondalo. Mi dice: “Bernardo, è
impossibile fare una diagnosi al telefono. Dai sintomi però potrebbe
trattarsi di ulcera o infarto. Chiama il 118”. Nel frattempo mia moglie
aveva già chiamato. Una manciata di minuti e arriva l’infermiera Giusy
con due assistenti. Pressione alta, ECG (elettrocardiogramma) inviato a
Bergamo e immediata decisione di ricovero in ospedale a Sondrio. Vengo
legato come un salame sulla barella e partiamo a sirene spiegate (grazie
Giusy e ai tuoi due collaboratori).
Un
pensiero cristiano mi attraversa la mente: “Dio mi ha dato la vita, Dio
me la toglie. Sia fatta la Sua volontà”. Stranamente sono tranquillo e
sereno, mi guardo il polso destro: da due anni porto la decina del
rosario ed il braccialetto presi a Medjugorje e sento che la Gospa
(Madonna) mi protegge.
L’infermiera intanto mi stabilizza con dei farmaci mentre vengo sballottato dal fondo stradale sconnesso.
Bisognerebbe caricare a forza anche i dirigenti ANAS su di un’ambulanza per fargli capire lo stato pietoso del manto stradale.
Intanto
il mio cuore – cervello parlano fra loro. Il cuore dice: “occhio, puoi
essere un “genius loci” come ti chiamava Padre Camillo de Piaz, sapere
milioni di cose, ma se non ti mando il sangue al cervello per 5-10
minuti ti cancello il passato, il presente, il futuro. E torni al
Creatore!”.
Il cervello risponde:
“calma e gesso, hai sempre funzionato bene e ci sono affezionato da una
vita. Non voglio e non posso sostituirti come se cambiassi il motore
della Golf. È un’operazione lunga e difficile che bisogna preparare per
tempo, e dove lo trovo un altro motore?”.
Anche
Christiaan Barnard in Sudafrica il 3 dicembre 1967 aveva avuto
difficoltà quasi insormontabili e mi ricordo che avevo fatto proprio un
tema a scuola sul primo trapianto.
L’infermiera
Giusy, in contatto radio con cardiologia di Sondrio, avvisa che stiamo
arrivando; la sirena viene spenta, poi in barella fra corridoi, porte,
ascensore. Il dottor Luigi Maiello, primario emodinamica, mi scruta con
occhi come raggi X; fa infinite domande, chiama la neurologa che guarda,
tocca, punge, mi dice di guardare il suo dito e poi in tre minuti mi
fanno la TAC al cervello: negativa. L’infarto acuto è in corso e mi
preparano per l’intervento di angioplastica, una parola che ai più non
dice niente, addirittura banale, ma che per me è autentica fantascienza.
Non
devo tossire, devo stare fermo; mi rilasso completamente. Ormai la mia
vita non è più mia, è nelle mani di questi angeli custodi che stanno
operando con estrema professionalità.
L’operazione
di angioplastica consiste nell’introdurre una sonda sottilissima come
un capello nell’arteria femorale nella zona inguinale (o delle braccia);
iniettare del liquido di contrasto per evidenziare i trombi, aspirarli,
poi dilatare l’arteria tramite palloncino e tenerla dilatata tramite
rinforzi chiamati stent.
Dopo 45
minuti l’operazione è finita; riposo assoluto e monitoraggio continuo
coccolato dal personale infermieristico e sollecito ad ogni richiesta,
specialmente di notte, quando si acuisce la sensazione di abbandono, per
il silenzio e le ore interminabili. (Grazie Monica e a tutte le altre
infermiere di cui mi sfugge il nome).
Oriana
Fallaci diceva: “non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica
grazie; ma lo si fa per principio, per sé stessi, per la propria
dignità”.
Nonostante ciò voglio urlare il mio GRAZIE DI CUORE affinché risuoni più lontano che mai, più lontano di tutte le stelle…
“Il Cittadino Tiranese”
Bernardo Gabriele Ferrari
p.s.: la saggezza dei nostri vecchi diceva: Bacco – Tabacco – Venere riducono l’uomo in cenere
IPPOCRATE: Id est cibi, potus, somni, venus, omnia moderata sint. (cibi, bevande, sonno, piaceri sessuali, tutto sia moderato)
Io non bevo, non fumo, non mi drogo, non faccio ammucchiate (secondo Jacoviti,
una ammucchiata è un congresso carnale di almeno 10 persone. Fino a 6 è
un rapporto sentimentale) ma sono consapevole che dovrei mangiare un
po’di meno, camminare un po’ di più, e stare molto calmo se voglio
godermi la pensione dopo una vita (42 anni) di lavoro.
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