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venerdì 16 agosto 2013

OSPEDALE DI SONDRIO: RAPIDITÀ, EFFICIENZA, UMANITÀ

Ferragosto 2013. Vi ricordate le immagini scioccanti di atleti morti d’infarto sui campo di calcio? Tanti si saranno detti: “a noi non succederà; perché pur essendo meno giovani, non corriamo come pazzi dietro ad un pallone”. Mai dire mai. (Di Bernardo Ferrari)
Può succedere di alzarsi tranquilli al mattino, dopo una notte di sonno sereno, e di fare colazione alle 7.30. Poi due pastiglie di cortisone per un disturbo comune ma fastidioso, colpo di freddo. Il tempo di salire in auto e la sensazione che qualcosa non va: un po’di giramento di testa, una sensazione di svenimento. Poi inizia un forte mal di stomaco e una fortissima sudorazione calda, come in sauna. La testa comincia a fischiare e le braccia danno una sensazione strana, di lieve dolore, formicolio.
Penso a un colpo di freddo, a una congestione, a una reazione di sovradosaggio di cortisone. Mi sdraio e va un po’meglio. Passerà mi dico, e non voglio disturbare nessuno; faccio però una telefonata al dottor Giuseppe Valmadre perché so con certezza che alle 7 del mattino è già in reparto day-hospital oncologico a Sondalo. Mi dice: “Bernardo, è impossibile fare una diagnosi al telefono. Dai sintomi però potrebbe trattarsi di ulcera o infarto. Chiama il 118”. Nel frattempo mia moglie aveva già chiamato. Una manciata di minuti e arriva l’infermiera Giusy con due assistenti. Pressione alta, ECG (elettrocardiogramma) inviato a Bergamo e immediata decisione di ricovero in ospedale a Sondrio. Vengo legato come un salame sulla barella e partiamo a sirene spiegate (grazie Giusy e ai tuoi due collaboratori).
Un pensiero cristiano mi attraversa la mente: “Dio mi ha dato la vita, Dio me la toglie. Sia fatta la Sua volontà”. Stranamente sono tranquillo e sereno, mi guardo il polso destro: da due anni porto la decina del rosario ed il braccialetto presi a Medjugorje e sento che la Gospa (Madonna) mi protegge.
L’infermiera intanto mi stabilizza con dei farmaci mentre vengo sballottato dal fondo stradale sconnesso.
Bisognerebbe caricare a forza anche i dirigenti ANAS su di un’ambulanza per fargli capire lo stato pietoso del manto stradale.
Intanto il mio cuore – cervello parlano fra loro. Il cuore dice: “occhio, puoi essere un “genius loci” come ti chiamava Padre Camillo de Piaz, sapere milioni di cose, ma se non ti mando il sangue al cervello per 5-10 minuti ti cancello il passato, il presente, il futuro. E torni al Creatore!”.
Il cervello risponde: “calma e gesso, hai sempre funzionato bene e ci sono affezionato da una vita. Non voglio e non posso sostituirti come se cambiassi il motore della Golf. È un’operazione lunga e difficile che bisogna preparare per tempo, e dove lo trovo un altro motore?”.
Anche Christiaan Barnard in Sudafrica il 3 dicembre 1967 aveva avuto difficoltà quasi insormontabili e mi ricordo che avevo fatto proprio un tema a scuola sul primo trapianto.
L’infermiera Giusy, in contatto radio con cardiologia di Sondrio, avvisa che stiamo arrivando; la sirena viene spenta, poi in barella fra corridoi, porte, ascensore. Il dottor Luigi Maiello, primario emodinamica, mi scruta con occhi come raggi X; fa infinite domande, chiama la neurologa che guarda, tocca, punge, mi dice di guardare il suo dito e poi in tre minuti mi fanno la TAC al cervello: negativa. L’infarto acuto è in corso e mi preparano per l’intervento di angioplastica, una parola che ai più non dice niente, addirittura banale, ma che per me è autentica fantascienza.
Non devo tossire, devo stare fermo; mi rilasso completamente. Ormai la mia vita non è più mia, è nelle mani di questi angeli custodi che stanno operando con estrema professionalità.
L’operazione di angioplastica consiste nell’introdurre una sonda sottilissima come un capello nell’arteria femorale nella zona inguinale (o delle braccia); iniettare del liquido di contrasto per evidenziare i trombi, aspirarli, poi dilatare l’arteria tramite palloncino e tenerla dilatata tramite rinforzi chiamati stent.
Dopo 45 minuti l’operazione è finita; riposo assoluto e monitoraggio continuo coccolato dal personale infermieristico e sollecito ad ogni richiesta, specialmente di notte, quando si acuisce la sensazione di abbandono, per il silenzio e le ore interminabili. (Grazie Monica e a tutte le altre infermiere di cui mi sfugge il nome).
Oriana Fallaci diceva: “non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie; ma lo si fa per principio, per sé stessi, per la propria dignità”.
Nonostante ciò voglio urlare il mio GRAZIE DI CUORE affinché risuoni più lontano che mai, più lontano di tutte le stelle…
“Il Cittadino Tiranese”
Bernardo Gabriele Ferrari

p.s.: la saggezza dei nostri vecchi diceva: Bacco – Tabacco – Venere riducono l’uomo in cenere
IPPOCRATE: Id est cibi, potus, somni, venus, omnia moderata sint. (cibi, bevande, sonno, piaceri sessuali, tutto sia moderato)
Io non bevo, non fumo, non mi drogo, non faccio ammucchiate (secondo Jacoviti, una ammucchiata è un congresso carnale di almeno 10 persone. Fino a 6 è un rapporto sentimentale) ma sono consapevole che dovrei mangiare un po’di meno, camminare un po’ di più, e stare molto calmo se voglio godermi la pensione dopo una vita (42 anni) di lavoro.

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