Domenica 8 settembre 2013 è uscito il nuovo video de LA
COLPA, la band di cui fa parte anche il tiranese Luca Cometti. E’ un
video storico con immagini di repertorio che intende indagare le vicende
legate ai coloni italiani in Africa Orientale dal 1936 al rimpatrio
sulle grandi navi ospedale.
La band è stata selezionata tra i 10 finalisti del
concorso nazionale "MUSICALUCE" promosso dall’Archivio Luce di
Cinecittà, patrocinato da Telecom Italia e Cubovision. Alla band è stata data la possibilità di accedere agli archivi dell’istituto per la realizzazione del video del brano L’Impero, quinta traccia dell’ep d’esordio (MUTUO PERPETUO) uscito a marzo 2013 per Club inferno ent.Il progetto di realizzazione è stato curato dal batterista della band ed autore del testo, il tiranese Luca Cometti e dal regista ligure Emanuele Mei.
IL CONTENUTO
Il soggetto del video sono i coloni italiani in Africa Orientale (1936-1943). Uomini, donne e bambini pieni di speranze, che si ritrovarono di colpo nella condizione di profughi, rimpatriati grazie alla Croce rossa. Sulle grandi navi bianche migliaia di corpi e sguardi rassegnati che solcavano i mari nella speranza di trovare ancora qualcuno ad attenderli nel posto che sentivano di poter ancora chiamare casa.
La poesia del testo permette di riunire in un’unica voce invasori e vittime, coloni e profughi. Ne esce un canto malinconico e rassegnato, in cui il riferimento storico si fonde con la potenza di un messaggio quanto mai attuale.
Dice la band:
“Oggi l’Impero ha nuovi nomi, ma c’è ancora. E’ il volersi sentire parte di qualcosa illudendosi di contare di più solo in virtù dell’esclusione di qualcun altro. I profughi di oggi hanno altri vestiti, altri sogni, ma gli stessi sguardi e la stessa rassegnazione.”
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L'INTERVISTA a Luca Cometti ed a Emanuele Mei
Emanuele, com’è stato organizzato il montaggio di questo video?
Essendo una canzone veloce ci serviva qualcosa d’impatto. Un video che in 3 minuti desse le necessarie coordinate storiche, ma che avesse anche il tempo di approfondire quello che ci interessava indagare, vale a dire le emozioni vissute dai profughi.
Com’è stato avere a che fare con un’Istituzione come l’Archivio Luce?
Non ti nascondo che è stata una bellissima esperienze,io e Luca sembriamo dei Nerd da quanto siamo appassionati di storia ed è stato come avere due biglietti gratis per Disneyland. Dopo un po’ però abbiamo dovuto rimboccarci le maniche ed essere decisi perché l’archivio era talmente vasto che ci avremmo potuto perdere dei mesi interi a visionare materiale, ma in ogni caso avremmo potuto richiedere soltanto un totale di 50 minuti a scelta per il montaggio. Abbiamo visto di quelle cose, che ci vorrebbe un’altra intervista per raccontartele tutte!
Luca, ho sentito che hai uno speciale legame con l’Etiopia, ci spieghi meglio da dove nasce l’idea di questo testo e la vicenda storica?
Ah! È semplice, i miei nonni erano coloni nell’Africa Italiana, agricoltori valtellinesi spediti laggiù con la promessa di un pezzo di terra e poco altro, ma soprattutto attratti dalla speranza di un nuovo inizio. Credo. “Teglio – Galla Sidama” andata e ritorno. Ma ci pensi?
Per me è sempre stato un leit-motiv familiare, pensa che quando ero semplicemente un bambino che non era mai andato oltre il giardino di casa, la nonna mi parlava di Addis Abeba, dell’Africa e di un mondo diverso che nei suoi ricordi di bambina assumeva tratti dolci e quanto mai esotici.
Qualche tempo dopo ho capito che attraverso le sue parole, mi arrivava la storia, la storia con la “S” maiuscola, che le aveva attraversato prepotentemente la vita per lasciargliela in disordine. Ed io, inconsapevolmente, forse la stavo aiutando a rimettere tutto a posto.
Poco tempo dopo il loro arrivo il sogno italiano era collassato su se stesso e si trovarono in meno di uno starnuto nei panni di profughi. Si parla di centinaia di migliaia di civili che hanno temuto di essere abbandonati al loro destino, dopo che erano crollati i sogni in cui avevano creduto, chi per mancanza di alternative, chi per convinzione.
I racconti della nonna proseguivano con i ricordi del campo di concentramento inglese in Africa, con il Negus che, gravato dai complessi d’inferiorità per la statura, passava in rassegna i prigionieri sempre in piedi su una Jeep. Fu poi la volta del rimpatrio sulle enormi navi bianche messe a disposizione dall’Italia per la grande operazione umanitaria, preparata dalla Croce rossa internazionale e resa possibile, durante la guerra, dal benestare di Germania, Inghilterra e Italia. E’ una storia incredibile. Un viaggio di settimane perché il Canale di Suez era minato, hanno dovuto circumnavigare l’Africa come Vasco da Gama, ma nel novecento inoltrato!
A volte penso a quante cose sarebbero cambiate se fossero rimasti lì. Sarei nato Etiope?
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