Ringraziamo IPERAL per la risposta al nostro comunicato, l’occasione è propizia anche per plaudire alle iniziative intraprese dalla Azienda pur tra le varie problematiche inferte da un apparato burocratico talmente macchinoso da rendere difficile qualsiasi azione.
Vorremmo però sottolineare un aspetto che consideriamo determinante. l fine delle nostre associazioni non è prettamente pastorale e protezionista, ma è teso al cambiamento culturale e alla messa in discussione del sistema imperante, che nell’arco di alcuni decenni, dagli anni settanta ad oggi, ha fatto della creazione del bisogno fittizio e del soddisfacimento ad ogni costo del medesimo, lo standard trainante della società. Uno standard che sta rovinosamente avendo una ricaduta sulla intera umanità.
Iperal dichiara di essere consapevole che “alimenti freschi e cucinati, considerati non più igienicamente consumabili, siano da gettare: il rispetto delle norme igienico-sanitarie nel trattamento degli alimenti infatti ne rende impraticabile il riutilizzo e la conservazione.” Questa prassi è stata il motivo stesso del nostro comunicato e la sua rivendicazione ci obbliga ad un nuovo intervento.
A prima lettura l’eliminazione del cibo fresco, quindi anche della carne e del pesce, o cucinato, quindi anche della carne e del pesce, parrebbe essere una normale conseguenza della attività di distribuzione industriale. L’ASL giustamente sovrintende con tutta una serie di imposizioni alla tutela della salute pubblica. Ma l’ASL non interviene nelle strategie aziendali di approvvigionamento delle materie prime del circuito di distribuzione del cibo.
Focalizziamo l’attenzione su un punto fondamentale che riguarda il cibo fresco o cucinato gettato, nella fattispecie carne e pesce. Ogni anno nel mondo 56 miliardi di animali terrestri, sono uccisi dalla industria zootecnica e alimentare. La Terra ospita al momento poco più di 7 miliardi di persone. La sperequazione appare evidente e si manifesta in tutta la sua drammatica portata. Analizzando le varie politiche, si evince che l’aumento della produzione di carne non è legato esclusivamente alla crescita della domanda da parte dei consumatori.
Al contrario, le attività comprese nel ciclo di produzione della carne sono incentivate da sussidi pubblici a favore delle grandi industrie agricole ed alimentari, piuttosto che ai singoli agricoltori. L’occupazione del suolo per la coltivazione di mangimi destinati agli allevamenti di animali da carne, supera ampiamente quella delle coltivazioni per produrre proteine vegetali e carboidrati per il consumo umano. Lo svantaggioso indice di conversione alla base del sistema zootecnico, (dal quale trae origine la carne) determina l’inadeguatezza del sistema di produzione e distribuzione del cibo. Per produrre un kg di proteine di origine animale servono 16 kg di proteine vegetali.
L’economista Lappè ha osservato come negli Stati Uniti in un anno sono stati prodotti 145 milioni di tonnellate di soia e cereali per uso zootecnico. Di contro si sono ricavati solo 21 milioni di carne – latte – uova. La differenza è un dato drammatico a denuncia dell’attuale sistema : 124 milioni di tonnellate di cibo sprecato. In Europa, solo il 20% del mangime destinato alla zootecnia proviene dall’interno, il restante viene importato dal sud del mondo, depauperando quelle risorse alimentari e sfruttando quelle terre.
Il Brasile, patria di favelas e di povertà estrema, con i suoi 16 milioni di persone denutrite, esporta 16 milioni di tonnellate di soia per gli allevamenti occidentali. Possiamo produrre e gettare carne perché sfruttiamo risorse e terreni dei paesi poveri. Il 70% dell’acqua del pianeta viene utilizzata dalla zootecnia e dalla agricoltura ad essa connessa. L’allevamento intensivo è una delle attività umane che spreca più acqua. La produzione di 0.2 kg di carne bovina impiega in media 25.000 litri di acqua.
Nell’attuale sistema business-as- usual si stima che il bisogno di acqua da parte della industria zootecnica salirà del 50% entro il 2025 contribuendo in maniera concreta a futuri scenari che contempleranno anche guerre per l’approvvigionamento delle riserve idriche sempre più compromesse anche dai cambiamenti climatici in corso.
L’inquinamento del suolo derivato dagli allevamenti trova corrispondenza nell’inquinamento delle falde acquifere. La FAO ha calcolato che in Europa il settore della produzione della carne ha utilizzato nell’anno 2000 circa 13 milioni di tonnellate di fertilizzanti chimici. Il 50% dei nitrati che avvelenano il sottosuolo proviene dai fertilizzanti chimici, il 40% dai liquami animali.
L’incremento dei gas serra nell’atmosfera genera un aumento della temperatura globale che è stato valutato tra 1,8°C e 4,0°C, con un aumento sino a 6,4°C nel corso del secolo presente. Tra le principali cause dell’aumento della temperatura a causa dei gas serra, ci sono, oltre alle industrie, gli allevamenti, la deforestazione per creare nuovi pascoli e campi di cereali ad uso zootecnico e i trasporti. Ogni giorno nell’Unione Europea, sono trasportati 50.000 animali da allevamento quindi 18.250.000 all’anno. Ma potrebbero essere molti di più.
In Italia ci sono più di 60,6 milioni di abitanti, ma a questi si dovrebbero aggiungere ulteriore 137 milioni di cittadini se trasformassimo il numero di animali stipati negli allevamenti in numero di persone producenti lo stesso inquinamento da deiezioni. Inoltre, non occorre sentirsi un animalista per non avvertire l’estrema ingiustizia subita da tutti quegli animali che l’uomo, tramuta in “prodotto fresco soggetto a deperimento” .
56 miliardi di animali a cui è stato negato il diritto alla libertà, che mai sentono l’erba sotto i piedi o annusano l’aria o si crogiolano al sole o allevano amorevolmente i propri figli, che sono puntualmente uccisi ogni anno, “sacrificati” sull’altare del gusto e del profitto. 56 miliardi di animali uccisi , che se anche non interessa ai più, non significa che non rappresenti un’onta per l’intera umanità.
Ringraziamo IPERAL per l’offerta di collaborazione propostaci, ma l’unica forma di collaborazione che ci sentiamo di sostenere non è nella logica di avantaggio derivante da una falla all’interno della sua organizzazione diventando noi stessi ulteriori fruitori delle risorse in esubero, disconoscendo i nostri statutari principi, quanto la richiesta di una capillare revisione delle logiche che determinano le politiche aziendali.
Conversione della logica del “vassoio sempre pieno ad ogni costo” in una attenta valutazione delle fasi del punto di riordino, in una ottica di reale, lungimirante, etica, presa visione della importanza delle ripercussioni che le scelte su larga scala comportano su ogni individuo vivente. Solo a quel punto i principi indivisibili di solidarietà, rispetto della Vita in generale e sostenibilità potranno attuarsi, sgravati almeno in parte, da effetti collaterali.
LAV Sondrio – LEAL sezione di Sondrio – Gruppo Veg A.P.S.
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