E quel che è sorprendente è che tutti questi mercati avvenivano esclusivamente sulla parola e ciò nonostante tutto andava per il meglio e non sorgevano mai contestazioni. O la gente era più onesta o le regole sono cambiate : chissà!
Quando i tini arrivavano a destinazione si provvedeva alla pigiatura: di solito era il capo della famiglia che, tolti gli scarponi e i tradizionali “ scalfaròt” di lana di casa, si immergeva fino alle ginocchia nel mosto che via via si spremeva dai grappoli. Detto senza cattiveria, qualche volta questa rappresentava una delle rare occasioni che davano poi pretesto per un pediluvio.
Finita la pigiatura, il mosto veniva versato nelle “brénte“ e quindi per mezzo della “pédria“ incanalato nelle capaci botti. Al termine di vari giorni di ininterrotto lavoro tutta l’uva era riposta in cantina e cominciava la fermentazione. Si sentiva allora, passando per le vecchie contrade, l’acre odore dei gas di fermentazione che penetrava dappertutto, impregnando i vecchi muri, mentre i contadini si preparavano all’ultima fatica dell’anno, quella della torchiatura, che chiudeva così il ciclo del loro lavoro e preludeva alle lunghe serate d’inverno in cui quel vinello appena spillato sarebbe andato a condire il sapore fragrante dei “braschée“.
Negli ultimi anni le cose sono un po’ cambiate; si fa ancora vendemmia, ma essa ha perduto molto del suo fascino. Lo scarso reddito dell’agricoltura, lo spopolarsi delle campagne e delle contrade più distanti dal paese per motivi economici e per la continua ricerca di redditi più sicuri, ha spogliato anche il rito della vendemmia di tutto il suo fascino bucolico. I buoi e i cavalli sono stati sostituiti dai trattori, i vimini delle gerle hanno ceduto il posto alla plastica; la pigiatura, anziché dai piedi nudi sotto i pantaloni rimboccati del contadino, viene seguita da macchine; lunghi tubi e condotti portano l’uva direttamente alle botti senza l’aiuto della tradizionale “brénta“.
Anche chi coltiva la vite in proprio preferisce vendere l’uva alle cantine sociali o alle case svizzere, che pian piano si sono assicurate una larga fetta di vigneti, e tutto assume un carattere prosaico e privo di quella forma rituale che era la caratteristica di un tempo. Dove non si arriva con le macchine i rovi stanno nuovamente prendendo possesso del terreno e il bosco si avvicina sempre più alle rive dell’Adda.
I vecchi contadini, quei pochi che sono rimasti, preferiscono guardare le loro vigne dalla soglia di casa; forse non riconoscerebbero più la vecchia cara vendemmia; il loro rapporto con la terra non riuscirebbe più ad essere intimo come una volta; le zolle, ormai disuse al loro sudore e sempre più avvezze all’odore del petrolio dei motori, non riuscirebbero più a riconoscere la mano che per generazioni le ha plasmate, accarezzate ed amate come si può amare solo chi sa quanto dolore e quanta fatica costi strappare alla terra quei frutti che, appunto perché tanto sudati, diventano tanto preziosi.
a cura di e.m.
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