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sabato 14 maggio 2011

FIDANZAMENTO E MATRIMONIO IN VALTELLINA IN PIENO OTTOCENTO

Nell’anno dell’Unità non si è ancora innescato nella nostra provincia quel processo di evoluzione del modo di vita e dei costumi i cui effetti si cominciano già a notare nelle città più importanti della Lombardia... (Di Giacomo Ganza)

In realtà l’Ottocento, per quanto riguarda il fidanzamento e il matrimonio si basa su principi e modelli di vita rigidi e ben definiti, l’endogamia: bisogna sposare una donna o con un uomo che vive nel proprio paese o nella propria parrocchia. Quanto al fidanzamento, è necessaria la conoscenza da parte della famiglia di chi si fidanza del futuro sposa o sposa. Il “placet” deve essere accordato dai genitori dei promessi sposi, oppure, in mancanza dei genitori, dal nonno o dai fratelli.

Eventuali matrimoni tra cugini o fra zio e nipote devono essere autorizzati dalla curia vescovile di Como. Questo vale naturalmente anche per un vedovo o una vedova che sposano la sorella o il fratello della moglie o marito defunti. L’endogamia peraltro è alla base delle unioni matrimoniali da secoli e ha continuato ad esserlo, più o meno fino agli anni ’60 del secolo scorso da allora in poi l’esogamia, diventa la nuova “regola” per i fidanzamenti e matrimoni. Salta il “vincolo” di sposare la donna del proprio paese e le scelte di mogli e mariti sono indipendenti dal paese o dalla città di origine e l’approvazione della famiglia al fidanzamento e matrimonio è solitamente di carattere formale.

E’ bene ricordare che 150 anni fa, rispetto alla nostra realtà, non si parlava praticamente mai di matrimonio d’amore. Piuttosto il matrimonio aveva come scopo principale la procreazione. Insomma bisognava mettere al mondo il maggior numero di figli possibile, anche perché una buona metà moriva negli anni dell’infanzia. Se proprio la famiglia decideva di sposare il figlio o la figlia a una donna o uomo non del paese: andà ‘n ‘là u ‘n giù si diceva a Stazzona, cioè era meglio che si sposasse una donna di una zona compresa tra Villa, Bianzone, Teglio e Chiuro. Motta di Villa invece era considerata come un paese interessante per accasare i propri figli alle famiglie di Aprica, Boalzo o Carona di Teglio. Nel caso di Aprica e Carona scendere sul fondo valle era considerato una buona scelta perché poteva garantire un avvenire migliore e più sicuro ai figli.

Almeno due proverbi aiutano a capire la concezione del matrimonio in pieno Ottocento: “moglie e buoi dei paesi tuoi” e anche un proverbio veneto che sentenzia: “le done bèle e le vache bèle no le va fora del paese”. In ogni modo per le donne che si sposavano in un altro paese non sempre era vita facile; in effetti occorreva un periodo di adattamento più o meno lungo. La presenza della “furesta” in paese era talvolta motivo di invidie e gelosie sia nell’ambiente familiare che tra il parentado. Non di rado ci si chiedeva o si diceva: “Ma che fa quella qui da noi”? Il che prova che fare scelte diverse da quelle consolidate o condivise dalla maggioranza è sempre problematico oltre che difficile. La “straniera” finiva con l’essere bollata col nome del paese di origine: la “Brigasca”, la “Stazzunasca”, “la Carunasca”, la “Bolscina” e cosi via. Questi soprannomi personali col passare degli anni potevano diventare anche degli “scutum” di famiglia, magari leggermente deformati.

Giacomo Ganz
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