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venerdì 21 ottobre 2011

1629-1630: TIRANO FLAGELLATA DALLA PESTE

Verso la fine dell’anno 1629 e per lunga parte dell’anno successivo Tirano ed i paesi vicini furono interessati da una violenta epidemia di peste, che colpì comunque una più vasta area lombarda... (Di Ivan Bormolini)

Va detto che gli abitanti delle terre locali spesso erano contagiati da varie epidemie che si susseguivano ciclicamente lascando ben brevi periodi di tranquillità sotto l’aspetto sanitario.
Naturalmente i tassi di mortalità erano sempre molto elevati, un flagello per le nostre genti che usavano dire “a peste, fame et bello libera nos Domine!”, Signore allontana da noi la peste, la carestia e la guerra.

Un’interessante ma macabra documentazione dell’epidemia di peste in esame giunge dal “libro dei Morti” dove il prevosto Andrea Lanfranchi, che resse la parrocchia dal 1621 al 1630, iniziò a compilare il numero ed il nome dei deceduti.
Continuò ad annotare quasi sino al giorno della sua morte avvenuta per causa della peste, dall’inizio dell’epidemia sino al 4 di aprile del 1630. Il Lanfranchi morì il 22 aprile di quello stesso mese ed evidentemente dopo gli inizi di aprile la malattia lo rese incapace di redigere quel lungo quanto triste necrologio.

Pare che la prima ad essere contagiata fu “una rustica giovincella di Tirano” mentre il primo decesso registrato risale al 17 ottobre 1629: a cadere sotto la terribile malattia fu un tal Tommaso Da Malenco.
“Tommaso Da Malenco è morto di peste, all’età di circa trent’anni, il 17 ottobre, s’è confessato da me Andrea Lanfranco e si è ristorato con la santa comunione, per ora è stato sepolto in Campone”.
La moglie di Tommaso, Maria, morirà il 9 novembre “in suspectu pestis”, in quel mese di novembre vennero registrati altri 29 decessi, ma l’epidemia dilagava e mieteva sempre più vittime: a dicembre i morti registrati furono 98.

L’inizio del 1630 fu ancor più drammatico: 145 morti a gennaio, 183 a febbraio, 219 a marzo e solo nei primi giorni di aprile, fino al 4, i decessi furono ben 25.
Un dato va però citato: i decessi registrati dal Lanfranchi erano probabilmente solo quelli relativi ai casi a conoscenza dei sacerdoti poiché questi servi del Signore vi portarono assistenza e quindi l’elenco doveva essere ben maggiore.

In quella difficile situazione, certamente caotica, dove ovunque vi era desolazione e morte, si costruirono attorno al Santuario delle baracche da adibire al ricovero per gli appestati, poi, lo stesso Santuario si trasformò in un lazzaretto dove gli ammalati languivano sul pavimento adagiati su un po’ di paglia.
Tanti furono i morti in quel lazzaretto, tanto che molti decessi sono segnalati con la dicitura “ In aedibus B. Mariae V.” cioè negli edifici del Santuario.
Il numero di morti eccezionale costrinse a ripiegare su misure di sepoltura altrettanto eccezionali.

Fino alle note leggi napoleoniche i morti erano sepolti nelle stesse chiese o nei vicini sagrati, in questo caso i luoghi adibiti a sepoltura nella parrocchiale di San Martino furono presto colmi, si fecero sepolture nella chiesa di San Giacomo, nella chiesa di Santa Maria ai piedi del castello, ma ben presto le sepolture dovettero avvenire nei campi “ Sepultus est in prato” oppure sulle rive dell’Adda “Sepultus ad ripam Abduae” , a volte nei documenti si trova scritto: “Sepultus est in insula” ovvero sepolto probabilmente in un isolotto deserto nel mezzo del fiume che serpeggiava senza argini per tutta la piana a valle di Tirano.
Sepolture infine avvennero anche negli orti di proprietà del deceduto e della famiglia, “Sepultus est in Hortulo suo in via nomine Campone” sepolto nel suo orto in Campone.

Nelle documentazioni storiche si rivela poi l’eroismo e lo zelo dei sacerdoti tiranesi nell’assistere gli appestati.
All'epoca, nei pressi dell’attuale viale dei Cappuccini, era sorto un convento di frati Cappuccini che si prodigarono nella cura degli sfortunati contagiati, ben 17 padri morirono durante quel periodo di contagio.
I sacerdoti della parrocchia in quel periodo erano assai numerosi, otto erano addetti alla chiesa di San Martino e quattro erano al servizio del Santuario; furono tutti vittime della peste, contagiati nel loro lavoro di assistenza dei moribondi, l’unico superstite fu un sacerdote della famiglia dei Merizzi.

Alla fine di aprile del 1630, si registrò la morte, nel volgere di pochi giorni, di molti religiosi tra sacerdoti, padri Agostiniani e frati Cappuccini.

Ivan Bormolini

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